Storie

La porta per il Cielo

E l’inverno ricoprì tutto con il suo manto bianco per permettere alla terra di rinfrancarsi dalle fatiche dell’anno passato. Così essa giacque nella pace silenziosa con la speranza che il freddo non durasse troppo, per non soffocare il germoglio che già riposava sotto la neve.

E quando giunse la primavera il paesaggio esplose in un rigoglioso brulicare di vita e tutto fu fiore, luce e fragranza. La terra crebbe i suoi semi migliori e fornì loro tutto il suo nutrimento, con la speranza che la primavera lasciasse presto posto all’estate, poiché non c’è frutto senza il calore di un raggio di sole.

E così l’estate sostituì la primavera e gli alberi si caricarono di sugoso colore ed i campi divennero d’oro. La terra ormai aveva esaurito tutte le sue risorse per nutrire i suoi figli e si augurava che giungesse presto l’autunno, poiché un’estate troppo lunga significa secchezza e desolazione, mentre l’autunno le avrebbe ridato l’energia per affrontare un altro lungo anno di maternità.

Ed infine l’estate passò il testimone alla stagione delle piogge e del vento, degli alberi spogli e delle foglie crepitanti, dei pascoli sterili e della fauna dimagrita. Il paesaggio si fece brullo ed appassito e mentre tutto intorno vestiva i colori accesi del decadimento, la terra tornava pingue con i resti dei suoi figli e ringraziava la Provvidenza per quella stagione di asperità e tristezza.

Poiché in questo mondo non si vive che per morire ed è solo passando la morte che si vivrà per sempre.

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Fede

È lunedì

Ma capita mai a voialtri di svegliarvi al mattino già sopraffatti dall’agguato incombente della realtà giornaliera?

Tipo che il solo pensiero di muovere i piedi fuori dal letto ti pesa quanto una condanna, cui vorresti ribellarti, ma sai bene che non puoi, perché è la tua vita, quella con cui bene o male ti ritrovi a che fare: costruita pezzo dopo pezzo come fosse una partita a Tetris, incastrando ogni tua scelta con le circostanze che di volta in volta ti cadono addosso.

Che poi detta così sembra più brutta di quello che è, ma dopotutto: è lunedì.

Non so voi, ma io ogni volta che ci penso rimango sbigottito davanti allo scontato, sistematico e sciàpo svolgersi della routine della vita, mia e di chiunque condivida con me il suo essere un chiunque chicchessia: quel filo quasi ininterrotto di ore anonime e giorni insipidi, momenti in apparenza inutilmente spesi nel logorìo del tritacarne quotidiano.

Poi però sempre, quando riafferro per le redini il mio rimuginare, mi rendo anche conto che, dopo una giornata qualunque, trascorsa con fatica e senza particolari soddisfazioni, mi dà sempre un gran sollievo sapere di aver vissuto come Gesù, nel suo trentennale nascondimento nazaretano.

Perché il Dio incarnato, infatti, coerente al Suo disegno d’amore, ha redento la banale quotidianità dal non-senso, divinizzandola: si è inscindibilmente confuso con l’uomo comune, che vive una vita ordinaria immerso nei valori imperituri del lavoro e della famiglia, e che per questo non troverà certo il suo nome scritto nei libri della storia umana, i quali comunque sono destinati all’oblio degli scaffali sommersi dalla polvere, ma lo scoprirà inciso a caratteri grandiosi ed indelebili nel Libro eterno della Vita.

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