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Cose che una donna

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di Claudia Cirami

Ci sono uomini che a dispetto di grandi impegni lavorativi e famigliari sfornano un libro dietro l’altro, e magari hanno pure la ventura di riuscire interessanti: qualcuno li chiama scrittori. Il garbo e la tagliente ironia dell’orafo milanese si riversano stavolta sulla parte rosa del mondo.

Si può scrivere di femminismo medievale?

E qual è, eventualmente, il collegamento con la nostra contemporaneità?

Possiamo trovare le risposte a queste domande nell’ultimo libro di Andrea Torquato Giovanoli.

Il titolo, accattivante e audace, è Cose che una donna – Prontuario di femminismo medievale (Gribaudi 2018).

Per una certa mentalità odierna potrebbe apparire indigesto, irritata com’è dal termine “medioevo” (e da una sua lettura irrimediabilmente pregiudiziale) e ipersensibile alle tematiche che hanno per oggetto le donne.

Eppure il testo rappresenta un’ulteriore tappa nell’indagine, mai scontata, che lo scrittore porta avanti da tempo.

L’oggetto del suo interesse sono differenze e complementarietà dei due generi.

Giovanoli sa che uomini e donne hanno bisogno gli uni delle altre.

Uno dei drammi della contemporaneità è stato convincersi che fosse arrivato il momento per entrambi di procedere separatamente. 

Oggi le donne sembrano più forti.

Gareggiano con gli uomini nel mondo del lavoro e in altri ambiti, sono libere, autonome.

Arrivano ad usare termini infelici per definire l’uomo, ma basta una parola sospetta rivolta al proprio genere per farle gridare al sessismo (la cui perniciosità è reale, ma quasi mai ha a che vedere con le polemiche da social).

In molte situazioni, anche dentro le mura di casa, le donne hanno assunto un ruolo totalmente differente da quello che veniva loro attribuito un tempo.

L’uomo non sembra più importante.

Tuttavia c’è una frase del libro di Giovanoli che fotografa perfettamente il senso della vittoria di Pirro che le donne hanno ottenuto sugli uomini: lo scrittore ci riferisce, con acume, di «un mondo occidentale ormai popolato di tigri di carta che si fingono dominatrici di una mandria di capponi imbelli».

Le donne, infatti, sono solo apparentemente più forti.

In realtà sono creature persino più fragili e confuse di ieri, perché, partendo da rivendicazioni giuste, sono arrivate a lottare tante volte solo per mostrare la loro superiorità sull’altro sesso.

Così facendo, tuttavia, hanno finito per deresponsabilizzarlo, mandando in crisi – in un solo colpo – autostima, autorevolezza, persino virilità degli uomini.

Questo, alla fine, ha compromesso le relazioni tra i due sessi.

Giovanoli chiede: «dopo tutte le battaglie fatte per ribaltare i rispettivi ruoli, siete voi donne più felici? E noi uomini siamo più in grado di soddisfare le vostre aspettative? Le società in cui ci ritroviamo a vivere sono forse più salde e giuste? Adesso finalmente maschi e femmine se la giocano alla pari?». 

Queste domande ci dicono qual è il problema.

C’è un impegno da assumere, ma non è quello che tante donne hanno in mente: non serve combattere per affermare il proprio dominio sul “maschio cattivo”.

Se guardiamo invece il punto di vista maschile, agli uomini non è certo chiesto di schierarsi in una contro-risposta che ci riporti alle epoche in cui alle donne venivano negati vari diritti.

Il vero impegno è cercare un nuovo equilibrio che valorizzi entrambi e consenta di vivere insieme nel rispetto accogliente delle reciproche differenze.

Il libro di Giovanoli si presenta come uno strumento utile per una riflessione costruttiva.

Il femminismo medievale, a cui il titolo si riferisce, non è un tentativo anacronistico di riportare indietro l’orologio: lo scrittore recupera il Medioevo per parlarci di una donna che, in quel tempo lontano, si sentiva bisognosa di protezione maschile ma che, proprio per questo, consentiva all’uomo di esprimere al meglio le proprie qualità.

Egli fa notare alle donne che abitano questo presente complesso che, nei secoli medievali, esse avevano scoperto come parlare con semplicità alla parte migliore dell’uomo.

Questo prontuario, allora, non serve per indossare un costume da castellana e aspettare il proprio cavaliere con atteggiamento sottomesso, ma si caratterizza come un’attenta riflessione su come migliorare i rapporti tra uomini e donne.

Serve per spiegare alle donne il “funzionamento” dell’uomo, agli uomini per capire l’intricata selva delle emozioni femminili, ad entrambi per vivere più felici.

Con ironia e lucidità, lo scrittore milanese ci regala sorrisi e ci stimola a pensare.

Non assume il ruolo del maestro: è più un fratello maggiore che bonariamente richiama le donne a guardare gli uomini con sguardo realistico e, indirettamente, suggerisce a questi ultimi come relazionarsi con le prime.

Entrambi sono colti nelle loro debolezze, ma presentati anche nei loro indubitabili pregi.

Giovanoli attinge molto dalla propria esperienza di marito e padre di più figli.

Esilaranti i siparietti con la moglie, spassosi i racconti familiari: arricchiscono il saggio di quel tocco di vita vissuta che si fa condivisione con il lettore, a cui l’autore mostra la bellezza del matrimonio, pur nelle inevitabili difficoltà quotidiane.

Diviso in tre parti, che corrispondono al passato, al presente e al futuro, il libro è certamente segnato dalla prospettiva di fede dell’autore, che ci ricorda la nostra creaturalità e il nostro essere dipendenti da Colui che ci ha chiamati all’esistenza, l’Unico che ci definisce davvero e che placa le nostre inquietudini.

Questo, tuttavia, non limita la lettura del libro al solo mondo cattolico.

L’esperienza di coppia e familiare conduce lo scrittore ad essere perfettamente a suo agio sia nel descrivere l’uomo e i suoi dinamismi che nel seguire i sentieri dell’animo femminile.

Il suo è un libro che può essere perciò consigliato a tutti coloro che vogliono affrontare il tema delle relazioni tra uomo e donna, siano essi credenti o meno.

Per gli uni e per gli altri, la proposta dell’autore del saggio è significativa.

«L’unica soluzione al disincanto e soprattutto alla delusa rassegnazione – scrive Giovanoli – è mutare il proprio sguardo su di sé e sull’altro: innanzitutto prendendo coscienza di essere per primi difettosi e quindi di dover lavorare inizialmente su se stessi per riconoscere e cercare di venir incontro alle necessità dell’altro, e poi guardando all’altro non cercando le sue mancanze, ma piuttosto dando valore alle sue ricchezze, le quali, se ci faremo caso, sono proprio quelle che riempiono i nostri vuoti».

Lo scrittore ci offre una lezione di vita vissuta, accessibile a tutti, sulla quale dovremmo riflettere (anche sorridendo).

Fra poco sarà San Valentino, è tempo di doni per le coppie: perché non regalare o regalarvi un libro utile?

Cose che una donna vi aspetta.

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Libri

Il Panda Oltralpe

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Una volta alzatosi dal divano il Panda sembra inarrestabile: c’ha addosso un’inerzia tale che lo ha fatto scollinare oltralpe, dove dalle librerie della Grandeur già occhieggia minaccioso i cugini francesi esortandoli a ritornare veri Galli…

Da alcuni giorni è infatti uscita in francia la versione in lingua d’Oïl de La sindrome del panda per i tipi delle Éditions Des Béatitudes, della cui edizione di seguito proponiamo l’introduzione a cura di padre Michel Martin-Prével.

Prefazione a “Le syndrome du panda”

Sono decenni che la differenza tra uomo e donna alimenta la letteratura, le cronache, gli articoli ed i film, per non parlare poi del best-seller di John Gray: “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere”, il quale ha fatto sì prendere coscienza – in controtendenza rispetto alla vulgata egualitarista – dell’irrimediabile distanza tra i due sessi e quindi della difficoltà a comprendersi l’un l’altro, ma senza tuttavia avviare una soluzione all’inevitabile relazione divenuta troppo spesso conflittuale tra i mariti e le loro mogli.

Se gli uomini provengono da Marte e le donne da Venere, infatti, lo svantaggio è che questi due pianeti non si incontrano mai e, al di là delle risate che le differenze tra l’uomo e la donna possono generare, questo libro altrettanto umoristico si apre invece ad un ulteriore approfondimento: com’è che gli uomini e le donne hanno tanta attrazione gli uni per le altre?

L’autore di questo divertente saggio è uno di quei papà (di tre bambini) figlio del suo secolo, che racconta le sue riflessioni e le sue esperienze di vita da uomo, da marito e da padre, mescolando la correttezza dell’analisi con l’umorismo della sua situazione di maschio italiano in una società occidentale femminista e androfobica.

Il mistero dell’uomo qui è confrontato con il mistero della donna e gli appartenenti ad entrambi i sessi troveranno in questo libro di che essere piacevolmente intrattenuti da uno sguardo così acuto sui rispettivi generi.

Per questo padre, che riflette ad alta voce, il panda rappresenta il maschio odierno, spalmato sul suo divano, tra birra e TV: l’uomo come specie in via di estinzione «secondo una mentalità dominata da un femminismo radicato, egli sempre una bestia rimane, ma sdentata e con gli artigli monchi ha smesso i panni dell’orso in favore di quelli più comodi e condivisi dell’orsacchiotto. Pover’uomo, fa quasi tenerezza. Proprio come un panda».

Ma ritornando sull’uguaglianza – incredibile geneticamente parlando – e sulle neuroscienze che descrivono la perfetta parità tra uomo e donna, si resta stupefatti da questa meraviglia a forma di cromosoma Y che rende nonostante tutto la differenza ed il fascino del comportamento sessuato.

Ho riso così tanto leggendo queste descrizioni nelle quali davvero ognuno ha la possibilità di ritrovarsi: l’uomo “multiswitch” e la donna “multitasking”, l’uno “input” e l’altra “output”, il cervello maschile con gli emisferi più differenziati, quello femminile con emisferi più interconnessi, l’uomo che sposa la moglie desiderando che non cambi mai e la moglie che sposa il marito con il segreto desiderio di cambiarlo, e, riguardo l’autorità, l’uomo che incute rispetto e la donna che ispira fiducia.

Perché allora impantanarsi nella guerra dei sessi, quando invece il piano del Creatore risulta così chiaro leggendo quel “libretto d’istruzioni” che è la Genesi, riferimento biblico davvero unico destinato ad ogni uomo e donna?

Personalmente ho ritrovato in questo libro-testimonianza gli stessi accenti di verità contenuti nella teologia del corpo e del matrimonio così come proposta dal santo Papa Giovanni Paolo II: la descrizione di Adamo e di Eva, nella promessa fatta loro da Dio, nella svolta incresciosa che hanno preso e che ha reso la loro strada tutta in salita, e infine il loro incredibile riscatto in Cristo, sollecita il nostro autore a fornire all’uomo d’oggi una soluzione per non restare più subordinati ad una figura femminile inappropriata poiché mascolinizzata e a non contrapporsi più alla donna, bensì a spendersi per lei, che semplicemente attende d’essere nuovamente ascoltata e protetta.

Secondo l’autore di questo bel libro, l’uomo ritorna ad essere uomo vero facendosi padre sull’immagine del Padre, nella esempio della Sua autorità esercitata con Giustizia e Misericordia.

Egli esorta perciò gli uomini ad alzarsi dai propri divani, poiché è giunto il momento di riprendersi quel giusto ruolo che le donne si aspettano da loro.

A questo proposito l’autore confessa di aver imparato molto dal suo essere padre per essere un marito migliore, ma forse altri potrebbero fare l’esperienza inversa: impegnarsi a diventare mariti migliori per vivere al meglio anche la propria paternità.

In entrambe le prospettive l’obiettivo è quello di riguadagnare la fiducia dell’altro sesso così da tornare ad incarnare i rispettivi ruoli in una relazione recuperata alla sua originaria complementarità: la Donna di Cana ha saputo dare fiducia al Figlio dell’Uomo, perché Egli manifestasse la Sua autorità e la Donna dell’Apocalisse è stata da Lui protetta da ogni male.

E nell’attuale avanzamento della cultura della morte contro la famiglia, è oggigiorno un bene sentir ridefinire i ruoli specifici dei due generi e rendere vero omaggio quella “natura” – scritta però con la “D” maiuscola – che ha così bene creato l’uomo per la donna e viceversa.

P. Michel Martin-Prével, Communauté des Béatitudes

Per la versione originale leggi: Le syndrome du panda

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Relazione

Cartoni Animati Giapponesi

Eccerto che noialtri, che di questi tempi si scavalla il crinale degli “enta” per introdurci nell’immaginifico entourage degli “anta”, apparteniamo a quella generazione che, in quei fatidici anni ’80, infanti ebbri d’innocente entusiasmo, nell’ora pomeridiana ci accoccolavamo attorno al focolare del teleschermo, all’ombra familiare della nube di Cernobyl, trangugiando tegole e rotolini di grassi idrogenati annaffiati dall’indimenticato succo artificiale di colore fosforescente contenuto in quei piccoli tetrapak dall’amichevole nome di “Billy”, ed abbeveravamo l’anima nostra alle omologate ordalie degli animati beniamini di grossolana e nipponica fattura.

Che quelli sì che erano cartoni, mica come la Masha e la Peppa d’oggidì.

Quelle sì che erano storie d’avanguardia: che già ci prefiguravano quale sarebbe stato il nostro futuro, offuscato dai nuguli della polverina magica di Pollon (quella che «sembra talco, ma non è» e «serve a darti l’allegria»), e che già ci premonivano sull’avvento di orde di “Vegani” che avrebbero presto invaso il nostro pianeta e dalle quali solo Ufo Robot avrebbe potuto difenderci.

Cartoni animati i cui contenuti, visto l’andazzo della società contemporanea, non si possono non riconoscere come profetici, almeno a livello subliminale: ché la nostra generazione è proprio quella svezzata dalle inchiavardature spaziali di Goldrake, dall’ammiccante sensualità di Lamù, dall’algida androginia di Lady Oscar, dalla sottile promiscuità incestuosa di Georgie (per tacer poi degli ambigui triangoli amorosi di Haran Banjo, Reika e Beauty nell’alcova del gigantesco Daitarn 3).

Epperò le sigle erano un gran belle: strumentalmente accuratissime e di raffinato stile musicale, anche se i testi, invero, il più delle volte non brillavano per originalità.

Tranne in alcuni casi, come ad esempio la sigla di Ken il guerriero, che pare un’apologia biblica: provate ad ascoltarla sostituendo il nome del protagonista con quello di Gesù, e poi ditemi se non è vero che sembra un canto dei Gen Rosso.

Oppure (e concludo) come questa perla: il Gakeen, un robottone magnetico sui generis, un po’ Jeeg ed un po’ Mazinga, cartone stereotipato per la verità, ma la cui sigla italiana ancora oggi incanta per la sua chestertoniana chiarezza.

E cito: «Un bel ragazzo con la sua ragazza: profonda è questa solidarietà; la donna è più dolce, ma sa anche soffrire; l’uomo è più forte, ma sa anche morire, ma uniti fanno una creatura più forte che mai».
Parole notevoli per una canzone da bambini, che rievocano la bellezza delle ontologiche differenze tra maschio e femmina, della loro fertile complementarità: roba che al giorno d’oggi sarebbe censurata per i suoi “contenuti omofobi”.

E il ritornello rilancia: «Gakeen magnetico robot: si avvitano in cielo le braccia sue, si saldano in cielo le gambe sue, in cielo si forma il suo corpo ed ecco Gakeen».
Alludendo a come l’unione tra un uomo ed una donna debba rimanere subordinata alla sua origine celeste, poiché è preminentemente in Cielo che viene stabilita, ribadendo una volta di più come la famiglia naturale sia essenzialmente quella che si fonda sull’unione matrimoniale sacramentata.

E poi infine: «Ragazzo, se hai trovato la ragazza, ricorda che a lei devi fedeltà: la donna è più dolce, ma sa anche punire, e l’uomo, più forte, può pure soffrire, ma in due si può andare più in alto, più in alto che mai».
Cosa aggiungere a tale affermazione sull’indissolubilità dell’unione tra l’uomo e la donna, nella quale si evidenzia come il primato debba essere riconosciuto al servizio reciproco (pena un’inevitabile sofferenza) ed in cui solo nella corresponsione alla vocazione sponsale si realizza appieno quella relazione d’amore che rifrange il divino?

Pare un testo preso da uno dei libri della Miriano…

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Storie

Voluntas Dei

Tutte le sere, al crepuscolo, il Mare accoglieva il Sole nel suo abbraccio ed il loro ardente amplesso lasciava il letto del cielo alla luna.

Tutte le sere il Sole si avvicinava all’orizzonte e chiedeva al Mare ospitalità nella sua casa.

Tutte le sere il Mare acconsentiva alla richiesta del Sole ed apriva i suoi abissi al luminoso compagno.

Tutte le sere il Mare diceva di sì: alle volte ansiosamente, altre con ostentata malavoglia, ma il Sole trovava sempre culla tra le sue onde.

Però una sera il Mare disse di no.

Allora il tempo si fermò e tutto l’universo restò col fiato sospeso in attesa: solo allora il Mare si rese conto di provare una paura terribile…

Poi il Sole tramontò ugualmente ed il Mare pianse di gioia.

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Storie

Ante Domini

Così l’uomo discese nella valle e disse: “Qui ci sarà pace e prosperità. Qui troverò la felicità”. L’uomo costruì la sua casa nella valle e seminò il suo campo, si sposò ed ebbe figli. Poi un giorno l’alluvione coprì la valle distruggendo le case, i campi ed annegando l’uomo.

Allora i figli dell’uomo seppellirono i loro padri e dissero: “Nella valle non c’è felicità, andiamo sulla montagna, là non viene l’alluvione, là troveremo la felicità”. E sulla montagna il figlio dell’uomo costruì la sua casa, allevò il suo bestiame, si sposò ed ebbe figli. Poi un giorno il terremoto aprì la montagna inghiottendo le case, il bestiame e seppellendo il figlio dell’uomo sotto le pietre.

Allora i figli dei figli dell’uomo piansero i loro padri e dissero: “Sulla montagna non c’è la felicità, andiamo nella foresta, là non crollano le pietre ed il terreno non si spalanca sull’abisso, là troveremo la felicità”. Così il figlio del figlio dell’uomo entrò nella foresta e qui trovò la casa negli alberi ed il suo cibo nella cacciagione, si sposò ed ebbe figli. Poi un giorno un fulmine incendiò la foresta bruciando gli alberi e gli animali ed i figli dei figli dell’uomo trovarono la morte tra le fiamme.

Allora i loro figli pregarono sulle ceneri dei loro padri e dissero: “Nella foresta non c’è la felicità, scendiamo nella valle, là il fulmine non potrà colpire e ci sarà pace e prosperità. Là troveremo la felicità”.

E così l’uomo discese nella valle…

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