Fede

Il giusto atteggiamento

Ieri pomeriggio ero a casa coi miei pargoli che giocavano in salotto: avevo tirato loro fuori il tappetone con la pista di Cars e così erano tutti impegnati a fare gare interminabili con le loro macchinine preferite.

Persino la piccoletta giocava coi fratelli: certo, aveva dovuto accontentarsi delle automobiline scartate da loro (tutte quelle dei personaggi femminili, naturalmente), però almeno riusciva ad interagire pacificamente con i due maschietti (anche se le sue macchinine anziché gareggiare andavano tutte in fila a fare la spesa).

Io mi trovavo al tavolo a scrivere e di tanto in tanto buttavo là l’occhio per controllare la situazione, quando ad un tratto ho alzato lo sguardo dal portatile per guardare l’orologione da parete che abbiamo in salotto e mi sono reso conto che era già arrivato il momento del cartone dei Superpigiamasks, così ho avvisato i pargoli ed ho acceso la televisione, proprio nel momento in cui iniziava la sigla di apertura.

I tre marmocchi, che fino a quell’istante erano stati impegnatissimi a trafficare coi loro giochi, appena hanno sentito le note del loro cartone preferito hanno immediatamente cessato tutto quello che stavano facendo e sono letteralmente scattati a spaparanzarsi sul divano, ognuno ordinatamente al suo posto ed in perfetto silenzio.

È stato davanti a quella scena che mi sono ritrovato a riflettere su come anche io, come ogni altro che si ritenga credente, dovrei avere lo stesso atteggiamento nei confronti del Signore: per quanto impegnato in qualsivoglia attività, pur importante, quando giunge il momento di dedicarsi al Signore (sia per una Messa, che per un Rosario o magari un’adorazione), dovrei saper mollare tutto e fiondarmi al Suo cospetto, riconoscendoGli così, fattivamente, la priorità sulla mia vita.

Allo stesso modo in cui fecero gli apostoli, che «subito lasciarono le reti e lo seguirono» (Marco 1,18).

Perché ho il sospetto che quello che mi hanno dimostrato i miei figlioli con il loro esempio sia proprio l’atteggiamento giusto con cui farsi nuovamente bambini e maturare così quella disposizione d’animo necessaria ad entrare nel Regno: solleciti e scattanti come bimbi in attesa dei Superpigiamini.

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Fede

Quel potere occulto

Anche la sofferenza è un talento.

Nella parabola in cui Gesù parla di un Re che prima di partire per un lungo viaggio consegna una somma in denaro a tre dei suoi servi perché la facciano fruttare, normalmente la prima cosa a cui si pensa è come ad ognuno di noi è stato concesso qualche carisma particolare, un numero di pregi caratteristici, dei talenti appunto, che siamo chiamati a mettere a disposizione, a condividere, nella laboriosa cooperazione per l’edificazione del Regno.

In realtà questa parabola si riferisce in prima istanza al dono della fede, che a ciascuno è proposto perché venga accolto e coltivato, fatto fruttificare con l’approfondimento di quel rapporto personale con Dio che ha come conseguenza la relazione di bene con i fratelli.

In questa prospettiva ha senso la perentoria affermazione finale che decreta che a chi più ha più sarà dato, mentre a chi meno possiede verrà tolto anche ciò che gli è stato dato, e che al nostro orecchio contaminato dalla ferita politically correct del peccato originale suona tanto ingiusta.

Ma davvero funziona così nella relazione con il Signore: se accogli il dono della fede accetti anche la responsabilità che tale dono comporta, ossia di custodirlo e farlo crescere, poiché metterlo in un cantone, sotterrarlo tra le altre incombenze del vivere significa soffocarlo.

La fede, infatti, è relazione vera e personale con il Vivente, e come ogni altra relazione va coltivata perseverantemente, altrimenti si spegne e muore.

E già restare fermi, nel cammino di fede, significa retrocedere.

Ecco perché chi coltiva il dono della fede lo vedrà crescere e portare molto frutto, mentre chi l’abbandona rischierà di perderlo, forse per sempre.

Ma la Parola di Dio è viva, e non si lascia rinchiudere in ermeneutiche a compartimenti stagni.

Ed i talenti consegnati ai tre servi possono anche alludere a quella dose di dolore che nella vita tocca a ciascun uomo.

Ad uno sguardo mondano la sofferenza appare del tutto priva di senso, ma il cristiano sa bene che essa possiede in realtà un altissimo valore redentivo.

Il Dio fatto uomo ha preso sulla sua carne il dolore, fino ai massimi gradi, e lo ha associato definitivamente alla Sua natura Divina, facendone perciò una prerogativa di Dio: così l’uomo, quando patisce contingenze dolorose, ha la libertà, il potere oserei dire, di accogliere tali sofferenze offrendole in Cristo al Padre, cosicché esse, associate al dolore del Redentore, acquistino in Gesù Patente davvero un valore salvifico per la anime.

Alla luce di tale rivelazione si può ben vedere come anche la condizione dell’uomo che si trovi nel dolore sia in realtà simile a quella del servo a cui il Re affida un talento, non perché inutilmente vi si ribelli, magari pure inveendo contro la malasorte, rimanendo schiavo dell’insensatezza, come quel suddito che seppellì la sua parte nel campo, bensì perché liberamente lo accolga e soprattutto lo faccia fruttificare, rioffrendolo in comunione con Cristo a Dio per la salvezza delle anime.

La storia della Chiesa è piena di tali servi, alcuni dei quali chiamati ad essere vere e proprie “anime vittime”, nell’accezione più sacra e luminosa del termine.

Ma questa possibilità è invero data ad ogni uomo, poiché nella vita chiunque prima o poi è chiamato a far fronte ad un dolore ed è accostandolo in questa prospettiva che ci si rende ultimamente conto di come il Figlio di Dio, nella Sua Passione, Morte e Risurrezione, abbia realmente liberato l’umanità dal non-senso della sofferenza, non eliminandola, bensì trasfigurandola nella Sua opera di Redenzione, ed associando ad essa un potere tale da renderci tutti, nella volontaria compartecipazione al Suo Disegno di Salvezza, davvero superuomini.

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Vita

Una banale considerazione

Commemorazione dei fedeli defunti: quindi il cimitero è straordinariamente aperto di lunedì, così ne approfitto e dopo Messa faccio un giro con la mia piccolina per salutare i suoi fratellini e lucrare la relativa indulgenza a suffragio delle anime dei trapassati (tra l’altro oggi è pure San Tobia, l’Onomastico del mio secondogenito: chissà che festa per lui in Cielo!).

Passeggio per i vari campi senza fretta, godendomi questa soleggiata mattina d’autunno con la mia bimba, mentre osservo l’andirivieni di visitatori e le persone che sostano davanti alle tombe dei loro cari in occasione di questa festa.

Dietro di me camminano con passo un po’ meno lento del mio due attempate signore, che si accompagnano chiacchierando sulla strada che le porterà alle lapidi dei loro estinti, e mentre mi passano accanto, superandomi, involontariamente colgo uno stralcio della loro conversazione, proprio nel momento in cui una sta dicendo all’altra: “Eh, sono sempre le persone migliori che se ne partono per prime da questo mondo…”.

Lì per lì, mi viene da sorridere all’udire quella frase tanto nota e tanto apparentemente scontata. Poi però, intanto che guardo le due vecchiette a braccetto allontanarsi claudicanti, mi lascio prendere per mano da un pensiero che mi porta un po’ più in profondità, così mi ritrovo lietamente compiaciuto nello scoprire che esiste un fondo di verità in quella proverbiale affermazione.

Già: perché invero rende merito alla Divina Giustizia che i “buoni” possano godere con anticipo dell’Eterna Gioia ed intercedere per un maggior tempo a favore di quei “cattivi” che invece rimangono in terra, cosicché questi sappiano cogliere le più numerose occasioni di convertire la condotta loro e dar finalmente soddisfazione a quella Misericordia Divina, la quale non gode della morte del peccatore, bensì ne desidera ardentemente il ritorno al Padre. In tutti i sensi.

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Vita

L’ermeneutica del Blasco

L’altro pomeriggio ero dal dentista, da solo ed in attesa di andare sotto i ferri, e sfogliando distrattamente le riviste in dotazione allo studio ascoltavo, altrettanto distrattamente, la radio in sottofondo, quando ad un certo punto hanno mandato in onda una vecchia canzone di Vasco Rossi, se non sbaglio del lontano (lontanissimo oramai) 1985: “Cosa succede in città”.

Cercando di rilassarmi (per quanto ci si possa rilassare nella sala d’attesa del dentista), mi sono lasciato cullare dalla nostalgia dei tempi andati, canticchiando a bassa voce le parole della canzone, quando ad un tratto è sopraggiunto il famigerato ritornello: “Egoista? Certo: perché no?! Perché non dovrei esserlo? Quando c’ho il mal di stomaco: con chi potrei condividerlo?”…

Sorridendo allora ho iniziato a ragionare tra me e me: “E come darti torto caro Blasco?”.

Pensando infatti al mal di denti che mi aveva lasciato insonne la notte precedente, mi son trovato a constatare come l’uomo, nelle circostanze dolorose della vita, sperimenti invero un’estrema solitudine, tanto che nessuno, nemmeno la consorte, il fratello od il più caro degli amici può davvero condividere con lui una sofferenza profonda che lo attanagli nella sua propria carne.

E proprio mentre così assorto mi arrovellavo, di rimbecco il cantautore modenese emetteva la sua umanamente inappellabile sentenza: “Quando c’ho il mal di stomaco: ce l’ho io, mica te, o no?!”…

Ma se davvero le cose stanno così allora ogni uomo è un isola, irrimediabilmente condannato a vivere un’esistenza incondivisibile, nel dolore, come anche nella gioia a questo punto, e allora tanto vale dare ragione al buon Vasco: conviene essere egoisti.

Confesso che per un microsecondo mi sono tremate le vene nei polsi al pensiero tentatore che questa fosse una possibilità incombente, poi però mi son subito sentito confortato nella certezza che, grazie a Dio, per il credente non è affatto così.

Poiché l’Onnipotente, prendendo su di sé la carne, ha fatto della passibilità creaturale una Sua prerogativa, associando, per sempre e per tutti, la natura umana a quella divina. Per contro, ogniqualvolta l’uomo si trova a vivere un frangente doloroso ha l’opportunità di non chiudersi nell’apparente solitudine della sofferenza, ma può accogliere la prova come occasione di comunione con quel Dio che per primo e più profondamente ha fatto proprio, divinizzandolo, il malessere dell’uomo.

Ecco che allora la notte prima, mentre il molare dolorante mi toglieva il sonno nel tormento ed io invidiavo un po’ il quieto sonno muliebre, non ero affatto da solo, ma c’era Gesù a patire con me, ed io ho avuto l’occasione di vivere in comunione con Lui quel medesimo dolore che la guardia del sinedrio gli procurò col suo ceffone (Cfr. Giovanni 18,22): in altre parole ho avuto l’occasione di non vivere più solo da uomo, ma da Dio!

Indi per cui, caro Vasco, non mi freghi, perché: “Quando c’ho il mal di stomaco: ce l’ha Dio insieme a me, o no?!”…

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