Vita

Una banale considerazione

Commemorazione dei fedeli defunti: quindi il cimitero è straordinariamente aperto di lunedì, così ne approfitto e dopo Messa faccio un giro con la mia piccolina per salutare i suoi fratellini e lucrare la relativa indulgenza a suffragio delle anime dei trapassati (tra l’altro oggi è pure San Tobia, l’Onomastico del mio secondogenito: chissà che festa per lui in Cielo!).

Passeggio per i vari campi senza fretta, godendomi questa soleggiata mattina d’autunno con la mia bimba, mentre osservo l’andirivieni di visitatori e le persone che sostano davanti alle tombe dei loro cari in occasione di questa festa.

Dietro di me camminano con passo un po’ meno lento del mio due attempate signore, che si accompagnano chiacchierando sulla strada che le porterà alle lapidi dei loro estinti, e mentre mi passano accanto, superandomi, involontariamente colgo uno stralcio della loro conversazione, proprio nel momento in cui una sta dicendo all’altra: “Eh, sono sempre le persone migliori che se ne partono per prime da questo mondo…”.

Lì per lì, mi viene da sorridere all’udire quella frase tanto nota e tanto apparentemente scontata. Poi però, intanto che guardo le due vecchiette a braccetto allontanarsi claudicanti, mi lascio prendere per mano da un pensiero che mi porta un po’ più in profondità, così mi ritrovo lietamente compiaciuto nello scoprire che esiste un fondo di verità in quella proverbiale affermazione.

Già: perché invero rende merito alla Divina Giustizia che i “buoni” possano godere con anticipo dell’Eterna Gioia ed intercedere per un maggior tempo a favore di quei “cattivi” che invece rimangono in terra, cosicché questi sappiano cogliere le più numerose occasioni di convertire la condotta loro e dar finalmente soddisfazione a quella Misericordia Divina, la quale non gode della morte del peccatore, bensì ne desidera ardentemente il ritorno al Padre. In tutti i sensi.

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Vita

L’ermeneutica del Blasco

L’altro pomeriggio ero dal dentista, da solo ed in attesa di andare sotto i ferri, e sfogliando distrattamente le riviste in dotazione allo studio ascoltavo, altrettanto distrattamente, la radio in sottofondo, quando ad un certo punto hanno mandato in onda una vecchia canzone di Vasco Rossi, se non sbaglio del lontano (lontanissimo oramai) 1985: “Cosa succede in città”.

Cercando di rilassarmi (per quanto ci si possa rilassare nella sala d’attesa del dentista), mi sono lasciato cullare dalla nostalgia dei tempi andati, canticchiando a bassa voce le parole della canzone, quando ad un tratto è sopraggiunto il famigerato ritornello: “Egoista? Certo: perché no?! Perché non dovrei esserlo? Quando c’ho il mal di stomaco: con chi potrei condividerlo?”…

Sorridendo allora ho iniziato a ragionare tra me e me: “E come darti torto caro Blasco?”.

Pensando infatti al mal di denti che mi aveva lasciato insonne la notte precedente, mi son trovato a constatare come l’uomo, nelle circostanze dolorose della vita, sperimenti invero un’estrema solitudine, tanto che nessuno, nemmeno la consorte, il fratello od il più caro degli amici può davvero condividere con lui una sofferenza profonda che lo attanagli nella sua propria carne.

E proprio mentre così assorto mi arrovellavo, di rimbecco il cantautore modenese emetteva la sua umanamente inappellabile sentenza: “Quando c’ho il mal di stomaco: ce l’ho io, mica te, o no?!”…

Ma se davvero le cose stanno così allora ogni uomo è un isola, irrimediabilmente condannato a vivere un’esistenza incondivisibile, nel dolore, come anche nella gioia a questo punto, e allora tanto vale dare ragione al buon Vasco: conviene essere egoisti.

Confesso che per un microsecondo mi sono tremate le vene nei polsi al pensiero tentatore che questa fosse una possibilità incombente, poi però mi son subito sentito confortato nella certezza che, grazie a Dio, per il credente non è affatto così.

Poiché l’Onnipotente, prendendo su di sé la carne, ha fatto della passibilità creaturale una Sua prerogativa, associando, per sempre e per tutti, la natura umana a quella divina. Per contro, ogniqualvolta l’uomo si trova a vivere un frangente doloroso ha l’opportunità di non chiudersi nell’apparente solitudine della sofferenza, ma può accogliere la prova come occasione di comunione con quel Dio che per primo e più profondamente ha fatto proprio, divinizzandolo, il malessere dell’uomo.

Ecco che allora la notte prima, mentre il molare dolorante mi toglieva il sonno nel tormento ed io invidiavo un po’ il quieto sonno muliebre, non ero affatto da solo, ma c’era Gesù a patire con me, ed io ho avuto l’occasione di vivere in comunione con Lui quel medesimo dolore che la guardia del sinedrio gli procurò col suo ceffone (Cfr. Giovanni 18,22): in altre parole ho avuto l’occasione di non vivere più solo da uomo, ma da Dio!

Indi per cui, caro Vasco, non mi freghi, perché: “Quando c’ho il mal di stomaco: ce l’ha Dio insieme a me, o no?!”…

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