Cronache

Scacco al Re

Verrà la guerra.

Non durerà a lungo, ma sarà atroce e spietata: farà un sacco di morti e lascerà dietro di sé una devastazione mai vista prima.

Non è un oracolo, questo, né una profezia, ma l’epilogo umanamente prevedibile di questo tempo perverso.

Alla luce dei numerosi indicatori ormai evidenti, infatti, non è più tanto una questione di “se”, ma piuttosto di “quando” comincerà il conflitto armato.

I segnali certi sono noti ed elencabili quanto innegabilmente concomitanti ed ordinati a tale conclusione, e cercheremo di esporli in ordine sparso qui, dimenticandocene sicuramente qualcuno (e ragazzi: se persino il sottoscritto se ne è accorto ed è riuscito a metterli insieme, significa che sono davvero eclatanti).

La perniciosa campagna mediatico-economica statunitense ed europea contro la Russia di Putin è sotto gli occhi di tutti, e che essa sia pregiudiziale e propagandistica è un fatto, ma con il passare del tempo si sta acuendo in maniera ideologicamente drastica e dissennatamente falsa (tanto da ottenere in molti quasi l’effetto opposto a quello desiderato) e questo è un segnale preoccupante.

All’ultimo concilio di sicurezza delle Nazioni Unite, ad esempio, l’invettiva del rappresentante britannico Matthew Rycroft contro l’operato della Russia in Siria (basata tutta sulla pretestuosa questione delle inesistenti armi chimiche) è stata talmente astiosa e provocatoria da scatenare la reazione del rappresentante russo Vladimir Safronkov che ad un certo punto ha avvertito il (poco) diplomatico inglese con un testuale e perentorio: “Non osate offendere la Russia”.

Questo è soltanto un segno di quanto aperta e feroce sia diventata la campagna denigratoria anti-russa, tanto che persino il presidente americano, non più tardi di quattro giorni fa, davanti ai leaders dell’Alleanza Atlantica ha parlato di “minacce dalla Russia alle frontiere orientali e meridionali della NATO”.

Peccato però che sia la Russia ad essere premuta sui suoi confini europei da un vero e proprio esercito dotato persino di mezzi pesanti e difese anti-missile, dislocato sfacciatamente con la complicità delle nazioni limitrofe all’ex unione sovietica.

Ed anche questo è un fatto: le armate atlantiche sono già posizionate ed in assetto di guerra, non solo sul suolo europeo, ma anche lungo le coste del pacifico.

È di tre giorni fa la notizia che il Ministero della Difesa cinese ha nuovamente esortato la marina USA a porre fine alle provocazioni nel mar Cinese Meridionale. E se è vero che le portaerei americane si trovano al largo delle coste cinesi per via delle tensioni con la Corea del Nord, è altrettanto vero che, a tutti gli effetti, la marina statunitense si trova già dislocata lungo i confini marittimi del più sicuro alleato della Russia in caso di un conflitto armato (e comunque in una posizione già avvantaggiata nel caso di ricollocamento lungo le coste orientali della Russia, eventualmente).

Vien quasi da pensare che l’inconcludente crisi con la Corea del Nord possa essere stata una scusa per avvicinare la marina americana ai confini oceanici della Russia.

Ed il tour di visite di Donald Trump di quest’ultima settimana non ha fatto altro che conclamare l’esacerbazione di un clima già esasperato a Washington: il contratto miliardario stipulato coi sauditi è il sintomo di quanto l’economia americana sia ad un passo dal tracollo; un ventennio di politica economica basata sul debito e speculazioni finanziarie selvagge hanno atrofizzato la capacità produttiva del paese, lasciando un’unica industria florida, quella degli armamenti.

E siccome d’abitudine l’America risolve le sue crisi economiche “esportando la sua democrazia” in qualche paese (tendenzialmente lontano dai patrii confini e militarmente insignificante), anche a questo giro s’è inventato un nemico con cui entrare in guerra, solo che stavolta hanno fatto male i conti: la Russia di Vladimir Putin non è l’Unione Sovietica, e se fino adesso l’orso russo ha sopportato pazientemente tutte le provocazioni di USA ed UE, non significa affatto che non sia pronto ad entrare in conflitto aperto in maniera poderosa, se messo in condizioni di doverlo fare (per la cronaca: nel Mar Mediterraneo sono cominciate le esercitazioni della Marina Russa).

La storia insegna che la Russia non ha mai iniziato le guerre, ma le ha sempre concluse, e l’escalation di provocazioni fatte nei suoi confronti sta raggiungendo i limiti dell’assurdo (di cui l’espulsione dei suoi diplomatici dalla Moldavia e l’Estonia è solo l’ultima).

Si pensi solo a quell’ottobre del 1962, quando l’istallazione sovietica di una base missilistica a Cuba portò le allora due superpotenze tanto vicine ad un conflitto nucleare, e poi si confronti quella provocazione con le numerose basi missilistiche della NATO piazzate nei paesi dell’est Europa, o il vero e proprio esercito dislocato lungo i confini Russi impegnato in continue esercitazioni militari: a parti invertite gli Stati Uniti avrebbero già sparato missili a tappeto da un pezzo (visto che sono bastate due lacrimucce di Ivanka Trump alla vista del fake-movie sui bambini siriani gassati col sarin per far sparare al presidente una sessantina di Tomahawk su di un inutile bersaglio, così, a mo’ di rappresaglia).

Ma non si creda che la pazienza di Putin durerà in eterno: è di un mese fa (26 aprile) la notizia che il Tenente Generale Viktor Poznihir, Vicecapo del Direttorato Principale delle Operazioni delle Forze Armate Russe, alla Conferenza Internazionale sulla Sicurezza a Mosca ha dichiarato che il Comando Operazioni dello Stato Maggiore Generale russo ha concluso che Washington, nella ricerca di un’egemonia globale, stia implementando un sistema missilistico anti-missile che possa impedire una risposta nucleare russa ad un attacco preventivo di tipo nucleare da parte degli Stati Uniti.

Ovviamente la cosa è stata completamente ignorata da tutti i media occidentali: soltanto Russia Today e la Times-Gazette di Ashland (Ohio) hanno coperto la notizia, che però è comunque girata sui vari siti internet, venendo alla luce a dispetto dell’ostracismo mediatico mainstream.

Ora: non si creda che, nel momento in cui la Russia si vedesse realmente in pericolo di attacco, non esiterebbe ad anticipare l’avversario, con effetti devastanti non solo per gli USA, ma anche, se non soprattutto, per l’Europa.

Questa è la situazione ad oggi, ed un’ulteriore conferma delle reali intenzioni dei neocon americani di muovere una guerra totale contro la Russia è emersa anche dal dossier di Germano Dottori riportato dalla più autorevole testata italiana nel settore della geopolitica (Limes di aprile), da cui emergerebbe la strategia americana più che ventennale nel contrastare il rinascimento della superpotenza euroasiatica su ogni fronte, dallo scatenamento delle “primavere arabe”, alle dimissioni forzate di Berlusconi (reo di intrecciare forti relazioni politico-economiche con Putin) e fino a provocare l’abdicazione di Benedetto XVI (reo di perseguire con efficacia la riunificazione con la Chiesa Ortodossa).

Tutto questo suffragato anche dalle mails della ex-candidata alla presidenza Hillary Clinton rese pubbliche da Wikileaks, in cui emergerebbe palesemente la ferma posizione anti-russa di Obama e della stessa Clinton, inclusiva dell’intenzione di un  cambio di regime in Vaticano (per un eventuale approfondimento si legga qui).

Ed è proprio per perseguire questo annoso piano che a Washington lo “Stato Profondo” non cessa la campagna infamante contro l’eletto presidente Trump, (il quale da par suo si è dato un bel daffare per crearsi il vuoto intorno) e che ora, pur essendosi lasciato addomesticare non poco, verrà comunque segato da un ormai inevitabile impeachment organizzato pretestuosamente ai suoi danni proprio sul fake-dossier del Russiagate (le ultime dichiarazioni della Merkel sull’attuale temporanea inaffidabilità degli Stati Uniti suonano tanto come una sentenza per Trump in questo senso), per poter rimettere ai vertici degli USA un burattino dei neocon che possa portare a termine quell’agenda pluriennale che mira al conflitto con la Russia.

E la cosa potrebbe essere più imminente di quanto non si pensi, poiché le micce accese per il deflagrare di una terza guerra mondiale (che vedrebbe schierati sui due fronti principalmente USA ed Europa contro Russia e Cina) sono parecchie: una schermaglia aerea in Siria (o l’assassinio di Assad) ad esempio, oppure una provocazione di troppo degli ukronazi nel Donbass o in Crimea; un gesto pazzo da parte di una a scelta tra Estonia, Lettonia o Lituania, ma anche un’improvvisa esasperazione della “crisi coreana”, od un tentativo serio di “primavera russa” (a proposito: occhio che per il 12 giugno sono previste manifestazioni in 212 città russe, tra cui Mosca, organizzate dal movimento dissidente sponsorizzato Soros&Co di quella risibile marionetta di Alexei Navalni).

E non si dimentichino i Balcani: nonostante quasi nessuno ne parli, lì la situazione sta diventando incandescente, con il ritorno di voglie espansionistiche dell’Albania, la riottosità anti-russa del Montenegro, e soprattutto la resistenza della Serbia ad un arruolamento coatto nella NATO che, nel caso avvenisse, costringerebbe proprio la Russia ad intervenire pesantemente.

Tutto questo riporta indietro l’orologio della storia a quei momenti in cui la terza guerra mondiale pareva inevitabile, come nel ’62 con la “crisi cubana”, oppure come nel 1983 con l’esercitazione Able Archer e l’escalation missilistica nella Germania ancora divisa.

Tuttavia la differenza con lo stato attuale è che allora le classi politiche di entrambi i paesi erano consapevoli degli effetti apocalittici di un conflitto nucleare e, assennatamente, ebbero fino all’ultimo la volontà di evitarlo.

Oggi, invece, pare al contrario evidente una ferma volontà, sia da parte americana che da parte europea, di scatenare uno scontro bellico con la Russia (è di oggi la notizia che il senatore capo della Commissione per i Servizi Armati Americani John McCain, durante un intervista alla ABC ha dichiarato che: “il pericolo più grande per la democrazia e per il mondo occidentale è rappresentato dalla Russia”), e fino ad ora, soltanto il polso fermo e la freddezza da navigato stratega di Putin ha saputo resistere all’escalation di provocazioni occidentali. Costui, sembra invero essere l’unico capo di stato ad aver chiaro che una terza guerra mondiale consisterebbe nel suicidio dell’umanità e nella sostanziale distruzione del pianeta.

Alla luce di tutto ciò capite bene che un tale investimento di soldi, armamenti, propaganda, energie e tempo non verrà certo vanificato, ed è proprio per questo motivo che la guerra, alla fine, ci sarà.

Poiché al di là dei fatti fin qui elencati che dimostrano come ci sia una premeditata, condivisa ed ossessiva volontà di conflitto da parte dell’occidente, questa partita a scacchi per le sorti del mondo è giocata, in realtà e prima di tutto, su di un piano che trascende il materiale, ma che ha origine e causa movente nello spirituale.

Le mire del principe di questo mondo, che in questo secolo ha avuto modo di scatenare tutte le sue legioni, proprio da un ventennio a questa parte ha incrudito la sua azione con un giro di vite di quei poteri al suo servizio che controllano il globo proprio verso l’estinzione del genere umano su tutti i fronti: con la promozione massiva dell’aborto, della contraccezione, dell’eutanasia, ma anche dei disordini della sessualità contronatura (e quindi costituzionalmente infertile) ed in generale con la diffusione di una cultura mortifera dominante che tende alla disperazione e all’annichilimento.

Però, siccome l’astio dell’angelo ribelle verso Dio non si limita all’odio contro l’uomo, ma anche contro la Creazione stessa, ecco che esso infine, allo scadere di questo tempo di tenebra concessogli, muove i suoi pezzi sulla scacchiera nell’attentato finale a Colui che di questo mondo e di tutto il Creato è il solo e vero Re.

Poiché, come detto in precedenza, più volte, nel corso di questo secolo anticristico, tentò invano lo scacco, ma questa volta, che è anche l’ultima, ho l’impressione che la Regina non interverrà in favore dei pedoni, poiché questi hanno lasciato pervicacemente cadere nel vuoto tutti i suoi avvertimenti, cosicché lo scacco parrà essere matto.

E nella passione che contraddistingue questo nostro tempo, soltanto dopo che il calice amaro sarà stato bevuto fino all’ultima goccia, quando la morte sembrerà aver trionfato, avverrà l’eucatastrofe, e per quel resto di umanità purificata nel fuoco ci saranno «cieli nuovi e terra nuova».

Standard
Storie

American Apocalypse

E va bene, il titolo è un pochino suggestivo, lo ammetto, ma d’altronde non si allontana poi di tanto dalla realtà, poiché davvero in questo momento negli USA è in atto una vera e propria guerra civile di tipo post-moderno, animata dallo scontro, nemmeno più tanto sotterraneo, tra i quegli “stati profondi” che detengono e si contendono il potere sulla nazione (ed oltre).

Le recenti elezioni presidenziali hanno portato alla luce alcuni elementi di questo “stato nello stato”, che nel promuovere la candidata democratica sconfitta sono venuti allo scoperto lasciando intravvedere come essi appartengano al mondo della finanza (Soros & Co.), agli ambienti para-militari (FBI, NSA, ma soprattutto CIA), alla schiera dei mezzi di informazione (tutti i media, CNN in testa), piattaforme di rete (tipo Facebook o Google), carta stampata, celebrità hollywoodiane e naturalmente le immancabili lobbies arcobaleno.

D’altra parte il neoeletto presidente Trump ha sicuramente coagulato attorno a sé la maggior parte dei dissidenti silenziosi del “sistema”, da alcuni dirigenti delle agenzie (FBI in particolare) ad alcuni di quei capi dell’apparato militare che sotto Obama già manifestavano segni di orticaria alle sue politiche guerrafondaie anti-russe, oltre, naturalmente, alla massa di cittadini americani che senz’altro l’hanno votato, mietuti a man bassa soprattutto in quella middle-class delusa ed impoverita da un sistema economico colluso e fraudolento, e quindi vogliosa di un riscatto dalla deleteria amministrazione precedente.

Tuttavia non è affatto pensabile che questo sia bastato a Trump per vincere contro una candidata supportata da tanti e tali poteri forti da asfaltare (sulla carta) ogni concorrente: bisogna infatti dare per assodato che anche il tycoon abbia avuto alle sue spalle i suoi sostenitori “pesanti”, i contorni della cui identità forse ora iniziano ad emergere.

E già lo scrivemmo in Keep calm and òcio: per quanto a contrastarlo ci sia uno schieramento composto da tizzoni d’inferno, attenti ad incensare il buon Donald prima di averne valutato attentamente tutti gli atti del suo governo, poiché tanto quanto il “mulattone” abbia le credenziali per candidarsi ad anticristo, il biondocrinito senz’altro non è il Messia, e c’è anche qualche probabilità che non si riveli nemmeno “l’uomo della Provvidenza”.

Staremo a vedere.

Per ora assistiamo con apprensione a quella che ha tutte le caratteristiche di una rivoluzione americana, i cui sviluppi avranno senz’altro ripercussioni a livello internazionale, e non necessariamente in termini positivi.

E se era prevedibile che chi ha investito tanto sulla candidata sconfitta alle elezioni non si sarebbe ritirato in buon ordine, già adesso risulta evidente lo svolgersi di una strategia pluristratificata tutta volta ad esasperare gli animi della nazione e ad un tempo a delegittimare su ogni piano il legittimo presidente, in perfetta linea con le consolidate abitudini democratiche statunitensi.

Il battàge mediatico, infatti, è tutto omologatamente anti-trumpista, ed anche qui in Europa, dopo un primissimo momento di sbandamento che ha visto qualche “ciucciacalzino”, se non proprio cambiare bandiera, almeno smorzare i toni, ora i tromboni del giornalettismo e della politica sono ritornati alla carica, forse rincuorati dalle prezzolate manifestazioni di piazza a marc(hett)a Soros, ma forse con le speranze rinvigorite anche da qualche messaggio subliminale proveniente da oltreoceano.

Come ad esempio quella stranissima frase di commiato di Barack e consorte al discorso d’addio: un “sarò sempre con voi” di messianica ridondanza che, a seconda di chi ascoltava, poteva sembrare una promessa o una minaccia.

Tanto che molti l’hanno preso in parola e così hanno presto organizzato una trincea per fermare il presunto abusivo della Casa Bianca, tirando in piedi quel movimento per una “100 giorni di resistenza a Trump” subito accolta dal congresso ed incominciata con una coloratissima “festa danzante gay” davanti alla casa del vice Pence.

Movimento continuato con un incrudirsi della campagna mediatica diffamatoria, con la patetica “pussyhat revolution” per le strade capitoline, con l’apertura di inchieste formali sui coinvolgimenti degli hacker russi nella campagna elettorale americana da parte delle agenzie nazionali di investigazione ed infine rilanciata ad oltranza ad Hollywood (emblematicamente inquietante l’affermazione di Michael Moore in una video intervista per la MCNBS, in cui proclama che “Obama è ancora il Presidente degli Stati Uniti”, mentre l’intervistatore ricalca per due volte asserendo: “Sì, lo è”).

E nelle strade degli USA i rivoltosi già menano le mani contro gli organizzatori di eventi pro-Trump fino a quando essi non vengono sospesi per motivi di ordine pubblico, il tutto mentre la polizia rimane a guardare, intervenendo soltanto appena prima che la situazione degeneri e apparentemente con riluttanza.

In effetti pare si stia concretizzando quell’ipotesi paventata da Putin già a metà del mese scorso, quando in conferenza stampa ebbe ad affermare che certe forze negli Stati Uniti vogliono minare la legittimità dell’elezione di Donald Trump; le stesse, pare, che come campo di prova hanno organizzato la primavera colorata in Ucraina.

Il presidente russo ha osservato che le élite che si oppongono a Trump, si pongono almeno due obiettivi: innanzitutto delegittimare il neoeletto presidente degli Stati Uniti e secondariamente legargli le mani per impedirgli di mantenere le promesse fatte durante la campagna elettorale, “L’élite uscente”, ha detto Putin, “dopo l’allenamento a Kiev è pronta a creare una Maidan statunitense pur di non permettere a Trump di governare l’America”.

Forse sarà per questo motivo che nella prima settimana di presidenza il buon Donald ha firmato decreti esecutivi letteralmente “come se non ci fosse un domani”.

Detto fuori dai denti: il rischio per lui va da un pretestuoso impeachment all’assassinio tout-court, ma come ha dichiarato il suo vice Mike Pence alla Marcia per la Vita, il tycoon ha coraggio e “spalle larghe”, il che potrebbe anche far pensare che le abbia “coperte”, le spalle.

Intanto in Ucraina, dove guardacaso hanno trascorso il capodanno il senatore McCain ed il suo fedele compare Graham, sono ripresi i bombardamenti degli indipendentisti finanziati dalla CIA per la “riconquista” del Donbass: naturalmente i media hanno subito dato la colpa a Putin, salvo poi essere palesemente smentiti dagli stessi osservatori internazionali presenti sul campo.

La questione però è se il via libera all’infrazione del cessate il fuoco è partito con o senza l’assenso della nuova amministrazione americana: poiché se è stata un’iniziativa dell’agenzia che per conto del clan Obama-Clinton ha finanziato la primavera Ucraina, allora significa che lo stato profondo è in grado di agire in completa autonomia rispetto alla presidenza (e questo potrebbe preludere in futuro né più, né meno che ad un bel colpo di stato), nel caso invece che ci sia stato l’ok della presidenza, allora significa che Trump vuole giocare la sua partita su più fronti (le alternative sono che il tycoon sia stupido oppure che ignori ciò che fa il suo stesso staff, e tra le due non so quale sia la peggiore).

Le ultime prese di posizione in politica estera sembrerebbero avvalorare l’ipotesi che il buon Donald non abbia proprio le idee chiare su che linea adottare: da una parte proclama la distensione con Putin, ma dall’altra manda il generale Flynn a dare un puntiglioso ultimatum all’Iran, come se questo non fosse uno storico quanto preziosissimo alleato della Russa in medioriente.

Da una parte dice peste e vituperi della CIA, ma nella prima settimana del suo mandato corre a visitare l’agenzia ed il suo direttorio elogiandone il lavoro e rassicurando l’appoggio della sua amministrazione.

Promette di “prosciugare la palude” dei grandi interessi di affaristi, lobbisti e politici a Washington, salvo poi riempire il suo nuovo governo con figure miliardarie di quella stessa “palude” e nominando finanzieri di Wall Street in posizioni di sovrintendenza dell’economia.

Ed anche il muso duro con la Cina lascia un po’ perplessi, perché se dal punto di vista economico non fa una grinza, da quello politico potrebbe rendere difficili le prospettive di distensione con la Russia, visto che, come per l’Iran, anche la Cina è un alleato di grande importanza nel quadro geopolitico dell’Asia.

Ora, questo comportamento come minimo discontinuo (per non dire contradditorio), unito alla campagna di delegittimazione dei “poteri forti” che gli sono contrari, certo non favorisce l’immagine del nuovo presidente, ma anzi, potrebbe offrire ai suoi avversari un fianco scoperto in cui affondare una lama che altrimenti rimarrebbe probabilmente spuntata.

Intanto i milionari della Silicon Valley fanno a gara per apparecchiarsi bunker anti-atomici di lusso in Nuova Zelanda: sarà solo un eccesso di prudenza, oppure hanno percepito qualcosa nell’aria che tira ai piani alti?

Perché in una visione profetica della storia non possiamo permetterci di ignorare la possibilità di assistere a quel passaggio dell’Apocalisse che, riferendosi alla “bestia”, afferma: «Vidi che era simile a una pantera, con le zampe di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e il suo grande potere. Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita. Allora la terra intera, presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia» (Apocalisse 13,2-3), così finisci col pensiero a quel “piccolo corno” dalla carnagione panterina, detronizzato, eppur considerato “ancora il Presidente degli Stati Uniti”, mentre dall’altra parte la Madonnina di Anguera ti butta lì un avvertimento: “Un falso si alzerà e l’altro falso arriverà” (Messaggio del 26/01/2017).

E chiedendoti chi sarà chi, ti ritrovi a rabbrividire.

Standard
Cronache

Chi ha paura della “Brexit” (?)

Che poi, a ben guardare, sulla carta la Gran Bretagna magari avrebbe pure da guadagnarci ad uscire dall’UE.
O quantomeno per il Regno Unito non cambierebbe poi tanto stare fuori o dentro l’Europa.

Almeno così dicono alcuni ben informati.

Pare infatti che già ora goda di una specie di statuto speciale che le consente di mantenere la sua sovranità monetaria, di gestire il controllo delle proprie frontiere come meglio crede, la possibilità di mollare il colpo in caso di un eventuale giro di maggiore integrazione, può decidere di attuare differenze di trattamento in materia di stato sociale tra i suoi cittadini e quelli comunitari, di pretendere un adeguamento sulle regole di tassazione al sistema bancario da parte della Banca Centrale Europea.
Insomma di fare un po’ come cacchio le pare.

A parte il fatto che anche solo non partecipare all’unione monetaria la mantiene protetta da tutti quei “vantaggiosissimi” effetti collaterali che invece i cittadini dei paesi dell’Eurozona hanno patito sulla loro pelle in tutti questi anni di moneta unica.

Certo, la sterlina subirebbe magari una forte svalutazione (questa è una reale possibilità), però di fatto la moneta inglese già adesso sta subendo un lento ribasso sui mercati di scambio, e ciò ha messo in moto dinamiche economiche che attenuerebbero, forse anche di molto, un’ulteriore svalutazione.

Ma poi avere la propria moneta deprezzata non è un male assoluto, anzi, aumenta la competitività sulle esportazioni, e siccome l’Inghilterra può avvalersi di una clausola che, in caso di uscita dall’Europa, le permetterebbe comunque di mantenere in vigore per due anni tutti i trattati economici con essa, potrebbe tranquillamente rinegoziarli con il vantaggio di una moneta nazionale concorrenziale: finirebbe un po’ come con Svizzera, Islanda, Liechtenstein e Norvegia, che, fino a prova contraria, campano dignitosamente anche da extracomunitari.

Eppure.

Sì perché a stare a sentire gli strali bruxelliani (e dei capoccia d’oltremanica pro-remain), nel caso di un esito favorevole all’uscita dall’UE del referendum inglese, si scatenerebbe una cascata di drammatiche conseguenze (e ritorsioni) che parrebbero destinate ad affossare economicamente il Regno Unito: una sorta di Armagheddon che addirittura porterebbe ad un nuovo tentativo di secessione da parte della Scozia.

I tedeschi, per la cronaca, hanno già alluso, e mica tanto velatamente, a minacce di vendetta.

Anche se invece c’è chi sostiene che un’eventuale Brexit, non comporterebbe nemmeno tutto ‘sto gran danno economico per il resto dell’Unione: un po’ perché, come detto, proprio in virtù di quello statuto particolare, di fatto l’Inghilterra così europea non è che sia mai tanto stata; e un po’ perché alla fine oggi l’economia gira (male) su scala globale e l’eventuale ridimensionamento del mercato europeo, pur comportando qualche inevitabile cambiamento, non avrebbe esiti così catastrofici, visto che in realtà l’UE avrebbe perfino da guadagnarci nello stipulare accordi con nuovi partner extracomunitari.

Certo, questo se l’Europa fosse davvero unita.

Perché forse proprio questo è il punto.

Forse è proprio per questo motivo che un paio di settimane fa la regina Elisabetta si è lasciata sfuggire tra i denti quel commentaccio sottovoce, una cosina sussurratale all’orecchio nientemeno che dai massimi livelli dei servizi militari britannici, tipo che: «Se noi (la Gran Bretagna n.d.r.) non “Brexit”, si entra in uno scenario inevitabile di terza guerra mondiale».

Poiché il rischio (più che reale) è che, se una nazione importante come l’Inghilterra se ne va dall’UE sbattendo la porta a furor di popolo, dà un cattivo esempio: un po’ come se contraddisse in maniera eclatante l’illuminata agenda programmatica bruxelliana.

Che poi magari anche ad altre nazioni salta la mosca al naso e prendono esempio (visto che i movimenti euroscettici guadagnano sempre maggior consenso tra il popolino di ogni membro, Germania compresa).

Potrebbe essere la proverbiale goccia che fa traboccare un vaso che sotto molti aspetti è già colmo, causando magari, chissà, una specie di fuggi-fuggi generale.

Sarebbe un po’ come il crollo della Torre di Babele: e senza più l’Unione degli Stati Vassalli d’Europa, come farebbe poi l’Amerika a tenere a bada quella gran cattivona della Russia?

Giacché a quel punto per gli USA, senza una base d’appoggio solidamente subalterna nel vecchio continente, non potrebbe verosimilmente più entrare in conflitto armato con un reale antagonista (quale è la nazione di Putin) alla propria presunta e velleitaria supremazia mondiale: avversario che però si trova così noiosamente distante in termini geografici.

E allora addio ad ogni ambizione d’egemonia statunitense, e benvenuta nuova era di multipolarità di superpotenze, ma questo, la patria delle libertà, il faro del mondo civilizzato, non lo può mica tollerare.

Insomma: chi è che ha più paura di ‘sta Brexit?

Restiamo sintonizzati, ché forse a fine mese lo scopriremo.

Standard