Fede

Il nocciolo della questione

Ma perché Gesù, che pure in quanto Dio avrebbe avuto il potere di farlo, non è sceso dal suo patibolo? Non avrebbe dimostrato più facilmente in questo modo la sua divinità?

Questa è la domanda a cui occorre rispondere, altrimenti si rischia di perdersi nelle belle disquisizioni sui “massimi sistemi” senza nemmeno scalfire la sostanza della questione di fede.

Se Gesù fosse sceso dalla croce avrebbe ineluttabilmente sigillato la distanza infinita tra Dio e l’uomo: se egli non fosse morto sul legno come un uomo, non avrebbe associato al destino umano il destino divino.

Il Cristo che non soccombe alla morte dell’uomo manifesta solamente che, a differenza del genere umano, Egli è immortale, e così, mentre a Lui è riservata la sorte imperitura degli dei, gli uomini continueranno come sempre ad estinguersi nell’oblio secondo l’immutabile sorte riservata alla caducità creaturale.

Il Dio incarnato che si lascia passare attraverso la sofferenza e la morte, invece, associa queste due realtà ineluttabili, che attraversano la vita di ogni uomo, alla propria divinità, facendone quindi una prerogativa di Dio, prima che dell’umanità, cosicché esse d’ora in poi non appartengano più soltanto alle creature, ma siano innanzitutto un contrassegno del Creatore, il quale, ordinando tali realtà alla Sua risurrezione, associa per sempre e per tutti il destino di ogni uomo non più al non-senso del dolore e della morte, bensì al significato pieno di una vita che, vissuta in comunione con Lui, è già trasfigurata nel divino, sia nel tempo che nell’eternità.

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Cronache

The walking dead

“Ci sono più morti che camminano nelle città dell’Occidente che sui marciapiedi di Calcutta”

(Madre Teresa di Calcutta)

Confesso una certa inclinazione per il genere horror sugli zombie.

Forse perché in filigrana mi sembra quasi di scrutare una metafora della società contemporanea: proprio come nella celebre serie televisiva citata nel titolo, anche il mondo odierno è conteso tra viventi e non-morti.

I primi sono in una minoranza oramai sempre più esigua, composta dai sopravvissuti alle epidemie del secolo: sono coloro che vivono ancora una relazione personale con il Dio della vita, coloro i quali, assumendo il Cristo Vivo, ancora resistono all’imperante cultura della morte, cercando di salvare il salvabile.

Poi ci sono gli zombie, che sono una maggioranza soverchiante: la massa di coloro i quali vivono secondo gli standard antiumani del mondo (quella mentalità abortiva, contraccettiva, eutanasica, bellicosa e sterilmente pansessualistica tanto propria di una civiltà moribonda), e che si omologano al culto del brutto declinato in ogni forma possibile di perversione, riducendosi a vivere senza vivere, lasciandosi muovere giusto dall’istinto, come gli animali, senza il senso di un’origine né di un destino.

Proprio come non-morti mangia-cervelli imperano attentando l’esistenza dei viventi ancora rimasti, i quali si ritrovano sempre più pressantemente assediati, sempre più diminuiti nel numero, sempre più spesso testimoni delle defezioni di chi si lascia mordere mortalmente dal secolo, e come tralcio staccatosi dalla Vite rinsecchisce e diventa buono solo per essere gettato nel fuoco.

Rimane però una differenza con l’epilogo da “olocausto dei morti-viventi”: grazie a Dio (letteralmente) c’é ancora una cura per guarire dalla zombificazione, e come nel film “Warm bodies”, l’antidoto è l’Amore, quello con la maiuscola però.

Quello che ancora oggi, in questo mondo di cadaveri ambulanti, si ostina a farsi carne e sangue, a dare la vita affinché i morti possano risuscitare.

Ed io lo so per certo: perché ero uno di loro.

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Fede

Cronaca di una visita

Tre minuti: questo è il tempo concesso per sostare di fronte alla Sindone.

Ci pensi mentre percorri la coda che ti porterà a contemplare la tanto discussa reliquia, mentre ti immagini quali saranno i sentimenti, magari le emozioni, che attraverseranno il tuo cuore quando sarai davanti al lenzuolo; quello stesso lenzuolo che hai già veduto tante volte in fotografie più o meno dettagliate, ma che ora potrai finalmente osservare dal vivo.

Basteranno tre soli minuti per farsi un’idea definitiva di che cosa è in realtà quel pezzo di lino? Sono sufficienti tre minuti per far sbocciare la fede nel cuore di chi non crede? Sono abbastanza tre minuti per soddisfare il desiderio di venerazione per coloro che riconoscono il volto di Dio nell’immagine impressa sulla tela?

I pensieri ti si affollano nella mente, misti magari a qualche sprazzo di preghiera, mentre la coda procede, più o meno velocemente, verso la meta di questo strano pellegrinaggio. Strano perché di ciò che vai a visitare sai magari già tutto ciò che c’è da sapere; strano perché dell’oggetto che vedrai hai già visto tutto quello che è possibile vedere; strano perché, pur conoscendo anticipatamente ed esattamente ciò che ti si parerà davanti agli occhi, nel cuore ti aspetti qualcosa di nuovo, di sorprendente: segretamente ti aspetti qualcosa di miracoloso.

Poi, ad un tratto, dopo tanti vagheggiamenti, entri nella semioscurità della Basilica. Percorri gli ultimi passi su quel palchetto di legno foderato che sembra quasi prenderti per mano per condurti davanti all’oggetto di tante attese, mentre tenti le prime sbirciatine a quello che tra poco vedrai chiaramente.

Infine, quasi inaspettatamente, ti ci trovi di fronte, e senza che tu te ne renda conto il cronometro scatta. Le parole di un’orazione lontana si spandono per l’aria, ma tu le senti a malapena, perché ora ci sei davanti alla Sindone e l’immagine di quell’uomo imbrattato di sangue e percosse ti assorbe totalmente, ti pacifica il cuore, ti sgombra la mente e ti attira a sé. Tanto che l’unico pensiero che ti rimbomba in testa è che sei troppo lontano. Tanto che l’unico desiderio che ti fa eco nel cuore è che vorresti essere lì vicino, toccarla, annusarla, stropicciarla al tuo petto in un abbraccio virtuale con la persona che essa rappresenta.

Così come ha fatto Maria.

Perché allora non ci sono più dubbi: è Lui, non può essere che Lui quell’uomo. E dentro tutta quella sofferenza così crudamente ritratta intravedi anche la beatitudine del sacrificio, la gioia della risurrezione: perché dentro quel lenzuolo il cadavere non c’è, ne rimane soltanto il riflesso, come l’ombra scarlatta di Colui che è vivo, per sempre.

E così, quando i tre minuti sono finiti, solo una parola ti rimane nel cuore: grazie.

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