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Una croce con il sorriso

Nella carne, col sangue - Miniatura

di Claudia Cirami

«Conoscerai un grande dolore e nel dolore sarai felice. Eccoti il mio insegnamento: nel dolore cerca la felicità». Sono le parole di un personaggio de “I fratelli Karamazov di Dostoevskij” e mi vengono in mente mentre finisco di leggere Nella carne, col sangue di Andrea Torquato Giovanoli.

L’immagine di copertina è rivelatrice del tema: la mano di un adulto e quella di un bambino unite da un chiodo che le trapassa. Non entrerò nei dettagli, perché è una storia tutta da scoprire, ma la croce che Andrea porta sulle spalle, condivisa da sua moglie Emanuela, ha a che fare con i suoi figli.

Andrea ed Emanuela sono una coppia di sposi che si è aperta da subito alla vita, ma ha dovuto presto fare i conti con un disegno di Dio diverso da quello che avevano immaginato. La loro “via crucis” poteva avere poche tappe, volendo. Sappiamo che il pensiero corrente (quella mentalità anti-vita che, per lo meno nell’Occidente secolarizzato, pervade tutti gli strati sociali e diversi ambienti culturali) ordina di fermarsi alle prime “difficoltà”. Più in là è proibito andare.

Il tono sereno e le argomentazioni sicure di Andrea ribaltano però questa prospettiva anti-cristiana. Andrea ed Emanuela vanno avanti, affidandosi a Dio. Anche noi, spesso senza volerlo, siamo ghermiti dagli artigli di questa mentalità e ne veniamo in parte feriti e quindi infettati. Così siamo grati a quest’uomo, padre-coraggio, che ci ridona, in pagine di una grande limpidezza, la possibilità di riabbeverarci alle fonti dell’autentica dottrina cristiana sulla sofferenza e sulla vita.

Capitolo dopo capitolo, scopriamo la storia di una famiglia normale che, tuttavia, prova dopo prova, si lascia scolpire dal dolore, accettato senza recriminare, per diventare sempre più “super” secondo la visione cattolica. Che non vuol dire togliere di mezzo i problemi e le difficoltà, ma “leggere” la realtà alla luce dell’Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione di Gesù Cristo.

Come Maria, la sorella di Lazzaro, Andrea, insieme alla sua famiglia, ha scelto la parte migliore (cfr. Lc 10, 38-42): stare con Lui.

Perché?

Per imparare a «scrutare sottilmente le circostanze del vivere riscontrando in esse la grazia di Dio, il Suo amore per ogni uomo e ogni donna, la Sua incrollabile fiducia nella nostra capacità di elevarci (col Suo aiuto) al di sopra della nostra finitezza», come scrive lo stesso Andrea nel capitolo dedicato a Jonathan, uno dei suoi figli.

Può una storia di dolore lasciarti dentro l’idea che la Croce sia davvero Redenzione?

E che attimi terribili possano diventare semi di Risurrezione?

Sì, se è raccontata come fa Andrea. Che non si autocommisera, e proprio quando ti sembra che stia portando uno dei pesi più grandi del mondo (e pensi che le tue misere spalle crollerebbero solo a portarne una piccola parte), scrive: «Non mi sento di dire che abbiamo dovuto sopportare la più gravosa delle croci».

A leggere queste parole per un attimo si rimane disorientati. È Andrea, però, a dirigere le danze e a condurre il lettore a comprendere il senso di questa affermazione e dell’accettazione serena, che è l’unica strada per trovare la felicità nel dolore.

Alla fine, non puoi far altro che convenire con lui: non è sua la croce più gravosa. Sono più pesanti le croci portate senza amore.

È l’amore che fa la differenza, che non è solo quello di un padre e di una madre verso i loro figli, ma anche quello verso la Croce che Dio ti chiede di portare.  E se abbracci con amore la Croce, il Padre misericordioso non ti farà mai mancare il suo conforto e trasformerà ogni Via Crucis in una Via Lucis.

L’accettazione di Andrea e della moglie è vera e non ha nulla di passivo né di falsamente consolatorio.

Firmando la prefazione al libro, la giornalista e scrittrice Costanza Miriano scrive: «So solo che Andrea basta incontrarlo per capire che è vero».

Gli occhi di Andrea, dalla quarta di copertina, vi osservano sereni. Non mentono. Perché i cristiani che vivono la radicalità evangelica esistono. E sono come i pochi giusti, l’esistenza dei quali il patriarca Abramo ricorda a Dio (cfr. Gen 18, 20-33) per evitare che sugli altri si abbatta il castigo divino.

Ha scritto Benedetto XVI: «I giusti devono essere dentro la città, e Abramo continuamente ripete: “Forse là se ne troveranno…”». E spiega così il senso di quel “là”: «È dentro la realtà malata che deve esserci quel germe di bene che può risanare e ridare la vita. È una parola rivolta anche a noi: che nelle nostre città si trovi il germe di bene; che facciamo di tutto perché siano non solo dieci i giusti, per far realmente vivere e sopravvivere le nostre città e per salvarci da questa amarezza interiore che è l’assenza di Dio».

Andrea ed Emanuela, con la loro storia di accoglienza cristiana quotidiana, sono tra quei giusti e ci danno speranza: il germe di bene è ancora presente nelle nostre città ferite dal peccato.

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Con gli occhi della Madre

Il Vangelo di Maria - Miniatura

di Paolo Pugni

Le Scritture, quelle Sacre, sono come un videogame: quando pensi di essere arrivato in fondo si spalanca un nuovo livello.

E questo lo si dovrebbe sapere, così come che ogni singolo versetto della Bibbia parla in modo personale ad ognuno di noi e poi ce n’è uno in particolare che ti va diretto al cuore e si installa lì, e ti tormenta.

Per tacer di quelli che poi si insinuano nella ragione e scavano dentro di te fino a trovare quel senso, quella lucidità, quel colore che ti rende tutto terso: come una mattina d’estate che il giorno prima ha piovuto a dirotto e il vento ha soffiato in un temporale da aver paura anche adesso, non solo quando eri bambino, e il cielo è bello come quando è bello qui in Lombardia, e vedi le montagne e tutto ti sembra felice, di quella felicità profonda che non finisce mai.

Ecco: lo sai, ma ogni volta che ti si squaderna davanti questa verità la guardi come un bambino sorpreso, con quello stupore che fa saggi e candidi, perché il cuore di pietra è quello di coloro che ormai non sanno più spalancare gli occhi e chiedere scusa al mondo.

Ora io non è che sempre riesca a schierarmi nelle fila di coloro che guardano il mondo con gli occhi puliti, con lo sguardo alla giovane Holden direbbe Baricco, ma spesso anzi me li vedo cisposi questi occhi, avvolti dai miei pregiudizi e più ancora dalle mie presunzioni, di uomo che ha letto, e anche se non è mai stato a Cuneo, il mondo, anche quello dei libri, un po’ l’ha girato.

Perciò ogni tanto ci vuole una tirata d’orecchi, uno spintone, uno schiaffetto che ti faccia svegliare e gettare via il mantello dell’orgoglio per startene, coi pantaloncini corti del bambino che eri, per poter rivedere la vita in filigrana, la realtà in trasparenza, come albero e foglia.

Così mi scrive su Facebook un signore che ho visto qualche volta anche nella vita reale e mi propone di leggere un suo libro, che vuole sapere che ne penso. Accetto con riserva di tempo, e ci diamo appuntamento all’uscita da Messa, come in un romanzo manzoniano. Un incrocio rapido. Secco. Da uomini.

Poi scopri un po’ della sua vita, dalla famosa quarta di copertina, e la prima cosa che salta agli occhi è che ha lo slancio del genio, se si descrive come “autore inedito”, però poi l’umorismo entra nella durezza della vita che passa dalla perdita di tre figli e dall’ultimo, che è così gravemente malato da spingerlo a chiedere preghiere.

E allora capisci: capisci da dove nasce quella saggezza che si dispiega nelle pagine del saggio, un criterio temprato nella sofferenza che gli ha dischiuso i sentieri della Scrittura per rivelare a chi accetti di mettersi in gioco cosa nascondono le pieghe tra un versetto e l’altro.

Il Vangelo di Maria si intitola e no, non è una di quelle opere pretenziose e saccenti che ti dicono, alla Dan Brown, cose che solo gli illuminati sanno. È piuttosto la vita vista con gli occhi di Madre, e segnata dai venti misteri del Rosario, pregati prima che descritti, con una luce da far piangere, da sprigionare amore.

Perché qui c’è il segno del mistico avvolto nella sapienza di chi studia e tira fuori l’esegesi che non ti annoia, ma ti spalanca quegli hyperlink che connettono Antico e Nuovo, come lo scriba saggio, e che disvelano quel divino gioco che anticipa e rivela la storia di Cristo.

Leggo e piango, di gioia, di dolenza sana, quella che nasce dal timore, e capisco. Infatti Andrea Torquato Giovanoli (questo il nome dell’autore, ma prima ancora del padre dei dolori) ti guida dentro la verità con pennellate che spalancano, come quella domanda secca e nuova: come faceva Elisabetta a sapere che Maria era incinta prima ancora che quest’ultima aprisse bocca?

C’è un legame a doppio taglio tra la felicità e il dolore, perché bisogna sempre passare dalla croce.

Ma c’è così tanta luce che abbevera il cuore e trabocca sino a colmare anche l’intelletto.

E ve lo dovevo dire per condividere le cose belle e sante della vita.

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