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Cose che una donna

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di Claudia Cirami

Ci sono uomini che a dispetto di grandi impegni lavorativi e famigliari sfornano un libro dietro l’altro, e magari hanno pure la ventura di riuscire interessanti: qualcuno li chiama scrittori. Il garbo e la tagliente ironia dell’orafo milanese si riversano stavolta sulla parte rosa del mondo.

Si può scrivere di femminismo medievale?

E qual è, eventualmente, il collegamento con la nostra contemporaneità?

Possiamo trovare le risposte a queste domande nell’ultimo libro di Andrea Torquato Giovanoli.

Il titolo, accattivante e audace, è Cose che una donna – Prontuario di femminismo medievale (Gribaudi 2018).

Per una certa mentalità odierna potrebbe apparire indigesto, irritata com’è dal termine “medioevo” (e da una sua lettura irrimediabilmente pregiudiziale) e ipersensibile alle tematiche che hanno per oggetto le donne.

Eppure il testo rappresenta un’ulteriore tappa nell’indagine, mai scontata, che lo scrittore porta avanti da tempo.

L’oggetto del suo interesse sono differenze e complementarietà dei due generi.

Giovanoli sa che uomini e donne hanno bisogno gli uni delle altre.

Uno dei drammi della contemporaneità è stato convincersi che fosse arrivato il momento per entrambi di procedere separatamente. 

Oggi le donne sembrano più forti.

Gareggiano con gli uomini nel mondo del lavoro e in altri ambiti, sono libere, autonome.

Arrivano ad usare termini infelici per definire l’uomo, ma basta una parola sospetta rivolta al proprio genere per farle gridare al sessismo (la cui perniciosità è reale, ma quasi mai ha a che vedere con le polemiche da social).

In molte situazioni, anche dentro le mura di casa, le donne hanno assunto un ruolo totalmente differente da quello che veniva loro attribuito un tempo.

L’uomo non sembra più importante.

Tuttavia c’è una frase del libro di Giovanoli che fotografa perfettamente il senso della vittoria di Pirro che le donne hanno ottenuto sugli uomini: lo scrittore ci riferisce, con acume, di «un mondo occidentale ormai popolato di tigri di carta che si fingono dominatrici di una mandria di capponi imbelli».

Le donne, infatti, sono solo apparentemente più forti.

In realtà sono creature persino più fragili e confuse di ieri, perché, partendo da rivendicazioni giuste, sono arrivate a lottare tante volte solo per mostrare la loro superiorità sull’altro sesso.

Così facendo, tuttavia, hanno finito per deresponsabilizzarlo, mandando in crisi – in un solo colpo – autostima, autorevolezza, persino virilità degli uomini.

Questo, alla fine, ha compromesso le relazioni tra i due sessi.

Giovanoli chiede: «dopo tutte le battaglie fatte per ribaltare i rispettivi ruoli, siete voi donne più felici? E noi uomini siamo più in grado di soddisfare le vostre aspettative? Le società in cui ci ritroviamo a vivere sono forse più salde e giuste? Adesso finalmente maschi e femmine se la giocano alla pari?». 

Queste domande ci dicono qual è il problema.

C’è un impegno da assumere, ma non è quello che tante donne hanno in mente: non serve combattere per affermare il proprio dominio sul “maschio cattivo”.

Se guardiamo invece il punto di vista maschile, agli uomini non è certo chiesto di schierarsi in una contro-risposta che ci riporti alle epoche in cui alle donne venivano negati vari diritti.

Il vero impegno è cercare un nuovo equilibrio che valorizzi entrambi e consenta di vivere insieme nel rispetto accogliente delle reciproche differenze.

Il libro di Giovanoli si presenta come uno strumento utile per una riflessione costruttiva.

Il femminismo medievale, a cui il titolo si riferisce, non è un tentativo anacronistico di riportare indietro l’orologio: lo scrittore recupera il Medioevo per parlarci di una donna che, in quel tempo lontano, si sentiva bisognosa di protezione maschile ma che, proprio per questo, consentiva all’uomo di esprimere al meglio le proprie qualità.

Egli fa notare alle donne che abitano questo presente complesso che, nei secoli medievali, esse avevano scoperto come parlare con semplicità alla parte migliore dell’uomo.

Questo prontuario, allora, non serve per indossare un costume da castellana e aspettare il proprio cavaliere con atteggiamento sottomesso, ma si caratterizza come un’attenta riflessione su come migliorare i rapporti tra uomini e donne.

Serve per spiegare alle donne il “funzionamento” dell’uomo, agli uomini per capire l’intricata selva delle emozioni femminili, ad entrambi per vivere più felici.

Con ironia e lucidità, lo scrittore milanese ci regala sorrisi e ci stimola a pensare.

Non assume il ruolo del maestro: è più un fratello maggiore che bonariamente richiama le donne a guardare gli uomini con sguardo realistico e, indirettamente, suggerisce a questi ultimi come relazionarsi con le prime.

Entrambi sono colti nelle loro debolezze, ma presentati anche nei loro indubitabili pregi.

Giovanoli attinge molto dalla propria esperienza di marito e padre di più figli.

Esilaranti i siparietti con la moglie, spassosi i racconti familiari: arricchiscono il saggio di quel tocco di vita vissuta che si fa condivisione con il lettore, a cui l’autore mostra la bellezza del matrimonio, pur nelle inevitabili difficoltà quotidiane.

Diviso in tre parti, che corrispondono al passato, al presente e al futuro, il libro è certamente segnato dalla prospettiva di fede dell’autore, che ci ricorda la nostra creaturalità e il nostro essere dipendenti da Colui che ci ha chiamati all’esistenza, l’Unico che ci definisce davvero e che placa le nostre inquietudini.

Questo, tuttavia, non limita la lettura del libro al solo mondo cattolico.

L’esperienza di coppia e familiare conduce lo scrittore ad essere perfettamente a suo agio sia nel descrivere l’uomo e i suoi dinamismi che nel seguire i sentieri dell’animo femminile.

Il suo è un libro che può essere perciò consigliato a tutti coloro che vogliono affrontare il tema delle relazioni tra uomo e donna, siano essi credenti o meno.

Per gli uni e per gli altri, la proposta dell’autore del saggio è significativa.

«L’unica soluzione al disincanto e soprattutto alla delusa rassegnazione – scrive Giovanoli – è mutare il proprio sguardo su di sé e sull’altro: innanzitutto prendendo coscienza di essere per primi difettosi e quindi di dover lavorare inizialmente su se stessi per riconoscere e cercare di venir incontro alle necessità dell’altro, e poi guardando all’altro non cercando le sue mancanze, ma piuttosto dando valore alle sue ricchezze, le quali, se ci faremo caso, sono proprio quelle che riempiono i nostri vuoti».

Lo scrittore ci offre una lezione di vita vissuta, accessibile a tutti, sulla quale dovremmo riflettere (anche sorridendo).

Fra poco sarà San Valentino, è tempo di doni per le coppie: perché non regalare o regalarvi un libro utile?

Cose che una donna vi aspetta.

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Papà senza controllo

Miniatura PSC

di Maddalena Negri

La nuova fatica letteraria dell’instancabile Andrea è un agile libro di 154 pagine, dal titolo “Papà senza controllo – o dell’essere padri e non Padreterni” (edito da Berica Editrice, per la collana Uomovivo).

In questo suo nuovo volume il nostro autore, saltellando come un elfo da un aneddoto all’altro, parla di paternità e di figliolanza, di vita ordinaria e straordinaria sofferenza, e di molto altro ancora, ma col suo stile avvincente e sbarazzino sempre riesce a rendere edibili anche i bocconi più amari della dura realtà, la quale talvolta rivela l’immaginifica avventura della vita.

Da una prospettiva sempre più matura e consapevole, l’ormai eptapapà affronta il tema della paternità proprio in quei suoi aspetti più ostici da accettare ed ecco che allora ogni capitolo offre un tema diverso e una “perla” da assaporare: il controllo, immancabilmente disilluso dalla realtà; la Verità, che rende liberi, ma impegna anima e corpo; il senso del dolore e della morte, che solo in Cristo possono trovare significato; l’ambizione al Cielo, perché solo puntare in alto fa crescere davvero; la Misericordia Divina, perché un Padre cerca sempre di “aggiustare” ciò che il figlio distrugge; la Divina Giustizia, poiché “la misericordia, disgiunta dalla giustizia non è amore, perché non fa il bene dell’amato”; il valore dell’obbedienza, che nasce da un comando che è sempre dato per amore; l’abbandono fiducioso, che nasce dalla liberante consapevolezza di essere “soltanto creature”; la divina Volontà, per cui dovremmo avere la medesima solerzia dei bimbi all’annuncio in tv del proprio cartone animato preferito; ed infine l’ultimo capitolo, che è un estemporaneo tuffo nel passato dell’autore.

In un susseguirsi di rimandi tra terra e Cielo, il padre terreno guarda a quello Celeste, nel tentativo di imitarne le mosse coi propri figli, nonostante gli svariati limiti imposti dal proprio essere creatura e non Creatore: scopre così come, mentre impara giorno dopo giorno ad essere padre, spesso gli atteggiamenti propri (come di ogni creatura umana) nei confronti del Padreterno assomiglino a quelli dei propri figli verso il loro genitore.

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Come la trama per l’ordito

Il Vangelo di Maria - Miniatura

È curioso constatare come, in retrospettiva, alla fine tutti i fili del tessuto trovino il loro posto in una composizione omogenea e coerente: così è stato anche per il modo in cui è nato questo libro.

Tutto è cominciato nella preghiera, durante la meditazione dei Misteri della vita di Cristo: l’esigenza di non perdere nulla di quei pensieri che solo la Parola può sussurrare, mi ha costretto ad annotare ogni cosa, con l’idea di compilare in futuro una sorta di “diario spirituale” a cui poter ricorrere per porre rimedio ai cedimenti della memoria.

Lentamente ha preso corpo un manoscritto voluminoso, sempre più organico, sempre più strutturato. La fatica più grave è stata perseverare nell’impresa e più volte ho invocato l’aiuto celeste per portare a termine un capitolo. Evidentemente la Regina del Rosario non disdegnava l’opera del mio cimento, tanto che alla fine mi son ritrovato tra le mani un libro già pronto. Giunto a quel punto perché non provare a proporlo per la stampa? E la conferma del compiacimento di Maria venne quasi subito, con la proposta di pubblicazione delle Edizioni Segno.

Ora che la tela è composta sembrano volati i due anni trascorsi a scrivere questo libro, tra le pieghe del cui testo, rileggendolo, noto affiorare stralci di esperienza personale: il tocco freddo ed interlocutorio della sofferenza, la gioia appagante delle piccole soddisfazioni, il dibattimento delle fatiche quotidiane, l’esaltante comprensione della beatitudine nel sacrificio d’amore.

Ed oggi che è tolta dal telaio l’opera risulta uno scritto versatile ed originale, che si presta bene ad essere cadenzato nella lettura: proposta personale d’aiuto a coloro che, come me, sono avventurati nell’indagine di quell’affascinante mistero che è Gesù.

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Apologia del maschilista reazionario

La sindrome del panda - Miniatura

di Claudia Cirami

«Un uomo può indossare ciò che vuole. Resterà sempre un accessorio della donna». Pare che a sostenerlo fosse Coco Chanel.

Oggi molte donne – anche se non tutte lo sostengono apertamente (ma alcune sì) – agiscono come se non pensassero in modo diverso dalla grande stilista.
È in questo contesto culturale, veramente avverso al maschio, che è stato scritto il nuovo libro di Andrea Torquato Giovanoli, La sindrome del panda “manuale di maschilismo reazionario” (Gribaudi, 2016).

Nella prefazione al libro, la giornalista Benedetta Frigerio scrive: «Basterebbe questo libro per cominciare, e riuscire finalmente a comprendere la bellezza della propria natura e di quella del sesso opposto» (p. 7).

Un giudizio lusinghiero (e veritiero) che mostra quanta urgenza ci sia di simili testi nell’attuale situazione grottesca in cui viviamo, nella quale si passa, alternativamente, dalla liquefazione dei generi alla guerra dei sessi, a seconda delle circostanze.

È vero: le donne, per secoli, hanno sofferto una certa sopraffazione maschile.
Se pensiamo che autrici che sfidano l’immortalità letteraria come Jane Austen e le sorelle Brontë preferirono pubblicare mantenendo riservata la propria identità, possiamo capire subito che non si possono liquidare come sciocchezze femministe le rivendicazioni che, ad un certo punto della storia, diverse donne coraggiose hanno portato avanti. Basterebbe però la battuta fulminante della madre di Bridget Jones – su quale sia la necessità dell’ennesima marcia per i diritti delle donne – per capire che oggi i tempi sono cambiati (si trova nell’ultimo film, scritto e diretto da donne, quindi al di sopra di ogni sospetto di sessismo).

Certo, in ogni ambito della vita umana (anche per la vita delle donne) c’è sempre un margine di miglioramento, ma è anche vero che la nostra situazione, almeno in occidente, è diversa dal passato.
Eppure la tentazione di far sentire in colpa gli uomini è sempre viva.
Anche quando il sessismo non c’entra.
Anche quando l’uomo si è già piegato a (quasi) ogni desiderio femminile (resta l’estinguersi: dobbiamo necessariamente arrivare anche a questo?).

Andrea Giovanoli così delinea la sua risposta a questo contesto culturale.

Il suo libro è un po’ un appello all’uomo e un po’ una supplica alla donna perché ritrovino quella complementarietà che Dio aveva previsto per loro, creandoli come mutuo sostegno, non come nemici.

Poiché il punto, difficile da nascondere, è questo: c’è il rischio che ad una (triste) storia di sopraffazione antica se ne sostituisca una contemporanea, che vede questa volta la donna sovrastare l’uomo.

E cosa fa Adamo? Si ritira in silenzio, sempre più refrattario a resistere.

Andrea ne è consapevole e lo scrive: «È incredibile costatare – considera – come in così pochi decenni davvero si sia passati dalla figura di un uomo “che non deve chiedere mai” ad un sembiante d’uomo che proprio non si fa più nemmeno le domande» (pp. 17-18).
Scrive perciò un manuale in cui la voce dell’uomo torna a farsi sentire.

È arrivato infatti il tempo di un maschilismo reazionario, perché serve, etimologicamente, una reazione maschia.

Non sveliamo qual è la “sindrome del panda” a cui il titolo si riferisce, ma si può dire che ha a che fare con questo cono d’ombra in cui sembra essere finito l’uomo e da cui deve uscire se vuole tornare se stesso.

L’autore si diletta lanciandosi in una rivalutazione del maschile a cominciare da una rilettura di alcuni dei difetti di “malfunzionamento” che la donna gli addebita.

Con pazienza, Andrea mostra – attraverso digressioni che vanno dalla biologia alla psicologia, passando per la teologia – come l’uomo debba essere visto proprio nella sua differenza rispetto alla compagna di cammino che Dio gli ha messo a fianco, una differenza che è insopprimibile e che, se valorizzata anziché disprezzata, tornerebbe utile anche alla componente femminile dell’umanità.

Da parte sua, però, il maschio deve prendere coscienza di se stesso, delle sue qualità, del suo ruolo. Una resa ingloriosa è diventata la scusa per non impegnarsi, per non esprimere quella “Signoria del Giardino” a cui è naturalmente vocato: «l’uomo è istintivamente teso ad esplorare, osservare, studiare e modificare l’ambiente che lo circonda proprio perché riconosce spontaneamente in sé questa tensione profonda, questa vocazione a riprodurre l’opera creatrice del Padre sul mondo» (p. 67).

L’autorità è divenuta una parola dal peso insostenibile (ma di Gesù non si diceva forse che aveva autorità?), Andrea ne riscopre invece il senso più profondo: «è quella maturata capacità di riconoscere ciò che è buono da ciò che non lo è e la conseguente disposizione a mettere questa capacità al servizio di coloro i quali tale discernimento ancora non lo possiedono, con lo scopo di aiutarli a conquistarlo» (p. 65).
Non una sbagliata riproposizione di un degradante modello di oppressione, dunque: l’uomo di oggi, se riscopre una condizione autentica, può proporsi come una guida, un fondamento, una certezza per la sua famiglia.

Anche le donne troveranno questo testo interessante.

L’autore sa infatti ritrarle magistralmente nella loro forza e, al tempo stesso, nella loro debolezza.

Sa vedere e sa mostrare come in ogni donna risplenda quella capacità di accogliere l’altro per aiutarlo a crescere che talvolta, purtroppo, diventa tentativo di plasmarlo a proprio piacimento. La purificazione della capacità di accoglienza è un tentativo che dura tutta una vita, ma è un lavoro da compiere non soltanto per il bene dell’uomo, dei suoi figli, di coloro che vivono accanto a lei, ma anche per il bene di se stessa, perché è in questa accoglienza che la natura femminile trova il modo più alto di esprimersi.

Andrea coglie immediatamente il risvolto favorevole alla coppia: «non c’è uomo retto il quale, sentendosi guardato come signore dalla donna che ama, non finisca poi per diventarlo realmente, incalzato nell’agone costante a superare la propria natura imperfetta per collimare sempre di più con l’immagine che gli occhi della sua donna proiettano su di lui» (pp. 141-142).

Ed egli tratta questi temi con un’ironia che è il vero fiore all’occhiello di questo libro.

Perché riflette, ma soprattutto si (e ci) diverte dipingendo il ritratto di questa contemporaneità fatta di donne che si compiacciono di saper fare (quasi) tutto meglio, e di uomini sempre più timorosi di sbagliare e – quindi – più propensi a spalmarsi sui divani che a prendere di petto la vita.

In questo racconto lo aiuta la sua vita familiare di marito e padre e coprotagonisti del libro diventano la moglie e i figli. Apologhi o parabole di quotidianità familiare per esprimere la bellezza, ma anche la complessità della ricca dinamica maschile e femminile che l’autore osserva dal duplice punto di vista di marito, nel rapporto con la moglie, e di padre, il quale guardando ai figli, scorge in loro in forma elementare quella complicata e insieme irresistibile differenza tra l’uomo e la donna.

Un ultimo elemento che non può essere trascurato, nello stile di scrittura di questo saggio, è la capacità di Andrea di scrivere da uomo.
Sebbene infatti i temi trattati siano gli stessi di alcuni saggi scritti da donne, il suo è un punto di vista profondamente maschile, persino nel modo di affrontare gli argomenti, che non mancherà di facilitare l’identificazione con i lettori e di divertire (e far meditare) le lettrici.

Leggere questo libro, pertanto, non è solo riflettere su un contenuto istruttivo, ma è, in qualche modo, aprire ad una speranza.

In un’epoca in cui è in atto una grave questione antropologica – le cui ricadute morali e sociali difficilmente adesso siamo in grado di immaginare e quantificare – è fondamentale avere ancora fiducia in una relazione veritiera tra uomo e donna. L’autore ne è consapevole: «una relazione pacifica e gaudente tra i generi è ancora possibile, entrambi i sessi sono stati redenti da Cristo e perciò hanno ogni mezzo per ripristinare tra loro quell’alleanza originaria voluta dal Padre» (p. 144).

C’è ancora qualcuno che crede negli uomini e nelle donne e lo dice a chiare lettere.

Ai profeti e profetesse di sventura – che acuiscono lo scontro – regaliamone una copia: chissà mai che non sia galeotta.

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Libri

Ho letto un libro per bambini

Il Vangelo di Maria - Miniatura

di Massimo Micaletti

Ormai siamo tutti cattolici adulti, tutti abbiamo una nostra “idea” – e sottolineo “idea”, non “giudizio” – sulla Fede, sul Magistero, sul Papa e via dicendo.

Il cattoadultismo prende tutti, dal topo di biblioteca alla parrucchiera, dal cattolico della Domenica al signor quattro-Rosari-al-dì, dal kattolico a quello che: “cattolico ormai non ha significato, meglio cristiano”.

Ma qualcuno è rimasto bambino, o meglio è abbastanza maturo da poter scrivere un libro per cattolici bambini: mi riferisco ad Andrea Torquato Giovanoli e al suo Il Vangelo di Maria.

Ora: di solito non faccio recensioni, non ne ho le qualifiche, non ne ho il tempo, non penso interessi poi a molti sapere cosa leggo e che ne penso, e poi sembra sempre che t’abbiano pagato o promesso un contraccambio, ma faccio un’eccezione per questo libro.

E a dire il vero non so manco se tecnicamente questa possa definirsi “recensione”.

Mi interessa farvi sapere che l’ottica nella quale Giovanoli scrive non è quella del maestro, né quella dello studioso, bensì quella di chi condivide non solo un pensiero sui Misteri del Rosario, ma anche e soprattutto di chi vuol condividere un modo di vedere le cose.

Non è un “punto di vista”, è letteralmente uno sguardo, che poi è quello che forse dovrebbe essere proprio di ogni fede: quello del bambino.

È un modo di vedere le cose molto difficile da sperimentare, soprattutto per come viene vissuta la fede ora: da un lato, anche per chi si ammanta di umiltà, il Magistero diventa solo un punto di partenza per speculazioni e raffronti con “altre fonti”, spesso tutt’altro che oggettive, nei confronti della Chiesa, la Sposa di Cristo; dall’altro, la fede diventa un’esperienza emotiva, in definitiva chiusa in se stessa, una sorta di balsamo per un malessere esistenziale e nulla più, ed il Magistero una raccolta di autorevoli aforismi dai quali piluccare quelli più gustosi ed adatti all’umore del momento.

Ne Il Vangelo di Maria, dinanzi al Mistero dell’Incarnazione, al dramma della Crocifissione, alla gioia della Santa Vergine e di San Giuseppe per il ritrovamento di Gesù al Tempio, così come al dolore immenso di Maria per il proprio Figlio sfigurato, insultato e deriso sulla via del Calvario, lo sguardo è sempre di chi si fida e si affida. Di chi si fa un sacco di domande, ma non perché non creda a chi gli sta parlando, bensì perché, con umiltà e curiosità, vuol sapere perché e percome succedono certe cose meravigliose e tremende.

E le risposte si trovano nei dettagli e nelle digressioni che Giovanoli tratteggia e colma attingendo a piene mani dal Magistero e dalla storia della Chiesa, con amore tangibile per Gesù e per la Vergine, ma senza fantasticare o perdersi in suggestioni sentimentali.

Così pure, ad esempio, il soffermarsi sulle torture e sofferenze che Gesù patì mi fa pensare a quel bimbo che dinanzi ad una scena paurosa non distoglie lo sguardo, ma si aggrappa con tutte le sue forze al papà o alla mamma pur continuando a fare capolino. Il patimento ed il dolore di Gesù vengono descritti vivamente e crudamente, ma sempre alla luce della Resurrezione del Cristo e della presenza di Maria. Le parole sono semplici, i periodi netti, ma incisivi.

Si tratta, in buona sostanza, di un libro di grande profondità e di altrettanto efficace immediatezza: un bel dono alla devozione a Maria, Madre ed Avvocata di tutti noi cattolici.

Perciò leggerlo è stata una bella esperienza, che si può rinnovare ad ogni meditazione dei Misteri del Rosario.

Ed è per questo che ringrazio Andrea, a cui sono, in qualche modo, debitore.

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Libri

Una cosa sola

Non più due - Miniatura

di Alessandra Mazzara

“Coccinellaaaaaa, guarda cosa ti ho portato!”, mi urla una sorridente e felicissima sorella, mostrandomi la copertina di un libro.

“Ma grazie, bimba mia!”, le rispondo, fingendo di essere sorpresa del regalo di cui conoscevo ogni dettaglio, dal momento che l’avevo ordinato io stessa in libreria, ma che era stato ritirato da mia madre con sorellina annessa.

E così, dopo vari sbaciucchiamenti, coccoline, massaggini rilassanti e momenti di sublime ozio sul lettone, dopo la foto della sorella in questione con libro in mano con conseguente pubblicazione su facebook e tag dell’autore, prendo il libro ricevuto in dono e lo posteggio in libreria, accanto ai tre fratelli di carta, in attesa di liberarmi al più presto di Moll Flanders, la donna più sfigata che abbia mai conosciuto e delle sue storie al di là dell’impossibile.

Poi però arriva il freddo e arriva del tutto inaspettato, qui, in questa isola bollente anche a Dicembre. E quindi arrivano anche le coperte e la borsa d’acqua calda e la cioccolata ustionante, e la voglia di accucciarmi al calduccio sul divano con un buon libro.

Però Moll Flanders è ad un passo dal dire al marito che loro due in realtà non sono marito e moglie, bensì fratello e sorella, e la cosa mi fa un po’ senso, perché tra l’altro hanno pure figliato insieme per tre volte, quei due, e storie alla Beautiful come questa non sono adatte ad un pomeriggio freddo e uggioso come questo, quindi metto la Molly in pausa (Defoe mi perdonerà) e tiro fuori dallo scaffale il libro che mi ha portato più di venti giorni fa mia sorella Chiara, Non più due di Andrea Torquato Giovanoli.

Già dalla prima pagina capisco che questo qui è un libro speciale, di quelli che ti colpiscono e ti affondano.

E il bello è che io già lo sapevo, perché di Giovanoli ho già letto i precedenti libri con lacrime e bastonata all’anima comprese nel pacchetto. Ma si sa, sono masochista, e ho deliberatamente deciso di comprare e leggere anche quest’ultimo, così, tanto per ricordarmi quanto faccio schifo (che poi, fa sempre bene ricordarselo).

Ma torniamo al libro.

Come sottolineato nella prefazione, Non più due è un dialogo fitto e dolcissimo tra un padre e la sua bambina, immaginandola ormai adulta, per prepararla (o forse è lui stesso che si prepara psicologicamente) a quando un giorno lei «lascerà suo padre e sua madre» e si unirà al suo sposo e «i due saranno una cosa sola».

E proprio questa “una cosa sola” è il cuore di questo libro.

Ma qualcosa mi spiazza: ci sono passi che non capisco. Passi che parlano della bellezza della croce, capitoli intitolati «Amarsi all’imperfetto», di “lingua ferma che è come rugiada balsamica su di un’anima rinsecchita”.

E allora li leggo e li rileggo, cercando di dare un senso ai concetti, ma non c’è nulla da fare.

E poi una frase, che mi illumina: “Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso”.

Quindi me ne sto zitta e mi rendo conto che a non capire non è il mio cervello, ma la mia anima, ancora troppo acerba o forse troppo attaccata alla terra per certi discorsi.

Perché questo qui, Andrea intendo e con lui l’intera ciurma, è di quelli che ha fatto della croce la sua salvezza, e la sua non è mica una croce di quelle piccoline che porti al collo o appendi al muro. No. È di quelle che manco il Cireneo può farcela ad aiutarti e che ti lascia una ferita sempre aperta.

Io invece sono ferma già da un pezzo sulla via di Damasco con tanto di squame agli occhi, aspettando un Godot che (sembra) mai arrivare. E qui, sulla via di Damasco, non ci sono segnali stradali che ti indicano la giusta via, quella Vera.

E no, sarebbe troppo facile!

Qui l’unico segnale che trovi è un cartello con su scritto: «VIENI E SEGUIMI».

Pensate che più di una volta ho pure provato ad imboccare questa direzione, ma poi mi sono accorta che la fatica era disumana e per me, miss “ControlloTuttoIo” e Nobel per: “DellaMiaVitaDecidoIoCheFare”, è un’impresa (quasi) impossibile.

Però, attenzione!

Non pensate sia un libro stucchevole e bigotto. Tutt’altro.

È anche risate, troppe risate (l’immagine dell’uomo con il piombo nei piedi e nelle natiche rimarrà per sempre impressa nella mia testa. Ero a un passo dalla tomba per il troppo ridere).

É semplicità, gentilezza, profondità, autorevolezza, leggerezza.

E poi tanto, tanto amore. È l’amore che un padre dona visceralmente alla figlia e che mi ricorda vagamente l’amore di quel Padre che per i Suoi figli è arrivato anche a morire.

Quindi non mi resta che consigliare a tutti la lettura di un libro che vi farà piangere dalle risate e perché no, che vi potrà anche aiutare a fare inversione di marcia e a rivedere la vostra vita (con croci, disastri, illusioni, delusioni e quant’altro) con occhi diversi.

Io ci sto provando, ma sono ancora bloccata qui, ancora per le vie polverose di Damasco, ancora con ‘ste cacchio di squame, ad osservare e a far finta di ignorare quell’unico cartello stradale, in attesa che Qualcuno mi tiri una volta per tutte per i capelli e mi dia una sberla.

E con questo chiudo, ma non prima di aver lanciato un importante SOS: Giovanoli grandi e piccini, ascoltate, se per caso doveste trovarvi dalle mie parti, qui a Damasco, che so per una gita domenicale o così tanto per una passeggiata, voi che avete imparato qual è la Vera strada, non è che potreste darmi un passaggio?

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Essere genitori in sintonia con la volontà del Padre

Nel nome del Padre - Miniatura

di Maurizio Schoepflin

Fra i tanti sentimenti che traspaiono dalle accorate parole della preghiera che apre il libro intenso e toccante di Andrea Torquato Giovanoli (Nel nome del Padre, Gribaudi, pp. 128, euro 11), colpisce in particolare la gratitudine che l’orante prova nei confronti di Dio, il quale, donandogli dei figli, ha dimostrato di avere una profonda fiducia in lui.

Un padre terrestre sente che il Padre celeste gli ha “consegnato” alcune anime da Lui create e, avvertendo la potenza e lo splendore di questa scelta divina, eleva al Signore un ringraziamento vivo e appassionato.

È cosa davvero bella e originale interpretare la paternità come un segno concreto della fiducia che Dio ripone nell’uomo, chiamato a condividere l’opera creatrice e l’universale genitorialità del Padre che è nei cieli.

Compreso in questi termini, il ruolo paterno diventa denso di responsabilità e, nello stesso tempo, entusiasmante: così lo ha vissuto e lo vive Giovanoli, come è ampiamente testimoniato da questo suo volume scritto in forma di diario, al quale l’autore confida pensieri ed emozioni, timori e riflessioni, speranze e dolori tipici di un babbo di sei figli (tre dei quali nati al Cielo), che prende sul serio il suo ruolo.

Qual è il segreto di questa narrazione che risulta particolarmente coinvolgente?

«Quello della vita interiore – risponde Giuseppe Corigliano nella prefazione –, contemplativa, del cristiano di tutti i tempi (di Caterina, di Teresa, di Padre Pio, di Francesco …) che sa vedere la mano di Dio nella vita di tutti i giorni. L’unione della vita di fede con l’impegno nelle circostanze della vita quotidiana è la miscela chimica che produce l’esplosione della santità che oggi Dio vuole».

Un babbo santo non fa necessariamente cose mirabolanti, ma ogni giorno è in grado di rendere presente Cristo tra le mura domestiche, laddove l’esistenza sembra scorrere nella ripetitività, mentre, in realtà, agli occhi del credente essa si presenta sempre nuova e sempre bisognosa di essere vivificata dalla verità e dalla bellezza del Vangelo.

Giovanoli è bravo a far comprendere al lettore che l’autenticità della fede cristiana di un padre si gioca sul terreno della quotidianità fatta di piccole cose: il pianto notturno di un figlio malato, la gioia di scartare insieme i regali di Natale, la felicità di avvolgere in un asciugamano un neonato dopo il bagnetto, pensando alla tenerezza con la quale Maria fasciò il bambino Gesù.

Giovanoli è sicuro che questo stile di vita faccia sperimentare la vicinanza al Signore, «poiché l’unico modo per l’uomo di esprimere il proprio amore a Dio, infatti, è quello di compiere, con un atto di volontà propria, la volontà del Padre: far sì che la propria volontà sia in comunione con quella di Dio, cosicché la volontà di Dio sia la propria».

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