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Come la trama per l’ordito

Il Vangelo di Maria - Miniatura

È curioso constatare come, in retrospettiva, alla fine tutti i fili del tessuto trovino il loro posto in una composizione omogenea e coerente: così è stato anche per il modo in cui è nato questo libro.

Tutto è cominciato nella preghiera, durante la meditazione dei Misteri della vita di Cristo: l’esigenza di non perdere nulla di quei pensieri che solo la Parola può sussurrare, mi ha costretto ad annotare ogni cosa, con l’idea di compilare in futuro una sorta di “diario spirituale” a cui poter ricorrere per porre rimedio ai cedimenti della memoria.

Lentamente ha preso corpo un manoscritto voluminoso, sempre più organico, sempre più strutturato. La fatica più grave è stata perseverare nell’impresa e più volte ho invocato l’aiuto celeste per portare a termine un capitolo. Evidentemente la Regina del Rosario non disdegnava l’opera del mio cimento, tanto che alla fine mi son ritrovato tra le mani un libro già pronto. Giunto a quel punto perché non provare a proporlo per la stampa? E la conferma del compiacimento di Maria venne quasi subito, con la proposta di pubblicazione delle Edizioni Segno.

Ora che la tela è composta sembrano volati i due anni trascorsi a scrivere questo libro, tra le pieghe del cui testo, rileggendolo, noto affiorare stralci di esperienza personale: il tocco freddo ed interlocutorio della sofferenza, la gioia appagante delle piccole soddisfazioni, il dibattimento delle fatiche quotidiane, l’esaltante comprensione della beatitudine nel sacrificio d’amore.

Ed oggi che è tolta dal telaio l’opera risulta uno scritto versatile ed originale, che si presta bene ad essere cadenzato nella lettura: proposta personale d’aiuto a coloro che, come me, sono avventurati nell’indagine di quell’affascinante mistero che è Gesù.

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Apologia del maschilista reazionario

La sindrome del panda - Miniatura

di Claudia Cirami

«Un uomo può indossare ciò che vuole. Resterà sempre un accessorio della donna». Pare che a sostenerlo fosse Coco Chanel.

Oggi molte donne – anche se non tutte lo sostengono apertamente (ma alcune sì) – agiscono come se non pensassero in modo diverso dalla grande stilista.
È in questo contesto culturale, veramente avverso al maschio, che è stato scritto il nuovo libro di Andrea Torquato Giovanoli, La sindrome del panda “manuale di maschilismo reazionario” (Gribaudi, 2016).

Nella prefazione al libro, la giornalista Benedetta Frigerio scrive: «Basterebbe questo libro per cominciare, e riuscire finalmente a comprendere la bellezza della propria natura e di quella del sesso opposto» (p. 7).

Un giudizio lusinghiero (e veritiero) che mostra quanta urgenza ci sia di simili testi nell’attuale situazione grottesca in cui viviamo, nella quale si passa, alternativamente, dalla liquefazione dei generi alla guerra dei sessi, a seconda delle circostanze.

È vero: le donne, per secoli, hanno sofferto una certa sopraffazione maschile.
Se pensiamo che autrici che sfidano l’immortalità letteraria come Jane Austen e le sorelle Brontë preferirono pubblicare mantenendo riservata la propria identità, possiamo capire subito che non si possono liquidare come sciocchezze femministe le rivendicazioni che, ad un certo punto della storia, diverse donne coraggiose hanno portato avanti. Basterebbe però la battuta fulminante della madre di Bridget Jones – su quale sia la necessità dell’ennesima marcia per i diritti delle donne – per capire che oggi i tempi sono cambiati (si trova nell’ultimo film, scritto e diretto da donne, quindi al di sopra di ogni sospetto di sessismo).

Certo, in ogni ambito della vita umana (anche per la vita delle donne) c’è sempre un margine di miglioramento, ma è anche vero che la nostra situazione, almeno in occidente, è diversa dal passato.
Eppure la tentazione di far sentire in colpa gli uomini è sempre viva.
Anche quando il sessismo non c’entra.
Anche quando l’uomo si è già piegato a (quasi) ogni desiderio femminile (resta l’estinguersi: dobbiamo necessariamente arrivare anche a questo?).

Andrea Giovanoli così delinea la sua risposta a questo contesto culturale.

Il suo libro è un po’ un appello all’uomo e un po’ una supplica alla donna perché ritrovino quella complementarietà che Dio aveva previsto per loro, creandoli come mutuo sostegno, non come nemici.

Poiché il punto, difficile da nascondere, è questo: c’è il rischio che ad una (triste) storia di sopraffazione antica se ne sostituisca una contemporanea, che vede questa volta la donna sovrastare l’uomo.

E cosa fa Adamo? Si ritira in silenzio, sempre più refrattario a resistere.

Andrea ne è consapevole e lo scrive: «È incredibile costatare – considera – come in così pochi decenni davvero si sia passati dalla figura di un uomo “che non deve chiedere mai” ad un sembiante d’uomo che proprio non si fa più nemmeno le domande» (pp. 17-18).
Scrive perciò un manuale in cui la voce dell’uomo torna a farsi sentire.

È arrivato infatti il tempo di un maschilismo reazionario, perché serve, etimologicamente, una reazione maschia.

Non sveliamo qual è la “sindrome del panda” a cui il titolo si riferisce, ma si può dire che ha a che fare con questo cono d’ombra in cui sembra essere finito l’uomo e da cui deve uscire se vuole tornare se stesso.

L’autore si diletta lanciandosi in una rivalutazione del maschile a cominciare da una rilettura di alcuni dei difetti di “malfunzionamento” che la donna gli addebita.

Con pazienza, Andrea mostra – attraverso digressioni che vanno dalla biologia alla psicologia, passando per la teologia – come l’uomo debba essere visto proprio nella sua differenza rispetto alla compagna di cammino che Dio gli ha messo a fianco, una differenza che è insopprimibile e che, se valorizzata anziché disprezzata, tornerebbe utile anche alla componente femminile dell’umanità.

Da parte sua, però, il maschio deve prendere coscienza di se stesso, delle sue qualità, del suo ruolo. Una resa ingloriosa è diventata la scusa per non impegnarsi, per non esprimere quella “Signoria del Giardino” a cui è naturalmente vocato: «l’uomo è istintivamente teso ad esplorare, osservare, studiare e modificare l’ambiente che lo circonda proprio perché riconosce spontaneamente in sé questa tensione profonda, questa vocazione a riprodurre l’opera creatrice del Padre sul mondo» (p. 67).

L’autorità è divenuta una parola dal peso insostenibile (ma di Gesù non si diceva forse che aveva autorità?), Andrea ne riscopre invece il senso più profondo: «è quella maturata capacità di riconoscere ciò che è buono da ciò che non lo è e la conseguente disposizione a mettere questa capacità al servizio di coloro i quali tale discernimento ancora non lo possiedono, con lo scopo di aiutarli a conquistarlo» (p. 65).
Non una sbagliata riproposizione di un degradante modello di oppressione, dunque: l’uomo di oggi, se riscopre una condizione autentica, può proporsi come una guida, un fondamento, una certezza per la sua famiglia.

Anche le donne troveranno questo testo interessante.

L’autore sa infatti ritrarle magistralmente nella loro forza e, al tempo stesso, nella loro debolezza.

Sa vedere e sa mostrare come in ogni donna risplenda quella capacità di accogliere l’altro per aiutarlo a crescere che talvolta, purtroppo, diventa tentativo di plasmarlo a proprio piacimento. La purificazione della capacità di accoglienza è un tentativo che dura tutta una vita, ma è un lavoro da compiere non soltanto per il bene dell’uomo, dei suoi figli, di coloro che vivono accanto a lei, ma anche per il bene di se stessa, perché è in questa accoglienza che la natura femminile trova il modo più alto di esprimersi.

Andrea coglie immediatamente il risvolto favorevole alla coppia: «non c’è uomo retto il quale, sentendosi guardato come signore dalla donna che ama, non finisca poi per diventarlo realmente, incalzato nell’agone costante a superare la propria natura imperfetta per collimare sempre di più con l’immagine che gli occhi della sua donna proiettano su di lui» (pp. 141-142).

Ed egli tratta questi temi con un’ironia che è il vero fiore all’occhiello di questo libro.

Perché riflette, ma soprattutto si (e ci) diverte dipingendo il ritratto di questa contemporaneità fatta di donne che si compiacciono di saper fare (quasi) tutto meglio, e di uomini sempre più timorosi di sbagliare e – quindi – più propensi a spalmarsi sui divani che a prendere di petto la vita.

In questo racconto lo aiuta la sua vita familiare di marito e padre e coprotagonisti del libro diventano la moglie e i figli. Apologhi o parabole di quotidianità familiare per esprimere la bellezza, ma anche la complessità della ricca dinamica maschile e femminile che l’autore osserva dal duplice punto di vista di marito, nel rapporto con la moglie, e di padre, il quale guardando ai figli, scorge in loro in forma elementare quella complicata e insieme irresistibile differenza tra l’uomo e la donna.

Un ultimo elemento che non può essere trascurato, nello stile di scrittura di questo saggio, è la capacità di Andrea di scrivere da uomo.
Sebbene infatti i temi trattati siano gli stessi di alcuni saggi scritti da donne, il suo è un punto di vista profondamente maschile, persino nel modo di affrontare gli argomenti, che non mancherà di facilitare l’identificazione con i lettori e di divertire (e far meditare) le lettrici.

Leggere questo libro, pertanto, non è solo riflettere su un contenuto istruttivo, ma è, in qualche modo, aprire ad una speranza.

In un’epoca in cui è in atto una grave questione antropologica – le cui ricadute morali e sociali difficilmente adesso siamo in grado di immaginare e quantificare – è fondamentale avere ancora fiducia in una relazione veritiera tra uomo e donna. L’autore ne è consapevole: «una relazione pacifica e gaudente tra i generi è ancora possibile, entrambi i sessi sono stati redenti da Cristo e perciò hanno ogni mezzo per ripristinare tra loro quell’alleanza originaria voluta dal Padre» (p. 144).

C’è ancora qualcuno che crede negli uomini e nelle donne e lo dice a chiare lettere.

Ai profeti e profetesse di sventura – che acuiscono lo scontro – regaliamone una copia: chissà mai che non sia galeotta.

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Del panda e di altri animali

La sindrome del panda - Miniatura

di Maddalena Negri

Se leggi la storia di Andrea, la prima cosa che pensi è: “Che sfiga!”.

Solo se approfondisci un po’ e non ti arrendi alla superficialità comprendi invece che si tratta della sfida appassionante di un Dio che ti chiama ad assomigliarGli nell’amore, e che, alle volte, chiede il sacrificio più grande: lasciar andare chi ami, confidando che è nelle Sue mani, sempre più salde delle tue.

Se poi Andrea lo senti parlare, capisci perché a Jonathan (il suo figlio maggiore n.d.r.) piace scoprire il bosco con papà.

E se ti metti a leggere uno dei suoi libri, capisci perché, come amava ripetere il mio direttore spirituale, «un santo tristo è un triste santo».

Poiché se c’è un ingrediente fondamentale ed imprescindibile di ogni libro di Andrea, ma in particolare dell’ultimo, è l’autoironia.

No: La sindrome del panda non è un libro di barzellette, né parla di facezie.

È un libro sarcastico, caustico, ardente, spiritoso, saggio e spirituale. Senza nessun “ma”.

Perché l’uomo, inteso come essere umano è, di suo, contraddittorio, per cui aggiungere “ma” sarebbe solo tautologico, perciò inutile.

Al sottotitolo provocatorio (“manuale di maschilismo reazionario” n.d.r), segue un contenuto altamente istruttivo, che parla di quelle cose “ovvie”, che invece sono messe fortemente in discussione oggi giorno; che però tornerebbero ad essere ovvie se solo ci soffermassimo a guardarci intorno a noi e dentro noi stessi, se prestassimo attenzione ai dettagli e comprendessimo come è proprio nell’ordinario che si apre il nostro spazio verso lo straordinario.

Perché se l’essere umano è contraddittorio, l’uomo e la donna, in una relazione di sana complementarietà, capace di vedere la bellezza della reciproca diversità, possono, con la Grazia, incamminarsi verso il compimento di quel sogno divino che il peccato dei progenitori ha frantumato.

Certo, c’è oggi una cultura diffusa figlia di un femminismo deleterio che ha lasciato un’impronta nefasta, non senza la complicità di quel maschio “divanauro” il quale, per un egoistico quieto vivere, non ha fatto che aprire quella porta che minacciava di essere sfondata.

Ma i ruoli non sono intercambiabili.

Ecco perché il primo atto per ritornare sui propri passi e sotterrare l’ascia di guerra tra i maschi e le femmine, è che gli uomini ricomincino ad accogliere come vocazione profonda del proprio essere uomini una paternità che è culmine della maturità e nulla toglie alla propria dignità, anzi: ne sancisce il punto più alto.

Ecco perché c’è bisogno di un colpo di reni di maschilismo, che è un atto di responsabilità da parte di un uomo consapevole dei propri talenti i quali, se messi al servizio della comunità, sono doni preziosi di cui tutti possono fruire per il loro arricchimento personale.

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Ho letto un libro per bambini

Il Vangelo di Maria - Miniatura

di Massimo Micaletti

Ormai siamo tutti cattolici adulti, tutti abbiamo una nostra “idea” – e sottolineo “idea”, non “giudizio” – sulla Fede, sul Magistero, sul Papa e via dicendo.

Il cattoadultismo prende tutti, dal topo di biblioteca alla parrucchiera, dal cattolico della Domenica al signor quattro-Rosari-al-dì, dal kattolico a quello che: “cattolico ormai non ha significato, meglio cristiano”.

Ma qualcuno è rimasto bambino, o meglio è abbastanza maturo da poter scrivere un libro per cattolici bambini: mi riferisco ad Andrea Torquato Giovanoli e al suo Il Vangelo di Maria.

Ora: di solito non faccio recensioni, non ne ho le qualifiche, non ne ho il tempo, non penso interessi poi a molti sapere cosa leggo e che ne penso, e poi sembra sempre che t’abbiano pagato o promesso un contraccambio, ma faccio un’eccezione per questo libro.

E a dire il vero non so manco se tecnicamente questa possa definirsi “recensione”.

Mi interessa farvi sapere che l’ottica nella quale Giovanoli scrive non è quella del maestro, né quella dello studioso, bensì quella di chi condivide non solo un pensiero sui Misteri del Rosario, ma anche e soprattutto di chi vuol condividere un modo di vedere le cose.

Non è un “punto di vista”, è letteralmente uno sguardo, che poi è quello che forse dovrebbe essere proprio di ogni fede: quello del bambino.

È un modo di vedere le cose molto difficile da sperimentare, soprattutto per come viene vissuta la fede ora: da un lato, anche per chi si ammanta di umiltà, il Magistero diventa solo un punto di partenza per speculazioni e raffronti con “altre fonti”, spesso tutt’altro che oggettive, nei confronti della Chiesa, la Sposa di Cristo; dall’altro, la fede diventa un’esperienza emotiva, in definitiva chiusa in se stessa, una sorta di balsamo per un malessere esistenziale e nulla più, ed il Magistero una raccolta di autorevoli aforismi dai quali piluccare quelli più gustosi ed adatti all’umore del momento.

Ne Il Vangelo di Maria, dinanzi al Mistero dell’Incarnazione, al dramma della Crocifissione, alla gioia della Santa Vergine e di San Giuseppe per il ritrovamento di Gesù al Tempio, così come al dolore immenso di Maria per il proprio Figlio sfigurato, insultato e deriso sulla via del Calvario, lo sguardo è sempre di chi si fida e si affida. Di chi si fa un sacco di domande, ma non perché non creda a chi gli sta parlando, bensì perché, con umiltà e curiosità, vuol sapere perché e percome succedono certe cose meravigliose e tremende.

E le risposte si trovano nei dettagli e nelle digressioni che Giovanoli tratteggia e colma attingendo a piene mani dal Magistero e dalla storia della Chiesa, con amore tangibile per Gesù e per la Vergine, ma senza fantasticare o perdersi in suggestioni sentimentali.

Così pure, ad esempio, il soffermarsi sulle torture e sofferenze che Gesù patì mi fa pensare a quel bimbo che dinanzi ad una scena paurosa non distoglie lo sguardo, ma si aggrappa con tutte le sue forze al papà o alla mamma pur continuando a fare capolino. Il patimento ed il dolore di Gesù vengono descritti vivamente e crudamente, ma sempre alla luce della Resurrezione del Cristo e della presenza di Maria. Le parole sono semplici, i periodi netti, ma incisivi.

Si tratta, in buona sostanza, di un libro di grande profondità e di altrettanto efficace immediatezza: un bel dono alla devozione a Maria, Madre ed Avvocata di tutti noi cattolici.

Perciò leggerlo è stata una bella esperienza, che si può rinnovare ad ogni meditazione dei Misteri del Rosario.

Ed è per questo che ringrazio Andrea, a cui sono, in qualche modo, debitore.

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Una cosa sola

Non più due - Miniatura

di Alessandra Mazzara

“Coccinellaaaaaa, guarda cosa ti ho portato!”, mi urla una sorridente e felicissima sorella, mostrandomi la copertina di un libro.

“Ma grazie, bimba mia!”, le rispondo, fingendo di essere sorpresa del regalo di cui conoscevo ogni dettaglio, dal momento che l’avevo ordinato io stessa in libreria, ma che era stato ritirato da mia madre con sorellina annessa.

E così, dopo vari sbaciucchiamenti, coccoline, massaggini rilassanti e momenti di sublime ozio sul lettone, dopo la foto della sorella in questione con libro in mano con conseguente pubblicazione su facebook e tag dell’autore, prendo il libro ricevuto in dono e lo posteggio in libreria, accanto ai tre fratelli di carta, in attesa di liberarmi al più presto di Moll Flanders, la donna più sfigata che abbia mai conosciuto e delle sue storie al di là dell’impossibile.

Poi però arriva il freddo e arriva del tutto inaspettato, qui, in questa isola bollente anche a Dicembre. E quindi arrivano anche le coperte e la borsa d’acqua calda e la cioccolata ustionante, e la voglia di accucciarmi al calduccio sul divano con un buon libro.

Però Moll Flanders è ad un passo dal dire al marito che loro due in realtà non sono marito e moglie, bensì fratello e sorella, e la cosa mi fa un po’ senso, perché tra l’altro hanno pure figliato insieme per tre volte, quei due, e storie alla Beautiful come questa non sono adatte ad un pomeriggio freddo e uggioso come questo, quindi metto la Molly in pausa (Defoe mi perdonerà) e tiro fuori dallo scaffale il libro che mi ha portato più di venti giorni fa mia sorella Chiara, Non più due di Andrea Torquato Giovanoli.

Già dalla prima pagina capisco che questo qui è un libro speciale, di quelli che ti colpiscono e ti affondano.

E il bello è che io già lo sapevo, perché di Giovanoli ho già letto i precedenti libri con lacrime e bastonata all’anima comprese nel pacchetto. Ma si sa, sono masochista, e ho deliberatamente deciso di comprare e leggere anche quest’ultimo, così, tanto per ricordarmi quanto faccio schifo (che poi, fa sempre bene ricordarselo).

Ma torniamo al libro.

Come sottolineato nella prefazione, Non più due è un dialogo fitto e dolcissimo tra un padre e la sua bambina, immaginandola ormai adulta, per prepararla (o forse è lui stesso che si prepara psicologicamente) a quando un giorno lei «lascerà suo padre e sua madre» e si unirà al suo sposo e «i due saranno una cosa sola».

E proprio questa “una cosa sola” è il cuore di questo libro.

Ma qualcosa mi spiazza: ci sono passi che non capisco. Passi che parlano della bellezza della croce, capitoli intitolati «Amarsi all’imperfetto», di “lingua ferma che è come rugiada balsamica su di un’anima rinsecchita”.

E allora li leggo e li rileggo, cercando di dare un senso ai concetti, ma non c’è nulla da fare.

E poi una frase, che mi illumina: “Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso”.

Quindi me ne sto zitta e mi rendo conto che a non capire non è il mio cervello, ma la mia anima, ancora troppo acerba o forse troppo attaccata alla terra per certi discorsi.

Perché questo qui, Andrea intendo e con lui l’intera ciurma, è di quelli che ha fatto della croce la sua salvezza, e la sua non è mica una croce di quelle piccoline che porti al collo o appendi al muro. No. È di quelle che manco il Cireneo può farcela ad aiutarti e che ti lascia una ferita sempre aperta.

Io invece sono ferma già da un pezzo sulla via di Damasco con tanto di squame agli occhi, aspettando un Godot che (sembra) mai arrivare. E qui, sulla via di Damasco, non ci sono segnali stradali che ti indicano la giusta via, quella Vera.

E no, sarebbe troppo facile!

Qui l’unico segnale che trovi è un cartello con su scritto: «VIENI E SEGUIMI».

Pensate che più di una volta ho pure provato ad imboccare questa direzione, ma poi mi sono accorta che la fatica era disumana e per me, miss “ControlloTuttoIo” e Nobel per: “DellaMiaVitaDecidoIoCheFare”, è un’impresa (quasi) impossibile.

Però, attenzione!

Non pensate sia un libro stucchevole e bigotto. Tutt’altro.

È anche risate, troppe risate (l’immagine dell’uomo con il piombo nei piedi e nelle natiche rimarrà per sempre impressa nella mia testa. Ero a un passo dalla tomba per il troppo ridere).

É semplicità, gentilezza, profondità, autorevolezza, leggerezza.

E poi tanto, tanto amore. È l’amore che un padre dona visceralmente alla figlia e che mi ricorda vagamente l’amore di quel Padre che per i Suoi figli è arrivato anche a morire.

Quindi non mi resta che consigliare a tutti la lettura di un libro che vi farà piangere dalle risate e perché no, che vi potrà anche aiutare a fare inversione di marcia e a rivedere la vostra vita (con croci, disastri, illusioni, delusioni e quant’altro) con occhi diversi.

Io ci sto provando, ma sono ancora bloccata qui, ancora per le vie polverose di Damasco, ancora con ‘ste cacchio di squame, ad osservare e a far finta di ignorare quell’unico cartello stradale, in attesa che Qualcuno mi tiri una volta per tutte per i capelli e mi dia una sberla.

E con questo chiudo, ma non prima di aver lanciato un importante SOS: Giovanoli grandi e piccini, ascoltate, se per caso doveste trovarvi dalle mie parti, qui a Damasco, che so per una gita domenicale o così tanto per una passeggiata, voi che avete imparato qual è la Vera strada, non è che potreste darmi un passaggio?

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Essere genitori in sintonia con la volontà del Padre

Nel nome del Padre - Miniatura

di Maurizio Schoepflin

Fra i tanti sentimenti che traspaiono dalle accorate parole della preghiera che apre il libro intenso e toccante di Andrea Torquato Giovanoli (Nel nome del Padre, Gribaudi, pp. 128, euro 11), colpisce in particolare la gratitudine che l’orante prova nei confronti di Dio, il quale, donandogli dei figli, ha dimostrato di avere una profonda fiducia in lui.

Un padre terrestre sente che il Padre celeste gli ha “consegnato” alcune anime da Lui create e, avvertendo la potenza e lo splendore di questa scelta divina, eleva al Signore un ringraziamento vivo e appassionato.

È cosa davvero bella e originale interpretare la paternità come un segno concreto della fiducia che Dio ripone nell’uomo, chiamato a condividere l’opera creatrice e l’universale genitorialità del Padre che è nei cieli.

Compreso in questi termini, il ruolo paterno diventa denso di responsabilità e, nello stesso tempo, entusiasmante: così lo ha vissuto e lo vive Giovanoli, come è ampiamente testimoniato da questo suo volume scritto in forma di diario, al quale l’autore confida pensieri ed emozioni, timori e riflessioni, speranze e dolori tipici di un babbo di sei figli (tre dei quali nati al Cielo), che prende sul serio il suo ruolo.

Qual è il segreto di questa narrazione che risulta particolarmente coinvolgente?

«Quello della vita interiore – risponde Giuseppe Corigliano nella prefazione –, contemplativa, del cristiano di tutti i tempi (di Caterina, di Teresa, di Padre Pio, di Francesco …) che sa vedere la mano di Dio nella vita di tutti i giorni. L’unione della vita di fede con l’impegno nelle circostanze della vita quotidiana è la miscela chimica che produce l’esplosione della santità che oggi Dio vuole».

Un babbo santo non fa necessariamente cose mirabolanti, ma ogni giorno è in grado di rendere presente Cristo tra le mura domestiche, laddove l’esistenza sembra scorrere nella ripetitività, mentre, in realtà, agli occhi del credente essa si presenta sempre nuova e sempre bisognosa di essere vivificata dalla verità e dalla bellezza del Vangelo.

Giovanoli è bravo a far comprendere al lettore che l’autenticità della fede cristiana di un padre si gioca sul terreno della quotidianità fatta di piccole cose: il pianto notturno di un figlio malato, la gioia di scartare insieme i regali di Natale, la felicità di avvolgere in un asciugamano un neonato dopo il bagnetto, pensando alla tenerezza con la quale Maria fasciò il bambino Gesù.

Giovanoli è sicuro che questo stile di vita faccia sperimentare la vicinanza al Signore, «poiché l’unico modo per l’uomo di esprimere il proprio amore a Dio, infatti, è quello di compiere, con un atto di volontà propria, la volontà del Padre: far sì che la propria volontà sia in comunione con quella di Dio, cosicché la volontà di Dio sia la propria».

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Una croce con il sorriso

Nella carne, col sangue - Miniatura

di Claudia Cirami

«Conoscerai un grande dolore e nel dolore sarai felice. Eccoti il mio insegnamento: nel dolore cerca la felicità». Sono le parole di un personaggio de “I fratelli Karamazov di Dostoevskij” e mi vengono in mente mentre finisco di leggere Nella carne, col sangue di Andrea Torquato Giovanoli.

L’immagine di copertina è rivelatrice del tema: la mano di un adulto e quella di un bambino unite da un chiodo che le trapassa. Non entrerò nei dettagli, perché è una storia tutta da scoprire, ma la croce che Andrea porta sulle spalle, condivisa da sua moglie Emanuela, ha a che fare con i suoi figli.

Andrea ed Emanuela sono una coppia di sposi che si è aperta da subito alla vita, ma ha dovuto presto fare i conti con un disegno di Dio diverso da quello che avevano immaginato. La loro “via crucis” poteva avere poche tappe, volendo. Sappiamo che il pensiero corrente (quella mentalità anti-vita che, per lo meno nell’Occidente secolarizzato, pervade tutti gli strati sociali e diversi ambienti culturali) ordina di fermarsi alle prime “difficoltà”. Più in là è proibito andare.

Il tono sereno e le argomentazioni sicure di Andrea ribaltano però questa prospettiva anti-cristiana. Andrea ed Emanuela vanno avanti, affidandosi a Dio. Anche noi, spesso senza volerlo, siamo ghermiti dagli artigli di questa mentalità e ne veniamo in parte feriti e quindi infettati. Così siamo grati a quest’uomo, padre-coraggio, che ci ridona, in pagine di una grande limpidezza, la possibilità di riabbeverarci alle fonti dell’autentica dottrina cristiana sulla sofferenza e sulla vita.

Capitolo dopo capitolo, scopriamo la storia di una famiglia normale che, tuttavia, prova dopo prova, si lascia scolpire dal dolore, accettato senza recriminare, per diventare sempre più “super” secondo la visione cattolica. Che non vuol dire togliere di mezzo i problemi e le difficoltà, ma “leggere” la realtà alla luce dell’Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione di Gesù Cristo.

Come Maria, la sorella di Lazzaro, Andrea, insieme alla sua famiglia, ha scelto la parte migliore (cfr. Lc 10, 38-42): stare con Lui.

Perché?

Per imparare a «scrutare sottilmente le circostanze del vivere riscontrando in esse la grazia di Dio, il Suo amore per ogni uomo e ogni donna, la Sua incrollabile fiducia nella nostra capacità di elevarci (col Suo aiuto) al di sopra della nostra finitezza», come scrive lo stesso Andrea nel capitolo dedicato a Jonathan, uno dei suoi figli.

Può una storia di dolore lasciarti dentro l’idea che la Croce sia davvero Redenzione?

E che attimi terribili possano diventare semi di Risurrezione?

Sì, se è raccontata come fa Andrea. Che non si autocommisera, e proprio quando ti sembra che stia portando uno dei pesi più grandi del mondo (e pensi che le tue misere spalle crollerebbero solo a portarne una piccola parte), scrive: «Non mi sento di dire che abbiamo dovuto sopportare la più gravosa delle croci».

A leggere queste parole per un attimo si rimane disorientati. È Andrea, però, a dirigere le danze e a condurre il lettore a comprendere il senso di questa affermazione e dell’accettazione serena, che è l’unica strada per trovare la felicità nel dolore.

Alla fine, non puoi far altro che convenire con lui: non è sua la croce più gravosa. Sono più pesanti le croci portate senza amore.

È l’amore che fa la differenza, che non è solo quello di un padre e di una madre verso i loro figli, ma anche quello verso la Croce che Dio ti chiede di portare.  E se abbracci con amore la Croce, il Padre misericordioso non ti farà mai mancare il suo conforto e trasformerà ogni Via Crucis in una Via Lucis.

L’accettazione di Andrea e della moglie è vera e non ha nulla di passivo né di falsamente consolatorio.

Firmando la prefazione al libro, la giornalista e scrittrice Costanza Miriano scrive: «So solo che Andrea basta incontrarlo per capire che è vero».

Gli occhi di Andrea, dalla quarta di copertina, vi osservano sereni. Non mentono. Perché i cristiani che vivono la radicalità evangelica esistono. E sono come i pochi giusti, l’esistenza dei quali il patriarca Abramo ricorda a Dio (cfr. Gen 18, 20-33) per evitare che sugli altri si abbatta il castigo divino.

Ha scritto Benedetto XVI: «I giusti devono essere dentro la città, e Abramo continuamente ripete: “Forse là se ne troveranno…”». E spiega così il senso di quel “là”: «È dentro la realtà malata che deve esserci quel germe di bene che può risanare e ridare la vita. È una parola rivolta anche a noi: che nelle nostre città si trovi il germe di bene; che facciamo di tutto perché siano non solo dieci i giusti, per far realmente vivere e sopravvivere le nostre città e per salvarci da questa amarezza interiore che è l’assenza di Dio».

Andrea ed Emanuela, con la loro storia di accoglienza cristiana quotidiana, sono tra quei giusti e ci danno speranza: il germe di bene è ancora presente nelle nostre città ferite dal peccato.

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