Relazione

Benedetti stereotipi

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Consueta mattina da spasmo cardiovascolare: accompagno i bimbi a scuola svicolando nel traffico con manovre degne del peggior Lewis Hamilton, abbandono la macchina a se stessa nel posto libero più vicino possibile all’entrata dell’istituto e mentre la clessidra mentale esaurisce gli ultimi granelli di sabbia rimasti prima della soglia dell’inesorabile ritardo al lavoro, con un bacio e la benedizione avvio il grande su per le scale, verso la sua classe, quindi mi appresto a condurre i due piccolini verso gli armadietti che costeggiano le aule dell’asilo.

Giunto davanti al loro armadietto mi accingo, come sempre, ad elencare ai due pargoli la sequenza dei gesti necessari a farli cambiare (ossia: “togliete il giubbottino, togliete la felpetta, togliete le scarpine, mettete le pantofoline, mettete il grembiulino”), aiutandoli laddove incontrano qualche difficoltà onde accelerare la cosa, il tutto alternando le operazioni tra i due in modo che non si accavallino (ad esempio: intanto che il mezzanello, scalzo, si infila il grembiulino, la piccoletta ripone le scarpine del fratello e gli procura le ciabattine, e poi viceversa).

Mentre sono lì, a supervisionare il procedimento, noto che di fianco a noi, poco distante, c’è una mamma con la sua figlioletta, anche lei impegnata nel medesimo daffare, ma a differenza nostra lei ha fatto sedere la sua bambina sulla panca e si occupa personalmente di cambiarla con gesti compassati, chiacchierandosela allegramente con la piccola, raccontando e facendosi raccontare cose, a comporre una scena deliziosa che tradisce un’evidente assenza di fretta e la cura premurosa del rapporto tra una madre e sua figlia.

Ed è esattamente davanti a quel quadretto sdilinquente che mi lascio sbalordire una volta di più dalla bellezza di quella differenza tra maschile e femminile che, se osservata nella corretta prospettiva, affatto si contrappone, ma anzi ne evoca l’originale natura di complementarietà.

Poiché quella mamma che così amabilmente s’intrattiene con la sua figliola denuncia una volta di più come il ruolo intimo della donna si compia nel servizio, finalizzato in particolar modo all’accudimento: per la sua natura, ella realizza se stessa quando si prende cura di coloro che ama, essa consegue il suo proprio benessere letteralmente nello “stare bene” all’interno della relazione con i suoi cari, altrimenti per lei ci sono solo capienti secchielli di ansia, dosi massicce di stress e copioni interminabili di paranoie mentali.

Questo perché la natura femminile, per via di quella sua costituzione neurobiologica improntata ad essere quattro volte più ansiosa della sua controparte maschile, convoca la donna alla necessità di tenere tutto sotto il proprio diretto controllo, facendo da sé, piuttosto che affidandosi ad altri.

L’uomo, al contrario, per quella sua natura decisamente meno incline all’apprensione emotiva (e un po’ pure per la sua innata pigrizia) delega molto più facilmente, lasciando a terzi, ove possibile, il controllo di ambiti specifici, limitandosi a supervisionare implementando con direttive e/o suggerimenti da una posizione possibilmente comoda (tipo un divano).

Il fatto è che il maschio ragiona ed agisce per obiettivi e quindi tende naturalmente all’efficienza: egli punta il suo sguardo sulla meta e la persegue con determinazione, ignorando tutto ciò che può distrarlo dal perseguimento del suo scopo o che ritiene inutile al suo raggiungimento.

La donna, invece, ha più a cuore il metodo rispetto alla meta: per lei raggiungere l’obiettivo non è così importante quanto il modo con cui lo si persegue, quindi metterà più cura nello svolgere il compito rispetto al tempo e/o alla fatica che occorrerà per eseguirlo.

Nel caso specifico, per la mamma in questione risulta evidente che approntare la propria bambina per la scuola è tanto importante almeno quanto farlo con la dovuta dedizione, esprimendo con ogni gesto cura ed affetto in una relazione qualitativamente soddisfacente per entrambe.

Per il sottoscritto, d’altro canto, se l’obiettivo è quello di cambiare i pargoli allora occorre farlo ottimizzando tempo e risorse (e possibilmente risparmiandosi), delegando i compiti per rendere più efficiente il processo, facendo ricorso al gioco di squadra e, da buon maschio alfa, mettendosi al comando delle operazioni ed intervenendo giusto laddove necessario per concludere il tutto correttamente nel minor tempo possibile.

E lo so che ora in ogni donna che legge alzerà il ditino quella piccola ninfetta criptofemminista che alberga nell’intimo della sua natura ferita dal peccato originale sentenziando che «però è molto meglio il metodo di quella mamma perché più attento al rapporto generazionale, e quindi più adatto alla corretta crescita dell’altro, e più espressivo di un’intima relazione affettiva con la prole e bla, bla, bla, femmina è meglio, se-non-ora-quando, maschi bastardi per voi solo petardi», ma la realtà è che in entrambi i casi la diversa prospettiva punta al medesimo traguardo, anche se attraverso percorsi differenti.

Poiché parimenti a quella bravissima donna che incarna in modo così esemplare il suo ruolo di madre, pure il sottoscritto, anche se in maniera militarmente mascolina ed apparentemente anafettiva, si è esaudito invero nel suo ruolo di uomo e di padre ponendosi alla guida di coloro che gli sono stati affidati ed accollandosene la responsabilità con dedito amore, soprattutto nel farli crescere, nell’insegnare loro ad essere autonomi, esattamente come la vocazione ad essere genitore richiama l’uomo rispetto alla sua prole: che egli se ne prenda cura rendendoli indipendenti e compiendosi nella sua paternità quando questi lo divengono.

Giacché in entrambi i casi sempre di servizio all’altro si tratta, ma declinato secondo quelle desinenze del maschile e del femminile tanto complementari quanto reciprocamente imprescindibili: cardine insostituibile per un’autentica formazione della prole, ma ancor prima luogo originale di completezza sia per l’uomo che per la donna in quella relazione binaria dei generi pensata più che bella, divina.

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Fede

L’escatologia del quotidiano

Come ogni altra volta che mi capita, anche stasera, mentre stavo cambiando la mia piccolina, con una sorta di automatismo ormai consolidato, le ho controllato i piedini: facendole un po’ di solletico ho osservato se li muoveva, come e quanto, quindi ho osservato le sue piccole dita, se riusciva a contrarle e a distenderle.

Per me è normale routine, lo faccio anche con il mezzanello: ogni tanto gli chiedo di saltare a piedi uniti, di stare su un piede solo, e quando gli taglio le unghie controllo intanto anche la motilità di manine e piedini.

È per via della malattia, sapete, quella di cui mia moglie ed io siamo portatori sani, e che ha afflitto tre dei nostri figli, portandosi i primi due in Cielo e manifestandosi tardivamente sul terzo, il quale oggi, seppure abbia recuperato alla grande, presenta comunque un’invalidità importante sia ai piedi che alle mani.

Ed uno potrebbe pensare a quanta angoscia sia vivere così, sapendo che, nonostante le probabilità siano molto basse, resta comunque la possibilità che la malattia si manifesti un giorno o l’altro, con quei sintomi di progressiva immobilità agli arti che per la passata esperienza ho imparato a riconoscere molto bene.

Invece no: nessuna ansia, nemmeno a pensarci su.

Questo perché, anche razionalmente, la mia condizione di genitore non è affatto diversa da quella di qualunque altro papà: a chiunque (ed al figlio di chiunque) può infatti sopravvenire in qualsiasi momento un evento infausto, imprevisto ed imprevedibile.

Anzi, io per lo meno ho la consapevolezza che possa accadere, quindi in un certo senso mi sento un po’ più preparato a tale eventualità, al contrario di chi invece, presumendo di stare bene, di fronte ad un qualsiasi problema importante di salute, rischia di accusare molto più duramente il colpo.

Inoltre la particolare esperienza vissuta con la nostra prole mi ha insegnato a vivere con maggiore pienezza l’immantinente: è lo stimolo a vivere la vita (in particolare quella di sposo e di genitore) accogliendo ogni singolo giorno alla volta, con tutto ciò che porta con sé, prendendo ogni circostanza per quello che è in realtà: un dono.

Ciò non significa affatto essere impermeabili alle fatiche quotidiane, che pur ci sono (e spesso tanto numerose e tanto continue da essere estenuanti), è tuttavia sostenerle con serenità nella consapevolezza che non solo fanno parte del pacchetto, ma che pure queste possono essere occasione di crescita in una prospettiva di bene maggiore.

È come se tutto concorresse a farti vivere in una dimensione realmente escatologica.

Il che aiuta molto a non lasciarsi impantanare in quella illusione mortale del controllo, che sempre e con tanta facilità blandisce l’animo umano, sempre teso a supporsi padrone di sé e della propria vita, favorendoti invece nel vivere l’affidamento continuo ad una Provvidenza di cui hai guadagnato consapevolezza per esperienza diretta, constatando nella tua carne viva come davvero persino i capelli sul tuo capo sono contati e nemmeno uno andrà perso.

È così che allora, anche osservare la tua piccolina distesa sul fasciatoio che reagisce con accesa sollecitudine muovendo vivacemente le dita dei suoi piedini quando le fai il solletico, acquista un gusto unico, che non è solo sollievo per il suo stato di buona salute, ma invero gioia piena.

E della quale, sentitamente, rendere grazie.

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Paternità

Natale sul Calvario

Recita di Natale a scuola: canto finale, con tutte le classi schierate sul palco di un anfiteatro noleggiato appositamente per l’occasione.

Mia moglie ed io siamo in gradinata, incollati alle poltroncine in attesa dell’esibizione di nostro figlio maggiore, il quale, lo sappiamo molto bene, ci tiene tantissimo a quell’ultima canzone da cantare tutti insieme, tanto che la conosceva già a memoria ad ottobre, quando ancora il saggio natalizio era lontano anni luce.

Parte la base musicale e già vedo che qualcosa non va: il bambino vicino a mio figlio, una figura anonima in mezzo alla scolaresca multicolore che affolla un palcoscenico troppo piccolo, non sembra avere alcuna intenzione di partecipare al coro ed inizia ad infastidire il mio pargolo, il quale invece vorrebbe soltanto cantare con tutti gli altri. Mia moglie ed io ci guardiamo negli occhi con il medesimo pensiero e lei mi aggiorna su chi sia quel compagno di classe così fastidioso, il quale non desiste ed anzi rincara la dose: siccome il mio bambino cerca di scansare i suoi dispetti, lui lo afferra per i polsi e lo trattiene, avvantaggiato dalla sua corporatura e maggior forza.

Mio figlio è affetto da una disabilità ai quattro arti, ed in quelli superiori non possiede né molta forza, né grandi capacità di manipolazione, così risultano del tutto vani i suoi tentativi di divincolarsi dall’angusta presa, nonostante a tratti cerchi ancora di partecipare, come meglio riesce, al canto degli altri compagni.

Mia moglie ed io friggiamo sulle nostre poltroncine: vedendo le angherie di cui è vittima inerme nostro figlio passare del tutto inosservate a maestre (evidentemente impegnate a dirigere il gigantesco coro), scolari (evidentemente assorbiti nell’esibizione canora) e genitori (evidentemente focalizzati ciascuno sul proprio bimbo), lei inizia a piangere, mentre io vaglio inutilmente l’esistenza di un passaggio che mi permetta di raggiungere il mio erede senza dover calpestare decine e decine di arti ed organi di sconosciuti.

Intanto il sopruso procede e mio figlio, frustrato dalla morsa del compagno che non gli permette nemmeno di dimenarsi più di tanto, incomincia a piangere a dirotto e disperato tenta di mordere la presa di quello sui suoi polsi, ma invano.

È tragedia: il coro continua imperterrito e sembra non finire mai, mia moglie in lacrime appare sotto choc, mentre, quasi incredula che ciò che vede stia realmente accadendo, continua a ripetere quanto il suo bambino ci teneva a cantare quell’ultima canzone; io da parte mia sperimento, con le viscere contratte, un senso d’impotenza soverchiante, misto ad una rabbia crescente, mentre sconcertato non riesco a farmi una ragione di come sia possibile che nessuno si accorga di ciò che a i miei occhi paterni pare invece l’unico “spettacolo” cui si possa e si debba assistere.

Lo confesso con vergogna: se avessi avuto un’arma da tiro, in quel momento, l’avrei usata.

Poi finalmente il canto si esaurisce e mentre scrosciano gli applausi una maestra soccorre il mio bambino che gronda lacrime.

Quindi tutto finisce e mia moglie ed io ci fiondiamo giù dagli spalti, e la nostra corsa a rotta di collo termina soltanto quando possiamo consolare nel nostro abbraccio nostro figlio, adesso più calmo, ma con ancora gli occhi gonfi e rossi di pianto.

Tutti costernati, epperò tutti giustificati: “Sono cose che succedono tra bambini e non è il caso di farne un dramma”, così ce ne torniamo a casa cercando di compensare a coccole e parole affettuose il nostro bimbo per cui la festa è stata irrimediabilmente rovinata.

Sono passati ormai due anni da quell’episodio, che nella vita di mio figlio non ha lasciato nessuno strascico davvero, ma io conservo fulgido il ricordo di quel momento ed ogni volta che vi ripenso mi ci ritrovo ancora vividamente immerso, feralmente trapassato da ogni sentimento ed emozione che già mi scosse e mi sfrangiò in quegli istanti.

Attimi pur dolorosi dei quali però oggi, in retrospettiva, sono grato a Dio, poiché vivere quell’esperienza mi ha dato una frazione d’idea di ciò che anche il Padre deve aver patito in quell’ora in cui l’innocente Suo Figlio veniva abusato in ogni modo e, morente per le innumerevoli torture, stava esangue assiso sul legno maledetto.

Anche Lui, in quel giorno, soltanto assistette al macabro spettacolo, ma mentre io ero costretto all’impotenza, Lui pur potendo non ne licenziò uno solo tra gli angeli delle sue legioni per vendicare il torto, e invece stette muto, per amore della nostra libertà.

Per questo ringrazio: poiché l’aver attraversato quell’esperienza, pur se solo nei miei poveri panni d’uomo, mi ha dato il polso dell’angoscia del Padre inchiodato sul Calvario col Figlio, donandomi ultimamente l’opportunità di un barlume di comunione con Lui nel Suo esserci silente ed appassionato, allora ed ogn’ora, nel patire d’ogni Suo figlio.

Lasciandomi infine come sigillo ardente nel cuore e nella memoria il gusto agrodolce di quanto Gli costò la salvezza mia e di ciascuno.

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