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È Domenica

gazzetta

30 Aprile 33

Dopo la prima edizione del Campionato del Creato vinta dal Regno delle Tenebre grazie alla clamorosa autorete dall’ex-campione dell’Umanità, Adamo: ora finalmente il riscatto!

L’interminabile scontro si è protratto sullo 0-0 con mutevoli rovesci di fronte, anche se il dominio della palla è sempre stato dei campioni in carica che, con la nota coppia di attaccanti Dolore e Morte, hanno vessato le schiere dell’Umanità costringendo la squadra a giocare tutta la partita in difesa e sperando solamente in sporadiche incursioni di contropiede, peraltro sempre vanificate dall’inconcludenza delle sue punte.

Il pressing incessante degli avversari ha messo a dura prova tutto il reparto difensivo dell’Umanità, il quale, non senza colpa, ha peccato troppe volte di superbia lasciando sguarnita la propria porta, salvata soltanto dai miracoli compiuti dal divino portiere Gesù il Cristo, conosciuto come “Figlio di Dio” per non aver mai subito una sola rete in tutta la vita.

Ormai esausti dal cardiopalma, sul finale di partita tutti gli spettatori hanno davvero trattenuto il fiato: l’outsider del Regno delle Tenebre, Satanasso, è riuscito a procurarsi un rigore quantomeno dubbio grazie alla complicità del maldestro intervento del sinistro terzino dell’Umanità, Giuda Iscariota.

La bordata del malefico campione ha investito in pieno il gioiellino di Nazaret inchiodandolo letteralmente ai pali.

Grazie al sacrificio dell’estremo difensore la porta dell’Umanità è rimasta inviolata, ma per il portierone ormai sembrava non esserci più nulla da fare: trascinato fuori dal campo esanime è stato deposto in una barella al di là dei bordi di gioco, proprio quando l’arbitro ha fischiato la fine dei tempi regolamentari.

Trascorsa la breve pausa del sabato, la partita è ripresa con i tempi supplementari, nei quali vigeva, per quest’unica edizione, la regola del “golden gol”.

Sorprendentemente le squadre sono rientrate in campo senza alcuna variazione tra le due formazioni: Gesù, pur mostrando le ferite dell’infortunio subito, era vivo e, cosa ancor più inaspettata, anziché riprendere il suo posto sotto la traversa si è portato nel cerchio di centrocampo, dove, ricevuto il breve passaggio iniziale da Maria Santissima, ha deflagrato un mirabolante tiro ad effetto che con potenza mai vista ha insaccato il pallone nell’angolino alto della porta avversaria sotto lo sguardo impietrito di tutti gli adepti del male!

All’immediato fischio di convalida del giudice di gara il boato è esploso all’unisono: Cristo è Risorto, la morte è sconfitta e l’uomo è davvero campione del mondo!

In serata, fuori da tutte le chiese, i cortei dei tifosi si sono protratti fin dopo la mezzanotte e d’ora in poi, ad ogni Pasqua, tutti in piazza a festeggiare!!!

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Fede

Come i niniviti

Sarà perché siamo sul finire della Quaresima.

Sarà perché tempi inquieti come quelli che corrono di solito preannunciano un orizzonte inquietante.

Sarà perché ultimamente (diciamo da un paio di secoli?) i richiami celesti alla penitenza si fanno sempre più insistenti.

Sarà perché ho come la sensazione che quest’anno ci troveremo a celebrare una Pasqua del tutto particolare, ma oggi mi sono ritrovato a pensare come gli abitanti di Ninive abbiano saputo scongiurare quel castigo imminente che il profeta Giona dava loro ormai per certo.

Furbi i niniviti: loro sì.

Perché sapendo quali fossero le armi con cui sconfiggere il male, le hanno sapute imbracciare nuovamente dopo averle a lungo abbandonate per darsi ai bagordoni.

Digiuno e preghiera: questi i mezzi tanto temuti dal nemico.

Sì, ma perché?

Perché il digiuno coniugato alla preghiera assume valore di “olocausto” come intercessione per la conversione del cuore: attraverso lo sviluppo della capacità di controllo dello spirito sul corpo per una necessità naturale come quella del cibo, il digiuno purifica dalla concupiscenza disordinata e fortifica l’animo nel combattimento contro la tentazione.

Unito all’orazione però, forma il cuore e diventa offerta gradita a Dio per la conversione propria e del prossimo.

Non a caso la Madonna nelle apparizioni moderne più importanti chiede alla cristianità proprio un radicale ritorno al digiuno ed alla preghiera, caduti pericolosamente in disuso ormai da tempo anche all’interno della Chiesa a scapito di una propensione all’attivismo sociale che rischia di essere svuotato del suo essenziale carattere evangelico: la spiritualità.

Le buone opere che non sono fondate sulla spiritualità, infatti, sono eviscerate della loro forza in Cristo e perciò perdono nel tempo la loro connotazione caritativa.

Ecco che allora Maria, come un novello Giona, ritorna in terra per richiamare al Figlio suo gli altri suoi figli dispersi e domanda loro digiuno e preghiera: questo perché se la vita di fede si basa su questi due pilastri fondamentali, l’attaccamento al Signore nei Sacramenti è garantito ed in questi da Lui si riceve la forza per resistere alla tentazione del mondo.

Le buone opere verranno così come necessaria conseguenza ed allora saranno davvero buone perché originate nella e dalla Carità di Cristo.

Preghiera e penitenza sono il binomio vincente con cui la Donna della Rivelazione annichilisce il dragone nel cuore dei suoi sempre nuovi figli che genera nel Figlio, e se l’orazione è il metodo nel quale crescere in confidenza ed intimità con Dio, il sacrificio è la misura con cui si priva il nemico della sua forza.

Perché solo due sono le armi di satana, il quale è menzognero nella tentazione ed omicida nella persecuzione, ma se il credente diventa capace di rinunciare al necessario, ad esempio attraverso il digiuno, ecco che il superfluo perde ogni attrattiva ed al maligno non resta che la violenza.

A quel punto però è la Madre stessa che scende in campo accanto a coloro che cercano rifugio sotto al suo manto e, mediatrice di ogni grazia celeste, non solo protegge e sostiene, ma soprattutto insegna a rimanere saldi nella fede anche ai piedi della croce, facendo comprendere la benedizione che è il patire con Cristo ed offrire al Padre ogni tribolazione.

Ok, attendere alla scuola della Madonna non è facile, ma è sicuramente formativo, poiché l’anima che si abbandona nelle sue mani viene presto plasmata a sua immagine e, nell’obbedienza perseverante, in breve si riveste di quel vestito di santità senza il quale non può partecipare all’eterno banchetto di nozze del Figlio adveniente.

Gli abitanti di Ninive hanno capito la lezione ed hanno fatto giusto il loro compito.

Forse conviene copiare da loro.

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Fede

Un tempo forte

Ok è andata.

Finita la Quaresima, passato il Triduo, celebrata la Pasqua, persino la Pasquetta è già trascorsa.

Si ricomincia dunque a lavorare, domani riprendono le scuole, e l’impressione è quella che finalmente si ritorna alla routine, a quell’ordinarietà così rassicurante in questi tempi in cui di sicuro ormai non c’é più nulla.

Non so voialtri, ma a me è parso che quest’anno nessuno o quasi si sia accorto di ciò che è appena accaduto, almeno qui, nei miei dintorni: certo, per qualche giorno in giro è stato tutto un colorito movimento di pupazzetti e uova, ma di quel povero Cristo, malconcio, morto e poi risorto, non se n’è vista poi una gran traccia, quasi nemmeno in chiesa (che alla Via Crucis e dopo a Messa si era invero quattro gatti).

Certo si è fatto senz’altro un gran parlare di agnelli e conigli, quello sì, ma davanti ai confessionali non ho visto file, e persino circa la Domenica appena trascorsa ho sentito discorrere più che altro di menù propositamente sobri ed intenti di scampagnate.

Ecco: quest’anno come mai prima, mi sono sentito naufrago durante un tempo “forte” che stando alle apparenze è sembrato invece piuttosto debole, per quanto poco condiviso in sentimento e partecipazione.

Mai come in questa Pasqua ho sentito il polso di tali tempi senza più senso in nulla, in cui l’esser credenti è rimasto retaggio per pochissimi, e per di più isolati.

È solo nella “rete”, quel luogo virtuale che però ha il vero pregio di annullare le distanze, che ho trovato un po’ di consolazione: scoprire che ancora ci sono fratelli nella fede, anche se sparsi come un popolo in diaspora, e che però ancora sente un’identità comune, molto più difficile da conservare proprio qui, ancora (e forse per poco) lontano da quei remoti luoghi in cui le comunità si sentono invece persino più vive sotto la persecuzione sanguinosa.

Qui, sperduto nell’indifferenza insipida di questa civiltà ormai piallata, ho riscoperto con stupore che ci sono altri che come me hanno la riconosciuta necessità di riaggregarsi tra cristiani, il bisogno di ritrovare corrisposti i propri valori nell’altro, per non sentirsi soli contro le aggressive correnti di un mondo sempre più avverso, ma anzi partecipare, al di là dei movimenti e delle associazioni carismatiche di provenienza. Esprimersi come appartenenti ad un credo comune, che, per quanto sempre più “resto”, a maggior ragione si identifica in quella comunità primitiva già chiamata a farsi Cristo per riportare Cristo al mondo.

Per poi sentirsi compresi, quasi come in una congrega tolkeniana, ognuno col proprio anello al collo da portare, ma tutti comunemente in viaggio verso un’unica meta: incontro ad un tempo prossimo e già attuale, nel quale sai che il fardello si farà più pesante, ma consapevoli anche che il portarlo insieme ti darà il sostegno per continuare il cammino.

Un po’ come compagni di scuola, attendendo tutti alla lezione dell’Unico Maestro: alcuni forse un po’ più avanti con il programma, altri più indietro, ma tutti inevitabilmente con qualche materia debole, da farsi recuperare.

Ed anche in questo spazio virtuale è comunque bello il ritrovarsi in fila, come in quelle antiche gite di scolastica memoria, sentendosi magari così vicino ad un alunno di cui non conosci che l’icona, ma con cui percorri insieme un tratto di Via e nel quale poi scopri un nuovo amico che ti arricchirà per sempre.

Così ti trovi a contemplare come anche solo una piattaforma che sfiora l’irreale possa essere mutata in un coagulo d’anime vibranti dalle sapienti mani di Maria, la quale ogni volta che siede al telaio delle fragilità umane, in Cristo suo Figlio, sa intessere trame celesti di Grazia e di bontà.

Perché alla fin fine questo è ancora tempo di festa ed anzi proprio questi, più che mai, sono quaranta giorni di gran gioia: ché alla facciazza della morte che intorno impera, l’Emmanuele vive, ed è davvero qui con noi.

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