Vita

Il “bullo” di questo mondo

Stamane, scorrendo il libro di Giosué, un versetto del primo capitolo mi ha fatto venire in mente un ricordo che avevo sepolto nella memoria.

Leggendo quelle parole di Dio che assicuravano al protagonista: «Nessuno potrà resistere a te per tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te: non ti lascerò né ti abbandonerò», mi è sovvenuto un episodio della mia infanzia, di quando ancora frequentavo gli ultimi anni delle elementari.

In quel periodo mi capitò di avere dei problemi con un compagno di classe a cui, evidentemente, stavo piuttosto antipatico. Durante la ricreazione pomeridiana, costui spesso mi prendeva di mira, dandomi fastidio, e talvolta capitava che venissimo alle mani; tuttavia egli, essendo un po’ più grosso di me, di frequente aveva la meglio ed io finivo per soccombere alle sue angherie, in lacrime.

La cosa andò avanti per un certo tempo e mi venne in odio, tanto che mi ritrovai a chiedere ai miei genitori di non lasciarmi più al doposcuola. I miei, naturalmente, indagarono e quando finalmente confessai loro quale fosse il problema, mio padre mi disse che avrei dovuto imparare a difendermi, rispondendo “pan per focaccia” a quel compagno molesto.

Ammetto che forse non fu un’ammaestramento proprio di natura evangelica il suo, ma d’altronde mio papà, non essendo credente, mi insegnò come affrontare le cose in maniera “mondana”, diciamo, ed in particolare mi fece vedere una mossa con cui avrei potuto parare i colpi del mio aggressore finendo per immobilizzarlo.

A me bastò quell’unico apprendimento per acquistare fiducia, disponendomi ad affrontare il mio avversario, e quando poi ebbi modo di sperimentare con successo quell’insegnamento paterno a scuola, davvero smisi di avere problemi da parte di quel compagno manesco.

Ecco che stamattina, ripensando a quell’episodio, ho proiettato la medesima situazione sugli anni della mia maturità, quando, da poco convertito, fui nuovamente vittima delle aggressioni di un “bullo”, stavolta ben più pericoloso: il maligno. In quel contesto in cui, passato il primissimo fervore dovuto alla recente conversione, mi ritrovai ad affrontare l’accanimento di nuove e sempre più prepotenti tentazioni, rischiai spesso di soccombere alla frustrazione, ritrovandomi abbattuto e sfiduciato davanti alle mie povere, insufficienti forze.

Ma anche allora venne in mio soccorso l’aiuto Paterno: così come da bambino il mio papà non volle proteggermi dalla rudezza della vita nascondendomi sotto una campana di vetro, ma mi insegnò il modo in cui potessi difendermi da solo, così il Padre, nel Figlio, mi promise di essere con me «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Matteo 28,20) e che in mio aiuto, qualora lo avessi chiesto, avrebbe mandato una Persona davvero potente a difendermi dalle insidie del demonio, lo Spirito Santo.

Perché il Padre non ha promesso ai Suoi figli che li avrebbe difesi dalle angherie del mondo e del suo principe togliendoli da esso, ma anzi mandandoli, come pecore in mezzo ai lupi, armati però con gli invincibili mezzi della preghiera e dei Sacramenti, contro cui davvero: «nessuno potrà resistere a noi per tutti i giorni della nostra vita».

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Libri

L’abbraccio del Padre

Estratto da “Nella carne, col sangue”

Il ricordo più bello che ho del rapporto con il mio primo figlio è racchiuso in un frangente di vita quotidiana, quel momento normalmente banalissimo in cui mi trovavo ogni giorno a vestirlo, e che per me è rimasto come una gemma preziosissima nella memoria.

Matteo, a causa della sua malattia, non riusciva a tenersi in piedi da solo, poiché la paralisi agli arti inferiori era sopravvenuta prima che lui riuscisse a guadagnare l’autonomia nel mantenimento della posizione eretta; così, quando sul fasciatoio gli facevo indossare i suoi vestitini, per sistemarglieli bene lo tiravo in piedi e lui, per appoggiarsi, mi gettava le braccia al collo esclamando con la sua vocina “babbo”, come se mi rivedesse per la prima volta dopo tanto tempo.

Ogni volta si ripeteva quella medesima scena, tutte le volte con gli stessi gesti e le stesse modalità, tanto che era ormai diventato, per me ed il mio piccolo, una specie di “rito”, un momento magico che entrambi assaporavamo con gusto ed al quale dedicavamo sempre un giusto tempo, senza affrettarci, anche se di fretta.

Ancora oggi, in quel gesto di relazione intensissima e complice con il mio piccolino riesco a leggere la grazia di una comunione con quella medesima sensazione di felicità appagante che credo debba provare l’anima quando ritorna nell’abbraccio del suo Creatore.

E conosco per certo, almeno in albe, la gioia immensa che deve provare il Padre quando accoglie nel Suo abbraccio l’anima che a lui ritorna, quando questa è desiderosa di corrispondere liberamente al Suo amore, perché io, come padre, in quei modesti frangenti di vita con mio figlio ho provato una frazione infinitesimale di quella gioia e capisco quanto anche Dio aneli a poter vivere quell’abbraccio che io sperimentavo per pochi istanti con il mio bimbo, sapendo che allora durerà in eterno.

E parimenti conosco, per via di quell’esperienza trasfigurata ora ogni volta in cui mi accosto all’Eucaristia, la felicità di Dio nel sentirsi chiamare “babbo” dai Suoi figli, ed ultimamente mi è stato dato di comprendere, anche se in modo parziale, così come filtrato dalla mia natura finita, quanto questo desiderio di corrispondenza filiale abbia potuto commuovere il cuore paterno dell’Assoluto, nel declinare dalla Sua condizione di Totalmente Altro, per assumere su di sé la carne mortale, così che nel Figlio, ogni Suo figlio potesse chiamarlo “Abbà”, “Babbo”.

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