Paternità

Redenzione in Tre Atti

L’Antefatto

L’estate scorsa abbiamo affittato una casa in montagna ed il nostro mezzanello, con un gesto inconsulto dei soliti suoi, pronti-via, nella prima settimana di soggiorno è riuscito a rompere lo specchio dell’anta dell’armadio della camera da letto dove dormivamo noi genitori.

In quel frangente ci siamo arrabbiati moltissimo, sia per la dinamica dell’incidente, sia perché la spesa che avremmo dovuto sostenere in riparazione del danno sapevamo che sarebbe stata piuttosto salata, così abbiamo redarguito pesantemente il pargolo al momento, gli abbiamo dato una giusta punizione nel breve termine, ma abbiamo anche deciso di non lasciar cadere lì la cosa e, volendo farne un esempio anche per il figlio grande, abbiamo deciso che, quando a fine vacanza il proprietario della casa ci avesse addebitato lo specchio rotto, avremmo accollato il debito al piccolo colpevole, il quale ci avrebbe ripagato nel lungo termine con le sue future mancette.

E tale proposito abbiamo mantenuto nel tempo: quando al suo compleanno ha ricevuto dal parentado qualche soldino di carta, il sottoscritto ha messo il cappellino di Equitalia e si è presentato puntualmente a riscuotere parte del famoso debito.

Il tutto con lo scopo di aiutare il cinquenne a farsi un’idea concreta del valore dei soldi, della fatica e del tempo che ci si mette ad accumularne un po’, della facilità e della velocità con cui svaniscono dal portafogli, ma soprattutto per dargli un esempio di cosa significhi dover riparare ad un danno fatto.

Il Fatto

Domenica scorsa il nostro figlio maggiore si è accostato per la prima volta all’Eucaristia.

Come consuetudine, alla cerimonia è seguito il tradizionale ritrovo mangereccio con parenti e amici, con tanto di taglio di torta e scartamento di regali.

Tra quelli ricevuti ci sono state anche numerose buste, dal contenuto piuttosto sostanzioso per la verità, e così l’amato pargolo ha raggranellato un discreto gruzzoletto che, tutto esaltato, non vedeva l’ora di contabilizzare.

Sia io che mia moglie abbiamo fin da subito notato una certa avida bramosia nel suo atteggiamento, perciò mi sono apprestato ad escogitare un modo di contestualizzare un momento in cui cercare di fargli comprendere quale sia il giusto atteggiamento nei confronti del denaro.

In più occasioni gli ho accennato di come i soldi non siano un fine, ma soltanto un mezzo, di come sia giusto riconoscerne il valore, ma di come sia facile cadere nella tentazione di assolutizzarne il potere d’acquisto rischiando di farne un vero e proprio idolo.

Infine, l’altro pomeriggio, sua madre ed io abbiamo ritagliato un momento di tranquillità durante il quale metterci al tavolo a sfogliare le “buste della Comunione” per leggerne le frasi dei vari bigliettini e fargli calcolare il totale dei relativi “contenuti”.

Alla fine il giovane erede si è ritrovato con un vero piccolo patrimonio tra le mani, una cifra che mia moglie ed io abbiamo ritenuto troppo importante per lasciar cadere quel momento senza approfittare di quell’occasione per farlo responsabilizzare un po’ davanti alla “gestione del denaro”.

A tale scopo, allora, ho iniziato a parlargli, prendendo la cosa alla larga, ma partendo proprio dal motivo per il quale si ritrovava con quel cospicuo gruzzoletto.

Ostentando disinvoltura abbiamo cominciato a parlare di quello che era successo Domenica, delle circostanze e l’emozioni provate per la sua prima Comunione, quindi gli ho ricordato il contenuto della predica fatta dal sacerdote, il quale ha messo in evidenza come uno degli aspetti del fare Comunione, sia quello di essere in Unione-Con, nella fattispecie con Gesù.

Il prete ha spiegato ai bambini che quando si frequenta molto una persona si finisce per imitarla nei suoi atteggiamenti ed assomigliarle, facendo l’esempio di come, se si resta uniti a qualcuno che dice le parolacce o le bugie, si finisca prima o poi a dire le parolacce o le bugie; allo stesso modo, invece, se si coltiva l’amicizia con Gesù rimanendo in Unione-Con Lui, si ha l’occasione di imitarne il comportamento d’Amore, Giustizia e Verità, anche se questo costa un po’ di fatica.

A quel punto ho ricordato al mio bambino quale sia stato (oltre a tutto il resto) il comportamento del Figlio di Dio con l’uomo: quello del Primogenito che, vedendo i suoi fratelli nella necessità del riscatto, se ne è fatto carico, pagando (Lui che solo ne aveva le sostanze) per i nostri peccati.

Attento alle mie parole, mio figlio ha evidentemente intuito qualcosa del loro senso, e subito ha dichiarato che avrebbe devoluto parte del suo capitale per i poverelli.

Mia moglie ed io abbiamo sorriso davanti a quello slancio di altruismo ed abbiamo approvato apertamente il suo gesto, ma abbiamo anche puntualizzando che, siccome quei soldini erano molti, non gli avremmo permesso di spenderli tutti, bensì lo esortavamo a risparmiarne la maggior parte, per eventuali necessità future.

Però non era quello l’obiettivo che io personalmente desideravo raggiungere, così ho ripreso il discorso ricordando al mio bambino di quale fosse il senso proprio della parola riscatto (la cui radice etimologica significa “al posto di”) e cioè di quella situazione in cui si trova una persona che, per un debito che non può pagare, perde la sua libertà e finisce in schiavitù o in prigione: la sua sola speranza è nel pagamento del suo debito da parte del suo parente più prossimo (in genere un fratello) il quale, saldando in sua vece e di tasca propria, ne “riscatta” appunto la libertà.

Naturalmente non era la prima volta che gli parlavo di quelle cose, ma ora volevo ribadirle nella speranza che lui riuscisse a collegarle alle contingenze di quel momento.

Quindi gli ho manifestato il mio compiacimento per la sua intenzione di destinare parte del suo patrimonio a coloro che si trovano nel “bisogno”, ma gli ho fatto notare che, senza andare tanto lontano, qualcuno di molto vicino a lui si trovava nella “necessità” e, dopo aver atteso qualche istante per fargli fare mente locale senza però ottenere una risposta, l’ho incalzato aggiungendo che questo qualcuno si trovava proprio nella situazione di aver bisogno di essere riscattato da un debito che non era in grado di assolvere.

A quel punto il mio bambino si è illuminato, individuando nel suo fratello minore quel “bisognoso” che ancora doveva finire di pagare lo specchio rotto l’estate prima e, senza farselo dire due volte, ha subito preso un paio di banconote e le ha date al mezzanello, che nel frattempo avevamo richiamato al tavolo con noi.

Già ero molto fiero del mio ragazzo, ed ho sottolineato come il suo comportamento lo assimilava a Gesù mettendolo davvero in Unione-Con Lui, siccome però Dio Padre non gioca mai al ribasso coi Suoi figli, né si accontenta di traguardi discreti, ma li sprona sempre ad obiettivi altissimi (pur aiutandoli con la Sua Grazia nel raggiungerli), così anch’io per mio figlio ho voluto incoraggiarlo ad un ulteriore passetto.

Mostrandomi ben contento della sua donazione al mezzanello (ed esortando questo a mostrare riconoscenza per quel bel gesto del suo fratellone) ho ricapitolato in modo ostentato con mia moglie davanti ad entrambi i pargoli a quanto ammontava il debito residuo del piccolino con noi, e calcolando che mancava ancora una settantina di euro al saldo, ho proposto alla mia dolce metà di abbonare al piccolo debitore un venti euro, così da fare rimanere un resto in cifra tonda.

All’approvazione di sua madre, il nostro maggiore non ha esitato un istante di più e, moltiplicando esponenzialmente il mio orgoglio paterno per lui, ha subito preso una banconota “di quelle grosse” e l’ha passata al cinquenne, il quale l’ha girata immediatamente a noi genitori: grazie al riscatto del suo fratello maggiore, il suo debito contratto con la “giustizia” del padre era finalmente estinto e nel frangente del nostro piccolo consesso domestico, una volta di più la dinamica divina della Redenzione si compiva, incarnandosi nella nostra famiglia.

La Postfazione

Tuttavia il punto centrale di tutta questa vicenda, quel nocciolo della questione che ci tenevo ad illustrare raccontando tale episodio di vita vissuta (oltre a bullarmi con fierezza paterna in pubblico del mio figliolo) è in realtà un altro.

Dopo aver congedato festosamente la prole, infatti, ho confessato all’amata consorte la mia compiaciuta gioia per il bel siparietto a cui avevamo appena assistito, ma mia moglie, pur convenendo sulla bontà del gesto di nostro figlio, ha puntualizzato che lei avrebbe preferito fosse venuto spontaneamente da lui, senza che io l’imboccassi in quella maniera che lei trovava piuttosto esplicita.

E certo, anche a me sarebbe piaciuto che tutto fosse avvenuto senza alcun sollecito, ma bisogna tenere a mente ciò che invece tutti i genitori tendono a dimenticare, soprattutto con i loro figli, in particolare quando essi sono ancora relativamente piccoli, e cioè che, nonostante essi possano mantenere una certa innocenza, pure la loro natura è contrassegnata dal peccato, e per quanto più spontanei a gesti di altruismo, condividono con l’umanità adulta quell’inclinazione al male che frena in ognuno di noi il perseguimento del bene, anche se ad esso agognamo, rendendoci a volte così faticoso superare il nostro innato egoismo, ma guadagnandoci altresì un merito pieno nel resistere alla tentazione al male e compiere ciò che è buono.

Perché alla fin fine, la responsabilità vera del genitore, non è quella di crescere figli perfetti, ma di accoglierli nella loro connaturata imperfezione e metterli sulla perfetta Via, che è Cristo, accompagnandoli nel cammino fino a quando non sapranno incedere da soli, senza mai smettere di incoraggiarli a proseguire sul giusto sentiero.

Il tutto nella consapevolezza del loro essere altro-da-noi e perciò rispettandone la libera individualità, sapendo che essi potranno anche deviare dal tracciato loro indicato, perfino pervertire l’indirizzo ricevuto, cogliendo nel caso questa eventualità non con disperazione, chiedendosi in cosa si è sbagliato, bensì come opportunità di restare in paziente Unione-Con quel Padre Buono sulla soglia di casa, in fiduciosa ed orante attesa che Egli, che ne è il vero genitore, promuova in loro la conversione, perché possano compiere quell’unico destino a cui ciascuno (e noi per primi) siamo vocati.

Che è il ritorno a Lui.

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Relazione

La vendetta del Divanauro

Ok, ok, lo so: è qualche giorno che non mi faccio vivo su questa piattaforma.

Va bene: è un po’ più di qualche giorno, diciamo un paio di settimane.

E sia: è un sacco di tempo che sono sparito, lo confesso, ma mica avrete sentito la mia mancanza per caso?

A mia parziale giustificazione c’è che gira questo fastidioso virus che ti risucchia tutto il tempo e le forze per periodi a volte lunghissimi e che per quante volte lo contrai, non riesci mai a sviluppare anticorpi che ti impediscano di ricascarci, così, con cadenza a volte assai frequente, te lo ribecchi.

Ha anche un nome ‘sta malattia: credo che si chiami “vita vera”, ma nel mio caso sono fatalmente sensibile ad un suo ceppo particolarmente aggressivo che si chiama “famiglia”.

Vabbé, comunque, ora che mi sono riaffacciato al blog dopo tanto tempo immagino che quei miei quattro lettori (i quali nel frattempo saranno diventati anche due) si aspetteranno un articolone di quelli epocali, di qualità minima poco al di sotto del premio Pulitzer: tipo che mentre lo leggi senti la fanfara e ti suscita emozioni contrastanti che ti fanno ridere e piangere insieme e che non vorresti che terminasse mai, così quando infine l’hai concluso te lo stampi per potertelo leggere e rileggere ancora, ridendo e piangendo ad un tempo.

Ecco, carissimi miei, mi spiace, ma non avrete nulla di tutto questo: mi sa che vi dovrete accontentare di uno dei miei soliti articoletti di brodosa consistenza, magari pure con un po’ di vago aroma sessista sulla linea di quei contenuti che imbrattano così allegramente le pagine del mio ultimo libro {A proposito: ve l’ho già detto che prossimamente “La sindrome del panda” verrà pubblicato oltralpe? Pare infatti che un dissennato editore francese sia venuto in possesso di una copia ed abbia deciso di comprare dai miei editori i diritti per un’edizione in langue d’Oïl [probabilmente ha fatto ‘sto gesto pazzo solo perché, non conoscendo l’italiano, si è fidato dell’accattivante scheda del libro magistralmente compilata da quelle figure leggendarie della Gribaudi (e taaac: ecco che al modico prezzo di tre sole parentesi sono riuscito a fare una sagace manciata di pubblicità occulta al mio libro e a blandire un po’ miei editori)]}.

Benissimo: ora che ho scritto già mezza pagina senza dire alcunché, occorre che avverta coloro che non avessero ancora abbandonato la lettura che le righe che seguiranno trattano argomenti sensibili al gineceo: ché questo è un pezzo ad alto contenuto di testosterone, adatto più ad un pubblico maschile – d’altronde mi appresto a scrivere questo articolo come un vero maschio alfa, ossia dopo aver rifatto i letti e passato l’aspirapolvere per tutta casa – per cui, care avventrici del blog, se leggerete oltre lo farete a vostro rischio e pericolo {e taaac: ecco che così mi sono assicurato l’intero parco lettrici, le quali basta sfidarle sul piano del proibito per accenderne l’irresistibile curiosità [ché, Madre Celeste esclusa, l’astuta tattica del serpente antico funziona sempre con tutte (buahahah: tifenterò patrone ti monto!)]}.

Ma veniamo al dunque.

Moglie che viene invitata da un’amica per una tre-giorni di ritiro spirituale e mi chiede il permesso di andare, o meglio, mi chiede un consiglio sull’accettare o meno l’invito (avendo naturalmente già deciso cosa fare, ma tanto per darmi l’illusione di contare qualcosa), e per avviarmi verso la risposta che vuole sentire da me mi annuncia che ha già pensato a come organizzare le cose per tutto il tempo della sua assenza, sia riguardo i pasti, sia riguardo la gestione dei bambini che delle varie attività familiari.

Al che io la blocco subito, perché già sento l’odore di quel particolare ormone tipicamente femminile: quello che sale al cervello della donna ogni volta che è combattuta tra la possibilità di prendersi del tempo per sé e l’intima convinzione che senza la sua irrinunciabile supervisione su ogni minima circostanza di vita di ogni singolo componente della sua famiglia tutto andrà irrimediabilmente a rotoli (avete presente no? Io lo chiamo l’ormone del controllo).

Perciò le annuncio subito che per me non c’è assolutamente nessun problema che lei partecipi al ritiro spirituale, anzi la incoraggio con entusiasmo ad andare (sogghignando tra me e me al pensiero di mia moglie che cerca di osservare il silenzio per settantadue ore filate) affermando che uno stacco dalla quotidianità familiare per dedicarsi alla quiete dell’eremo nell’orante contemplazione mistica del Divino non può farle che bene, ed aggiungendo di essere perfettamente in grado di gestire i bimbi per quelle che in fondo, calcolando che staranno per la maggior parte della giornata a scuola, saranno soltanto due sere e tre mattine.

Al che lei, riavendosi con difficoltà dal mio consenso così sollecito quanto, evidentemente, inaspettato, riprende come se nulla fosse elencandomi tutta la scaletta di eventi e situazioni che ha preventivamente organizzato per me ed i nostri figli, comprensivi di pasti ed orari di sonno/veglia e trasporto pargoli alle varie loro attività.

È a quel punto che, per la seconda volta nello stesso quarto d’ora, la interrompo (lo so, mi piace vivere pericolosamente), ma non solo: con perentorio cipiglio l’avverto che sarò ben lieto di tenere i bimbi e condurre la gestione famigliare per lasciare che lei si goda il suo meritato ritiro, a patto che rinunci a voler controllare ogni cosa e a fidarsi di suo marito una volta tanto, il quale si ritiene presuntuosamente d’essere perfettamente in grado di gestire la famiglia in sua assenza per un paio di giorni.

Vedendo il suo basito tentennare decido inoltre di rincarare la dose e, con ardimentoso sprezzo del pericolo, l’avverto che naturalmente non farò nessuna delle cose da lei elencate nella sua premeditata scaletta mentale, ma mi comporterò secondo quella schietta natura maschile che contrassegna ogni singola mia cellula, nonché neurone, e dall’istante subito successivo alla sua partenza metterò immediatamente l’amata prole sotto un ferreo regime militare, a causa del quale al mattino si uscirà di casa tassativamente alle otto e un quarto per portare i pargoli a scuola, siano essi vestiti o ancora in pigiama e sia che abbiano finito o meno la frugalissima colazione che avrò loro preparato (se me lo sarò ricordato), che al pomeriggio, appena rientrati da scuola, li farò mettere subito in pigiama cosicché siano già pronti per rispettare il rigidissimo coprifuoco della sera, secondo il quale alle nove in punto dovranno già trovarsi in branda, al buio ed in mortale silenzio. E riguardo le due cene vacanti che non si preoccupasse: per la prima sera avrei predisposto la puntuale ordinazione di pizza&panzerotti a domicilio, mentre per la sera successiva avremmo desinato a base di sano e nutriente fast food prontamente reperito al MacDrive di ritorno da un edificante giro al ToyCenter.

A quel punto già mi preparavo alla sua scena isterica giustificando la mia levata d’orgoglio come di un malriuscito, quanto del tutto fuoriluogo, tentativo di fare del pessimo umorismo maschile, ma inaspettatamente la mia dolce metà mi ha preso in contropiede, facendo spallucce ed acconsentendo a darmi fiducia.

Per farla breve: la mogliettina è andata a fare il suo ritiro spirituale con gioconda levità, godendosi appieno la sua tre-giorni di eremitico silenzio, preghiera e riposante quiete; mentre il sottoscritto ha avuto l’inestimabile opportunità di compiacersi davanti alla visione di quei suoi tre bimbi che al mattino scattavano come soldatini, che alla sera andavano a nanna con le galline senza nemmeno emettere un fiato e che si imbottivano con godimento di saporitissimo, quanto insalubre, cibo precotto, ed ai quali, per la loro docile obbedienza, venivano concessi cartoni extra in tv e gite prolungate in fornitissimi megastore di giocattoli.

E quando la dolce metà è tornata, ristorata nel corpo e corroborata nello spirito, ha dovuto comunque ammettere di ritrovare i figli non solo ancora vivi ed in salute, ma perfino entusiasti del tempo trascorso con il loro papà, e credo che un ulteriore, non trascurabile ed inaspettato beneficio per lei sia proprio stato l’aver accondisceso, una volta tanto, a mollare la presa dal controllo della vita altrui ed affidarsi alle presunte capacità del marito; il quale, per inciso, le è stato messo accanto proprio perché, in quanto maschio, è per sua natura esattamente adatto a compensare con le sue eccedenze i di lei vuoti (peraltro pochissimi), e di contro per esserne parimenti corrisposto, nel riempimento delle sue (numerose) mancanze con le sovrabbondanti sue doti femminili.

Che alla fin fine è tutta una questione di fede, care donne: mollare il guinzaglio e farsi da parte volendo credere che anche l’altro sia stato dotato di talenti (oltre a quello di saper memorizzare perfettamente le formazioni delle squadre di calcio, o premere contemporaneamente combinazioni di più bottoni sul joypad, alla faccia del famigerato multitasking femminile); qualità utili, per quanto ben nascoste, sulle quali fare un atto di fiducia, così da lasciare al vostro uomo lo spazio per esercitarle in libertà, onde raggiungere il medesimo fine perseguito da voialtre, ossia il bene della vostra famiglia, conseguito però con modalità squisitamente maschili.

Ma attenzione cari ometti, che quando le vostre dolci metà vi tolgono un pochino il fiato dal collo, voi poi dovete cogliere al volo l’opportunità di dimostrare quanto (malgrado le false apparenze) siate anche voi indispensabili, ed approfittare della stiracchiata fiducia che vi viene malvolentieri concessa per compiere veri e propri atti eroici (e no: buttar via l’immondizia in tali circostanze non è, ahimè, sufficiente, per quanto rimanga un gesto di indubbia magnanimità).

E lo comprendo che non è facile capire quando la vostra donna vi sta mettendo alla prova (che ci vorrebbe una sorta di spia luminosa che le si accendesse in fronte: tipo quelle lucette sul cruscotto dell’auto che sappiamo leggere soltanto noi), però è necessario anche accollarsi qualche rischio ogni tanto e prendere l’iniziativa, lanciarsi anche senza rete, far finta di aver capito i suoi messaggi subliminari e andare allo sbaraglio, che vedere poi la sua espressione stupefatta vale cento cazziatoni.

Insomma maschietti: e tiriamole un po’ fuori queste benedette palline!

Poiché è vero che voi donne siete belle, buone, intelligenti, generose e tanto, tanto (tantotantotanto) sensibili, ma anche noi maschietti in fondo (infondoinfondoinfondo) non è che facciamo proprio schifo (non del tutto almeno).

Soprattutto poi diventiamo essenziali in ordine alla nostra progenie, perché se è vero che rispetto ai figli la madre è la terra fertile che nutre e fa germogliare il seme, è altrettanto vero che il padre è quel bastone robusto a cui la piantina può aggrapparsi per poter crescere dritta fino al momento in cui sarà in grado di reggersi da sé.

E per inciso sappiate, cari colleghi babbi (nel senso di papà, eh), che rispetto alle vostre consorti, voi siete dotati di una naturale autorità davanti ai vostri figli la quale vi facilita tantissimo il lavoro, e che nel tenere fieramente saldo il timone di quella nave che è la vostra famiglia (e di cui siete deputati per natura ad esserne il nocchiere), “una tantum” potete anche imporvi senza dare spiegazioni, persino battere i pugni sul tavolo e dire imperativamente soltanto un “no”, senza doverlo motivare; poiché i divieti di un padre retto, anche se apparentemente ingiustificati, nascono pur sempre da un desiderio di bene per il figlio, e normalmente, se non vengono spiegati, è perché chi deve obbedire non è ancora in grado di comprenderne i motivi, ma sottomettendosi docilmente non va incontro ad altro che alla propria vera felicità.

Perciò donne: affidatevi con sincera condiscendenza agli uomini che Dio vi ha messo accanto, perché è certo che voi femminucce come nessuno sapete dare la vita, ma nessuno come noialtri maschietti, se adeguatamente motivati, sa morire per proteggerla e difenderla quella stessa vita, scarificando la nostra perché quella continui.

Perché se è pur vero che la salvezza è entrata nel mondo per l’accogliente sottomissione di una femmina, chi ci salva (se proprio lo dobbiamo ricordare) è un maschio…

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Paternità

L’uomo dei muri

L’altra sera mia moglie ci aveva appena chiamato a tavola, i piccoli erano già seduti ai posti di combattimento mentre io e il grande li stavamo raggiungendo dopo esserci lavati le mani, quando sento il mezzanello prendere in giro la pargoletta chiamandola ripetutamente, ma storpiandone il nome.

Lei per un po’ ha risposto pazientemente al fratello ripetendo il suo nome correttamente, evidentemente non capendo che quello lo faceva apposta, infine, esasperata, si è rivolta a me chiedendomi con tono supplichevole di confermare al fratellino il suo nome corretto, perché io mettessi pubblicamente un sigillo definitivo alla questione.

Alla sua domanda su come lei si chiamasse, io ho risposto allora, ostentando una certa enfasi, declamando il suo nome, al che lei si è rivolta al fratellino con espressione soddisfatta esclamando: “Ecco, hai sentito? L’ha detto il papi che io sono Nadia!”.

La cosa è finita lì tra i due pargoli, anche perché nel frattempo la dolce metà aveva messo loro davanti i piatti con la cena, ed il loro appetito ha messo pace ad ogni controversia, ma il fraterno siparietto non ha lasciato indifferente il sottoscritto, il quale, durante la serata, è ritornato con il pensiero sulla vicenda, traendo ancora una volta la conclusione di quanto sia indispensabile la figura paterna per un figlio.

Poiché infatti la mia bambina ha chiesto direttamente a me, e non a sua madre, la conferma sulla sua identità, e questo perché il figlio riconosce istintivamente nella figura paterna quella autorità naturale che gli riverbera, prima ancora che ne abbia consapevolezza, l’immagine stessa di quel Dio la cui paternità egli percepisce iscritta nelle profondità del suo animo.

E come la mia bambina, invero, così anche l’uomo cerca conferma di sé rivolgendosi al Padre, perché intimamente conosce che solo Egli può indicargli quel nome che esplica chi egli sia e quale sia il suo destino, il quale, nonostante le intemperie del vivere sembrino smentirlo, è sempre un destino di bene.

E parimenti a come la madre sia per il figlio lo specchio più immediato dell’amore di Dio, così il padre è per i figli la prima immagine del Padre Celeste, e quanto Quello, egli è ai suoi occhi naturale autorità (che quando parla il papi, si obbedisce subito), riferimento verace (che quando il papi dice una cosa, quella è per forza vera), solida guida (che se il papi mi tiene per mano, sì che cammino tranquillo), baluardo poderoso (che se c’è il mostro sotto il letto, io chiamo il papi) e giusto giudice (che ce lo dico al papi, e poi vediamo chi c’ha ragione).

Perché i figli hanno bisogno di entrambi i genitori per quell’ontologica differenza che li contraddistingue nel loro essere così complementari l’uno all’altro, tant’è che senza la madre che insegna a costruire ponti, un figlio cresce menomato nella sua capacità di entrare in relazione con l’altro, così come senza il padre che pone muri attorno alla sua prole, questa non solo resterà scoperta ai pericoli esterni alla famiglia, ma crescerà anche disorientata per quella mancanza di limiti e di regole che sole possono definire al bambino quello spazio sicuro in cui davvero “diventare grande”, con la libera consapevolezza di quale sia la propria vera identità: quella di essere figlio, e figlio amato dal Padre.

Articolo pubblicato sulla rivista NOTIZIE PROVITA

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Vita

Di tutto. Di più.

Figlia treenne che, mentre la sto mettendo in pigiama, mi domanda: “Papà io sono bella?”

Ed io la guardo e le rispondo: “No; tu non sei bella…”, quindi faccio una breve pausa ad effetto durante la quale osservo la sua espressione passare rapidamente da speranzosa a sorpresa, poi a seria, quindi a magonòsa, con tanto di occhioni che iniziano a farsi lucidi; ed è a quel punto che io riprendo: “…Tu sei bellissima!”

Al che la mia bambina esplode in un sorriso raggiante e compiaciuto, gettandomi le braccia al collo grata per averle dato soddisfazione oltre ogni suo auspicio.

Ecco: la storia della salvezza racchiusa in un episodio di banalità quotidiana.

Poiché anche l’uomo nella sua relazione col Padre domanda pienezza secondo il suo desiderio, che è limitato, e quando le circostanze del vivere, che sono specchio della volontà di Dio, paiono deludere le sue attese, subito si rattrista, lasciandosi tentare alla disperazione.

Ma gli basta attendere fiducioso il dispiegarsi del disegno divino per rimanere sorpreso ogni volta da un epilogo che supera ogni sua aspettativa.

Proprio come quei primi dodici, i quali, davanti a cotanto Messia, si gongolavano nell’attesa di un immaginifico regno terreno, rimanendo delusi da una morte di croce, per poi vedersi stupefatti da una risurrezione che è segno certo di un Regno Celeste.
Venturo e pur già presente.

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Paternità

Sintomi da Ostracismo Selettivo (S.O.S.)

Episode I – Una falsa speranza

Ritiro i due piccoli dall’asilo e li riporto a casa.
Quindi, come da copione, li metto subito in pigiama (così da vivere nell’illusione che sia prossima l’ora in cui finalmente andranno a letto).
Mentre il mezzanello con conclamata reticenza fa finta di cambiarsi da solo, io svesto la piccolina, la quale, tutta allegra, irrompe con un’inaspettata domanda: “Papiii, domani Macco viene a casa mia?”
Io la guardo perplesso, e suo fratello evidentemente se ne accorge perché viene in mio soccorso precisando: “Marco è un suo amichetto dell’asilo”
Al che io rispondo alla mia dilettissima figliola: “Certo, amore mio: quando avrai 37 anni e sarai andata a vivere da sola il tuo amico Marco potrà venire a casa tua”…

Episode II – La minaccia fantasma

La moglie rientra a casa coi tre pargoli, dopo averli ritirati tutti da scuola ed averli fatti pascolare un’oretta all’oratorio, dove si sono convenientemente sfogati coi loro compagnetti.
Accolgo la combriccola sgambettante con malcelato entusiasmo e la mia venerata principessina mi corre incontro esclamando: “Papiii, ho giocato col mio amico Maccooo!!!”
Io subito mi rabbuio e, mentre le tolgo il giubbottino, sibilando tra i denti le domando: “Assì? E dimmi, tesoro, gli hai detto addio al tuo amichetto Marco?”
Al che mia figlia mi squadra stranita e senza troppa cognizione di causa, inquisisce: “Pecché?!?”
“Perché il tuo amichetto Marco, amore mio, sarà presto vittima di un tragico incidente”…

Episode III – L’impeto colpisce ancora

Pargoli rientrati dalla piscina, posiziono la piccoletta sul fasciatoio per cambiarla e mi sento annunciare a voce squillante: “Papiii, io voglio il mio amico Ale…”
Al che io le domando (sbuffando interiormente): “E chi è adesso questo Ale, un altro tuo compagno d’asilo?”, a cui lei risponde gestualmente scuotendo con energia su e giù la capoccetta bionda.
Quindi riprendo: “Evvabbé figlia mia, e prima l’amico Marco, ora l’amico Ale: guarda che non puoi trattare i tuoi compagni d’asilo come Kleenex usati però…”
La mia pargoletta, ovviamente, non comprende il senso della mia risposta, ma guidata dal suo infallibile intuito femminile fa spallucce e rilancia: “Papi, allora mi compri un gatto?”
E mentre sento che sua madre di là in salotto ridacchia sotto i baffi, ostentando una consolidata non-chalance rispondo alla mia bambina: “No tesoro, niente animali per casa (a parte i tuoi fratelli)”.

E niente: mia figlia non ha neanche tre anni e già sono in pieno isterismo da “padre della sposa”…

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Paternità

Le sorprese di Dio

L’altro giorno ho portato la mia piccolina a fare un giro nel reparto giocattoli di un megastore, qui, vicino a casa nostra. Girando per gli scaffali ho intravisto un nuovo pupazzetto della serie SuperHeroMashers occhieggiarmi accattivante e, ça-va-sans-dire, l’ho comprato “per i miei due maschietti”.

Usciti dal superstore ho colto l’occasione di un bel cestino vicino per sconfezionare il mio sbarluccicante acquisto, così da poterlo dare alla mia bimba perché si intrattenesse nel viaggio di ritorno.

Giunto a casa ho pensato di aggiungere il nuovo giocattolo alla bustona in cui i miei pargoli tengono gli altri personaggi della serie, senza dire niente a nessuno, ma con l’idea di fare loro una sorpresa la prima volta che avessero deciso di giocarci.

Già immaginavo le loro faccette sbalordite nel momento in cui avrebbero scoperto il nuovo pupazzetto.

Tuttavia le circostanze hanno fatto sì che passasse il giorno su quell’episodio senza che ci fosse l’occasione di scoprire la new-entry, perciò, il pomeriggio seguente, quando mi sono trovato a casa da solo con il mezzanello, per incentivarlo ad andare a fare un sonnellino pomeridiano che, pur stanco, non aveva intenzione di fare, gli ho promesso una sorpresa per quando si sarebbe risvegliato, al che, convinto, si è lasciato mettere a letto per un’oretta e mezza.

Quando si è svegliato, come di consueto, mi ha raggiunto in salotto e per prima cosa si è guardato in giro per cercare la “sorpresa” promessagli, quindi, non vedendo nulla che potesse soddisfare questa sua aspettativa, si è messo accanto a me sul divano con una parvenza di delusione sul viso.

Intuendo i suoi pensieri io mi sono alzato e, senza dire nulla, sono andato a prendere la bustona dei SuperHeroMashers nella sua cameretta e l’ho depositata, con una vaga enfasi, sul tavolo del salotto, quindi mi sono rimesso sul divano con lui. Quasi come per non darmi soddisfazione, lui ha finto di non essersi nemmeno accorto del mio gesto, ed è rimasto raggomitolato sul divano conservando un aria leggermente imbronciata.

Io sapevo che lui si ricordava della promessa di una sorpresa fattagli prima del sonnellino, e sapevo anche che, com’era successo altre volte, si aspettava di trovarla sul tavolo al suo risveglio, e quindi comprendevo la sua delusione e persino il suo piccolo moto d’orgoglio nel non fare nessun accenno alla questione che, indubbiamente, pendeva sul suo cuoricino di bimbo.

Davanti a quella situazione d’impasse, prima che degenerasse in un eventuale capriccio, ho provvduto io a fare il primo passo, così ho proposto al mio bambino di mettersi a giocare con i giochi che avevo messo sul tavolo, tra cui, io lo sapevo, avrebbe trovato il nuovo pupazzetto. Al che lui ha guardato la busta, poi ha guardato me, quindi ha scosso la testa, rimanendo ostinatamente al suo posto.

Allora, per stimolare la sua curiosità, gli ho suggerito di domandarsi come mai il suo papà aveva tirato fuori dai suoi giochi proprio la busta dei SuperHeroMashers e l’aveva messa sul tavolo, ma lui, dopo aver guardato nuovamente il noto contenitore, mi ha guardato interrogandosi silenziosamente su quale potesse essere il significato di quella mia domanda, quindi si è rintanato in un’espressione ancor più marcatamente imbronciata.

Evidentemente si era lasciato interloquire per un attimo dalla mia richiesta, ma constatando con lo sguardo che sul tavolo parevano esserci soltanto i suoi vecchi giochi, aveva preferito non fidarsi della mia proposta, restando nel suo più rassicurante stato di delusione.

A quel punto, visto che per una questione di orgoglio la “sorpresa” rischiava di essere rovinata, ho voluto metterla esplicitamente sul piano della fiducia: così ho detto al mio cocciuto pargoletto di fidarsi del suo papà e di provare ad andare a giocare con i giocattoli che aveva preparato per lui sul tavolo.

Ed è stato proprio in quel momento, mentre il mio bambino ragionava indeciso sulle mie parole, giocandosi la sua libertà sull’affidamento ad esse, che mi sono ritrovato a contemplare, in quella situazione di ordinaria relazione generazionale, quelle medesime circostanze che vedono il Padre offrire ai propri figli la sovrabbondanza della Sua Grazia, attendendo con trepidazione soltanto che essi ne facciano richiesta e rimanendo purtroppo, il più delle volte, deluso testimone di come questi sprechino tali occasioni rifiutandosi di farne esplicita domanda per una questione di orgoglio o anche solo per mancanza di fiducia nei Suoi confronti.

Allo stesso modo in cui anche la Madre, spesso, ha denunciato apertamente come tante volte ella sia pronta a mediare inusitate grazie celesti ai suoi figli, ma che questi, non chiedendole, lasciano che vadano sprecate.

Quante volte, infatti, anche a me capita di comportarmi come il mio bambino e, davanti ad una circostanza di vita che se scrutata con fiducia nella Divina Provvidenza realmente potrebbe rivelarsi come un’opportunità di bene maggiore, invece per pavidità od orgoglio rifiuto a priori di discernere, lasciandomi così sfuggire vere occasioni di Grazia soltanto per finire poi a mormorare sull’equivocata assenza di quel Dio in cui presuntuosamente professo di credere?

E Lui invece è lì che, come me in quel frangente di vita, scalpita perché il suo amato figlioletto si spenda un poco nella sua libera scelta di fidarsi del suo papà e, alzando quel benedetto culo dal divano, si decida a scoprire quale inaspettata sorpresa è stata preparata specificamente per lui, perché declinando al suo orgoglio, la sua gioia sia piena.

Così, l’altro giorno, il mio bambino mi è stato maestro nel suo arrendersi al mio invito con un estremo moto di affidamento e scoprire finalmente in quella busta di pupazzetti il giocattolo nuovo, dimostrandomi una volta di più di quanto realmente Dio si riveli nella relazione tra generazioni.

Perché il figlio diventi padre, ed il padre diventi figlio.

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