Fede

Chiesa è femmina (?)

L’altra sera eravamo a tavola e la piccolina era in vena di buscarle.

Fin dall’inizio della cena, infatti, ha fatto storie per il cibo, giocava con le posate, faceva le bolle con l’acqua da bere ed ha persino rovesciato il bicchiere (che per fortuna era quasi vuoto): insomma ne infilava una dietro l’altra, rognando e frignando nelle pause.

Tant’è che se non fosse che ha solo tre anni mi sarebbe venuto il dubbio che potesse avere il “marchese” da quanto era insopportabile.

Ad un tratto, poi, si è messa a mangiare i maccheroni con le mani.

Mia moglie ed io l’abbiamo richiamata più di una volta, ma lei niente: come per sfidarci ha continuato senza fare una piega, al che io l’ho rimproverata ad alta voce, intimandole di smetterla e lei, per tutta risposta, mi ha guardato in faccia e mi ha ribattuto stizzita con un secco “No!”.

A quel punto io stavo già per diventare tutto verde e muscoloso, mentre il figlio maggiore a testa bassa sussurrava tra i denti un fraterno e preoccupato “oh-oh” ed il mezzanello mi guardava con gli occhi spalancati ed un sorrisetto sadico in attesa che sulla sorellina si scatenasse l’armageddon.

Siccome però mia figlia ed io siamo seduti ai capi opposti del tavolo e poiché, essendo un maschio, sono troppo pigro per alzarmi e fare il giro per raggiungerla, ho chiesto a mia moglie, per cortesia, di darle una “pacca” (che tradotto dal “giovanolese” significa dare una sberletta secca sulla mano).

L’amata consorte, arrabbiata quanto me per quell’atteggiamento irrispettoso, ha obbedito alla mia richiesta, ma il suo cuore di madre è riuscito a produrre soltanto una specie di buffetto sul braccio di nostra figlia, più simile ad una ruvida carezza che ad uno schiaffetto, tanto che la piccola ribelle non ha fatto neanche un plissè.

Io alla vista di quella scena di irrimediabile mollezza materna ho protestato verso la mia dolce metà chiedendole cosa fosse quell’aborto di sberla e se per caso avesse intenzione di rincarare la dose chessò, magari con un bacio oppure con dei grattini…

E niente: mia moglie s’è messa a ridere e con lei tutta la prole, il momento drammatico si è sciolto in burletta e la “questione educativa” è andata a farsi benedire.

Risultato dell’ilare siparietto è stato che nostra figlia ha continuato con rinnovato entusiasmo a mangiare i maccheroni con le mani, ed anzi, visto che con il suo comportamento di sfida aveva ottenuto le risate di tutta la famiglia, ha cominciato anche a giocherellarci colla pasta: infilandosi in bocca il maccherone per dritto e fischiandoci attraverso come se fosse una sorta di flauto (e sputacchiando saliva unta da tutte le parti).

E lì mi è toccato alzarmi e massacrarla di botte.

Ok, no, non è vero (figurati: la mia bambina!), ma ho comunque dovuto intervenire d’imperio per far rientrare nei cardini la situazione, esercitando con durezza la mia naturale autorità di pater familias.

Ecco: ho descritto questo banale episodio domestico perché ritengo sia esatto nell’illustrare, una volta di più come, davanti ad un comportamento sbagliato, un atteggiamento eccessivamente “accogliente” (potremmo dire eccessivamente materno), non faccia il vero bene di chi, quel comportamento sbagliato, dovrebbe invece correggerlo.

Ed io lo capisco che mia moglie, per il suo essere visceralmente mamma, nei confronti degli amatissimi frutti del suo grembo (sangue del suo sangue) non abbia nelle sue corde quella severità delle volte necessaria a correggerli con durezza, perfino a castigarli.

Ed è per questo che ci stanno i padri: essi, in quanto maschi, godono di quel sano distacco dalla carne intrisa di emotività e sentimentalismo, che consente loro di perseguire il vero bene dell’amato anche attraverso la dura correzione o persino il castigo.

L’atteggiamento “misericordioso” di mia moglie ha lasciato che a nostra figlia passasse un messaggio quantomeno equivoco: ossia che il suo sfrontato rifiuto di correggere un suo comportamento sbagliato (il mangiare con le mani), non fosse poi così grave, visto che non era incorsa in una vera punizione, ma anzi aveva suscitato le risate persino di chi l’aveva ammonita, tanto da sentirsi incoraggiata a rincarare la dose, peggiorando ancor di più la sua situazione.

Questo perché il gioco al ribasso è sempre perdente con quella creatura umana la cui natura è ferita dal peccato originale, tanto più quando viene attuato per mancanza di rigore, inteso come quella capacità virile di saper disciplinare anche con durezza la persona amata che indulge nell’errore.

E questa incapacità di vigore, oggigiorno, affligge anche e maggiormente quella Chiesa che è sì “madre”, ma che è pur sempre costituita, fin dalle origini, da apostoli e sacerdoti vocati ad essere “padri”.

In questa società contemporanea ormai deprivata da ogni figura paterna, la Chiesa rimaneva l’ultimo baluardo in cui si poteva ritrovare quella virtù maschile non rammollita dalle becere farneticazioni del femminismo.

Adesso, purtroppo, non più.

Eccedendo nel farsi “eunuchi per il Regno”, i pastori di anime sono finiti per rimanere castrati da quelle medesime logiche mondane del buonismo ad oltranza e del sentimentalismo femmineo (per non dire effemminato).

A furia di immischiarsi senza discernimento col mondo (pur non essendo invece, per origine e vocazione, del mondo) attualmente la Chiesa è passata dall’essere madre all’essere dapprima mamma, per poi finire, ultimamente, a ritrovarsi “mammona”.

E s’acuisce, per chi se ne sente ancora (e nonostante tutto) figlio, la nostalgia di quei sacerdoti veramente padri, che senza venir meno alla misericordia mettevano in atto la giustizia, accogliendo sì, ma a precise condizioni, che erano poi quelle necessarie al vero bene di colui che aveva bisogno d’essere accolto: ossia alla salvezza della sua anima.

Come quel santo sacerdote d’Ars, che nei confronti di chi andasse a confessarsi con peccati gravi o reiterati, aveva le palle di rimandare l’assoluzione ad una volta che si fosse espletata la penitenza, accomiatando il fedele con il preciso appuntamento di ritornare a ricevere il perdono di cuore una volta emendatosi fattivamente.

Ché il perdono di Dio è sì sollecito, ma non privo di condizioni: esso vuole il riconoscimento e l’accusa del peccato, il dichiarato pentimento ed il proponimento della conversione.

Ogni altra forma di perdono, perdono non è, ma inganno, poiché non persegue il vero bene dell’accolto, ma lascia l’errante nell’errore, con buona (falsa) pace della coscienza di chi scusa e di chi è scusato.

Gesù per primo, dando il mandato ai Suoi apostoli ad annunciare il Suo Vangelo (non quello loro, ma il Suo), è stato categorico nell’avvisare che chi avrebbe creduto sarebbe stato salvato, ma chi non avrebbe creduto sarebbe stato condannato.

Perché la natura ferita dell’uomo è tale che questo, spesso (e soprattutto quando è incrudito nel peccato) abbia bisogno anche dello spauracchio dell’inferno, di una bella sberla in faccia che gli apra gli occhi sulla realtà della dannazione eterna.

Questa è una Verità oggi talmente in disuso anche all’interno di quella madre Chiesa rivestita di tanto politicamente corretto, che s’è dovuta scomodare la Madre di Dio in persona a ribadire l’esistenza del demonio e dell’inferno, e a raccomandare il ritorno al sacrificio ed alla penitenza per la salvezza delle anime e la conversione dei peccatori.

Alla luce di tutto ciò, allora, il mio auspicio è il medesimo augurato ad ogni uomo: che i padri di famiglia tornino a fare i sacerdoti della chiesa domestica ed i sacerdoti tornino a fare i padri della famiglia umana, riscoprendo il buono ed il bello di quell’autorità naturale concessa da Dio ad ogni maschio, perché attraverso il retto esercizio di essa, conduca al suo vero bene ogni loro figlio, quel destino di salvezza cui ognuno è convocato ad attendere.

Perché è vero che la Chiesa è femminile, ma il Ministero è inequivocabilmente maschile.

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Fede

Tutto in tutti

Ieri sera ero sul divano a dire il mio consueto Rosario, mentre i miei tre bimbi giocavano sul tappetone (col LEGO duplo, ça va sans dire).

Ad un tratto al mezzanello parte l’embolo della coccola e mi sale addosso per abbracciarmi.

Come da copione alla piccolina, appena lo vede, le monta subito la gelosia al cervello, così anche lei mi si arrampica sul petto, ed in feroce concorrenza col fratello, inizia una gara personale di bacini e carezzine al sottoscritto, entrambi alternandosi nel rivendicare in via esclusiva la loro figliolanza gridandosi fraternamente l’un l’altro in faccia: “Mio papi!!!”.

A parte il fatto di essere stato interrotto durante la preghiera, confesso di essermela goduta un sacco: perché è bello essere conteso dai propri figli, anche se solo in maniera giocosa.

Tanto che avrei voluto potermi dividere, superare le barriere della materialità per potermi dare tutto ad entrambi in maniera esclusiva.

E allora un po’ mi è parso di capire come debba essersi sentito anche Gesù, quando le folle lo attorniavano, e per l’amore appassionato che Egli aveva per ciascuno davvero non vedesse l’ora di essere immerso in quel battesimo di sangue che lo avrebbe condotto, nella Sua risurrezione, ad assumere un corpo trasfigurato, finalmente non più soggetto alla fisicità coatta di mortale, bensì “dominus” su di essa gli avrebbe permesso di essere con i suoi «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Matteo 28,20).

Ma ancor più ho compreso quel Suo desiderio di farsi cibo e bevanda fino al suo ritorno ultimo, per potersi fare realmente “presente”: totalmente dono per ciascuno di quei figli amatissimi per la salvezza eterna dei quali ha dato tutto se stesso.

Ed essere, ultimamente, tutto in tutti.

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Vita

Come chiedere

Qua in casa nostra il treenne ha finalmente cominciato ad interfacciarsi verbalmente col mondo: ci ha messo parecchio, d’accordo, ma alla fine ce l’ha fatta anche lui (la piccola ha la metà dei suoi anni e già balbetta senza requie, ma d’altronde è femmina).

Ed in quest’ultimo periodo, quindi, siamo passati ad un livello superiore nella sua educazione: visto che sta imparando a parlare, in famiglia cerchiamo di farglielo fare bene.

Così, quando chiede qualcosa, o lo chiede “per favore” o non l’ottiene.

Parimenti, una volta ricevuto ciò che vuole, o ringrazia o gli viene portato via.

Saremo anche severi secondo gli standard contemporanei, ma tale metodo d’indottrinamento ha funzionato egregiamente col fratello maggiore e per noi la cortesia ha un valore, soprattutto il rendere grazie, poiché abitua che niente nella vita è dovuto, ma tutto è dono, e ciò va riconosciuto.

Ecco allora che oggi a pranzo l’indomito pargolo mi urla che “ha sete” ed io, come da copione, lo ignoro.

Allora gli si accende la lampadina nel cervello e mi chiede di dargli l’acqua “peffavooore”, ma lo dice sottovoce e con una faccietta furba che non me la conta giusta, perciò faccio finta di non aver sentito e lui finalmente ripete la sua richiesta come si deve, al che prontamente ottiene il suo bicchiere d’acqua fresca.

È in quel momento esatto che mi viene in mente quella sorta di reprimenda dell’Aposotolo che cita: «Tu chiedi a Dio e non t’arriva nulla perché lo stai facendo sbajato!» (Cfr. Giacomo 4,3), e allora mi rendo conto come anch’io, pur desiderando di cuore esaudire la richiesta di mio figlio ho atteso che chiedesse nel modo giusto, non per mio capriccio o per ossequio ad una “formula magica”, ma perché nel maturare un’abitudine corretta egli possa crescere bene, diventare una persona migliore, in buona sostanza per fare il suo bene.

Allo stesso modo Dio, che è Padre, non lascia inascoltate le domande dei suoi figli e nemmeno s’arrocca nella reticenza per l’assolvimento di una rigida etichetta, ma anche in queste circostanze educa, e trattenendo salde le briglie del suo amore infinito che scalpita per esaudire il desiderio di cose buone dei suoi figli, attende, finché si adempia ogni giustizia, ed anche nel mutare la forma della sua domanda la creatura amata ne ottenga un bene per sé.

Ed un bene maggiore.

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Paternità

La mano di Dio

Ieri pomeriggio mi trovavo immerso, come un fungo del legno, nel mio consueto, domenicale, stato simbiotico col divano, quando ad un tratto mi ha raggiunto la mia pargoletta.

Di primo acchito mi è preso il terrore che, sulle orme materne, vedendomi divanato, volesse scalzarmi dal mio torporoso stato di letargica quiescenza per impegnarmi in qualche laboriosa, quanto inutile, tribolazione domestica (che chissà perché le mogli fanno così di solito: appena possono si sentono come investite di un ancestrale mandato divino a dissodarti da ogni principio di stato vegetativo).

E invece no: evidentemente in preda ad una reminiscenza di coccolite, la mia bambina mi si è arrampicata addosso e si è comodamente apparecchiata sul mio corpulento petto, dandomi in tal modo un pretesto inossidabile alle muliebri manie di reattività.

Saldamente agganciata al suo pupazzetto di Tigro e con il suo pollicino (tanto usurato da essere ormai ridotto ad un unico corpo calloso) in bocca, la mia patacchina se ne stava lì, spalmata su di me, in attesa di massicce dosi di grattini.

Figuriamoci: con me ha sfondato una porta aperta, ed infatti me la sono abbracciottata stretta ed ho iniziato a carezzarle il crapino, proprio come facevo quando era piccina (cioè: più piccina di adesso, intendo).

E lo confesso: mi sono scoperto gongolantemente compiaciuto nel tenere la testolina della mia bimba nella mia manona, coprendone letteralmente il capo. Ché con questo gesto ho avuto come la sensazione di “comprenderla”. E per il coccoloso sollazzo che ho intuito ne avesse anche lei, mi piace immaginare che pure la mia figlioletta si sia sentita in tal modo “compresa”.

Perciò mi sono lasciato interloquire da ‘sta cosa, intuendo forse come anche al Padre piaccia tale gesto, che anch’Egli so per certo pratica coi Suoi di figli, e mi sono dato così la spiegazione del motivo per cui Lui abbia ostinatamente tenuto la Sua mano sulla testa del sottoscritto per tutti i suoi quarant’anni suonati di vita, anche (e forse soprattutto) in quei frangenti in cui costui tentava di sottrarGlisi.

Ed ammaliato da cotanta sovrabbondanza di misericordia, ne sono rimasto una volta di più riconoscente.

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Paternità

Salmo 90

Oggi pomeriggio, mentre mi trovavo sul divano a scrivere combattendo tenacemente contro l’abbiocco della digestione, guardavo la mia principessa strisciare qua e là per il salotto, fermandosi di tanto in tanto a raccogliere un batuffolo di lanugine da assaggiare, per poi gettarsi all’inseguimento di qualche suo giochino da raccogliere, ciucciare, agitare e riscaraventare lontano.

Di tanto in tanto si fermava a guardarmi, per controllare che io la stessi osservando, ed io, grazie al mio “senso di ragno” (superpotere acquistato fin dalla mia prima paternità), immancabilmente alzavo lo sguardo dal portatile una frazione di secondo prima che lei mi vedesse, cosicché le risultassi sempre attento ad ogni suo gesto e ricevendo in cambio grandi sorrisi di compiacimento.

Ad un certo punto però ha visto il pupazzetto di spiderman che già fu diletto spasso dei suoi fratelli incredibilmente abbandonato sul divano accanto a me: irresistibilmente attratta da quell’oggetto del desiderio ha gattonato veloce nella sua direzione, quindi, aggrappandosi ai cuscini, si è tirata su da sola e, tenendosi ben salda con una mano, con l’altra ha iniziato ad allungarsi per raggiungere la bramata effige del noto supereroe rosso e blu.

La meta del suo protendersi, però, era troppo lontana per la sua piccola taglia e nonostante i caparbi sforzi non avrebbe mai potuto arrivarci, così, osservando tutta la scena con sorniona curiosità, mi è venuto l’istintivo moto di avvicinarle il bambolotto di pezza perché lei potesse finalmente prenderlo (e, senza soluzione di continuità, portarselo alla bocca). Stavo già allungando la mia mano verso l’Uomoragno, quando un pensiero fulmineo mi ha colto d’improvviso, paralizzandomi in quell’inconsueta posizione: già perché, mi son detto, anche il Padre quando vede i propri figli tesi a raggiungere le mete che Egli stesso propone loro, mica gli avvicina il traguardo, ma al contrario, eventualmente, se richiesto concede loro l’aiuto necessario a compiere il proprio destino.

Dio infatti, non deprezza l’obbiettivo cui ti chiama per permetterti di raggiungerlo, ma ti dà la grazia per superare ogni ostacolo che incontri durante il tragitto.

Egli non ti toglie la difficoltà, ma ti concede l’aiuto per affrontarla con successo.

Ultimamente non ti evita la croce, ma ti dona la forza per passarci attraverso in vista della risurrezione.

Questo perché il Padre conosce i propri figli e sa quale è il loro vero bene, quello scopo preciso per cui li ha creati e che per essi è piena realizzazione ed appagante felicità: ogni uomo è un tassello unico e preziosissimo di quel meraviglioso mosaico che Dio ha pensato fin dalla fondazione del mondo, e non trova pace fino a quando non occupa quel posto esatto che è sua precipua meta in questa vita e che, oltre ad essere per lui pienezza nel tempo, è personale vocazione a quel destino d’imperitura gioia nell’eternità.

Ed il Padre chiama a mete alte, che paiono a volte persino impossibili, ma non fa mai mancare l’aiuto necessario a raggiungerle a chi glielo domanda e a Lui si abbandona fiducioso. Poiché quelle mete impossibili, in alcuni casi, Egli le propone proprio perché i suoi figli si scontrino con la loro natura soltanto creaturale e rendendosi conto della loro inadeguata finitezza, ricaccino la tentazione ad insuperbirsi ed abbraccino con consapevolezza l’umiltà di alzare il loro sguardo a Lui, così come fa la mia piccolina quando vede che l’oggetto del suo protendersi è al di fuori delle sue possibilità: mi guarda con quegli occhioni queruli in una preghiera muta cui il mio cuore di padre non può resistere, tanto quanto anche (e a maggior ragione) il cuore del Padre non sa resistere all’orazione sincera di quei figli amatissimi per la cui salvezza ha dato persino la vita nel Figlio.

Ecco che allora, disincantandomi da tali pensieri, anch’io oggi mi sono finalmente risoluto a reprimere l’istinto della mia natura, che ferita dal peccato originale mi indurrebbe sempre a giocare al ribasso, ed anziché approssimarle gli obbiettivi, d’ora in poi, cercherò di aiutare la mia bimba a raggiungere i suoi traguardi.

Perciò questo pomeriggio, appena prima che lei scoppiasse in pianto vedendomi stranamente immobile assorto in tali meditazioni, invece di avvicinarle il desiderato pupazzetto le ho messo la mia manona sotto il suo sederino impatellato e l’ho sospinta delicatamente verso di esso, quel tanto che bastava perché lei, allungandosi, riuscisse a prenderlo. Ed è stato proprio in tal modo che come genitore ho potuto incarnare quella promessa che già fu del Padre per ciascuno dei suoi figli che a Lui volgano il loro sguardo imploranti: “Ti solleverò su ali d’aquila e sulla brezza dell’alba ti farò brillare come il sole, così nelle Mie mani tu vivrai”.

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Paternità

Girinbici

L’altra mattina sono andato in centro per delle commissioni e vista la bella giornata ho deciso di prendere la bici e di portarmi dietro la piccolina, la quale da par suo si godeva l’arietta nel suo seggiolino attaccato al manubrio.

Visto che eravamo in zona l’ho portata al Disney Store a rifarci un po’ gli occhi e lì la piccola miss ha dato spettacolo vero: pareva drogata.

Fattostà che al ritorno, quando per fortuna eravamo vicini a casa, la mia bimba mi si è addormentata nel seggiolino, evidentemente sfiancata dalla performance della mattinata.

Solo che alla poveretta le ciondolava la testolina da tutte le parti, ma d’altronde io non avevo altra alternativa che pedalare il più velocemente possibile per giungere al più presto a casa.

Allora, mosso a compassione di quel piccolo metronomo umano, ho tentato il numero circense: con una mano tenevo il manubrio e con l’altra tenevo la testina della mia bambina dormiente, che appoggiatasi ad essa ha potuto finalmente ronfare tranquilla, ed in tali condizioni abbiamo proseguito fino all’arrivo.

Ecco: questo fatto mi ha dato da pensare a come anche a me, quando sul cammino rimango spossato e finisco per cedere, il Padre mi sorregga con la Sua mano, mentre mi guida sulla strada di casa, finché mi ridesti e riprenda il mio percorso.

E ciò mi riempie di riconoscente confidenza.

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Paternità

Peek-a-boo

Così poi ti ritrovi lì, seduto sul divano, di fronte a tua figlia di nove mesi acciambellata in mezzo al suo cuscinone morbido (e “acciambellata” è il termine esatto, visto che si tratta proprio di una grossa ciambella gonfiabile ricoperta da una federa in tessuto morbidoso con disegnini e gadget tattili, tipo plancia di comando dell’Enterprise, ma per bimbi già proiettati “all’esplorazione di strani mondi, alla scoperta di nuove forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare là, dove nessun uomo è mai giunto prima”) compiaciutamente perso a giocare al gioco del cucù: con un cuscino in mano che usi come schermo da mettere e togliere tra il tuo faccione ed il suo visino, esclamando a tempo quelle due archetipiche sillabe e rimirando beato ogni volta la sua sbalordita sorpresa nel rivederti riapparire dal nulla dopo essere scomparso alla sua vista.

E quello che ti dà vero godimento è notare come basti un semplice cuscino davanti agli occhi per far credere alla tua amata pargoletta che davvero sei sparito, come per magia, perché realmente lei, non vedendoti, non si rende ancora conto che tu sei semplicemente nascosto, ma crede che tu proprio sia scomparso e non ci sia più.

Così come quando poi ti rivede, ancora ingannata dal trucco del cuscino tolto di mezzo, è rapita di meraviglia nel rivederti ancora lì, ignara del fatto che tu in realtà non ti sei mai mosso.

Allo stesso modo in cui, quando poi ti alzi e riprendi il tuo sfaccendare domestico quotidiano, finché rimani nella stessa stanza in cui anche lei si trova, rimane buona e tranquilla, tutta presa a smanettare i giochini del suo ciambellone, e nemmeno ti degna di uno sguardo, poiché ti sente e sa che sei a portata d’occhio: le basta alzare lo sguardo a conferma della tua presenza vicino a lei, così può dedicarsi alle sue cose rassicurata che tu sei lì, comunque a sua disposizione in caso lei lo voglia.

Poi però cambi stanza, anche solo per un attimo, e lei subito si guarda intorno, cercandoti, e siccome non ti vede, così come quando ti nascondevi dietro al cuscino, pensa che tu sia scomparso e, sentendosi abbandonata, scoppia in pianto, perché tu accorra subito, riapparendo magicamente come sei scomparso.

Perciò ti fermi, sbalordito e un po’ sconvolto anche, poiché in quel momento ti rendi conto come anche tu faccia allo stesso modo con quel Padre di cui sai essere figlio amatissimo: quel Genitore che sempre c’é per te e per ognuno, ma che se per un momento ti nasconde il Suo volto dietro al cuscino di un frangente tribolato di vita, anche tu subito ti senti perso, non avvertendo più sensibilmente la Sua vicinanza, e allora lotti contro il dubbio che Lui non ci sia mai stato, e talvolta inveisci dentro (o anche fuori) recriminando la Sua assenza, oppure immediatamente sbraiti a gran voce, come fa la tua piccina, per richiamarlo a te, che credi se ne sia andato.

Ma invece Lui é lì, forse ancor più vicino: è solo che sta in silenzio, nascosto nelle pieghe delle circostanze misteriose del vivere, ma comunque presente, anzi, proprio in quei momenti presente come non mai.

Perché a differenza di come fai tu con tua figlia, il Padre tuo che è nei Cieli, nel Suo Figlio Vivo è più che mai in terra, proprio accanto a te, ed Egli, al contrario di te, ha un’unica faccenda di cui occuparsi in ogni istante: la tua felicità vera.

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