Fede

Il nocciolo della questione

Ma perché Gesù, che pure in quanto Dio avrebbe avuto il potere di farlo, non è sceso dal suo patibolo? Non avrebbe dimostrato più facilmente in questo modo la sua divinità?

Questa è la domanda a cui occorre rispondere, altrimenti si rischia di perdersi nelle belle disquisizioni sui “massimi sistemi” senza nemmeno scalfire la sostanza della questione di fede.

Se Gesù fosse sceso dalla croce avrebbe ineluttabilmente sigillato la distanza infinita tra Dio e l’uomo: se egli non fosse morto sul legno come un uomo, non avrebbe associato al destino umano il destino divino.

Il Cristo che non soccombe alla morte dell’uomo manifesta solamente che, a differenza del genere umano, Egli è immortale, e così, mentre a Lui è riservata la sorte imperitura degli dei, gli uomini continueranno come sempre ad estinguersi nell’oblio secondo l’immutabile sorte riservata alla caducità creaturale.

Il Dio incarnato che si lascia passare attraverso la sofferenza e la morte, invece, associa queste due realtà ineluttabili, che attraversano la vita di ogni uomo, alla propria divinità, facendone quindi una prerogativa di Dio, prima che dell’umanità, cosicché esse d’ora in poi non appartengano più soltanto alle creature, ma siano innanzitutto un contrassegno del Creatore, il quale, ordinando tali realtà alla Sua risurrezione, associa per sempre e per tutti il destino di ogni uomo non più al non-senso del dolore e della morte, bensì al significato pieno di una vita che, vissuta in comunione con Lui, è già trasfigurata nel divino, sia nel tempo che nell’eternità.

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Storie

Mortuis ad morituri

Colpito a morte da una pallottola stramazzò al suolo: ora la guerra era un accadimento che non lo riguardava più.

Abbandonato a se stesso, il suo corpo affondò due pollici nella terra ed iniziò con essa la stesura del proprio testamento.

Lasciò alle radici i propri umori perché se ne dissetassero, al muschio i propri indumenti perché li ricoprissero ed alle foglie i propri gas perché li potessero respirare.

Ai vermi lasciò le proprie carni perché se ne cibassero ed ai tarli le proprie ossa perché ne facessero la loro casa.

Non restò di lui che il suo fucile coperto di ruggine come monito all’uomo: perché senza l’alito di Dio rimane solo la polvere.

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Libri

Il destino dell’anima

Postfazione da: “Non più due”

Solitaria nella radura si ergeva la grossa quercia: le sue radici erano saldamente aggrappate alla terra e per anni l’avevano sostenuta e difesa contro l’accanirsi del tempo e delle stagioni.

Così era cresciuta forte e grande.

E sola.

La roccaforte dei suoi rami offriva un riparo a tanti uccellini ed il robusto tronco ospitava scoiattoli e conigli, ma nel suo cuore albergava il deserto.

Anni passati a duellare col vento, il quale attentava alla robustezza dei suoi rami e strappava le sue foglie.

Il vento: sempre forte, abbondante, minaccioso; l’insultava con le sue sferzate, la schiaffeggiava con i suoi mulinelli, ma lei, affondata nella solida terra, resisteva alla sua furia.

Quella mattina però, il vento venne a trovarla con un alito profumato di fiori e caldo di sole; non era il solito maestrale aggressivo e sprezzante, ma uno zefiro gentile e premuroso: arruffava con tenerezza le sue foglie, la baciava sulle guance della sua corteccia ruvida e le sussurrava parole dolci.

Fu in quel giorno che la grossa quercia capì di aver sempre frainteso le visite del vento ed accogliendolo anziché opporvisi finì per innamorarsene.

Così, da quel momento, il vento e la quercia si scambiarono gesti d’amore, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione.

Ma una mattina, all’improvviso com’era venuto, il vento non tornò più.

La quercia lo attese e lo attese ancora, ma invano, e allora pianse e si disperò per quel sogno spezzato e supplicò il Cielo di riportarle il suo amante per un’ultima volta, per un’ultima mattina d’idillio.

Passò un tempo molto lungo, ma quando ormai la quercia non sperava più di essere esaudita ecco che il vento ritornò per quello che le apparve un ultimo straziante addio.

Allora, piangendo lacrime di gioia, decise di abbandonare la sua terra e seguire il suo amore: lasciò che le sue forti radici si staccassero dal suolo e si alzò in volo insieme a colui che amava.

Fu così che la quercia morì al suolo: per vivere in eterno nell’abbraccio del vento.

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Storie

La porta per il Cielo

E l’inverno ricoprì tutto con il suo manto bianco per permettere alla terra di rinfrancarsi dalle fatiche dell’anno passato. Così essa giacque nella pace silenziosa con la speranza che il freddo non durasse troppo, per non soffocare il germoglio che già riposava sotto la neve.

E quando giunse la primavera il paesaggio esplose in un rigoglioso brulicare di vita e tutto fu fiore, luce e fragranza. La terra crebbe i suoi semi migliori e fornì loro tutto il suo nutrimento, con la speranza che la primavera lasciasse presto posto all’estate, poiché non c’è frutto senza il calore di un raggio di sole.

E così l’estate sostituì la primavera e gli alberi si caricarono di sugoso colore ed i campi divennero d’oro. La terra ormai aveva esaurito tutte le sue risorse per nutrire i suoi figli e si augurava che giungesse presto l’autunno, poiché un’estate troppo lunga significa secchezza e desolazione, mentre l’autunno le avrebbe ridato l’energia per affrontare un altro lungo anno di maternità.

Ed infine l’estate passò il testimone alla stagione delle piogge e del vento, degli alberi spogli e delle foglie crepitanti, dei pascoli sterili e della fauna dimagrita. Il paesaggio si fece brullo ed appassito e mentre tutto intorno vestiva i colori accesi del decadimento, la terra tornava pingue con i resti dei suoi figli e ringraziava la Provvidenza per quella stagione di asperità e tristezza.

Poiché in questo mondo non si vive che per morire ed è solo passando la morte che si vivrà per sempre.

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Paternità

Morti di sonno

Oggi all’asilo si fa solo mezza giornata, perciò vado a prendere mio figlio subito dopo il pranzo e me lo porto a casa.

La giornata, pur autunnale, è bella e la temperatura mi permette di andarlo a ritirare in bicicletta.

Durante il tragitto gli faccio le domande di rito (quelle commissionate dalla moglie): “Hai mangiato? Cos’hai mangiato? Hai fatto la pipì e/o la cacca?”, a cui il pargolo risponde in maniera riluttante e contraddittoria.

Quindi gli faccio le mie domande, quelle da papà: “Ti sei divertito all’asilo? Hai giocato? A cosa hai giocato?”, a cui risponde con maggior sollecitudine e dovizia di particolari.

Non troppi, per la verità, perché barcolla dal sonno, tanto che appena smetto di fargli il terzo grado si chiude in un silenzio sospetto e presto vedo che inizia persino a ciondolargli la testa: per fortuna che siamo arrivati.

Lo tiro giù dal seggiolino anteriore della bici che è ancora sveglio (ancora per poco); i due passi che facciamo nel box lo ridestano un po’ dal torpore e subito inizia a chiedermi, con voce impastata, se può giocare con gli omini del LEGO una volta a casa.

Io sorrido tra me e me vedendolo sbadigliare, per quella sua ostinata volontà di rimanere sveglio nonostante sia ciucco di sonno, e pur comprendendo il suo desiderio bambino di continuare a giocare, ad oltranza, so anche che ha bisogno di riposarsi, ed oggi in modo particolare, ché nel pomeriggio lo attende la sorpresa di una festa di compleanno organizzata ai gonfiabili, per i quali ha una vera passione, perciò glielo ripeto con perentorietà: appena arrivati a casa andrà subito a fare il sonnellino.

Al che lui si ribella stancamente ed inizia a frignare, ed anche una volta giunti continua a lamentarsi mormorando, mentre gli tolgo le scarpine, mentre gli faccio fare pipì, mentre gli cambio i vestiti, persino mentre lo metto nel suo lettino, dove girandosi si avvolge volentieri nella copertina, e mentre gli tiro giù la tapparella per fargli buia la stanza sento che è già partito: se la dorme della grossa per quanto era stanco.

Allora gli chiudo la porta della cameretta e sussulto al pensiero che d’un tratto mi balza in mente, perché pure l’uomo fa così come il mio bimbo: anche lui quando sente che giunge il momento di lasciare questo mondo, resiste al riposo eterno. Ancora affamato di quella vita così come lui la conosce, recalcitra davanti alla morte anziché abbandonarsi con fiducia alla volontà di quel Padre che nel Figlio ha tramutato persino la dipartita dei suoi figli in un atto di misericordia.

Poiché in Cristo, il morire dell’uomo non è che un breve sonno, al risveglio del quale lo attende una Festa.

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Fede

Chi ha paura della morte?

Circa con una cadenza settimanale riesco a farmi un giro al cimitero Maggiore, qui a Milano (vado a trovare i miei tre bambini, anche solo per un saluto ed una preghiera veloce), ed ogni volta rimango affascinato da quel paesaggio immerso nella pace e nel silenzio, dominato dai monumenti tombali e dalle lapidi dei numerosissimi sepolcri, poiché mi rendo conto di come essi siano testimoni della nostra storia, di come raccontino le nostre radici, di come narrino ai vivi l’ostinata esistenza del passato di una società ormai più che liquida, davvero liquefatta, in cui si disprezza la perduranza ad esaltazione dell’evanescente, e che cerca con metodo scientifico di relegare il Vero nell’oblìo.

Ma le tombe, coi loro crocifissi, le loro epigrafi, persino il loro precipuo stile artistico, fanno memoria di ciò che siamo stati, dei valori in cui abbiamo creduto, di come il tempo presente sia, a dispetto di ogni apparenza, comunque figlio di un solido retaggio.

Eredità, questa, ricca di una definitiva risposta a quell’atavica domanda di senso così intimamente iscritta nell’animo umano, ed oggi volontariamente disconosciuta dalla cultura contemporanea nel caparbio tentativo di eclissare Dio.

Ecco che però, togliendo il Signore della Vita dall’orizzonte umano, rimane un’unica realtà ineluttabile davanti allo sguardo: che siamo tutti malati terminali, e la probabilità per ciascuno di estinguersi dopo un certo numero di anni di inevitabile degenerazione fisica è pericolosamente prossima al cento percento.

Questa è quella verità che ha terrorizzato l’uomo fin da epoche immemori, e che ritorna ferocemente attuale in questo tempo dimentico di quel senso proprio al dolore, alla malattia ed alla morte finalmente messo in chiaro dalla rivelazione cristiana, senza la quale questi mali rimangono un enigma insolubile.

Un mistero che oggigiorno viene affrontato con strategie opposte e contrarie, ma tutte illusorie ed inefficaci: da una parte si tenta di esorcizzare la sofferenza e la morte inflazionando i media con una violenza spettacolarizzata, atta ad anestetizzare le coscienze con un’esasperata banalizzazione di tali realtà ormai svuotate di senso, dall’altro si nascondo tutte quelle situazioni in cui il dolore e la malattia mordono personalmente la propria vita o quella dei propri cari, relegando tali circostanze tangenti l’umano in spazi adibiti e reclusi, come gli ospedali.

Ciò riguarda in particolare i defunti, il cui corpo muto testimonia l’inevitabilità dell’estinzione, e che vengono subito occultati all’interno di cimiteri recinti da alte mura, cosicché pure passandoci vicino non ci si accorga nemmeno di cosa siano quegli edifici anonimi e di quale sia il loro contenuto.

Recentemente, anzi, si va affermando il costume di ridurre immediatamente i corpi esanimi in cenere da disperdersi poi nelle acque, per evitare che di loro rimanga qualsiasi traccia, come se non fossero mai vissuti, lasciando soltanto una flebile memoria, ma nulla di tangibile, perché sia lecito illudersi che la morte non esista, o che comunque non ci riguardi, almeno nell’immediato.

Il medesimo atteggiamento si tende ad avere nei confronti della sofferenza: ogni male, sia fisico che morale, dev’essere immediatamente combattuto con gli strumenti della scienza medica, e quando risulta incurabile, allora si invoca la morte come una liberazione, poiché vivere il dolore o la malattia permanente viene considerato “non-vivere”.

Ma invero questa prospettiva non libera affatto, anzi rende schiavi: poiché in realtà solo chi è capace di accogliere il dolore e la morte è davvero libero nei confronti di questi.

Anzi, così facendo, la mentalità corrente partecipa e ricreare l’illusione di essere immortali, quell’effimera ed adolescenziale sensazione di poter vivere per sempre, desiderio di eternità ìnsito nell’uomo, ma frainteso come un bisogno di salvezza che è possibile conquistare con le proprie sole forze mediante la moderna tecnica.

È, a ben guardare, la riproposizione dell’episodio biblico della Torre di Babele: la conquista del Cielo nel rifiuto della Grazia, presunzione luciferina che già causò la caduta dei progenitori e che nella società contemporanea si manifesta più attuale che mai.

La deriva di questa logica schiavizzante è che ci si trincera in una falsa indifferenza al dolore, o in una vera e propria idolatria della scienza, intesa come unica soluzione possibile al male.

Questa è l’ottica miope della società contemporanea e non a caso, oggigiorno, quella farmaceutica è una delle industrie più floride al mondo: poiché l’uomo ha perso il senso trascendente di queste due realtà esistenziali, che invece, nella Sua incarnazione, passione e morte, il Dio fatto uomo ha preso su di Sé per trasfigurarle nella Sua risurrezione.

In Cristo l’uomo è stato davvero liberato dalla sua schiavitù nei confronti del dolore e della morte, poiché queste sono state rese dal Dio incarnato un’opportunità di comunione con la Sua divinità, e ciò realmente esorcizza il male subìto dall’uomo dandogli un senso nuovo, rendendolo occasione vera di cooperare, con l’offerta libera e volontaria della propria sofferenza a Dio, a quel disegno di salvezza che Lui ha per l’uomo, fatto ultimamente manifesto in quella stessa Croce dolorosa cui il Figlio si è lasciato assidere perché diventasse, nella Sua risurrezione, il passaggio liberante verso un medesimo destino di risurrezione per tutta l’umanità.

Così allora, davanti all’insorgere di una prospettiva di dolore, viene data all’uomo la possibilità di un’alternativa all’analgesico nell’accogliere liberamente la sofferenza come vera opportunità di partecipare alla medesima sofferenza del Redentore, ed offrendola al Padre, cooperare con Cristo, per Cristo ed in Cristo alla redenzione del mondo.

Tale è quella Verità che davvero rende libero l’uomo, anche di fronte ad una sorte apparentemente matrigna, come quella della malattia o del decesso: Verità fattasi Carne patente vestita da Gesù nel Triduo della Sua passione per essere definitivamente dismessa nel trionfo della Sua Pasqua.

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Storie

Un romantico paradosso

La incontrai una sera d’inverno.

Mi ero attardato in bottega per finire un lavoro e non avevo ancora cenato.

Uscii in strada preparato al freddo pungente che mi attendeva e mi diressi immediatamente sulla via di casa.

La strada era madida di nebbia, ma non ebbi difficoltà a distinguere la sua carrozza quando emerse dalla foschia.

Si fermò e quando si sporse dal finestrino per chiedermi dove potesse trovare non so quale via, m’innamorai di lei all’istante.

Le risposi che non era molto lontana dalla sua meta e che se aveva voglia di fare due passi avrei potuto accompagnarla io: accettò.

Passeggiammo tutta la notte e ci innamorammo profondamente l’uno dell’altra. Un’ora prima che il sole sorgesse la lasciai sulla soglia di quella che mi disse era casa sua.

Tornai a casa, ma non riuscii a dormire: lei occupava tutti i miei pensieri e quello stesso pomeriggio non potei fare a meno di andare a bussare alla sua porta.

Mi aprì un’anziana signora che, alla mia richiesta di vedere lei, mi rispose stupita e triste che la padrona del mio cuore era deceduta una settimana prima di polmonite.

Pensai di essere vittima di uno scherzo di pessimo gusto e me ne andai scosso. Non lavorai per tutto il resto della giornata e quella sera stessa tornai nel luogo dove l’avevo incontrata la notte prima sperando che tornasse.

Aspettai quella che mi sembrò essere un’eternità, ma infine vidi la sua carrozza uscire lentamente dalla bruma e fermarsi alla mia altezza.

Il suo viso si affacciò a salutarmi ed il mio cuore esplose. Mi chiese se volevo salire in carrozza con lei ed accompagnarla non mi ricordo dove ed accettai d’un fiato.

Fu così che la mattina seguente la guardia notturna trovò il mio corpo privo di vita sul marciapiede di quella stessa strada.

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