Storie

Mortuis ad morituri

Colpito a morte da una pallottola stramazzò al suolo: ora la guerra era un accadimento che non lo riguardava più.

Abbandonato a se stesso, il suo corpo affondò due pollici nella terra ed iniziò con essa la stesura del proprio testamento.

Lasciò alle radici i propri umori perché se ne dissetassero, al muschio i propri indumenti perché li ricoprissero ed alle foglie i propri gas perché li potessero respirare.

Ai vermi lasciò le proprie carni perché se ne cibassero ed ai tarli le proprie ossa perché ne facessero la loro casa.

Non restò di lui che il suo fucile coperto di ruggine come monito all’uomo: perché senza l’alito di Dio rimane solo la polvere.

Standard
Libri

Il destino dell’anima

Postfazione da: “Non più due”

Solitaria nella radura si ergeva la grossa quercia: le sue radici erano saldamente aggrappate alla terra e per anni l’avevano sostenuta e difesa contro l’accanirsi del tempo e delle stagioni.

Così era cresciuta forte e grande.

E sola.

La roccaforte dei suoi rami offriva un riparo a tanti uccellini ed il robusto tronco ospitava scoiattoli e conigli, ma nel suo cuore albergava il deserto.

Anni passati a duellare col vento, il quale attentava alla robustezza dei suoi rami e strappava le sue foglie.

Il vento: sempre forte, abbondante, minaccioso; l’insultava con le sue sferzate, la schiaffeggiava con i suoi mulinelli, ma lei, affondata nella solida terra, resisteva alla sua furia.

Quella mattina però, il vento venne a trovarla con un alito profumato di fiori e caldo di sole; non era il solito maestrale aggressivo e sprezzante, ma uno zefiro gentile e premuroso: arruffava con tenerezza le sue foglie, la baciava sulle guance della sua corteccia ruvida e le sussurrava parole dolci.

Fu in quel giorno che la grossa quercia capì di aver sempre frainteso le visite del vento ed accogliendolo anziché opporvisi finì per innamorarsene.

Così, da quel momento, il vento e la quercia si scambiarono gesti d’amore, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione.

Ma una mattina, all’improvviso com’era venuto, il vento non tornò più.

La quercia lo attese e lo attese ancora, ma invano, e allora pianse e si disperò per quel sogno spezzato e supplicò il Cielo di riportarle il suo amante per un’ultima volta, per un’ultima mattina d’idillio.

Passò un tempo molto lungo, ma quando ormai la quercia non sperava più di essere esaudita ecco che il vento ritornò per quello che le apparve un ultimo straziante addio.

Allora, piangendo lacrime di gioia, decise di abbandonare la sua terra e seguire il suo amore: lasciò che le sue forti radici si staccassero dal suolo e si alzò in volo insieme a colui che amava.

Fu così che la quercia morì al suolo: per vivere in eterno nell’abbraccio del vento.

Standard
Storie

La porta per il Cielo

E l’inverno ricoprì tutto con il suo manto bianco per permettere alla terra di rinfrancarsi dalle fatiche dell’anno passato. Così essa giacque nella pace silenziosa con la speranza che il freddo non durasse troppo, per non soffocare il germoglio che già riposava sotto la neve.

E quando giunse la primavera il paesaggio esplose in un rigoglioso brulicare di vita e tutto fu fiore, luce e fragranza. La terra crebbe i suoi semi migliori e fornì loro tutto il suo nutrimento, con la speranza che la primavera lasciasse presto posto all’estate, poiché non c’è frutto senza il calore di un raggio di sole.

E così l’estate sostituì la primavera e gli alberi si caricarono di sugoso colore ed i campi divennero d’oro. La terra ormai aveva esaurito tutte le sue risorse per nutrire i suoi figli e si augurava che giungesse presto l’autunno, poiché un’estate troppo lunga significa secchezza e desolazione, mentre l’autunno le avrebbe ridato l’energia per affrontare un altro lungo anno di maternità.

Ed infine l’estate passò il testimone alla stagione delle piogge e del vento, degli alberi spogli e delle foglie crepitanti, dei pascoli sterili e della fauna dimagrita. Il paesaggio si fece brullo ed appassito e mentre tutto intorno vestiva i colori accesi del decadimento, la terra tornava pingue con i resti dei suoi figli e ringraziava la Provvidenza per quella stagione di asperità e tristezza.

Poiché in questo mondo non si vive che per morire ed è solo passando la morte che si vivrà per sempre.

Standard
Storie

Un romantico paradosso

La incontrai una sera d’inverno.

Mi ero attardato in bottega per finire un lavoro e non avevo ancora cenato.

Uscii in strada preparato al freddo pungente che mi attendeva e mi diressi immediatamente sulla via di casa.

La strada era madida di nebbia, ma non ebbi difficoltà a distinguere la sua carrozza quando emerse dalla foschia.

Si fermò e quando si sporse dal finestrino per chiedermi dove potesse trovare non so quale via, m’innamorai di lei all’istante.

Le risposi che non era molto lontana dalla sua meta e che se aveva voglia di fare due passi avrei potuto accompagnarla io: accettò.

Passeggiammo tutta la notte e ci innamorammo profondamente l’uno dell’altra. Un’ora prima che il sole sorgesse la lasciai sulla soglia di quella che mi disse era casa sua.

Tornai a casa, ma non riuscii a dormire: lei occupava tutti i miei pensieri e quello stesso pomeriggio non potei fare a meno di andare a bussare alla sua porta.

Mi aprì un’anziana signora che, alla mia richiesta di vedere lei, mi rispose stupita e triste che la padrona del mio cuore era deceduta una settimana prima di polmonite.

Pensai di essere vittima di uno scherzo di pessimo gusto e me ne andai scosso. Non lavorai per tutto il resto della giornata e quella sera stessa tornai nel luogo dove l’avevo incontrata la notte prima sperando che tornasse.

Aspettai quella che mi sembrò essere un’eternità, ma infine vidi la sua carrozza uscire lentamente dalla bruma e fermarsi alla mia altezza.

Il suo viso si affacciò a salutarmi ed il mio cuore esplose. Mi chiese se volevo salire in carrozza con lei ed accompagnarla non mi ricordo dove ed accettai d’un fiato.

Fu così che la mattina seguente la guardia notturna trovò il mio corpo privo di vita sul marciapiede di quella stessa strada.

Standard
Fede

Cronaca di una visita

Tre minuti: questo è il tempo concesso per sostare di fronte alla Sindone.

Ci pensi mentre percorri la coda che ti porterà a contemplare la tanto discussa reliquia, mentre ti immagini quali saranno i sentimenti, magari le emozioni, che attraverseranno il tuo cuore quando sarai davanti al lenzuolo; quello stesso lenzuolo che hai già veduto tante volte in fotografie più o meno dettagliate, ma che ora potrai finalmente osservare dal vivo.

Basteranno tre soli minuti per farsi un’idea definitiva di che cosa è in realtà quel pezzo di lino? Sono sufficienti tre minuti per far sbocciare la fede nel cuore di chi non crede? Sono abbastanza tre minuti per soddisfare il desiderio di venerazione per coloro che riconoscono il volto di Dio nell’immagine impressa sulla tela?

I pensieri ti si affollano nella mente, misti magari a qualche sprazzo di preghiera, mentre la coda procede, più o meno velocemente, verso la meta di questo strano pellegrinaggio. Strano perché di ciò che vai a visitare sai magari già tutto ciò che c’è da sapere; strano perché dell’oggetto che vedrai hai già visto tutto quello che è possibile vedere; strano perché, pur conoscendo anticipatamente ed esattamente ciò che ti si parerà davanti agli occhi, nel cuore ti aspetti qualcosa di nuovo, di sorprendente: segretamente ti aspetti qualcosa di miracoloso.

Poi, ad un tratto, dopo tanti vagheggiamenti, entri nella semioscurità della Basilica. Percorri gli ultimi passi su quel palchetto di legno foderato che sembra quasi prenderti per mano per condurti davanti all’oggetto di tante attese, mentre tenti le prime sbirciatine a quello che tra poco vedrai chiaramente.

Infine, quasi inaspettatamente, ti ci trovi di fronte, e senza che tu te ne renda conto il cronometro scatta. Le parole di un’orazione lontana si spandono per l’aria, ma tu le senti a malapena, perché ora ci sei davanti alla Sindone e l’immagine di quell’uomo imbrattato di sangue e percosse ti assorbe totalmente, ti pacifica il cuore, ti sgombra la mente e ti attira a sé. Tanto che l’unico pensiero che ti rimbomba in testa è che sei troppo lontano. Tanto che l’unico desiderio che ti fa eco nel cuore è che vorresti essere lì vicino, toccarla, annusarla, stropicciarla al tuo petto in un abbraccio virtuale con la persona che essa rappresenta.

Così come ha fatto Maria.

Perché allora non ci sono più dubbi: è Lui, non può essere che Lui quell’uomo. E dentro tutta quella sofferenza così crudamente ritratta intravedi anche la beatitudine del sacrificio, la gioia della risurrezione: perché dentro quel lenzuolo il cadavere non c’è, ne rimane soltanto il riflesso, come l’ombra scarlatta di Colui che è vivo, per sempre.

E così, quando i tre minuti sono finiti, solo una parola ti rimane nel cuore: grazie.

Standard