Cronache

Ugly Birds

Mi piacerebbe ritornare a scrivere di cose normali, di quelle robe che imparo dai miei figli sulla vita e su Dio, ma niente: qui ogni giorno ce n’è una nuova e stare zitti è sempre più difficile per uno come me che a vivere come le tre proverbiali scimmiette (non vedo, non sento, non parlo) proprio non ce la fa.

Ieri sera sono andato al cinema da solo a vedere in via preventiva il film di animazione digitale degli Angry Birds, per controllarne i contenuti e sapere se avrei potuto poi portare i miei bimbi a vederlo.

Perché si sa, un talebano come il sottoscritto, coi tempi che corrono, non si fida più nemmeno dei grandi marchi come Disney e Dreamworks, figurati di quelli un po’ meno conosciuti (come la Sony, in questo caso), e quindi prima di sottoporre i propri figli ad eventuali lavaggi di cervello, ormai nemmeno più tanto subliminali, si mette a fare censura preventiva.

Quindi ieri sera mi son visto il film degli uccelletti arrabbiati: un centinaio di minuti di ottima animazione digitale per una storiella banale e scontata, infarcita di gag pagliaccesche molte delle quali snodate su flatulenze e muco nasale e punteggiata qua e là da allusioni più o meno velate di natura genitale.

Ma tant’è: per via dei diktat contemporanei d’haute culture, se in un cartone per bambini non ci metti almeno un rutto o una sculettata, nemmeno lo distribuiscono più in sala.

La storia, come detto, è di una linearità disarmante: sull’isola dei volatili (che non si sa perché non volano) sbarca da un’isola vicina un’orda di maiali verdi, che dietro una finta profferta di pacifico divertimento tecnologico, concupiscono l’obbiettivo di rubare tutte le uova dai nidi per portarsele a casa e farsene una gran frittata.

Tre uccellini con problemi di gestione della rabbia, condurranno il popolo dei volatili alla volta dell’isola dei porcelli verdi (sulla quale, chissà perché, non ci sono esemplari femmine) per riprendersi i loro piccoli ancora ingusciati e restituirli alle rispettive famiglie.

E tra una scoreggia ed uno smoccolamento, è proprio in due scene concernenti rapimento e restituzione delle uova che si manifesta, ancora una volta, e più esplicita che mai, la propaganda imperante: poiché (indovinate un po’) tra le coppie di aviani genitori a cui vengono rubati e poi restituiti i piccoli, ce n’è anche una composta da due esemplari inequivocabilmente femmine.

Vi siete scandalizzati perché nel trailer del nuovo film d’animazione Pixar “Alla ricerca di Dory” fa una fugace apparizione una coppia lesbica? Ebbene sappiate che la Sony ha giocato d’anticipo e a carte ben più scoperte: una coppia di uccelline in preda all’angoscia per le sorti del loro uovo ed il messaggio di propaganda arcobaleno è bello che servito.

E tu genitore retrivo ed oscurantista che stai ancora aggrappato ad una mentalità ristretta e medievale non ci puoi far nulla: è la Lobby, bellezza.

Perché oramai l’inculturazione è ineluttabile e si sta assestando su un piano di definitività che non è più solo inclinato, ma drammaticamente vicino ai 90 gradi.

Il bombardamento ossessivo (perché di vera e propria ossessione si tratta, nel senso più stretto del termine) permea ogni canale comunicativo, ed i bambini sono un target privilegiato, a cui vengono riservate attenzioni tanto specifiche quanto subdole, per i quali soltanto genitori ultra-vigilanti possono fare da filtro oramai.

La percezione della “cultura” dominante va delineandosi verso una pandemia pansessualista sempre più esplicita ed invasiva, che non risparmia più nessun ambito del quotidiano, se non quello esclusivamente domestico, ma solo se tenuto incorrotto da ogni canale mediatico.

Questo è l’orizzonte dell’occidente del terzo millennio: una nuova Sodoma e Gomorra, espansa sia in termini di estensione che di perversione.
Un’apparente “tana libera tutti” che genera soltanto nuova, multiforme e più vincolante schiavitù.
Circostanze d’estenuante e quotidiano assedio che lasciano quei pochi retrogradi che ancora vi si oppongono, sempre più vittime d’impotente frustrazione.

Che poi, daje oggi e daje domani, uno è quasi-quasi tentato di lasciarsi prendere dall’esasperazione, e dovendo proprio scegliere, piuttosto che il girone infernale dei lussuriosi sulla terra, finisce davvero per preferire una guerra purificatrice…

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Cronache

Qual gaio mondo

Dunque: ricapitolando.

In Grecia ormai ci si pesta alla grande. In Portogallo, non ancora: per adesso si scende solo in piazza.

Intanto la “Mutti” fa e disfa come le pare: chiude le sue frontiere, ma fa tenere aperte quelle degli altri, annovera l’Anatolia nell’Ue (che se era dal 1962 che aspettava fuori un motivo c’era, no?), salva la sua banca nazionale, ma obbliga quelle straniere a cavarsela da sole, e poi così, con nonchalance, passa una mancetta da tre miliardi di euro sottobanco al Gran Turco perché non ci scarichi addosso immani secchiate di “profughi”, ma tranquilli, lo fa coi soldi dell’Europa (quell’altra: quella degli stati che non parlano tedesco).

In compenso oltreoceano c’é un presidente che dopo averne combinate di tutti i colori (dell’arcobaleno) ha evidentemente intenzione di far coincidere la fine del suo mandato con la fine di ogni cosa, e così gioca a Risiko sul tabellone degli altri (tanto a lui che gli frega: il Nobel per la pace già ce l’ha).

E mentre l’islam firmato CIA ammazza un po’ ovunque lungo il Mediterraneo (con l’ambizione di attraversarlo presto), in casa nostra il terzo presidente del consiglio non eletto ha molto chiare le priorità di governo per il bene del paese: una legge che sacramenti la sodomia e promuova la creazione di orfani su commissione.

Siccome poi questo “non è un paese per vecchi” ci sta tutta una bella riforma delle pensioni che vada ad affamare le vedove, visto che a defraudare il salario degli onesti lavoratori già ci hanno pensato le menti illuminate di Bruxelles, mentre per continuare a spargere sangue innocente ora c’è pure la scusa della zanzara con lo Zika (come se l’onusiana “genitura pianificata” non bastasse).

Ecco: così l’album delle figurine dei peccati che gridano vendetta al Cielo è completo, e possiamo dedicarci a quello dei Cucciolotti.

In attesa (o nella speranza?) che il Cielo risponda.

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Storie

L’Ultima Malattia

E venne il giorno in cui l’Ultima Malattia imperversò: l’intera popolazione della terra divenne sterile.

Nessuno ne restò immune e la malattia non fece distinzioni: colpì i ricchi ed i poveri, le donne come gli uomini, i sapienti quanto gli ignoranti. Tutti.

La medicina moderna, con tutti i suoi sforzi, nulla poté contro di essa e nessun vaccino, antidoto od altra cura venne trovata.

Da quel momento il mondo cessò per sempre di vedere volti innocenti.

Allora fu così che senza più bambini l’umanità cessò dapprima di giocare, poi smise di sognare ed infine cedette di sperare.

Il progresso si arrestò, la cultura ed il sapere si persero e le scienze si arresero di fronte ai loro ormai vani sforzi: a che scopo infatti impegnarsi per cambiare il mondo se non c’era più nessuno a cui lasciarlo?

Poiché un’umanità senza infanzia è un’umanità di speranze tradite, di sogni infranti, di illusioni smentite da un tempo rimasto orfano del suo futuro.

Venne il giorno in cui l’Ultima Malattia imperversò: solo allora l’uomo comprese la sua miseria.

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Storie

La voce della coscienza

Ormai non era più un fanciullo, era diventato un uomo adesso, con oggi era entrato nella società adulta: ora sarebbe appartenuto al mondo.

Il futuro lo aspettava nella città: là avrebbe trovato la ricchezza, la fama, il potere. E la libertà.

Prima di partire, però, volle salutare la sua vecchia esistenza: i prati, che avevano accolto le sue corse spensierate; il bosco, che aveva ospitato i suoi giochi preferiti; ma soprattutto la piccola chiesetta sulla collina, collegio di pacificanti silenzi e rifugio ospitale nei tristi frangenti del vivere. Così decise di salutare un’ultima volta quell’angolo della sua infanzia, quell’asilo ingenuo di un tempo innocente. S’incamminò solerte per il sentiero e salutò i prati verdi, il bosco ed il cielo pulito. Giunse ai piedi della collina e s’inerpicò per raggiungere la piccola chiesetta sulla sua cima.

Si domandò per un attimo se avrebbe provato nostalgia per quei luoghi ameni, testimoni della sua primavera, ma subito fuggì risoluto il ricordo, poiché ormai aveva scelto: sarebbe diventato un uomo autosufficiente ed avrebbe vissuto da libero individuo. Così ingoiò un moto d’involontaria commozione e raggiunse accigliato la cima della collina.

Tuttavia, una volta arrivato, invece della famigliare chiesupola di ruvida roccia non trovò che una pietra scheggiata e coperta di polvere.

Sbalordito e tremante si avvicinò al masso: era una lapide.

Scostò da essa il pulviscolo per leggerne l’iscrizione, ma portava solo una data ed era la medesima di quello stesso giorno.

Poi, sotto la data, lesse il suo nome.

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