Fede

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Alcune circostanze di stretta attualità mi fanno tornare in mente quell’episodio di tanti anni or sono che mi vide contemplare una scaramuccia famigliare tra mia suocera ed uno dei miei cognati, quando quest’ultimo era ancora un ragazzo e mia moglie ed io eravamo ancora soltanto fidanzati.

Non mi ricordo più a causa di quale grave sgarbo ricevuto, mia suocera era intesitissima con quel suo figliolo, tanto da piantargli un muso prolungato e persino non rivolgergli quasi parola per più giorni.

In quella situazione mi capitò di intersecare la casa della mia futura moglie ed ebbi modo di notare come, nonostante lo stato di profonda offesa della mia futura suocera, ella provvedesse comunque ad alzarsi presto alla mattina per preparare la “schiscetta” al figlio con cui era arrabbiata, salvo poi non rivolgergli nemmeno il saluto quando questi usciva di casa per andare al lavoro.

Mi ricordo perfettamente anche che alla vista di quel siparietto domestico, io commentai la cosa con la mia futura moglie, dichiarandole che se mi fossi trovato io al posto di sua madre, col cavolo che avrei preparato il pranzo al sacco per suo fratello: fossi stato arrabbiato con lui tanto da non rivolgergli la parola, certo non gli avrei fatto comunque trovare “la pappa pronta”.

Mia moglie, già denotando la sua viscerale inclinazione di futura mamma, prese allora le difese di mia suocera, affermando che per quanto quella fosse offesa con suo figlio, mio cognato rimaneva pur sempre il suo bambino, e come tale ella continuava a prendersene cura; al che io puntualizzai (e lo sostengo ancora oggi in circostanze analoghe nei confronti dei miei figli) che suo fratello non era più un bimbetto e se era stato abbastanza grande da offendere sua madre in maniera così grave da farle mettere il muso, era anche abbastanza grande per beccarsi le conseguenze di quella relazione incrinata, persino di prepararsi il pasto da solo, cosicché, facendo esperienza dell’incomodo dovuto alla mancanza di servizio da parte di sua madre, fosse stimolato a farsi un esamino di coscienza, magari che gli si accendesse una lampadina nel cervello e cercasse di fare pace con colei che aveva offeso.

E che questa non fosse affatto mancanza di carità, bensì vera misericordia, me lo confermava il fatto che persino il Genitore per eccellenza agisce allo stesso modo con i pur amatissimi suoi figli che l’offendono, anche gravemente, così come risulta evidente da quella parabola evangelica che descrive in maniera esemplare la dinamica della misericordia divina: ché il Padre buono mica va a cercarlo il figliol prodigo, ma lascia che questi eserciti la propria orgogliosa libertà fino al punto di avvoltolarsi nella melma coi porci, così che la miseria del suo stato lo scuota tanto da farlo rientrare in se stesso e spingerlo sulla via di un percorso di conversione che lo riconduca al Padre.

E se è vero che il Padre lo attende con trepidazione sulla soglia di casa ed appena lo vede gli corre incontro, è altrettanto vero che prima di ripristinarlo nella dignità di figlio gli concede l’occasione di confessare il proprio pentimento e chiedere la paterna pietà.

Perché per quanto l’Onnipotente sia lento all’ira e grande nell’amore, Egli mai abbassa l’asticella della Sua Giustizia, in quanto conosce le Sue creature e sa che con l’uomo, il gioco al ribasso, è sempre perdente.

Questo per il semplice fatto che la natura umana non è intonsa, ma è ferita dal peccato originale, e quindi conserva una forte inclinazione al male: l’abbassamento del rigore in maniera meno che proporzionata alla gravità della colpa verrà letto come un gesto di accondiscendenza al rilassamento nella lontananza piuttosto che come uno stimolo al riavvicinamento (come d’altronde insegna il proverbiale motto secondo cui: “offri una mano e ti prenderanno tutto il braccio”).

E chi è genitore, questo, ha modo di sperimentarlo ogni giorno nel proprio ruolo educativo: non c’è come depenalizzare una regola data ai propri figli per vedersela subito presa alla leggera e, più presto che tardi, trasgredita.

Nella nostra famiglia, per esempio, quando uno di nostri figli combina qualche cosa di particolarmente grave, mia moglie, pur ricevendo per prima la loro confessione, li redarguisce, ma non prende provvedimenti, bensì intima loro di venire da me a raccontare ciò che hanno fatto, affidando a me il compito ultimo di giudicarli.

Questo comportamento, oltre a rafforzare in mia moglie quel suo ruolo tipicamente materno di mediatrice ed aumentare agli occhi dei nostri figli la mia naturale autorità di padre, soprattutto dona al pargolo reo confesso una prima stima della gravità di ciò che ha commesso, visto che per giudicare la sua marachella e ad amministrargli l’eventuale punizione, non basta dirlo alla mamma (naturalmente più incline alla clemenza), ma occorre dirlo al papà (notoriamente più severo nel comminare i pur giusti castighi).

Se ad un certo punto, mia moglie ed io cessassimo di praticare questo sanissimo metodo educativo, quale messaggio passeremmo alla nostra prole?

Anche se noi dichiarassimo l’intento di una maggiore misericordia, in verità non faremmo il bene vero dei nostri figli, poiché essi, non vedendosi più costretti a far passare le loro peggiori birichinate al vaglio di un giudice più autorevole perderebbero velocemente il senso della loro reale gravità, e di fatto tutte le loro monellerie verrebbero livellate verso il basso, finendo per ridimensionare l’importanza di ogni infrazione, anche la più seria, col rischio, umanissimo, di far loro calare la vigilanza contro tutte le tentazioni, persino le più moleste.

Ecco perché, lo ripeto, quella del gioco al ribasso, con questa creatura umana che, anche se redenta, rimane fondamentalmente difettosa, è una strategia sempre perdente, anche quando adottata con le migliori intenzioni.

E se ciò è valido per qualsiasi ambito della vita, a maggior ragione è valido per le cose di Dio.

Tant’è che della verificabilità di questo assioma, ne ricevetti conferma anche da quell’episodio tra mio cognato e mia suocera, quando venni a sapere dalla mia futura moglie che alla fine, dopo qualche giorno di broncio, sua madre aveva ripreso a parlare a quel suo figlio che l’aveva così gravemente offesa, il quale peraltro era andato avanti a fare i suoi comodi senza nemmeno cercare di riappacificarsi con lei, poiché ella, non riuscendo più a sostenere il muso nei confronti dell’amatissimo frutto del suo ventre, iniziò a farsi degli scrupoli, concludendo d’essere stata troppo dura con lui e cedendo quindi nello scusarlo unilateralmente delle offese ricevute senza che egli facesse mostra di alcun pentimento e ricominciò a trattarlo come se nulla fosse successo.

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Vita

Confessio

«Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà la carità di molti» (Matteo 24,12).

Questa è la frase che da parecchio tempo a questa parte mi si riaffaccia sempre più spesso in mente, quasi a tornare a farmi visita in quei frangenti di vita nei quali la confusione, oggigiorno dilagante, si acuisce, ed io annaspo boccheggiante e disorientato (più di quanto non lo sia normalmente).

Perché non so voi, ma io in questa cosa qua mi ci ritrovo in pieno.

Non che sia mai stato un campione di carità, intendiamoci; anzi, se proprio ve lo devo dire, tra le virtù teologali la carità è esattamente quella in cui sono sempre stato più scrauso (diciamo che quella in cui sono meno bollito è la speranza, forse anche per via della mia naturale inclinazione ad uno stolido ottimismo), tant’è che, se come afferma San Giovanni Crisostomo saremo giudicati sulla carità, ecco che io son messo piuttosto male, ahimè.

Ed ultimamente, come dicevo, è sempre peggio: sarà anche per via del dilagare dell’iniquità, ma io mi sento d’appartenere sempre più alla schiera di quei “molti” a cui la carità è in via di (rapido e terminale) raffreddamento.

Questo a causa di quell’impressione, ogni giorno più vivida, che mi pervade: come la sensazione di essere sotto un assedio sempre più stretto, avete presente?

Ne parlavo proprio poco tempo fa con mia moglie, usando, per descrivere noi ed i nostri figli, l’immagine di una piccola roccaforte, l’ultimo bastione di una cittadella (i nostri famigliari) che si trova all’interno di una serie concentrica di cinta murarie (i parenti, gli amici, i colleghi, i conoscenti) ciascuna delle quali mette una sorta di distanza di sicurezza dalla campagna aperta (il mondo) con i suoi prati fioriti ed i suoi campi ubertosi, ma anche con le sue foreste oscure ed i suoi fiumi impetuosi.

Ed io me ne sto di guardia sulla torre della nostra roccaforte, e mano a mano osservo i prati sfiorire ed i campi desertificare, mentre i fiumi straripano e dalle foreste escono orde di bestie feroci che si avventano sulle mura della cittadella, prendendola d’assedio, appunto.

Solo che più passa il tempo e più mi rendo conto che le difese esterne cedono, ed il nemico avanza, di cinta in cinta, sempre più all’interno, fino a penetrare, ultimamente, all’interno della cittadella, portando l’assedio, adesso, sotto le mura della nostra roccaforte.

Così mi sento come quel combattente chiamato a difendere i bastioni con ogni mezzo a sua disposizione, ma che mano a mano che il nemico avanza, si ritrova costretto a cedere terreno, ritirandosi sempre più all’interno, eppure costretto, per quanto si sforzi, a vedere le mura prima incrinarsi e poi crollare sotto i suoi occhi.

Questa è l’esatta situazione di cui, da qualche anno a questa parte, mi sento preda: se in principio mi ritenevo convocato nella difesa delle mura esterne, col passare del tempo mi sono ritrovato a dovermi ritirare sempre più verso la roccaforte, cercando di difendere ogni volta una cinta sempre più interna, e rimanendo sconfortato nel vedere i miei sforzi vanificati dall’inevitabile crollo di ogni singolo giro di mura.

E siccome le forze diminuiscono in maniera inversamente proporzionale a quanto mi aumenta lo scoraggiamento, ecco che alla fine mi sono risoluto a doverle ottimizzare, perciò ho deciso di smettere di combattere per difendere postazioni ormai perdute, e piuttosto concentrare quel che resta delle mie energie sempre più solo sui miei cari, fino a ridurmi, ultimamente, a spendermi unicamente per la mia sposa e la mia prole.

Capisco anche che questo atteggiamento possa sembrare poco “misericordioso” e magari pure poco “evangelico”, ma da tempo ormai mi sono reso conto che in questa battaglia è come diceva il compianto Robin Williams in Good morning Vietnam: “l’importante non è vincere, ma uscirne vivi”.

Perché quando il dubbio mi attanaglia ecco che una sola certezza mi sostiene, che per quanto poca carità mi rimanga, la mia responsabilità si esaurisce, in ultima istanza, nello spenderla tutta in quella sola ed unica vocazione a cui ho risposto e che realizza la mia esistenza: amare mia moglie ed insieme a lei proteggere i nostri figli.

Difendere la roccaforte della mia famiglia resistendo all’assedio con tutte le residue mie forze fino al cessare dell’intemperie, poiché solo «chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Matteo 24,13).

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Vita

Quello stracchino del nonno Nanni

Una delle scene cui ultimamente mi è capitato di assistere con rincrescimento è stata quella che ci ha visto dai nonni con tutti i pargoli, credo per le festività appena passate.

Il mezzanello era sul ballatoio col fratello maggiore, in attesa di scendere giù ai giardinetti, e come prevedibile si è fiondato a paccianare le piante della nonna, che sa benissimo che non deve toccare, poiché lei ci tiene molto.

La nonna lo ha colto sul fatto, ma si è limitata a fermarne l’azione distruttrice, mentre il grande, che ha assistito alla scena, lo ha fraternamente sbugiardato, spiandone ad alta voce la malefatta, così che mia moglie si è catapultata fuori per rimproverare il figlio monello.

Io mi trovavo in un’altra stanza con la piccolina, ma sentita tutta la scena stavo già caricando la spingarda, traccheggiando un po’, per lasciare campo libero alla consorte, più tempestiva, la quale ha iniziato a sgridare il nostro bambino, ricordandogli quanto la nonna ci tenga alle sue piante, motivo per cui sa che gli sono interdette e persino minacciando (molto più blandamente di quanto avrei fatto io, per la verità) un vago castigo in un indefinito futuro.

A quel punto, come da copione, è intervenuta la nonna: si è frapposta tra madre e figlio, quasi nascondendo dietro di sé il nipote, e difendendolo prescindevolmente e a spada tratta.

Il nonno, alzandosi di scatto dal divano del salotto dov’era rimasto fino ad allora seduto, è accorso trafelato sul luogo del delitto per spalleggiare la moglie e, manco lo stesse scannando con una mannaia, si è messo a rimbrottare la madre dell’imputato di lasciarlo stare, poverino, che lui è solo un bambino e non ha colpa, facendo intanto scudo col suo corpo al piccolo reo (il quale, peraltro, già si era messo a giocare col fratello maggiore, indifferente alle circostanze da psicodramma che lui stesso aveva causato).

Una scena alla Mario Merola, insomma, alla quale io assistevo in disparte, col sangue che mi ribolliva nelle vene, ma trattenendomi faticosamente dall’intervenire per evitare un’ulteriore, definitiva, apocalittica degenerazione.

Perché i nonni sono così (e se non ricordo male devo averlo già scritto in uno dei miei libri): sono una risorsa preziosa, ma non sono gratis.

Ed i nonni dei nostri figli (questi nonni in particolare), sono tanto esasperatamente disponibili che talvolta incombono come una tassa (che Dio ce li mantenga). E seppur nutriamo una gran riconoscenza per tutto l’aiuto che sono disposti a darci, dall’altra abbiamo una certa reticenza ad appoggiarci a loro, se non in caso di estrema, urgente, reale necessità: giacché nei confronti dei loro nipoti hanno la resistenza dello stracchino.

Questo perché troppo spesso delegano al loro ruolo, che non è solo quello di coccolare e viziare i loro nipotini (come è giusto che un nonno faccia), ma che è anche di aiutare i genitori nella loro educazione, anche solo astenendosi dal contraddirli, laddove proprio non riescono ad appoggiarli.

Che essere di manica larga ci può stare, ma qui siamo proprio in canottiera.

Il fatto è che davvero non riescono a rimproverarli, anzi, li difendono pregiudizialmente e ad oltranza quando siamo noi genitori a farlo (e noialtri, se si esclude l’uso della cinghia di cuoio ed il manganello chiodato, non è che siamo poi così severi coi nostri figli, eh…).

E i nipoti questa loro debolezza l’hanno colta da un pezzo e se ne approfittano spudoratamente, tanto che quando vanno dai nonni esultano, poiché sanno che da loro possono fare quello che vogliono, che se anche cacassero loro in testa, quelli non aprirebbero bocca, se non, forse, per ringraziarli.

Perché sanno che dai loro nonni non c’è giustizia: solo misericordia. Non ci sono limiti, ma solo accoglienza, senza ritegno alcuno.

Epperò la misericordia disgiunta dalla giustizia non è amore, perché non fa il bene dell’amato.

Poiché giustificare significa rendere nuovamente giusto, attraverso la correzione dell’errore, ed eventualmente anche attraverso una purificazione: quel “castigo” (oggi tanto aborrito da certa mentalità politicamente corretta) che ha il vero scopo di rendere nuovamente “casto”.

La carità dissociata dalla Verità è ingannevole e perniciosa, perché benda la ferita senza medicarla, coprendo l’avanzare di quella cancrena che poi finisce per far perire tutto l’organismo.

Un’accoglienza senza discernimento è molle arrendevolezza: accogliere l’altro comporta anche disciplinarlo in ordine alla natura del reale, a quella Verità per la quale è stato destinato.

La carità perdona correggendo e corregge perdonando, senza lasciarsi blandire dalla falsa idea di non poter giudicare l’altro, poiché amare qualcuno significa non solo farsene carico, ma anche, se non soprattutto, assumersene la responsabilità, il che implica anche un giudizio su di lui, che sappia condurlo al suo vero bene, anche attraverso la sua correzione.

L’amore vero sa superare la giustizia, ma non prescinde da essa, resta a questa unito ed anzi, riconduce ad essa l’oggetto del suo bene: con dolcezza, ma con fermezza.

Tant’è che è sì opera di misericordia sopportare le persone moleste, ma lo è anche correggere chi è nell’errore, insegnare a colui che ignora, dar consiglio a chi è preda del dubbio.

E ciò vale per tutti: anche per i nonni.

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Paternità

L’uomo dei no

Avete presente quella celeberrima canzone di Gianni Morandi che ascoltavamo a ripetizione quando eravamo piccini e che ci piaceva così tanto?

No, non «Fatti mandare dalla mamma».

Quella in cui c’erano papà e figlio che facevano una gita nel bosco in roulotte e che poi ad un certo punto veniva a piovere e cominciavano a tirar su tutti gli animali che capitavano loro a tiro?

Ecco, sì, proprio quella lì: «Me lo prendi papà?».

Io c’avevo il 45 giri e l’ho triturato nel mangiadischi da tanto che l’ho fatta suonare.

Riascoltandola oggi, però, da papà, mi suona un po’ diversamente rispetto a quando la sentivo da piccino (e forse menomale).

Premetto che naturalmente comprendo che il testo è figlio di quei tempi, quando sull’onda di una principiante presa di coscienza di stampo ecologista, pareva molto bello rivisitare in chiave moderna la vicenda biblica di Noé, anche esaltando questa figura paterna che salva dal maltempo tutti ‘sti animaletti lasciandosi commuovere dalla richiesta persistente del figlio a rifugiarli nella propria roulotte: come una specie di Woobinda “de noantri”.

Certo anche allora avrebbe dovuto dar da pensare il fatto che ‘sto papà non è che si limita ad ospitare tutta la fauna del bosco finché non spiova per poi lasciarla andare nuovamente libera, ma finisce invece per portarsela tutta a casa. Che poi, oltrettutto: non è che se li lasci nel bosco (che per inciso è il loro habitat naturale) sotto la pioggia gli animali si sciolgono, eh…

Ma non è questo il punto.

Ciò che in realtà mi chiedo è: riascoltando quel petulante fanciullo che reitera «Me lo prendi papà?», sono soltanto io quello a cui viene una gran voglia di rispondere con un sonoro e scenografico: “Col cacchio!!!”?

Perché a me fa un po’ specie questo papà che dice sempre di sì, senza nessun apparente discernimento, come se ogni richiesta del figlio, per quanto magari dettata da un’intenzione comprensibilmente commossa per quei teneri animaletti, non potesse lasciare spazio ad una risposta negativa, all’imposizione magari di un giusto limite, di un definitivo, motivato, divieto.

Non è per fare il “bastian contrario”, ma è che davanti alla figura di un padre dipinto come quello che dice sempre e solo sì alle richieste anche un po’ balzane dei suoi figli, a me sale un tantino il cimurro: un padre tutto misericordia e niente giustizia non fa affatto il bene del proprio figlio, poiché uno dei compiti precipui della figura paterna è insegnare alla prole anche il senso del limite, giacché non tutto ciò che è possibile fare è anche giusto farlo.

Sarò pure un po’ rigidone, magari, ma davanti all’immagine rappresentata in quella canzonetta non mi viene affatto da dire: “ma guarda che bravo papà”, perché ritengo invece doveroso per un padre esercitare con sapiente fermezza la propria naturale autorità e, nei casi in cui sia necessario, essere anche l’uomo dei «no».

Che se invece di andare a fare una gita in un bosco, padre e figlio fossero andati, chessò, a fare un safari cosa sarebbe successo?

“Oh, guarda, piove e quel povero leopardo è tutto intirizzito sul ramo di quell’albero, che pena mi fa…”

“Me lo prendi papà?”

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Cronache

Vedo nero

“Il mondo si trova in un momento di prova, perché ha dimenticato e abbandonato Dio”.

(La Madonna a Medjugorje il 25 agosto 2015)

Detto fuori dai denti: il tessuto sociale contemporaneo si sta disfacendo sotto i colpi di lama del principe di questo mondo, il quale sembra ormai quasi dominare sulle coscienze anestetizzate e complici dei più.

È infatti un’umanità adolescente quella attuale: inquieta e pruriginosa, presumente onnipotenza, illusa d’essersi emancipata dal Genitore nell’averne abbandonato la casa; concupente una libertà che non le appartiene, incosciente e determinata verso un disegno di annichilimento.

Mentre l’oligarchia promulga leggi mortifere ritagliate su misura contro Cristo, per flagellarne ancora le carni nella prossima (e davvero reale) persecuzione ai suoi discepoli.

Perché il peccato, quando sarà fatto norma, provocherà i cristiani a farsi testimoni della Verità: come quel Battista che additava l’Erode adulterino, con impavida perseveranza, fino ad abbracciare una sorte decollata.

La legge iniqua diverrà spartiacque tra il tiepido e lo zelante, così mi domando: mi schiererò o andrò a nascondermi?

Posso permettermi il dissenso aperto alla menzogna a scapito di mia moglie e dei miei figli, eventualmente privati del consorte e del padre, messo agli arresti per il suo conclamato dissenso?

Come conciliare l’opposizione all’errore con la mia vocazione ad essere marito e genitore presente?

Ma ecco che nell’impasse è il sussurro dell’evangelista a soccorrermi, poiché: “chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato” (Matteo 24,13).

Questa la vocazione originale, precedente a quella sponsale e genitoriale che ad essa sono funzionali e consecutive: come marito, ma soprattutto come padre, mi sento chiamato alla responsabilità di non voler tanto che ai miei figli venga risparmiata la prova (quale vita d’uomo è senza prova?), piuttosto auspico per loro di mantenere intatta con perseveranza la fede nel crogiolo della persecuzione, al fine di perseguire quel destino cui sono vocati fin dal concepimento e a cui io, come genitore, sono chiamato ad educarli, prima di tutto con l’esempio, pur nel rispetto della loro libertà.

E nonostante patisca nelle viscere il gramo orizzonte che si profila davanti a me, sono altresì consapevole che la volontà di Dio è sempre una volontà di bene, anche quando passa per il mistero della croce, e che quindi anche un futuro prossimo di tribolazione sia da intendere più come una dolorosa “medicina”, ormai necessaria per evitare che la ferita suppurante, che l’uomo si è autoinflitto nella propria superba ottusità, vada in putrefazione ed incancrenisca fino al deperimento, ma venga invece “purificata” per poi guarire.

In questa prospettiva le parole di Gesù vanno intese come un incoraggiamento a scrutare, nei segni dei tempi, l’avvicinarsi di una speranza certa di risurrezione oltre l’oramai purtroppo inevitabile “passaggio” crucifero cui l’uomo davvero sembra essersi assiso.

Ciononostante in cuor mio credo che l’arazzo regga ancora, tenuto dai fili che la Madre incessantemente intesse attorno al Cuore immolato del Figlio, il quale una volta di più richiama supplice l’uomo a rinsavire dai propri deliri.

Forse allora questo è ancora il tempo della Misericordia.

Il tempo della Giustizia però è alle porte: incombe il giorno in cui il Creatore lascerà che le sue creature recidano l’ordito perché la trama si disgreghi ed il male, con somma tribolazione, venga disvelato. Cosicché quest’umanità infante, dopo aver sperimentato l’insensata inconsistenza di una vita lontana dalla Verità, rientrata in se stessa, tornerà alla casa del Padre.

Ma l’arazzo non verrà distrutto: allora emergeranno insospettati tessitori, i quali radunati attorno al telaio della Madonna, metteranno nuovamente mano al fuso e all’arcolaio, perché l’incomparabile disegno dell’Altissimo torni a rifulgere sulle pareti della storia.

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