Vita

Confessio

«Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà la carità di molti» (Matteo 24,12).

Questa è la frase che da parecchio tempo a questa parte mi si riaffaccia sempre più spesso in mente, quasi a tornare a farmi visita in quei frangenti di vita nei quali la confusione, oggigiorno dilagante, si acuisce, ed io annaspo boccheggiante e disorientato (più di quanto non lo sia normalmente).

Perché non so voi, ma io in questa cosa qua mi ci ritrovo in pieno.

Non che sia mai stato un campione di carità, intendiamoci; anzi, se proprio ve lo devo dire, tra le virtù teologali la carità è esattamente quella in cui sono sempre stato più scrauso (diciamo che quella in cui sono meno bollito è la speranza, forse anche per via della mia naturale inclinazione ad uno stolido ottimismo), tant’è che, se come afferma San Giovanni Crisostomo saremo giudicati sulla carità, ecco che io son messo piuttosto male, ahimè.

Ed ultimamente, come dicevo, è sempre peggio: sarà anche per via del dilagare dell’iniquità, ma io mi sento d’appartenere sempre più alla schiera di quei “molti” a cui la carità è in via di (rapido e terminale) raffreddamento.

Questo a causa di quell’impressione, ogni giorno più vivida, che mi pervade: come la sensazione di essere sotto un assedio sempre più stretto, avete presente?

Ne parlavo proprio poco tempo fa con mia moglie, usando, per descrivere noi ed i nostri figli, l’immagine di una piccola roccaforte, l’ultimo bastione di una cittadella (i nostri famigliari) che si trova all’interno di una serie concentrica di cinta murarie (i parenti, gli amici, i colleghi, i conoscenti) ciascuna delle quali mette una sorta di distanza di sicurezza dalla campagna aperta (il mondo) con i suoi prati fioriti ed i suoi campi ubertosi, ma anche con le sue foreste oscure ed i suoi fiumi impetuosi.

Ed io me ne sto di guardia sulla torre della nostra roccaforte, e mano a mano osservo i prati sfiorire ed i campi desertificare, mentre i fiumi straripano e dalle foreste escono orde di bestie feroci che si avventano sulle mura della cittadella, prendendola d’assedio, appunto.

Solo che più passa il tempo e più mi rendo conto che le difese esterne cedono, ed il nemico avanza, di cinta in cinta, sempre più all’interno, fino a penetrare, ultimamente, all’interno della cittadella, portando l’assedio, adesso, sotto le mura della nostra roccaforte.

Così mi sento come quel combattente chiamato a difendere i bastioni con ogni mezzo a sua disposizione, ma che mano a mano che il nemico avanza, si ritrova costretto a cedere terreno, ritirandosi sempre più all’interno, eppure costretto, per quanto si sforzi, a vedere le mura prima incrinarsi e poi crollare sotto i suoi occhi.

Questa è l’esatta situazione di cui, da qualche anno a questa parte, mi sento preda: se in principio mi ritenevo convocato nella difesa delle mura esterne, col passare del tempo mi sono ritrovato a dovermi ritirare sempre più verso la roccaforte, cercando di difendere ogni volta una cinta sempre più interna, e rimanendo sconfortato nel vedere i miei sforzi vanificati dall’inevitabile crollo di ogni singolo giro di mura.

E siccome le forze diminuiscono in maniera inversamente proporzionale a quanto mi aumenta lo scoraggiamento, ecco che alla fine mi sono risoluto a doverle ottimizzare, perciò ho deciso di smettere di combattere per difendere postazioni ormai perdute, e piuttosto concentrare quel che resta delle mie energie sempre più solo sui miei cari, fino a ridurmi, ultimamente, a spendermi unicamente per la mia sposa e la mia prole.

Capisco anche che questo atteggiamento possa sembrare poco “misericordioso” e magari pure poco “evangelico”, ma da tempo ormai mi sono reso conto che in questa battaglia è come diceva il compianto Robin Williams in Good morning Vietnam: “l’importante non è vincere, ma uscirne vivi”.

Perché quando il dubbio mi attanaglia ecco che una sola certezza mi sostiene, che per quanto poca carità mi rimanga, la mia responsabilità si esaurisce, in ultima istanza, nello spenderla tutta in quella sola ed unica vocazione a cui ho risposto e che realizza la mia esistenza: amare mia moglie ed insieme a lei proteggere i nostri figli.

Difendere la roccaforte della mia famiglia resistendo all’assedio con tutte le residue mie forze fino al cessare dell’intemperie, poiché solo «chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Matteo 24,13).

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Paternità

L’uomo dei no

Avete presente quella celeberrima canzone di Gianni Morandi che ascoltavamo a ripetizione quando eravamo piccini e che ci piaceva così tanto?

No, non «Fatti mandare dalla mamma».

Quella in cui c’erano papà e figlio che facevano una gita nel bosco in roulotte e che poi ad un certo punto veniva a piovere e cominciavano a tirar su tutti gli animali che capitavano loro a tiro?

Ecco, sì, proprio quella lì: «Me lo prendi papà?».

Io c’avevo il 45 giri e l’ho triturato nel mangiadischi da tanto che l’ho fatta suonare.

Riascoltandola oggi, però, da papà, mi suona un po’ diversamente rispetto a quando la sentivo da piccino (e forse menomale).

Premetto che naturalmente comprendo che il testo è figlio di quei tempi, quando sull’onda di una principiante presa di coscienza di stampo ecologista, pareva molto bello rivisitare in chiave moderna la vicenda biblica di Noé, anche esaltando questa figura paterna che salva dal maltempo tutti ‘sti animaletti lasciandosi commuovere dalla richiesta persistente del figlio a rifugiarli nella propria roulotte: come una specie di Woobinda “de noantri”.

Certo anche allora avrebbe dovuto dar da pensare il fatto che ‘sto papà non è che si limita ad ospitare tutta la fauna del bosco finché non spiova per poi lasciarla andare nuovamente libera, ma finisce invece per portarsela tutta a casa. Che poi, oltrettutto: non è che se li lasci nel bosco (che per inciso è il loro habitat naturale) sotto la pioggia gli animali si sciolgono, eh…

Ma non è questo il punto.

Ciò che in realtà mi chiedo è: riascoltando quel petulante fanciullo che reitera «Me lo prendi papà?», sono soltanto io quello a cui viene una gran voglia di rispondere con un sonoro e scenografico: “Col cacchio!!!”?

Perché a me fa un po’ specie questo papà che dice sempre di sì, senza nessun apparente discernimento, come se ogni richiesta del figlio, per quanto magari dettata da un’intenzione comprensibilmente commossa per quei teneri animaletti, non potesse lasciare spazio ad una risposta negativa, all’imposizione magari di un giusto limite, di un definitivo, motivato, divieto.

Non è per fare il “bastian contrario”, ma è che davanti alla figura di un padre dipinto come quello che dice sempre e solo sì alle richieste anche un po’ balzane dei suoi figli, a me sale un tantino il cimurro: un padre tutto misericordia e niente giustizia non fa affatto il bene del proprio figlio, poiché uno dei compiti precipui della figura paterna è insegnare alla prole anche il senso del limite, giacché non tutto ciò che è possibile fare è anche giusto farlo.

Sarò pure un po’ rigidone, magari, ma davanti all’immagine rappresentata in quella canzonetta non mi viene affatto da dire: “ma guarda che bravo papà”, perché ritengo invece doveroso per un padre esercitare con sapiente fermezza la propria naturale autorità e, nei casi in cui sia necessario, essere anche l’uomo dei «no».

Che se invece di andare a fare una gita in un bosco, padre e figlio fossero andati, chessò, a fare un safari cosa sarebbe successo?

“Oh, guarda, piove e quel povero leopardo è tutto intirizzito sul ramo di quell’albero, che pena mi fa…”

“Me lo prendi papà?”

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Cronache

Vedo nero

“Il mondo si trova in un momento di prova, perché ha dimenticato e abbandonato Dio”.

(La Madonna a Medjugorje il 25 agosto 2015)

Detto fuori dai denti: il tessuto sociale contemporaneo si sta disfacendo sotto i colpi di lama del principe di questo mondo, il quale sembra ormai quasi dominare sulle coscienze anestetizzate e complici dei più.

È infatti un’umanità adolescente quella attuale: inquieta e pruriginosa, presumente onnipotenza, illusa d’essersi emancipata dal Genitore nell’averne abbandonato la casa; concupente una libertà che non le appartiene, incosciente e determinata verso un disegno di annichilimento.

Mentre l’oligarchia promulga leggi mortifere ritagliate su misura contro Cristo, per flagellarne ancora le carni nella prossima (e davvero reale) persecuzione ai suoi discepoli.

Perché il peccato, quando sarà fatto norma, provocherà i cristiani a farsi testimoni della Verità: come quel Battista che additava l’Erode adulterino, con impavida perseveranza, fino ad abbracciare una sorte decollata.

La legge iniqua diverrà spartiacque tra il tiepido e lo zelante, così mi domando: mi schiererò o andrò a nascondermi?

Posso permettermi il dissenso aperto alla menzogna a scapito di mia moglie e dei miei figli, eventualmente privati del consorte e del padre, messo agli arresti per il suo conclamato dissenso?

Come conciliare l’opposizione all’errore con la mia vocazione ad essere marito e genitore presente?

Ma ecco che nell’impasse è il sussurro dell’evangelista a soccorrermi, poiché: “chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato” (Matteo 24,13).

Questa la vocazione originale, precedente a quella sponsale e genitoriale che ad essa sono funzionali e consecutive: come marito, ma soprattutto come padre, mi sento chiamato alla responsabilità di non voler tanto che ai miei figli venga risparmiata la prova (quale vita d’uomo è senza prova?), piuttosto auspico per loro di mantenere intatta con perseveranza la fede nel crogiolo della persecuzione, al fine di perseguire quel destino cui sono vocati fin dal concepimento e a cui io, come genitore, sono chiamato ad educarli, prima di tutto con l’esempio, pur nel rispetto della loro libertà.

E nonostante patisca nelle viscere il gramo orizzonte che si profila davanti a me, sono altresì consapevole che la volontà di Dio è sempre una volontà di bene, anche quando passa per il mistero della croce, e che quindi anche un futuro prossimo di tribolazione sia da intendere più come una dolorosa “medicina”, ormai necessaria per evitare che la ferita suppurante, che l’uomo si è autoinflitto nella propria superba ottusità, vada in putrefazione ed incancrenisca fino al deperimento, ma venga invece “purificata” per poi guarire.

In questa prospettiva le parole di Gesù vanno intese come un incoraggiamento a scrutare, nei segni dei tempi, l’avvicinarsi di una speranza certa di risurrezione oltre l’oramai purtroppo inevitabile “passaggio” crucifero cui l’uomo davvero sembra essersi assiso.

Ciononostante in cuor mio credo che l’arazzo regga ancora, tenuto dai fili che la Madre incessantemente intesse attorno al Cuore immolato del Figlio, il quale una volta di più richiama supplice l’uomo a rinsavire dai propri deliri.

Forse allora questo è ancora il tempo della Misericordia.

Il tempo della Giustizia però è alle porte: incombe il giorno in cui il Creatore lascerà che le sue creature recidano l’ordito perché la trama si disgreghi ed il male, con somma tribolazione, venga disvelato. Cosicché quest’umanità infante, dopo aver sperimentato l’insensata inconsistenza di una vita lontana dalla Verità, rientrata in se stessa, tornerà alla casa del Padre.

Ma l’arazzo non verrà distrutto: allora emergeranno insospettati tessitori, i quali radunati attorno al telaio della Madonna, metteranno nuovamente mano al fuso e all’arcolaio, perché l’incomparabile disegno dell’Altissimo torni a rifulgere sulle pareti della storia.

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