Relazione

Benedetti stereotipi

IMG_4950

Consueta mattina da spasmo cardiovascolare: accompagno i bimbi a scuola svicolando nel traffico con manovre degne del peggior Lewis Hamilton, abbandono la macchina a se stessa nel posto libero più vicino possibile all’entrata dell’istituto e mentre la clessidra mentale esaurisce gli ultimi granelli di sabbia rimasti prima della soglia dell’inesorabile ritardo al lavoro, con un bacio e la benedizione avvio il grande su per le scale, verso la sua classe, quindi mi appresto a condurre i due piccolini verso gli armadietti che costeggiano le aule dell’asilo.

Giunto davanti al loro armadietto mi accingo, come sempre, ad elencare ai due pargoli la sequenza dei gesti necessari a farli cambiare (ossia: “togliete il giubbottino, togliete la felpetta, togliete le scarpine, mettete le pantofoline, mettete il grembiulino”), aiutandoli laddove incontrano qualche difficoltà onde accelerare la cosa, il tutto alternando le operazioni tra i due in modo che non si accavallino (ad esempio: intanto che il mezzanello, scalzo, si infila il grembiulino, la piccoletta ripone le scarpine del fratello e gli procura le ciabattine, e poi viceversa).

Mentre sono lì, a supervisionare il procedimento, noto che di fianco a noi, poco distante, c’è una mamma con la sua figlioletta, anche lei impegnata nel medesimo daffare, ma a differenza nostra lei ha fatto sedere la sua bambina sulla panca e si occupa personalmente di cambiarla con gesti compassati, chiacchierandosela allegramente con la piccola, raccontando e facendosi raccontare cose, a comporre una scena deliziosa che tradisce un’evidente assenza di fretta e la cura premurosa del rapporto tra una madre e sua figlia.

Ed è esattamente davanti a quel quadretto sdilinquente che mi lascio sbalordire una volta di più dalla bellezza di quella differenza tra maschile e femminile che, se osservata nella corretta prospettiva, affatto si contrappone, ma anzi ne evoca l’originale natura di complementarietà.

Poiché quella mamma che così amabilmente s’intrattiene con la sua figliola denuncia una volta di più come il ruolo intimo della donna si compia nel servizio, finalizzato in particolar modo all’accudimento: per la sua natura, ella realizza se stessa quando si prende cura di coloro che ama, essa consegue il suo proprio benessere letteralmente nello “stare bene” all’interno della relazione con i suoi cari, altrimenti per lei ci sono solo capienti secchielli di ansia, dosi massicce di stress e copioni interminabili di paranoie mentali.

Questo perché la natura femminile, per via di quella sua costituzione neurobiologica improntata ad essere quattro volte più ansiosa della sua controparte maschile, convoca la donna alla necessità di tenere tutto sotto il proprio diretto controllo, facendo da sé, piuttosto che affidandosi ad altri.

L’uomo, al contrario, per quella sua natura decisamente meno incline all’apprensione emotiva (e un po’ pure per la sua innata pigrizia) delega molto più facilmente, lasciando a terzi, ove possibile, il controllo di ambiti specifici, limitandosi a supervisionare implementando con direttive e/o suggerimenti da una posizione possibilmente comoda (tipo un divano).

Il fatto è che il maschio ragiona ed agisce per obiettivi e quindi tende naturalmente all’efficienza: egli punta il suo sguardo sulla meta e la persegue con determinazione, ignorando tutto ciò che può distrarlo dal perseguimento del suo scopo o che ritiene inutile al suo raggiungimento.

La donna, invece, ha più a cuore il metodo rispetto alla meta: per lei raggiungere l’obiettivo non è così importante quanto il modo con cui lo si persegue, quindi metterà più cura nello svolgere il compito rispetto al tempo e/o alla fatica che occorrerà per eseguirlo.

Nel caso specifico, per la mamma in questione risulta evidente che approntare la propria bambina per la scuola è tanto importante almeno quanto farlo con la dovuta dedizione, esprimendo con ogni gesto cura ed affetto in una relazione qualitativamente soddisfacente per entrambe.

Per il sottoscritto, d’altro canto, se l’obiettivo è quello di cambiare i pargoli allora occorre farlo ottimizzando tempo e risorse (e possibilmente risparmiandosi), delegando i compiti per rendere più efficiente il processo, facendo ricorso al gioco di squadra e, da buon maschio alfa, mettendosi al comando delle operazioni ed intervenendo giusto laddove necessario per concludere il tutto correttamente nel minor tempo possibile.

E lo so che ora in ogni donna che legge alzerà il ditino quella piccola ninfetta criptofemminista che alberga nell’intimo della sua natura ferita dal peccato originale sentenziando che «però è molto meglio il metodo di quella mamma perché più attento al rapporto generazionale, e quindi più adatto alla corretta crescita dell’altro, e più espressivo di un’intima relazione affettiva con la prole e bla, bla, bla, femmina è meglio, se-non-ora-quando, maschi bastardi per voi solo petardi», ma la realtà è che in entrambi i casi la diversa prospettiva punta al medesimo traguardo, anche se attraverso percorsi differenti.

Poiché parimenti a quella bravissima donna che incarna in modo così esemplare il suo ruolo di madre, pure il sottoscritto, anche se in maniera militarmente mascolina ed apparentemente anafettiva, si è esaudito invero nel suo ruolo di uomo e di padre ponendosi alla guida di coloro che gli sono stati affidati ed accollandosene la responsabilità con dedito amore, soprattutto nel farli crescere, nell’insegnare loro ad essere autonomi, esattamente come la vocazione ad essere genitore richiama l’uomo rispetto alla sua prole: che egli se ne prenda cura rendendoli indipendenti e compiendosi nella sua paternità quando questi lo divengono.

Giacché in entrambi i casi sempre di servizio all’altro si tratta, ma declinato secondo quelle desinenze del maschile e del femminile tanto complementari quanto reciprocamente imprescindibili: cardine insostituibile per un’autentica formazione della prole, ma ancor prima luogo originale di completezza sia per l’uomo che per la donna in quella relazione binaria dei generi pensata più che bella, divina.

Standard