Storie

La sfida

Ho dimenticato il giorno in cui vinsi la prima sfida; fu comunque moltissimo tempo fa, secoli certamente.

Ero un po’ più giovane allora e gonfio di ambizione: fin da bambino avevo rivelato un eccezionale talento per il gioco della Forosfera.

In breve diventai il campione tra gli uomini e potei così iniziare a sfidare i robot.

Li battei tutti, ad uno ad uno, e potei finalmente accedere al confronto più importante della galassia: la sfida all’Ultimo Automa.

Da più di trecento anni questo robot deteneva il titolo di Campione Galattico di Forosfera, ma io ero sicuro di poterlo battere.

Quel giorno entrai nell’arena con il cuore in gola; c’era la posta più alta in gioco: la morte del perdente. Per vincere dovevo segnare un solo punto prima che lui ne facesse tre: potevo, dovevo farcela.

Quando l’automa entrò nell’arena mi implose il cuore; era gigantesco ed aveva due paia di braccia più di me, ma non ebbi il tempo di aver paura: la sfida ebbe inizio.

Segnò un punto, poi subito un altro: mi sentivo già spacciato.

Ma ecco che riuscii a rubargli la palla: entrare nell’area e tirare fu una cosa sola.

Restammo entrambi a guardare la palla girare nell’aria: cielo, restò sospesa per secoli, poi, in silenzio, entrò nel foro. Il pubblico esplose in un boato fragoroso ed io mi voltai verso l’automa trionfante: l’avevo battuto.

Quello restò immobile ed in silenzio, poi, guardandomi fisso negli occhi, parlò: “Per più di tre secoli ho maledetto il giorno in cui diventai il Campione. Da allora la mia vita si svolse tra il campo di gioco e la mia cella ed ogni sfida ero costretto a vincerla pur desiderando perderla. Questo è il prezzo della vittoria, ma ora questa prigionia è tua, te la lascio in eredità insieme all’immortalità che ti sarà data”. E piangendo di gioia, si spense per sempre.

Quel giorno stesso mi robotizzarono e mi aggiunsero due paia di braccia.

Da allora maledico ogni giorno che passa e tutte le sfide che, inevitabilmente, ho vinto.

Ho dimenticato il giorno in cui vinsi la prima sfida, ma dopo tanto tempo forse oggi verrò liberato dalla mia condanna: oggi il campione tra gli uomini mi sfiderà ad una partita di Forosfera. L’ho visto, ha negli occhi la stessa espressione che avevo io alla sua età…

Oggi, forse, perderò.

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Storie

La voce della coscienza

Ormai non era più un fanciullo, era diventato un uomo adesso, con oggi era entrato nella società adulta: ora sarebbe appartenuto al mondo.

Il futuro lo aspettava nella città: là avrebbe trovato la ricchezza, la fama, il potere. E la libertà.

Prima di partire, però, volle salutare la sua vecchia esistenza: i prati, che avevano accolto le sue corse spensierate; il bosco, che aveva ospitato i suoi giochi preferiti; ma soprattutto la piccola chiesetta sulla collina, collegio di pacificanti silenzi e rifugio ospitale nei tristi frangenti del vivere. Così decise di salutare un’ultima volta quell’angolo della sua infanzia, quell’asilo ingenuo di un tempo innocente. S’incamminò solerte per il sentiero e salutò i prati verdi, il bosco ed il cielo pulito. Giunse ai piedi della collina e s’inerpicò per raggiungere la piccola chiesetta sulla sua cima.

Si domandò per un attimo se avrebbe provato nostalgia per quei luoghi ameni, testimoni della sua primavera, ma subito fuggì risoluto il ricordo, poiché ormai aveva scelto: sarebbe diventato un uomo autosufficiente ed avrebbe vissuto da libero individuo. Così ingoiò un moto d’involontaria commozione e raggiunse accigliato la cima della collina.

Tuttavia, una volta arrivato, invece della famigliare chiesupola di ruvida roccia non trovò che una pietra scheggiata e coperta di polvere.

Sbalordito e tremante si avvicinò al masso: era una lapide.

Scostò da essa il pulviscolo per leggerne l’iscrizione, ma portava solo una data ed era la medesima di quello stesso giorno.

Poi, sotto la data, lesse il suo nome.

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