Cronache

Armageddon

«Ecco, Io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e custodisce le sue vesti per non andare nudo e lasciar vedere le sue vergogne» (Ap 16,15)

Ragazzi che bordello: pare davvero che si siano dati tutti appuntamento per un rave party in medio oriente.

I primi a cominciare, come al solito, sono stati gli americani, che obbedienti a quei frignoni dei loro padroncini di Sion, dopo Egitto e Libia, hanno deciso di esportare la demokrazia anche in Siria.

Ovviamente i cagnolini europei si sono accodati in gruppo, mentre Israele e Turchia hanno approfittato del casino per allungare le mani sulla torta che erano sicuri di potersi spartire quasi aggratis per iniziare ad intingere il dito nella crema.

Poi però, quando già gli avvoltoi pregustavano quella che sembrava dovesse essere ben presto soltanto una carcassa, è arrivata la Russia a rompere le uova nel paniere a tutti.

E come quando si getta un fiammifero in un formicaio è esploso il panico tra le formiche e sono cominciati i voltafaccia e le pugnalate alla schiena ed ancora oggi i cambi di alleanze sono tante e tali che si fa fatica a capire chi gioca con chi.

La Turchia ha piantato gli USA e si è schierata con la Russia, ma col beneficio d’inventario, nel caso dovesse presentarsi l’occasione di accoppare ancora un po’ di curdi.

L’Egitto, dopo aver assaggiato i benefici della pax amerikana, ha preso l’accortezza di allearsi con la Russia ed ha perciò inviato un po’ di soldati e mezzi pesanti in Siria pure lui.

Iran e Libano erano e rimangono nemici storici di Sion, ed in tali circostanze hanno saldato alleanza ancor più stretta con la Russia, al netto del fatto che in Siria erano già presenti da un pezzo insieme alle milizie irakene e di hezbollah.

E mentre Israele bombarda impunemente presunte postazioni militari iraniane sul territorio siriano, la Baldraccona di Sion, dopo aver preso schiaffi da chiunque su tutto il territorio nonostante i fantastiliardi di dollari sprecati per creare, armare (ed ultimamente far evacuare di nascosto) la sua abominevole genìa terroristica, ora ha la faccia tosta di arrogarsi il merito di aver «debellato l’ISIS in Siria», deufradandolo spudoratamente alla Russia.

Russia che ora, dopo aver purificato la regione da Daesh, vorrebbe anche (e giustamente) riportare a casina i suoi soldati, ma che non può, vista la ressa di militari da ognidove che ancora affollano il paese.

Non ultimi gli USA, che hanno sfacciatamente dichiarato di volerci rimanere in Siria, fino a quando aggrada loro.

E allora capite bene che diventa difficile sganciarsi da questa fogna, tanto più che ora Israele è diventata amicissima dell’Arabia Saudita in funzione anti-libanese ed anti-iraniana (con il beneplacito degli Stati Uniti, ça va sans dire); Arabia che è impelagata anche sul fronte yemenita (dove adesso è pure scoppiata una faida aperta tra sunniti e sciiti che rischia d’incendiare tutto il MO) e che si è sfondata di debiti con gli americani, facendo fronte comune con gli altri stati produttori di petrolio nella regione per escludere il Qatar, che quindi è andato a rifugiarsi sotto le gonne dell’Iran, il quale ovviamente ha accolto a braccia aperte un alleato così prezioso.

Ultimo in ordine di tempo a schierarsi è stata la Cina, che ha inviato in aiuto della coalizione russo-siriana un contingente di truppe speciali al grido di “Olé: tutti in Siria!”

Ragazzi, che bordello davvero: russi, siriani, cinesi, libanesi, iraniani, iracheni, turchi, egiziani, curdi, israeliani, sauditi, yemeniti, qatariani, afgani, americani, inglesi, francesi ed una manciata di altri soldatini europei, tutti raccolti, come Gog e Magòg, pericolosamente vicino a quella Piana di Meghiddo di biblica memoria…

«Il sesto angelo versò la sua coppa sopra il grande fiume Eufrate e le sue acque furono prosciugate per preparare il passaggio ai re dell’oriente. Poi dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta vidi uscire tre spiriti impuri, simili a rane: sono infatti spiriti di demòni che operano prodigi e vanno a radunare i re di tutta la terra per la guerra del grande giorno di Dio, l’Onnipotente.

E i tre spiriti radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn. Il settimo angelo versò la sua coppa nell’aria; e dal tempio, dalla parte del trono, uscì una voce potente che diceva: “È cosa fatta!”. Ne seguirono folgori, voci e tuoni e un grande terremoto, di cui non vi era mai stato l’uguale da quando gli uomini vivono sulla terra. La grande città si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande, per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente».

(Ap 16,12-19)

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Storie

American Apocalypse

E va bene, il titolo è un pochino suggestivo, lo ammetto, ma d’altronde non si allontana poi di tanto dalla realtà, poiché davvero in questo momento negli USA è in atto una vera e propria guerra civile di tipo post-moderno, animata dallo scontro, nemmeno più tanto sotterraneo, tra i quegli “stati profondi” che detengono e si contendono il potere sulla nazione (ed oltre).

Le recenti elezioni presidenziali hanno portato alla luce alcuni elementi di questo “stato nello stato”, che nel promuovere la candidata democratica sconfitta sono venuti allo scoperto lasciando intravvedere come essi appartengano al mondo della finanza (Soros & Co.), agli ambienti para-militari (FBI, NSA, ma soprattutto CIA), alla schiera dei mezzi di informazione (tutti i media, CNN in testa), piattaforme di rete (tipo Facebook o Google), carta stampata, celebrità hollywoodiane e naturalmente le immancabili lobbies arcobaleno.

D’altra parte il neoeletto presidente Trump ha sicuramente coagulato attorno a sé la maggior parte dei dissidenti silenziosi del “sistema”, da alcuni dirigenti delle agenzie (FBI in particolare) ad alcuni di quei capi dell’apparato militare che sotto Obama già manifestavano segni di orticaria alle sue politiche guerrafondaie anti-russe, oltre, naturalmente, alla massa di cittadini americani che senz’altro l’hanno votato, mietuti a man bassa soprattutto in quella middle-class delusa ed impoverita da un sistema economico colluso e fraudolento, e quindi vogliosa di un riscatto dalla deleteria amministrazione precedente.

Tuttavia non è affatto pensabile che questo sia bastato a Trump per vincere contro una candidata supportata da tanti e tali poteri forti da asfaltare (sulla carta) ogni concorrente: bisogna infatti dare per assodato che anche il tycoon abbia avuto alle sue spalle i suoi sostenitori “pesanti”, i contorni della cui identità forse ora iniziano ad emergere.

E già lo scrivemmo in Keep calm and òcio: per quanto a contrastarlo ci sia uno schieramento composto da tizzoni d’inferno, attenti ad incensare il buon Donald prima di averne valutato attentamente tutti gli atti del suo governo, poiché tanto quanto il “mulattone” abbia le credenziali per candidarsi ad anticristo, il biondocrinito senz’altro non è il Messia, e c’è anche qualche probabilità che non si riveli nemmeno “l’uomo della Provvidenza”.

Staremo a vedere.

Per ora assistiamo con apprensione a quella che ha tutte le caratteristiche di una rivoluzione americana, i cui sviluppi avranno senz’altro ripercussioni a livello internazionale, e non necessariamente in termini positivi.

E se era prevedibile che chi ha investito tanto sulla candidata sconfitta alle elezioni non si sarebbe ritirato in buon ordine, già adesso risulta evidente lo svolgersi di una strategia pluristratificata tutta volta ad esasperare gli animi della nazione e ad un tempo a delegittimare su ogni piano il legittimo presidente, in perfetta linea con le consolidate abitudini democratiche statunitensi.

Il battàge mediatico, infatti, è tutto omologatamente anti-trumpista, ed anche qui in Europa, dopo un primissimo momento di sbandamento che ha visto qualche “ciucciacalzino”, se non proprio cambiare bandiera, almeno smorzare i toni, ora i tromboni del giornalettismo e della politica sono ritornati alla carica, forse rincuorati dalle prezzolate manifestazioni di piazza a marc(hett)a Soros, ma forse con le speranze rinvigorite anche da qualche messaggio subliminale proveniente da oltreoceano.

Come ad esempio quella stranissima frase di commiato di Barack e consorte al discorso d’addio: un “sarò sempre con voi” di messianica ridondanza che, a seconda di chi ascoltava, poteva sembrare una promessa o una minaccia.

Tanto che molti l’hanno preso in parola e così hanno presto organizzato una trincea per fermare il presunto abusivo della Casa Bianca, tirando in piedi quel movimento per una “100 giorni di resistenza a Trump” subito accolta dal congresso ed incominciata con una coloratissima “festa danzante gay” davanti alla casa del vice Pence.

Movimento continuato con un incrudirsi della campagna mediatica diffamatoria, con la patetica “pussyhat revolution” per le strade capitoline, con l’apertura di inchieste formali sui coinvolgimenti degli hacker russi nella campagna elettorale americana da parte delle agenzie nazionali di investigazione ed infine rilanciata ad oltranza ad Hollywood (emblematicamente inquietante l’affermazione di Michael Moore in una video intervista per la MCNBS, in cui proclama che “Obama è ancora il Presidente degli Stati Uniti”, mentre l’intervistatore ricalca per due volte asserendo: “Sì, lo è”).

E nelle strade degli USA i rivoltosi già menano le mani contro gli organizzatori di eventi pro-Trump fino a quando essi non vengono sospesi per motivi di ordine pubblico, il tutto mentre la polizia rimane a guardare, intervenendo soltanto appena prima che la situazione degeneri e apparentemente con riluttanza.

In effetti pare si stia concretizzando quell’ipotesi paventata da Putin già a metà del mese scorso, quando in conferenza stampa ebbe ad affermare che certe forze negli Stati Uniti vogliono minare la legittimità dell’elezione di Donald Trump; le stesse, pare, che come campo di prova hanno organizzato la primavera colorata in Ucraina.

Il presidente russo ha osservato che le élite che si oppongono a Trump, si pongono almeno due obiettivi: innanzitutto delegittimare il neoeletto presidente degli Stati Uniti e secondariamente legargli le mani per impedirgli di mantenere le promesse fatte durante la campagna elettorale, “L’élite uscente”, ha detto Putin, “dopo l’allenamento a Kiev è pronta a creare una Maidan statunitense pur di non permettere a Trump di governare l’America”.

Forse sarà per questo motivo che nella prima settimana di presidenza il buon Donald ha firmato decreti esecutivi letteralmente “come se non ci fosse un domani”.

Detto fuori dai denti: il rischio per lui va da un pretestuoso impeachment all’assassinio tout-court, ma come ha dichiarato il suo vice Mike Pence alla Marcia per la Vita, il tycoon ha coraggio e “spalle larghe”, il che potrebbe anche far pensare che le abbia “coperte”, le spalle.

Intanto in Ucraina, dove guardacaso hanno trascorso il capodanno il senatore McCain ed il suo fedele compare Graham, sono ripresi i bombardamenti degli indipendentisti finanziati dalla CIA per la “riconquista” del Donbass: naturalmente i media hanno subito dato la colpa a Putin, salvo poi essere palesemente smentiti dagli stessi osservatori internazionali presenti sul campo.

La questione però è se il via libera all’infrazione del cessate il fuoco è partito con o senza l’assenso della nuova amministrazione americana: poiché se è stata un’iniziativa dell’agenzia che per conto del clan Obama-Clinton ha finanziato la primavera Ucraina, allora significa che lo stato profondo è in grado di agire in completa autonomia rispetto alla presidenza (e questo potrebbe preludere in futuro né più, né meno che ad un bel colpo di stato), nel caso invece che ci sia stato l’ok della presidenza, allora significa che Trump vuole giocare la sua partita su più fronti (le alternative sono che il tycoon sia stupido oppure che ignori ciò che fa il suo stesso staff, e tra le due non so quale sia la peggiore).

Le ultime prese di posizione in politica estera sembrerebbero avvalorare l’ipotesi che il buon Donald non abbia proprio le idee chiare su che linea adottare: da una parte proclama la distensione con Putin, ma dall’altra manda il generale Flynn a dare un puntiglioso ultimatum all’Iran, come se questo non fosse uno storico quanto preziosissimo alleato della Russa in medioriente.

Da una parte dice peste e vituperi della CIA, ma nella prima settimana del suo mandato corre a visitare l’agenzia ed il suo direttorio elogiandone il lavoro e rassicurando l’appoggio della sua amministrazione.

Promette di “prosciugare la palude” dei grandi interessi di affaristi, lobbisti e politici a Washington, salvo poi riempire il suo nuovo governo con figure miliardarie di quella stessa “palude” e nominando finanzieri di Wall Street in posizioni di sovrintendenza dell’economia.

Ed anche il muso duro con la Cina lascia un po’ perplessi, perché se dal punto di vista economico non fa una grinza, da quello politico potrebbe rendere difficili le prospettive di distensione con la Russia, visto che, come per l’Iran, anche la Cina è un alleato di grande importanza nel quadro geopolitico dell’Asia.

Ora, questo comportamento come minimo discontinuo (per non dire contradditorio), unito alla campagna di delegittimazione dei “poteri forti” che gli sono contrari, certo non favorisce l’immagine del nuovo presidente, ma anzi, potrebbe offrire ai suoi avversari un fianco scoperto in cui affondare una lama che altrimenti rimarrebbe probabilmente spuntata.

Intanto i milionari della Silicon Valley fanno a gara per apparecchiarsi bunker anti-atomici di lusso in Nuova Zelanda: sarà solo un eccesso di prudenza, oppure hanno percepito qualcosa nell’aria che tira ai piani alti?

Perché in una visione profetica della storia non possiamo permetterci di ignorare la possibilità di assistere a quel passaggio dell’Apocalisse che, riferendosi alla “bestia”, afferma: «Vidi che era simile a una pantera, con le zampe di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e il suo grande potere. Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita. Allora la terra intera, presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia» (Apocalisse 13,2-3), così finisci col pensiero a quel “piccolo corno” dalla carnagione panterina, detronizzato, eppur considerato “ancora il Presidente degli Stati Uniti”, mentre dall’altra parte la Madonnina di Anguera ti butta lì un avvertimento: “Un falso si alzerà e l’altro falso arriverà” (Messaggio del 26/01/2017).

E chiedendoti chi sarà chi, ti ritrovi a rabbrividire.

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Cronache

Obama care(s)

Un off-topic veloce-veloce, poi torno a fare la Cassandra.

Giacché ho l’impressione (ma qui lo dico e qui lo nego) che il “mulattone” della Casa Bianca non abbia nessuna intenzione di mollare l’osso.

Perché il potere a Obama interessa, troppo per farsi docilmente da parte.

Già ne parlai tempo fa in Granbiscotto, prima che dall’ovetto kinder delle elezioni americane uscisse la sorpresona Trump, ma poi quella visita fatta dall’uscente presidente USA in Europa, mi ha lasciato ulteriormente perplesso, perché quello dava ai vari capi di stato direttive per il futuro politico dell’UE come un pupàro che muove le marionette in un teatrino, con la serena pacatezza di chi si sente saldato al trono con il superattack, e non come uno che ha già in mano la notifica dello sfratto.

E non è che si è fermato lì, eh, ma ha continuato a colpi di decreti di consolidamento, come il divieto di defund a Planned Parenthood, od il prolungamento delle sanzioni alla Russia, per dirne un paio, e poi rincarando con il corollario già cominciato in campagna elettorale: wikileaks che ha fatto da portale perché gli hacker russi potessero manipolare le elezioni americane (ma ti pare?), e le pretestuose proteste dei fattòni universitari (sovvenzionati da Soros un tanto al kilo) contro il “villain” Donald (anche lui, naturalmente, colluso coi russi), ed il recente giro di vite sulla censura in rete dei dissidenti con la scusa delle “fake news”, e che se in Siria han fatto una figura di palta la colpa è dei russi che bombardavano solo ospedali zeppi di bambini (perché si sa che Aleppo est era tutta un gigantesco reparto di pediatria infantile, no?), e poi Russia, Russia dappertutto, tanto che il discorso di fine anno di Obama si può riassumere in tre parole: “Ha stato Putin”.

Ma siccome per restare abusivamente in Casa Bianca ha bisogno di una crisi vera, bastante a dichiarare lo stato d’emergenza nazionale (o meglio ancora lo stato di guerra), il Nobel pacificatore ha cominciato con le provocazioni pesanti: fuori dal paese i diplomatici russi, nuove sanzioni, accuse infondate e sempre più esplicite di presunta ingerenza informatica ed una badilata di nuovi armamenti alla NATO, da ammassare, ovviamente, sui confini russi.

Però, quello che fa specie, è che tutti i media decantano “san Barack” come se non stesse per svanire nel nulla cosmico tra due settimane, ed al contempo grugniscono in coro contro Trump come se non fosse veramente lui il presidente eletto.

Il fatto è che in America è in atto una vera e propria guerra civile tra le fazioni dell’establishment, mentre la scollatura tra l’oligarchia al potere ed il popolo si fa sempre più profonda, e la tensione interna è tale che basta realmente poco per innescare la crisi: perché oltreoceano non è come qui da noi, dove si protesta a suon di gessetti colorati e strimpellate di imagine, là le casalinghe vanno a fare la spesa con la pistola nella borsa, e non ci mettono né uno-né due a tirarla fuori per usarla, ed usarla anche bene.

In questa prospettiva, allora, la sparatoria di Fort Lauderdale assume una luce nuova: forse non è il caso isolato di uno squinternato solitario, ma magari è la prova di un qualcosa di più grosso, prossimo e diffuso.

Perciò occhio ai quindici giorni che mancano all’inaugurazione della presidenza Trump, perché potrebbero non essere solo gli ultimi colpi di coda del serpente ferito a morte, ma il preambolo di un terzo abusivo mandato dell’anticristo nero.

Perché a “Obama interessa”

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Cronache

Chi ha paura della “Brexit” (?)

Che poi, a ben guardare, sulla carta la Gran Bretagna magari avrebbe pure da guadagnarci ad uscire dall’UE.
O quantomeno per il Regno Unito non cambierebbe poi tanto stare fuori o dentro l’Europa.

Almeno così dicono alcuni ben informati.

Pare infatti che già ora goda di una specie di statuto speciale che le consente di mantenere la sua sovranità monetaria, di gestire il controllo delle proprie frontiere come meglio crede, la possibilità di mollare il colpo in caso di un eventuale giro di maggiore integrazione, può decidere di attuare differenze di trattamento in materia di stato sociale tra i suoi cittadini e quelli comunitari, di pretendere un adeguamento sulle regole di tassazione al sistema bancario da parte della Banca Centrale Europea.
Insomma di fare un po’ come cacchio le pare.

A parte il fatto che anche solo non partecipare all’unione monetaria la mantiene protetta da tutti quei “vantaggiosissimi” effetti collaterali che invece i cittadini dei paesi dell’Eurozona hanno patito sulla loro pelle in tutti questi anni di moneta unica.

Certo, la sterlina subirebbe magari una forte svalutazione (questa è una reale possibilità), però di fatto la moneta inglese già adesso sta subendo un lento ribasso sui mercati di scambio, e ciò ha messo in moto dinamiche economiche che attenuerebbero, forse anche di molto, un’ulteriore svalutazione.

Ma poi avere la propria moneta deprezzata non è un male assoluto, anzi, aumenta la competitività sulle esportazioni, e siccome l’Inghilterra può avvalersi di una clausola che, in caso di uscita dall’Europa, le permetterebbe comunque di mantenere in vigore per due anni tutti i trattati economici con essa, potrebbe tranquillamente rinegoziarli con il vantaggio di una moneta nazionale concorrenziale: finirebbe un po’ come con Svizzera, Islanda, Liechtenstein e Norvegia, che, fino a prova contraria, campano dignitosamente anche da extracomunitari.

Eppure.

Sì perché a stare a sentire gli strali bruxelliani (e dei capoccia d’oltremanica pro-remain), nel caso di un esito favorevole all’uscita dall’UE del referendum inglese, si scatenerebbe una cascata di drammatiche conseguenze (e ritorsioni) che parrebbero destinate ad affossare economicamente il Regno Unito: una sorta di Armagheddon che addirittura porterebbe ad un nuovo tentativo di secessione da parte della Scozia.

I tedeschi, per la cronaca, hanno già alluso, e mica tanto velatamente, a minacce di vendetta.

Anche se invece c’è chi sostiene che un’eventuale Brexit, non comporterebbe nemmeno tutto ‘sto gran danno economico per il resto dell’Unione: un po’ perché, come detto, proprio in virtù di quello statuto particolare, di fatto l’Inghilterra così europea non è che sia mai tanto stata; e un po’ perché alla fine oggi l’economia gira (male) su scala globale e l’eventuale ridimensionamento del mercato europeo, pur comportando qualche inevitabile cambiamento, non avrebbe esiti così catastrofici, visto che in realtà l’UE avrebbe perfino da guadagnarci nello stipulare accordi con nuovi partner extracomunitari.

Certo, questo se l’Europa fosse davvero unita.

Perché forse proprio questo è il punto.

Forse è proprio per questo motivo che un paio di settimane fa la regina Elisabetta si è lasciata sfuggire tra i denti quel commentaccio sottovoce, una cosina sussurratale all’orecchio nientemeno che dai massimi livelli dei servizi militari britannici, tipo che: «Se noi (la Gran Bretagna n.d.r.) non “Brexit”, si entra in uno scenario inevitabile di terza guerra mondiale».

Poiché il rischio (più che reale) è che, se una nazione importante come l’Inghilterra se ne va dall’UE sbattendo la porta a furor di popolo, dà un cattivo esempio: un po’ come se contraddisse in maniera eclatante l’illuminata agenda programmatica bruxelliana.

Che poi magari anche ad altre nazioni salta la mosca al naso e prendono esempio (visto che i movimenti euroscettici guadagnano sempre maggior consenso tra il popolino di ogni membro, Germania compresa).

Potrebbe essere la proverbiale goccia che fa traboccare un vaso che sotto molti aspetti è già colmo, causando magari, chissà, una specie di fuggi-fuggi generale.

Sarebbe un po’ come il crollo della Torre di Babele: e senza più l’Unione degli Stati Vassalli d’Europa, come farebbe poi l’Amerika a tenere a bada quella gran cattivona della Russia?

Giacché a quel punto per gli USA, senza una base d’appoggio solidamente subalterna nel vecchio continente, non potrebbe verosimilmente più entrare in conflitto armato con un reale antagonista (quale è la nazione di Putin) alla propria presunta e velleitaria supremazia mondiale: avversario che però si trova così noiosamente distante in termini geografici.

E allora addio ad ogni ambizione d’egemonia statunitense, e benvenuta nuova era di multipolarità di superpotenze, ma questo, la patria delle libertà, il faro del mondo civilizzato, non lo può mica tollerare.

Insomma: chi è che ha più paura di ‘sta Brexit?

Restiamo sintonizzati, ché forse a fine mese lo scopriremo.

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È quasi mezzanotte

Le notizie si susseguono con cadenza giornaliera.

Certo, non sui mezzi del mainstream: quelli si guardano bene dal dirlo.

Bisogna cercarle con attenzione, trovarne i collegamenti e metterle insieme a comporre un quadro generale.

Ultimamente, però, è sempre più facile unire i puntini che formano il disegno, tanto che persino un chiunque chicchessia come il sottoscritto è in grado di intuirne la forma finale.

Un po’ come quando stai facendo un puzzle: all’inizio cerchi i pezzi della cornice, che sono i più distinguibili, quindi procedi con quelli dell’interno, che è il passaggio più difficile, ma mano a mano che procedi nella composizione i tasselli si trovano con più facilità, la figura d’insieme prende forma, ed individuare i pezzi mancanti diventa sempre meno complicato.

Ma forse ci sta anche che dopo un po’ ci fai l’occhio.

E così quando leggi che in Macedonia è scoppiata la rivoluzione “colorata” non ti stupisci più, e ti risulta perfettamente logico del perché UE ed USA intendano installare in quel paese un governo filo-occidentale: in tal modo la Serbia rimarrebbe isolata e la Russia si troverebbe a non avere più aree di influenza nei balcani.

D’altronde le manovre di accerchiamento della NATO nei confronti della Russia sono da mesi all’ordine del giorno: con l’ultima base Aegis in Romania gli Stati Uniti hanno praticamente completato l’istallazione di basi di difesa missilistica a ridosso del confine russo, e quando Putin ha chiesto ad Obama di parlarne, Mr. President ha rifiutato (dicono) in modo sprezzante.

Nel frattempo le navi statunitensi e della NATO si ammassano al largo dei mari russi ed i contatti tra la milizia occidentale e quella russa hanno ormai cadenza come minimo settimanale, anche se per ora sembrerebbe soltanto una fase di studio e di reciproca vigilanza.

È di ieri, ad esempio, la notizia che un aereo-spia di bandiera svedese (il Gulfstream IV) si è avvicinato ai confini della regione di Kaliningrad: ai bei tempi della Guerra Fredda, un’azione del genere sarebbe stata intollerabile per l’allora Unione Sovietica.

Non oggi per Putin, però, che dimostra invero una pazienza quasi profetica nel non dare seguito alle continue provocazioni degli Stati Uniti, le quali sono davvero in crescita esponenziale.

È sempre di ieri la dichiarazione di Victoria Nuland secondo cui gli USA sono disponibili ad un ulteriore inasprimento delle sanzioni contro la Russia, per dirne una, mentre cresce in Europa la contrarietà a mantenere ancora quelle attualmente in vigore.

Tuttavia la UE è soggiogata alla politica USA, tanto che proprio su pressione di Washington, la Germania si è decisa a rimaneggiare la lista nazionale dei buoni e dei cattivi (cosa che non faceva da dieci anni), spostando la Russia dalla lista degli stati considerati “partners” a quella dei “rivali”; azione che ha davvero pochissimo senso se non quello di una subordinazione ad un ordine venuto da ovest, poiché i rapporti commerciali tra i due stati sono storicamente floridi e paiono mantenersi tali anche attualmente, alla faccia di tali presunte classificazioni.

Ma le provocazioni pretestuose non finiscono qui, anzi paiono moltiplicarsi: dopo che il Pentagono ha messo nero su bianco nei suoi documenti d’impostazione strategica che per gli USA e gli alleati del Patto Atlantico la prima minaccia è la Russia, il Dipartimento di Stato presieduto da John Kerry ha dichiarato che adesso è finalmente stata individuata la principale fonte del terrorismo internazionale (quello contro cui l’America, da quindici anni a questa parte, è impegnata formalmente in un’azione bellica globale): essa sarebbe, guarda un po’, l’Iran, la nazione con cui la Russia ha intensificato sempre di più i rapporti almeno da marzo di quest’anno, quello stesso paese con cui, tra l’altro, la Cina mantiene un’alleanza storica. Cina che ultimamente ha aumentato su tutti i fronti le relazioni proprio con la Russia.

Viene da chiedersi se e fino a quando le provocazioni occidentali a Putin ed al suo paese verranno tollerate.

Perché per ora il presidente russo sembra come quell’orso enorme che, consapevole della propria forza, sopporta pazientemente le continue punzecchiature di uno sciame di vespe agguerrite, ben sapendo che nel momento in cui cedesse alle provocazioni si scatenerebbe un conflitto in grado di annientare l’intero pianeta.

Ma tale consapevolezza sembra non esserci da parte occidentale, non si sa bene se per deliberata indifferenza o per un errore di valutazione delle forze in gioco, fattostà che l’unico che in questo braccio di ferro sta dimostrando seria responsabilità è proprio Putin.

Il quale stoicamente resiste persino alle pressioni interne del proprio entourage militare, il quale parrebbe forzare per una risposta bellica entro la primavera del 2017, preferibilmente nel mese di maggio.

La situazione è realmente inquietante, ed oramai non ci si può più permettere di restare accomodati sugli allori della presunta sicurezza che, siccome tutti sanno che un conflitto atomico equivarrebbe all’annichilimento totale, non potrà mai avere realmente luogo, poiché evidentemente al signor “PremioNobelPerLaPace” non interessa.

Viene in mente quell’orologio virtuale che segna l’ora della fine del mondo: quel “Doomsday Clock” nato nel 1947 nell’Università di Chicago le cui lancette sono state spostate nel corso degli anni più e più volte a seconda della vicinanza di un reale pericolo di annientamento globale, e che fino al gennaio di quest’anno segnavano le 23:57.

Qui urge vigilare, formandosi ed informando, e nel contempo vegliare, preferibilmente in orazione, non solo per scongiurare una guerra che sarebbe quella definitiva, ma soprattutto e principalmente per essere pronti a vincere quell’unica battaglia in cui davvero occorre trionfare, quella per la salvezza della propria anima.

Ma già, che sciocco: quasi dimenticavo.

Come non detto, gente: domani iniziano gli Europei di calcio…

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Prove tecniche di secessione

Boh, forse sono io che non ho capito bene.

Ma dice che la Federal Reserve mugugna con la J.P. Morgan Chase perché ha problemi di liquidità. Che c’aveva un malloppetto di una cinquantina di trilioni di dollari che gli ballava in giro e così ha comprato un po’ di derivati da ogni dove, ma che adesso vorrebbe averne un po’ indietro e, mannaggia, non si ricorda più bene dove li ha messi.
Però niente panico, perché tanto si tratta solo della banca centrale americana, e se ha problemi a rientrare dei suoi fondi mette a rischio solo Wall Street (e l’intera stabilità finanziaria americana).

Dice che la Russia intanto disinveste in titoli di stato Usa per circa nove miliardi, mentre la Cina praticamente sta finendo di comprarsi l’Africa. Però in Europa è tutto a posto: la Grecia ormai è andata, il Portogallo è a buon punto di cottura, Irlanda e Spagna stanno rosolando, la Danimarca è già da mo’ che auspica un referendum per uscire dall’UE, mentre l’Olanda spernacchia Bruxelles con un chiaro NO ai trattati Euro-Ucraini, rilanciando sugli inglesi a cui pare non siano bastati i contentini ottenuti all’ultimo consiglio europeo e che perciò stanno pensando sempre più seriamente di mollare il colpo (ma lo chiamano “Brexit”: che fa molto più figo).

Dice che la Germania ha stampato queste nuove monetine (lei può farlo, evidentemente, è ancora uno stato sovrano, mica come gli altri che fanno solo quello che “ce lo chiede l’Europa”): due milioni e mezzo di pezzi da cinque euri, con un bel bordino blu, che però avranno corso legale solo nel territorio tedesco e basta, negli altri paesi saranno conio esclusivo per collezionisti, tipo i soldi del Monopoly.
Tranquilli, comunque, è solo per vedere l’effetto che fa (mica che qualcuno poi pensi male: tipo che la Mutti stia pensando di parare il teutonico sederone in caso di sgretolamento della moneta unica, eh).

Dice che la Killary, nonostante il suo nome sia in tutti i dossier più scandalosi dell’ultima amministrazione (Whitewater, Travelgate, Filegate), sia indagata per mazzette dalle lobby corporative, per uso improprio di file classificati, per aver creato e cresciuto l’ISIS (ah, no: quello è colpa di Putin), resti comunque destinata a rilevare il primo presidente nero della storia.
D’altronde avere la prima donna alla Casa Bianca fa troppo propaganda mediatica per non mettere al governo della nazione più armata del mondo una professa guerrafondaia.

Dice che lo Zar Vladimirovič, a scanso di equivoci, s’è fatto su una bella Guardia Nazionale di un duecentomila miliziani scelti, così: per stroncare sul nascere ogni eventuale “primavera russa” eteropromossa.
E siccome poi storicamente gli USA scongiurano i collassi finanziari entrando in guerra con qualcuno, la Russia ha ultimamente approntato un bel tris di basi (Khmeimim, Kaliningrad e Sebastopoli) preparate a puntino per un’escalation bellica sia di tipo convenzionale che di tipo nucleare (con una tecnologia tale che le forze “alleate” ammassantesi ai suoi confini un pochino si sono arrossite in viso, non si sa ancora se per la rabbia, l’invidia o la vergogna).

Dice che pare proprio ci sia tanta voglia di baruffa nell’aria.
O forse sono solo io che non c’ho capito niente.

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Armi di distrazione di massa

Grasse risate.

Di ritorno dalla partecipazione al Consiglio Europeo (riunitosi da una parte per lisciare una minacciosa Gran Bretagna in procinto di referendare sulla sua permanenza nella UE, e dall’altra per valutare seriamente l’opzione di lasciare che l’enorme massa di “profughi” vomitata dalla Turchia addosso alla Grecia, se la tenga la Grecia, che lì stanno tanto bene) il Kapò non eletto del nostro paese ha sparato la polpetta: fiducia sulle unioni civili.

Evidentemente al cospetto della “Mutti” il nostro boy scout ha ricevuto un chiaro ultimatum: “quest’unione s’ha da fare”, anche a costo di una crisi di governo.

Che tanto poi il gotha bruxelliano vince in ogni caso: se passa la fiducia possono spuntare un’altra voce sulla lista programmatica della loggia europeista, se invece il pupo fiorentino sbraca, gli si tagliano i fili e lo si rimpiazza con uno che ha già dimostrato di essere più capace di fare gli interessi del paese (quello di lingua germanica).

Mettiamoci pure il cuore in pace che tanto al voto non ci andremo (forse più): lo hanno già allertato il sostituto di Fonzie, è una minestra che si sta riscaldando a bordo campo, pronto per venire giù dai Monti come un loacker (visto che trattasi dell’ennesimo “biscotto” di matrice teutonica).

Ed i media tutti acclamano contenti, peraltro, sperticandosi in raccolte di firme patinate e canzonacce da osteria televisiva. Proprio come oltreoceano, d’altronde, dove il mainstream dell’informazione fa cordata per blandire i burinotti yankee: Russia brutta, Putin male; America buona, Obama santosubito.

Li stanno formattando in vista del momento in cui arabi ed ottomani attraverseranno armati i confini del “paese che non c’é” (il kurdistan siriano n.d.r), in maniera che non appena quel cattivone dello zar opporrà la sua linea difensiva, i visi pallidi potranno finalmente gridare all’oltraggio e coattare tutti i loro servi NATOniani all’offensiva.

Così finalmente il no-bel dimissionario potrà dare definitivo compimento al suo slogan elettorale: WorldWideWar? Yes, we can!

E i borsaioli internazionali intanto che fanno? Loro che c’hanno la vista d’elfo e campano guardando due giorni nel futuro investono massicciamente nell’aurifero, il bene rifugio sempre buono per ogni (mala)stagione.

Brutto segno: meglio far scorta di kleenex, pregando che le prossime venture lacrime amare di noi povere masse distratte non diventino poi subito come quelle della Madonnina di Civitavecchia.

Lacrime di sangue.

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