Vita

Tenere il passo

Ultimamente una cosa mi ha fatto riflettere: ho notato che quando vado in giro a piedi col mio mezzanello, anche solo per una passeggiata, se lo tengo per mano (ossia quasi sempre) lui tende a farsi trascinare.

Tutte le volte io dapprima gli chiedo di stare al passo e lui si riallinea, ma dopo poco riprende a stare indietro.

Allora lo strattono dolcemente per richiamarlo ad accelerare un po’ e lui si riporta a pari, ma poi ritorna a far la zavorra.

Interrogato dalla possibilità che sia forse io ad andare troppo veloce per lui, rallento l’andatura, ma quasi subito la rallenta pure lui e così siamo punto e accapo: con io che tiro e lui che frena.

Ed ho anche provato a rallentare sempre di più il passo, eh, giusto per vedere di trovare una frequenza tale perché lui non rimanesse indietro, ma il risultato è stato che abbiamo finito per fermarci entrambi del tutto.

Ebbene, ciò che mi ha dato da pensare è che anche noialtri figli di Dio facciamo allo stesso modo con il Padre nostro: nel cammino che conduce a quel destino di comunione eterna con Lui, e che nella nostra vita si traduce nel collaborare al compimento della Sua volontà di bene per noi, ecco che noi siamo proprio come bambini che tengono per mano la Mamma Celeste nella sequela del suo Figlio, attraverso cui è il Padre stesso che ci accompagna.

Tuttavia, se siamo onesti, anche noialtri, proprio come il mio bimbo, ci facciamo quasi sempre trascinare, ed arranchiamo con fatica e/o malavoglia nel cercare di tenere il passo.

Così, spesso, pure Lui, attraverso la Madre, ci sprona a proseguire più speditamente, ma noi esitiamo nello spenderci in quella fatica che ci farebbe accelerare il passo, non ci fidiamo che stare con Lui è tutto nostro vantaggio e così tendiamo sempre ad accomodarci, a farci trascinare, che se fosse per noi soltanto, nemmeno faremmo lo sforzo di camminare, ma ci faremmo prendere proprio in braccio.

E Lui questo lo sa: Egli ci conosce e sa qual è la velocità giusta del nostro proseguire, il passo a cui possiamo andare, e per quell’Amore vero che nutre per noi e quella dignità in cui ci ha fatti nell’essere figli nel Suo Figlio, non rallenta, ma ci invita con maggior calore a starGli dietro.

Poiché sa che con l’uomo, per via di quella sua natura ferita dal peccato originale, il gioco al ribasso è sempre perdente, perciò, il più delle volte, ci stringe forte la mano e sopporta che anche noi ci facciamo trascinare.

Però mai smette di richiamarci a tenere il passo e così quando rimaniamo sordi ai Suoi appelli e rischiamo di restare indietro, Lui, attraverso gli eventi della vita, ci strattona un po’, perché ci si risvegli dal nostro tropore e ci si dia una mossa, finalmente.

Certo la nostra sicurezza è che mai Lui ci lascerà la mano, e se anche noi dovessimo sottrarGli la nostra e fermarci per capriccio, Egli non ci abbandonerà a noi stessi, ma tornerà indietro a riprenderci.

Perfino ci inseguirà se dovessimo ostinarci a cambiar cammino, e fino all’ultimo ci offrirà la Sua mano per toglierci da sentieri mortalmente pericolosi, se lo vogliamo.

Come d’altronde, se siamo ben disposti a tenere il Suo passo, Egli lo accelererà di un poco ogni volta, così che possiamo proseguire sempre più speditamente lungo la Via che ci conduce a Lui.

Per questo d’ora in poi, passeggiando con il mio bambino, esorterò me stesso a non fare per primo io la zavorra con Dio, ché se di tanto in tanto mi invita persino a correre, sia pronto io ad accogliere la fatica dello sforzo, nella consapevolezza che già durante il viaggio posso godere più appieno della Sua compagnia tenendoLo per mano ed alla fine del cammino addirittura, niente di meno mi attende che il Suo abbraccio. E per l’eternità.

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Paternità

Creme

Figlia che in preda a coccolìte ti si arrampica addosso, mentre sei (nemmeno a dirlo), bello tranquillo sul tuo divano a digitare una delle pagine più sublimi di tutta la tua carriera di scrittore.

Epperò il suo ascendente su di te è tale che metti giù il tablet (intanto che il pensiero di quella verità trascendente che stavi per donare all’umanità svanisce implacabilmente dal tuo cervello per sempre) e la prendi in braccio, sorprendendoti nell’annusare un certo aroma di hobgoblin: come una specie di aura mistica che le aleggia intorno ai piccoli lombi, di consistenza quasi ectoplasmica, la quale ti guida nel prendere la ferma decisione di andarla a cambiare, prima che il rigor mortis per decesso da intossicazione ti colga completamente.

Perciò ti approssimi al fasciatoio e la svesti trattenendo il fiato, mentre lei ti guarda con un sogghigno malefico come se sapesse l’amara sorte a cui stai per andare incontro, mentre, col capo forzatamente reclinato all’indietro per istinto di conservazione, le slacci il pannolino in attesa di assistere al deturpante spettacolo di quell’escatologica rivelazione (in senso propriamente apocalittico) che già ti occhieggia liquefatta dai suoi bordi.

In apnea e ad occhi semichiusi, ti affidi allora ai tuoi poteri jedi nell’affrontare il lato oscuro della forza (o meglio, dello “sforzo”) trovandoti ineluttabilmente ad avere a che fare con le simpatiche salviettine umidoprofumose: quelle che mentre con una mano tieni le gambette della pargoletta, con l’altra togli il patello traboccante d’immonde nefandezze, con l’altra prendi il pannolino nuovo e con l’altra ancora cerchi di sfilarne una dal pacchetto per pulirle le chiappotte, te ne viene fuori una sciarpa intera che nemmeno il mago Silvan dalla sua manica i foulards colorati all’apice della sua brillante carriera.

Così, mentre sei lì che mitragli benedizioni agli amatissimi ingegneri di quel packaging pensato propriamente per farti impazzire, noti che il sederino della tua bambina parrebbe un pochino arrossato (e ci credo: visto il prodotto delle sue viscere tanto simile, per consistenza e colore, a quelle Paludi della Morte di tolkeniana memoria).

A quel punto ti si affaccia alla mente la cristallina visione di tua moglie che ti raccomanda di mettere la cremina lenitiva su quel piccolo posteriore rubizzo, che sennò (come ti ha più volte ammonito la diligente consorte) la pelle delicata della tua bambina diventerà spessa e ruvida, e allora sarà poi tua (e solo tua) la colpa se, una volta cresciuta, la sua silhouette sarà irrimediabilmente rovinata da quel lato B calloso e deforme, tanto che nessuno la vorrà prendere in moglie e nella migliore delle ipotesi finirà i suoi giorni da rancorosa zitella, mentre in quella peggiore si getterà nel fiume da una torre per la disperazione di un fondoschiena inguardabile che la condanna ad un’esistenza da reietta.

E tu sei lì, che valuti come l’eventualità che quella negligenza possa in futuro preservare la tua dilettissima figliola dal contatto con un qualsivoglia altro esemplare di genere maschile valga bene la pena di rischiare d’essere scoperto dalla tua amata sposa e quindi dover affrontare le inevitabili ritorsioni cui ti sottoporrà. Quando ad un tratto irrompe nel tuo cerebro assorto un pensiero illuminante, che ti dischiude al quesito di come avranno mai fatto tutte le generazioni femminili precedenti a sopravvivere senza avere le chiappette spalmate con creme ammorbidenti ed aver persino, non solo trovato marito, ma anche perpetuato la specie per millenni.

Perché a quanto ti risulta una cute un po’ arrossata non ha mai ammazzato nessuno, così come un biberon non sterilizzato, un body lavato senza Napisan, un bagnetto fatto con acqua che non sia necessariamente ad una temperatura costante di 37 gradi, o un frutto mangiato con la buccia senza essere stato preventivamente messo in ammollo per 24 ore nel bicarbonato.

Che a furia di avvolgerli nella bambagia di mille superflue attenzioni, questi figli, poi finisce che ti crescono di cristallo ed alla prima fragolina di bosco, punturina di zanzara o fiorellino annusato in un prato ti vanno in shock anafilattico.

Giacché il problema forse è di noi genitori, ormai assuefatti ad una mentalità preventiva che vorrebbe preservare i nostri amatissimi pargoli da ogni minimo fastidio, impedendo loro di graffiarsi per il timore che provino il più piccolo dolore, così che poi alla prima febbriciattola si corre subito al pronto soccorso ed al primo colpo di tosse si prende d’assedio il povero pediatra.

Perché inevitabilmente prima o poi essi saranno intersecati dalle intemperie della vita e allora è bene che a quel momento non ci arrivino del tutto impreparati, ma che abbiano anche loro nel loro zainetto d’esperienze, non dico proprio un’epatite presa per aver succhiato i sassi del parcogiochi, ma qualche gomito o ginocchio sbucciato sì, magari non un trauma cranico, ma che sappiano cosa sia un bernoccolo va anche bene, e se poi hanno la pelle del sedere non proprio liscia e vellutata come la buccia di una pesca non è detto che rimarranno traumatizzati a vita.

Che poi, a ben guardare, tutta questa attenzione a che ‘sti figli non sortiscano dalla cupola di vetro in cui li si vorrebbe tenere, denuncia soltanto il nostro essere genitori illusi di poter tenere tutto sempre sotto controllo: padroni di una realtà preconfezionata secondo i nostri schemi mentali che, in quanto creature e non Creatori, inevitabilmente non possono che essere fortemente limitati e difettosi, giacché la vita ci oltrepassa e la storia che attende noi ed i nostri bambini ci richiama ad affidarci a Colui che della storia, di ogni storia, in verità regge le sorti, sicuri che per loro, oltreché per noi, v’è un destino di bene che ci attende, ed ogni ostacolo del percorso non è lasciato lì ad arrestarci, ma perché sia di stimolo alla nostra ed alla loro crescita.

Ed alla luce di tale consapevolezza allora, che peso vuoi che abbia un culetto un po’ infiammato?

Ma poi niente: è che mi son rivisto nella mente lo sguardo torvo di mia moglie scrutarmi accigliata per il mio tentennamento, così alla fine la cremina sul sedere a mia figlia gliel’ho messa uguale.

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Paternità

Cose grandi

D’accordo, io non ho figli adolescenti, almeno non ancora, visto che il mio maggiore ha otto anni e quindi non ha ancora nemmeno raggiunto la pre-adolescenza.

Inoltre è nato prematuro e soprattutto è maschio, perciò dovrebbe iniziare in ritardo a darmi grattacapi (il mio primogenito sarebbe in piena adolescenza, ma il buon Dio ha visto bene di occuparsene direttamente e con largo anticipo, per cui ora sono tutti cavoli Suoi).

La femmina mi preoccupa un po’, lei sì, perché ha solo due anni e già pianta su scene isteriche come se avesse il ciclo: chissà a tredici che farà (timore che probabilmente risolverò in via preventiva, visto che sto maturando seria intenzione di chiuderla in un convento di clausura stretta come regalo per il suo terzo compleanno: là, nel suo loculo di un metro cubo, ad offrire costantemente al Signore tutta la sua riconoscenza per il meraviglioso papà che le ha donato).

Vabbé: stavo dicendo?
Ah sì: è vero, io non ho ancora adolescenti tra le mani, però lo sono stato un adolescente, e me lo ricordo molto bene quel periodo della mia vita.

In più, da qualche anno a questa parte, ho avuto il privilegio di incontrare tantissimi giovani in giro per il paese, venuti ad ascoltarmi e a farmi domande, ed in tutti ho riscontrato la medesima caratteristica, in maniera più o meno evidente: un comune denominatore che credo riunisca ogni adolescente, da che mondo è mondo.

Perché come il sottoscritto durante la sua gioventù, ogni giovane di ogni generazione scopre dentro di sé, drenando bene tra le profondità dei suoi flussi ormonali, una fame ed una sete davvero prepotenti: la fame e la sete di obbiettivi altissimi.

Questa è un’evidenza: da sempre sono i giovani che vogliono fare le rivoluzioni, e questo proprio perché hanno dentro, non tanto la voglia del cambiamento, ma fondamentalmente la necessità di assoluto.

Fateci caso: gli adolescenti ragionano, sentono ed agiscono prevalentemente per estremi, la loro è l’età del tutto o niente, del bianco o nero, dello schifo per i compromessi e del disprezzo per le sfumature.

E questo proprio perché percepiscono dentro di loro, forse messo allo scoperto dai moti biologici ed anatomici della loro muta esteriore, il bisogno di soddisfare anche un mutamento interiore, l’aspirazione ad uscire dall’involucro limitato e limitante dell’infanzia ed approdare alla presunta libertà della vita adulta.

Una vera e propria tensione dell’animo, prima che del corpo, a sottrarsi al giogo del bozzolo per dispiegare ali di farfalla e prendere il volo.

La rabbia che caratterizza gli adolescenti è dovuta proprio a questa brama interiore, che vorrebbe essere soddisfatta tutta e subito, secondo la modalità dei bambini, ma che chiede una corrispondenza infinita ed imperitura, e quindi ottenibile solo nel tempo, anzi oltre di esso, secondo la modalità paziente dell’età più che matura.

Hanno fame di cose grandi questi giovani, cose tanto grandi che non si possono trovare meramente in questo mondo, ché ontologicamente limitato.

E noi genitori siamo chiamati a farci carico di questa loro fame, non a soddisfarla (ché non rientra nelle nostre possibilità questo, visto che siamo limitati tanto quanto il mondo), ma a dirigerla, ad indirizzarla verso quell’unica Meta in grado di colmare i loro vuoti.

Io me lo ricordo bene quanto ho vagato, nella mia giovinezza, in cerca di ciò che potesse corrispondere alla mia ferale domanda di senso, questua che mi ha portato rasente i confini della perdizione, come il “figliol prodigo”, perché ciò che mi era stato dato in eredità era mancante, non mi era stato consegnato nella piena, cruda, quasi crudele, Verità.

Quando poi ho trovato un padre (non nella carne) che mi ha mostrato obbiettivi alti, seppur nella durezza del loro raggiungimento, ho riscoperto quella Verità sempre fraintesa, e mi ci sono pure arrabbiato, e tanto, con chi era stato fatto depositario di tale Verità e non me l’aveva trasmessa per tempo e senza veli, senza edulcorazioni, senza tutte quelle censure fatte per renderla meno scandalosa.

E come se mi sono arrabbiato: perché ho scoperto che le risposte a tutte le mie domande erano già accessibili da due millenni, e se mi fossero state trasmesse tutte, così com’erano, mi sarei risparmiato anni di menate e sbattimenti.

Ecco perché noi che ci troviamo ora ad educare, e come genitori in primo luogo, abbiamo il dovere di consegnare cose grandi ai nostri adolescenti, senza la paura che possano scandalizzarsi o fare troppa fatica nel tentativo di appropriarsene (che non è misericordia questa, ma codardia), bensì additare con fermezza a quell’Unico, che davvero e da solo, può soddisfare la loro fame di Assoluto.

Ecco perché non possiamo permetterci di giocare al ribasso, ma senza fare sconti dobbiamo mostrare loro la Verità tutta intera ed incoraggiarli a perseguirla, a costo di qualunque sacrificio, poiché questo è il solo vero bene che possiamo lasciare loro in eredità.

Pur permettendo che escano dalla nostra casa, e come il “padre buono” d’evangelica parabola, rimanere ad attenderne il ritorno, pazienti nel senso profondo del termine, ma sicuri nella speranza che ritorneranno, quando quel seme di Verità che abbiamo piantato nel loro animo bambino avrà finalmente germogliato, anche se nel pianto.

Perché per questo l’Eterno Infinito è entrato nel tempo e nello spazio: per rendersi accessibile alle torme dei figli affamati di Lui.
Ed ultimamente saziarli.

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Paternità

Santa imperfezione

Prima che diventassi genitore, la mia idea di paternità girava attorno all’aspirazione di essere per i miei figli un padre anche solo leggermente migliore di quanto lo era stato il mio per me.

Essendo stato lui tutto sommato un buon padre, mi dicevo, in tal modo avrei portato un miglioramento qualitativo alla generazione successiva e, se i miei figli avessero condiviso la mia stessa idea di paternità, a loro volta sarebbero stati, per i miei nipoti, padri anche solo leggermente migliori di me, perpetuando in tal modo una sorta di circolo virtuoso della paternità nella nostra famiglia.

Poi però papà ci son diventato davvero e così mi sono reso conto che puntare ad essere un padre anche solo leggermente migliore di quanto lo sia stato il proprio non basta affatto.

Questo perché mi è stato dato di comprendere che un papà, per i propri figli, costituisce la prima immagine che essi hanno di Dio (almeno fino all’approdo dell’adolescenza): tale è la portata della paternità umana.

Ma d’altro canto anche se sei chiamato ad essere il dio di tuo figlio, rimani pur sempre un essere soltanto umano, e per quanto cerchi di aspirare alla perfezione, nulla mai, finché vivi, ti permetterà di affrancarti dalla tua creaturalità, dalla tua finitezza e quindi dalla tua ontologica, ineluttabile caducità.

E questo è un problema: poiché, secondo logica, per via di tutti quegli errori che nonostante tutte le tue buone intenzioni inevitabilmente farai come padre, i tuoi figli si faranno una prima idea di Dio plasmata proprio sul tuo modo di interpretare la paternità.

E si sa: la prima impressione è la più difficile da convertire.

Ecco che allora ti piglia un po’ lo sconforto: poiché di errori, caro mio, ne fai ogni giorno.

E così pensi ai disastri educativi che farai con i tuoi figli e di quanto questi poi peseranno sulla loro vita.

Di come presto essi, per quelle piccole e grandi sofferenze che infliggerai loro a causa dei tuoi sbagli, ti vedranno per quello che sei: un genitore imperfetto, deludente, del cui peso sentiranno prima o poi la necessità di disfarsi.

Perché questa è la realtà delle cose.

Ma è un bene che sia così, davvero: giacché l’uomo è sempre tentato dall’ambizione d’essere lui padrone della realtà e s’illude di avere il controllo sulla sua vita, invece lo scontrarsi con la propria natura scrausa ti ricentra su Chi sia il vero genitore dei tuoi figli, di cui tu puoi essere soltanto, giocandotela al meglio delle tue capacità, al massimo una pallida imitazione, ma verso il Quale ti rimane comunque il debito di una vocazione: la consapevolezza che i tuoi figli sono prima di tutto Suoi, e Lui, a te, li ha solo affidati perché tu li aiuti a compiere quel destino a cui loro sono chiamati e che è il ritorno al loro originale Genitore per rimanere con Lui in un’eterna comunione d’Amore.

Ecco che allora, una volta messa nuovamente a fuoco questa verità, lo sconforto per la propria ontologica inadeguatezza viene spazzato via dalla bellezza umile e preziosa di quanto la Misericordia Divina soccorra l’uomo in ogni circostanza della sua vita, ribaltandone il plumbeo orizzonte in una prospettiva nuovamente tersa: poiché proprio le tue mancanze come genitore saranno l’occasione per i tuoi figli di guardare attraverso la tua fragilità, per scrutare oltre la tua finitezza nello scoprire la magnifica realtà di quel Padre vero che li ama d’Amore perfetto ed imperituro.

Perché quello del genitore è un mestiere di cristallo: tanto bello, ma anche tanto delicato, da vivere cercando di essere il più possibile trasparenza di Dio, epperò pur consapevoli che la nostra, per quanto poco, rimarrà sempre una superficie smerigliata, almeno finché vivremo.

Tuttavia la Misericordia del Padre, quello vero, è tale per cui anche le nostre incrinature possono essere rivolte a favore di quel destino di bene cui è vocato ogni figlio, e la nostra opacità, agli occhi di chi ci vede inadeguati, serve a mettere in maggior risalto la perfezione della Sua Luce, cosicché i nostri figli smettano il loro sguardo adorante su di noi per rivolgerlo a Colui che solo ne è degno.

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L’età ingrata

Se il mio primogenito fosse ancora vivo quest’anno compirebbe quattordici anni.

Sarebbe a pieno titolo un teenager, un adolescente, e chissà come me la caverei con lui.

Chissà se sarebbe un ribelle, un contestatore, uno di quelli che per affermare se stesso scappa di casa, oppure se sarebbe un introverso, un dubbioso silente, uno di quelli che pur rimanendo in casa ti estromette dalla sua vita chiudendosi in un mondo tutto suo, ermetico, sigillato, genitore-repellente.

Proprio come nella parabola del figliol prodigo, quella dove il padre misericordioso si trova a dover gestire entrambi i figli desiderosi di autoaffermazione, quasi fosse nel bel mezzo di un paradigma della ribellione adolescenziale.

Anche lì c’é un figlio che cerca la sua pur legittima individualizzazione lasciando la casa paterna, ossia cercando se stesso fuori dall’ambito famigliare, sperando forse di trovare nel contrasto tra ciò che gli è stato insegnato e ciò che si trova nel mondo il proprio giusto posto.

Così parte, prende le distanze dal pianeta domestico, portandosi però dietro quella sua parte di eredità, quel bagaglio di educazione, esempio e valori che ha appreso fino a quel momento dai suoi genitori.

Tuttavia nel frequentare il mondo egli disperde questo patrimonio, perdendo la sua identità, anziché trovarla com’era nelle sue speranze: così, invece che affermare se stesso, rimane schiacciato da una vita che era impreparato ad affrontare da solo.

Però, alla base di ciò che egli è, in fondo al suo cuore, è rimasto un seme buono, un fondamento proprio di quell’eredità paterna che gli è stata lasciata, e quando il tempo è maturo e le circostanze adatte, quel semino germoglia e lo riporta alle sue radici, che ora, dopo essersi messo duramente alla prova, finalmente riconosce come la vera realizzazione di sé.

E così ritorna.

A casa, invece, è rimasto l’altro figlio, quello che anche lui sente il pur legittimo desiderio di affermare se stesso, ma che forse per un eccesso d’ingenuità, o per troppa timidezza, o magari per comodità, si attarda ad uscire dalla sicura struttura dell’infanzia, quella in cui basta rimanere nel solco tracciato da chi ti mantiene per evitare la fatica di scoprire i propri perché.

Egli rimane nella casa paterna, rassicurato da un ambiente che comunque gli evita gli spigoli della vita, il salato corrispettivo richiesto dalla voglia di libertà fraintesa dal fratello, ma anch’egli è dilaniato dalla tensione interiore ad individualizzarsi e così subisce la propria situazione, anziché cercare di scrollarsela di dosso, non comprendendo che tutto ciò che gli si dice e si fa per lui è per il suo bene: in buona sostanza si rifiuta di appropriarsi della sua parte di eredità per paura di diventare uomo, così, ovviamente scontento, mugugna.

Entrambi i figli sono nella crisalide dell’adolescenza, non più bruchi, ma non ancora farfalle, mentre però il minore morde il freno ed esce prima che le sue ali possano sostenerlo in volo, il maggiore si trattiene nel bozzolo, come se dovesse restarvi per sempre, rischiando di rimanerne soffocato.

Ecco, a me capita sovente di essere chiamato a raccontare la mia paternità, mi è stata data anche l’opportunità di scriverne, salvo poi essere redarguito da qualche ascoltatore, che in maniera un po’ sorniona mi ricorda che non ho figli adolescenti, e ridacchiando sotto i baffi, mi aspetterà al varco quando anche il mio maggiore sarà un teenager.

E costui ha ragione.

Ma auguro a me stesso di giungere a quel giorno continuando a guardare a quel manuale di istruzioni per la vita in tutti i suoi aspetti che è la Parola di Dio.

Poiché allora avrò anch’io l’opportunità di attingere all’esemplare comportamento di quel padre buono d’evangelica memoria, il quale davanti alla ribellione adolescenziale sa fare un passo indietro, rimanendo però sempre presente al figlio che si è allontanato in cerca di se stesso, in paziente, ma anche fiduciosa attesa del suo ritorno, di quel momento in cui il seme buono del suo esempio e dell’educazione data germoglierà per essere finalmente riconosciuto e compreso, anche da chi, rapito dall’ormone impazzito della voglia di mondo, ottenebrato lo disprezzò, andando a saggiare di sua propria mano quanto la fiamma possa ustionare.

Davanti al legittimo desiderio di individualizzarsi dei miei futuri teenagers cercherò anch’io di ricalcare il comportamento di quel padre misericordioso della celeberrima parabola, nel saper anche spronare il bamboccione ad appropriarsi della sua maturità («Tutto ciò che è mio è tuo», Luca 15,31), aiutandolo a prendere coscienza di essere individuo capace di autonomia, pur nel riconoscimento di un’appartenenza che dev’essere intesa come fonte da cui attingere senza lasciarvisi imprigionare.

Questo l’auspicio per il me stesso di un domani: la pazienza amorosa di Colui che rispetta la libertà anche nel doloroso (e si spera momentaneo) abbandono, e l’amorevole distacco di Colui che sa allontanarsi (senza essere assente) per richiamare chi non è più bambino a riconoscersi uomo.

Rimanendo infine: come padre sulla soglia di casa in attesa che passi, e passi presto, quell’età ingrata…

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Paternità

L’ira di Dio

Nella lista delle priorità della linea pedagogica vigente nella nostra famiglia, ai primissimi posti c’é senz’altro l’obbedienza.

Infatti, non potendo fidarci solo di noi stessi nell’improvvisarci quotidianamente genitori (poiché genitori si é, ma non si sa essere, perciò necessariamente ci s’improvvisa giorno per giorno, con le migliori intenzioni, ma anche consapevoli della propria ontologica inadeguatezza), mia moglie ed io cerchiamo di rifarci a quell’antico (e sempre nuovo) Manuale che, essendo stato scritto per conto dell’Unico Genitore, solo e davvero insegna come si possa e si debba vivere la propria paternità e maternità.

Ed in quel Divino Prontuario risulta chiaro come all’obbedienza alla volontà di bene che quel Padre ha e propone ad ogni Suo figlio sia riservato un posto di altissimo rilievo, tanto che proprio dell’obbedienza al Suo Papà anche il Figlio Primogenito ha fatto la forma e la sostanza di tutta la Sua vita terrena (tanto quanto Sua Mamma).

Ecco che allora anche noi, come genitori, diamo massima importanza a che i nostri figli ci obbediscano, poiché anche noi come quel Padre, ogni comandamento che diamo ai nostri figli è solo ed esclusivamente per il loro maggior bene, presente o futuro, anche se essi al momento non lo comprendono, anche se ad essi sembra un’inutile fatica od un gravoso ed insensato impegno.

Ed appena acquistano la capacità di capirlo, questo, glielo spieghiamo (e rispieghiamo e rispieghiamo e rispieghiamo…), ma finché sono piccini giocoforza glielo insegniamo con autorità, come meglio possiamo, ma pretendendo che ci obbediscano anche comminando castighi e/o punizioni, se non lo fanno.

Ed invero la ribellione, che quando sono piccolini si esprime sotto forma di capriccio, è molto mal tollerata in famiglia.

Ok, ok, lo confesso: il nostro figlio maggiore ha solo sette anni e lo so che finché non si sperimenta l’adolescenza si ha gioco abbastanza facile nell’essere obbediti, ma ad ogni giorno la sua pena, dice il Signore, quindi per ora non ci pensiamo e fra quattro o cinque anni vedremo.

Anche perché in realtà i nostri bei problemi già ce li abbiamo con il treenne, il quale, al contrario del fratello che è per carattere e temperamento molto docile, egli invece è piuttosto recalcitrante ad osservare regole e divieti, e lui sovente, d’obbedire, non solo non ci pensa proprio, ma anche pare si diverta a provocarci apposta nello sfidarci con la sua disobbedienza.

E nemmeno si lascia ammansire tanto da castighi e punizioni, che quando riescono a sortire un blando effetto, vengono comunque immediatamente dimenticati, con il risultato di ritrovarsi ogni volta punto e accapo a ripetere sempre le stesse scenette, come se non possedesse memoria storica.

Ed in quei momenti che ti vedono dover fronteggiare la pervicace disobbedienza di tuo figlio ti sale addosso una rabbia che nasce dalle viscere e che solo per via d’una grazia speciale davvero non si trasforma in furia incontrollata.

Questo perché nel tuo essere genitore tu ti spendi con pazienza e sacrificio per il suo bene e mentre finché da parte sua incontri incomprensione ed irriconoscenza riesci ancora a far buon viso a cattivo gioco, laddove ti trovi davanti a consapevole disobbedienza e ribellione ti senti umanamente offeso nel profondo ed è questo che scatena la tua pur giustificata ira.

Ma soprattutto è il rifiuto di quell’amore appassionato per lui che ti offende, perché con la sua ribellione egli disprezza te ed il bene profondo che tu hai per lui, bene che desidera per lui solo la sua felicità.

Epperò è proprio in quelle circostanze di quotidiana tensione che hai l’opportunità di sperimentare una cosa nuova: una contingenza che ti chiama ad approfondire il tuo rapporto filiale con quel Padre Celeste che anche Lui, come te, rimane profondamente offeso dalla tua disobbedienza ai Suoi comandamenti.

Anche Lui, come tu fai coi tuoi figli, non ti fa proposta alcuna né ti dà regola che non abbia come unico fine il tuo maggior bene, la tua felicità vera.

Pertanto pensa a quanto anche Lui, che è e rimane pur sempre Infinita Giustizia, debba montare su tutte le furie quando tu, che gli sei figlio tanto amato, disobbedisci a Lui, ed alla Sua volontà di bene per te opponi con persistenza ed ostinazione la tua ribellione.

Ecco che allora, mentre sei lì che ti senti ribollire il sangue nelle vene davanti al broncio di tuo figlio che ti sfida intestardito nel disobbedirti, e che a stento trattieni tra le labbra quell’indebito motto che già fu minaccia di tua madre per te (“Guarda che come ti ho fatto ti disfo!”), ti ritrovi invece (talvolta) a cogliere quella circostanza come vera opportunità di comunione con quel Divino Genitore per il quale anche tu, e per chissà quante volte, sei stato, sei e sarai causa d’ira furente per la tua disobbedienza.

È in quei rari frangenti che, se ti lasci concupire dalla grazia, sperimenti uno dei tanti piccoli miracoli del quotidiano vivere, già trasfigurato da un Divino che ancora s’incarna nell’umano, e ti scopri allora tanto riconoscente per quel Suo essere sì Giustizia offesa, ma tanto più e tanto fedelmente, sovrabbondante Misericordia.

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