Cronache

Scacco al Re

Verrà la guerra.

Non durerà a lungo, ma sarà atroce e spietata: farà un sacco di morti e lascerà dietro di sé una devastazione mai vista prima.

Non è un oracolo, questo, né una profezia, ma l’epilogo umanamente prevedibile di questo tempo perverso.

Alla luce dei numerosi indicatori ormai evidenti, infatti, non è più tanto una questione di “se”, ma piuttosto di “quando” comincerà il conflitto armato.

I segnali certi sono noti ed elencabili quanto innegabilmente concomitanti ed ordinati a tale conclusione, e cercheremo di esporli in ordine sparso qui, dimenticandocene sicuramente qualcuno (e ragazzi: se persino il sottoscritto se ne è accorto ed è riuscito a metterli insieme, significa che sono davvero eclatanti).

La perniciosa campagna mediatico-economica statunitense ed europea contro la Russia di Putin è sotto gli occhi di tutti, e che essa sia pregiudiziale e propagandistica è un fatto, ma con il passare del tempo si sta acuendo in maniera ideologicamente drastica e dissennatamente falsa (tanto da ottenere in molti quasi l’effetto opposto a quello desiderato) e questo è un segnale preoccupante.

All’ultimo concilio di sicurezza delle Nazioni Unite, ad esempio, l’invettiva del rappresentante britannico Matthew Rycroft contro l’operato della Russia in Siria (basata tutta sulla pretestuosa questione delle inesistenti armi chimiche) è stata talmente astiosa e provocatoria da scatenare la reazione del rappresentante russo Vladimir Safronkov che ad un certo punto ha avvertito il (poco) diplomatico inglese con un testuale e perentorio: “Non osate offendere la Russia”.

Questo è soltanto un segno di quanto aperta e feroce sia diventata la campagna denigratoria anti-russa, tanto che persino il presidente americano, non più tardi di quattro giorni fa, davanti ai leaders dell’Alleanza Atlantica ha parlato di “minacce dalla Russia alle frontiere orientali e meridionali della NATO”.

Peccato però che sia la Russia ad essere premuta sui suoi confini europei da un vero e proprio esercito dotato persino di mezzi pesanti e difese anti-missile, dislocato sfacciatamente con la complicità delle nazioni limitrofe all’ex unione sovietica.

Ed anche questo è un fatto: le armate atlantiche sono già posizionate ed in assetto di guerra, non solo sul suolo europeo, ma anche lungo le coste del pacifico.

È di tre giorni fa la notizia che il Ministero della Difesa cinese ha nuovamente esortato la marina USA a porre fine alle provocazioni nel mar Cinese Meridionale. E se è vero che le portaerei americane si trovano al largo delle coste cinesi per via delle tensioni con la Corea del Nord, è altrettanto vero che, a tutti gli effetti, la marina statunitense si trova già dislocata lungo i confini marittimi del più sicuro alleato della Russia in caso di un conflitto armato (e comunque in una posizione già avvantaggiata nel caso di ricollocamento lungo le coste orientali della Russia, eventualmente).

Vien quasi da pensare che l’inconcludente crisi con la Corea del Nord possa essere stata una scusa per avvicinare la marina americana ai confini oceanici della Russia.

Ed il tour di visite di Donald Trump di quest’ultima settimana non ha fatto altro che conclamare l’esacerbazione di un clima già esasperato a Washington: il contratto miliardario stipulato coi sauditi è il sintomo di quanto l’economia americana sia ad un passo dal tracollo; un ventennio di politica economica basata sul debito e speculazioni finanziarie selvagge hanno atrofizzato la capacità produttiva del paese, lasciando un’unica industria florida, quella degli armamenti.

E siccome d’abitudine l’America risolve le sue crisi economiche “esportando la sua democrazia” in qualche paese (tendenzialmente lontano dai patrii confini e militarmente insignificante), anche a questo giro s’è inventato un nemico con cui entrare in guerra, solo che stavolta hanno fatto male i conti: la Russia di Vladimir Putin non è l’Unione Sovietica, e se fino adesso l’orso russo ha sopportato pazientemente tutte le provocazioni di USA ed UE, non significa affatto che non sia pronto ad entrare in conflitto aperto in maniera poderosa, se messo in condizioni di doverlo fare (per la cronaca: nel Mar Mediterraneo sono cominciate le esercitazioni della Marina Russa).

La storia insegna che la Russia non ha mai iniziato le guerre, ma le ha sempre concluse, e l’escalation di provocazioni fatte nei suoi confronti sta raggiungendo i limiti dell’assurdo (di cui l’espulsione dei suoi diplomatici dalla Moldavia e l’Estonia è solo l’ultima).

Si pensi solo a quell’ottobre del 1962, quando l’istallazione sovietica di una base missilistica a Cuba portò le allora due superpotenze tanto vicine ad un conflitto nucleare, e poi si confronti quella provocazione con le numerose basi missilistiche della NATO piazzate nei paesi dell’est Europa, o il vero e proprio esercito dislocato lungo i confini Russi impegnato in continue esercitazioni militari: a parti invertite gli Stati Uniti avrebbero già sparato missili a tappeto da un pezzo (visto che sono bastate due lacrimucce di Ivanka Trump alla vista del fake-movie sui bambini siriani gassati col sarin per far sparare al presidente una sessantina di Tomahawk su di un inutile bersaglio, così, a mo’ di rappresaglia).

Ma non si creda che la pazienza di Putin durerà in eterno: è di un mese fa (26 aprile) la notizia che il Tenente Generale Viktor Poznihir, Vicecapo del Direttorato Principale delle Operazioni delle Forze Armate Russe, alla Conferenza Internazionale sulla Sicurezza a Mosca ha dichiarato che il Comando Operazioni dello Stato Maggiore Generale russo ha concluso che Washington, nella ricerca di un’egemonia globale, stia implementando un sistema missilistico anti-missile che possa impedire una risposta nucleare russa ad un attacco preventivo di tipo nucleare da parte degli Stati Uniti.

Ovviamente la cosa è stata completamente ignorata da tutti i media occidentali: soltanto Russia Today e la Times-Gazette di Ashland (Ohio) hanno coperto la notizia, che però è comunque girata sui vari siti internet, venendo alla luce a dispetto dell’ostracismo mediatico mainstream.

Ora: non si creda che, nel momento in cui la Russia si vedesse realmente in pericolo di attacco, non esiterebbe ad anticipare l’avversario, con effetti devastanti non solo per gli USA, ma anche, se non soprattutto, per l’Europa.

Questa è la situazione ad oggi, ed un’ulteriore conferma delle reali intenzioni dei neocon americani di muovere una guerra totale contro la Russia è emersa anche dal dossier di Germano Dottori riportato dalla più autorevole testata italiana nel settore della geopolitica (Limes di aprile), da cui emergerebbe la strategia americana più che ventennale nel contrastare il rinascimento della superpotenza euroasiatica su ogni fronte, dallo scatenamento delle “primavere arabe”, alle dimissioni forzate di Berlusconi (reo di intrecciare forti relazioni politico-economiche con Putin) e fino a provocare l’abdicazione di Benedetto XVI (reo di perseguire con efficacia la riunificazione con la Chiesa Ortodossa).

Tutto questo suffragato anche dalle mails della ex-candidata alla presidenza Hillary Clinton rese pubbliche da Wikileaks, in cui emergerebbe palesemente la ferma posizione anti-russa di Obama e della stessa Clinton, inclusiva dell’intenzione di un  cambio di regime in Vaticano (per un eventuale approfondimento si legga qui).

Ed è proprio per perseguire questo annoso piano che a Washington lo “Stato Profondo” non cessa la campagna infamante contro l’eletto presidente Trump, (il quale da par suo si è dato un bel daffare per crearsi il vuoto intorno) e che ora, pur essendosi lasciato addomesticare non poco, verrà comunque segato da un ormai inevitabile impeachment organizzato pretestuosamente ai suoi danni proprio sul fake-dossier del Russiagate (le ultime dichiarazioni della Merkel sull’attuale temporanea inaffidabilità degli Stati Uniti suonano tanto come una sentenza per Trump in questo senso), per poter rimettere ai vertici degli USA un burattino dei neocon che possa portare a termine quell’agenda pluriennale che mira al conflitto con la Russia.

E la cosa potrebbe essere più imminente di quanto non si pensi, poiché le micce accese per il deflagrare di una terza guerra mondiale (che vedrebbe schierati sui due fronti principalmente USA ed Europa contro Russia e Cina) sono parecchie: una schermaglia aerea in Siria (o l’assassinio di Assad) ad esempio, oppure una provocazione di troppo degli ukronazi nel Donbass o in Crimea; un gesto pazzo da parte di una a scelta tra Estonia, Lettonia o Lituania, ma anche un’improvvisa esasperazione della “crisi coreana”, od un tentativo serio di “primavera russa” (a proposito: occhio che per il 12 giugno sono previste manifestazioni in 212 città russe, tra cui Mosca, organizzate dal movimento dissidente sponsorizzato Soros&Co di quella risibile marionetta di Alexei Navalni).

E non si dimentichino i Balcani: nonostante quasi nessuno ne parli, lì la situazione sta diventando incandescente, con il ritorno di voglie espansionistiche dell’Albania, la riottosità anti-russa del Montenegro, e soprattutto la resistenza della Serbia ad un arruolamento coatto nella NATO che, nel caso avvenisse, costringerebbe proprio la Russia ad intervenire pesantemente.

Tutto questo riporta indietro l’orologio della storia a quei momenti in cui la terza guerra mondiale pareva inevitabile, come nel ’62 con la “crisi cubana”, oppure come nel 1983 con l’esercitazione Able Archer e l’escalation missilistica nella Germania ancora divisa.

Tuttavia la differenza con lo stato attuale è che allora le classi politiche di entrambi i paesi erano consapevoli degli effetti apocalittici di un conflitto nucleare e, assennatamente, ebbero fino all’ultimo la volontà di evitarlo.

Oggi, invece, pare al contrario evidente una ferma volontà, sia da parte americana che da parte europea, di scatenare uno scontro bellico con la Russia (è di oggi la notizia che il senatore capo della Commissione per i Servizi Armati Americani John McCain, durante un intervista alla ABC ha dichiarato che: “il pericolo più grande per la democrazia e per il mondo occidentale è rappresentato dalla Russia”), e fino ad ora, soltanto il polso fermo e la freddezza da navigato stratega di Putin ha saputo resistere all’escalation di provocazioni occidentali. Costui, sembra invero essere l’unico capo di stato ad aver chiaro che una terza guerra mondiale consisterebbe nel suicidio dell’umanità e nella sostanziale distruzione del pianeta.

Alla luce di tutto ciò capite bene che un tale investimento di soldi, armamenti, propaganda, energie e tempo non verrà certo vanificato, ed è proprio per questo motivo che la guerra, alla fine, ci sarà.

Poiché al di là dei fatti fin qui elencati che dimostrano come ci sia una premeditata, condivisa ed ossessiva volontà di conflitto da parte dell’occidente, questa partita a scacchi per le sorti del mondo è giocata, in realtà e prima di tutto, su di un piano che trascende il materiale, ma che ha origine e causa movente nello spirituale.

Le mire del principe di questo mondo, che in questo secolo ha avuto modo di scatenare tutte le sue legioni, proprio da un ventennio a questa parte ha incrudito la sua azione con un giro di vite di quei poteri al suo servizio che controllano il globo proprio verso l’estinzione del genere umano su tutti i fronti: con la promozione massiva dell’aborto, della contraccezione, dell’eutanasia, ma anche dei disordini della sessualità contronatura (e quindi costituzionalmente infertile) ed in generale con la diffusione di una cultura mortifera dominante che tende alla disperazione e all’annichilimento.

Però, siccome l’astio dell’angelo ribelle verso Dio non si limita all’odio contro l’uomo, ma anche contro la Creazione stessa, ecco che esso infine, allo scadere di questo tempo di tenebra concessogli, muove i suoi pezzi sulla scacchiera nell’attentato finale a Colui che di questo mondo e di tutto il Creato è il solo e vero Re.

Poiché, come detto in precedenza, più volte, nel corso di questo secolo anticristico, tentò invano lo scacco, ma questa volta, che è anche l’ultima, ho l’impressione che la Regina non interverrà in favore dei pedoni, poiché questi hanno lasciato pervicacemente cadere nel vuoto tutti i suoi avvertimenti, cosicché lo scacco parrà essere matto.

E nella passione che contraddistingue questo nostro tempo, soltanto dopo che il calice amaro sarà stato bevuto fino all’ultima goccia, quando la morte sembrerà aver trionfato, avverrà l’eucatastrofe, e per quel resto di umanità purificata nel fuoco ci saranno «cieli nuovi e terra nuova».

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Cronache

Star Kekk

Avevano detto che l’avrebbero fatto.

Al che già ai tempi c’è stata una levata di scudi unanime da parte dei fan, che assolutamente non volevano, adducendo come motivazione che non c’azzecca niente, né con la serie, né con il soggetto originale di Roddenberry, né più in generale con il genere fantascientifico stesso.

Ma alla fine l’hanno fatto lo stesso.

Così ieri sera ero in poltrona al cinema, munito di secchiellone di popcorn e bicchierone di coca-cola (che per la cronaca erano la mia cena) in attesa di gustarmi il terzo film della nuova serie di Star Trek (quella sulle origini della celebre compagine di spaziali), quando pronti-via, in una delle scene iniziali, si palesa l’arcano.

Dopo tre anni di viaggi interstellari, l’Enterprise attracca in una megabase planetaria della Federazione per un breve congedo del proprio equipaggio, il quale sbarca tutto bello contento di poter rivedere i propri cari.

Tra questi l’inquadratura si sofferma su uno dei protagonisti della plancia di comando, il pilota asiatico Hikaru Sulu, il quale può finalmente riabbracciare la figlioletta e, colpo di scena, il suo compagno.

Il. Suo. Compagno. Uomo.

Avevano detto che l’avrebbero fatto e l’hanno fatto davvero.

E niente: il tenente Sulu è un prendìnculo.

Ed ecco che i popcorn assumono il gusto del cartone, la coca si sgasa all’istante, il film è decisamente sotto il livello dei due precedenti e a fine serata esci dal cinema con una sola domanda in testa: “Chissà di chi è veramente figlia quella bambina”.

Pensare che persino l’attore che interpretò il personaggio di Sulu nella serie originale, George Takei (che pure è omosessuale), ha disapprovato la scelta degli sceneggiatori definendola «infelice».

Vabbé: prendiamo atto che neanche la fantascienza ormai si salva più dalla propaganda pederasta.

Però checcacchio: sono l’1% della popolazione mondiale, ma come ti giri ti giri sembra che ci siano solo ricchioni, ricchioni ovunque.

Adesso pure nello spazio.

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Cronache

È guerra

Allora: non stiamo a prenderci in giro, il tempo del dibattimento è finito, il dialogo non è mai stato un’opzione, è rimasto ormai solo lo scontro.

E lo scontro a muso duro è già in atto, lo stiamo consumando.

Però tranquilli ragazzi: sono alla frutta. Anzi: oltre.

Poiché anche se faticoso e paradossale, il bello di dover spiegare l’ovvio, di dover difendere la Verità, è che poi arriva il momento in cui la macchina schiacciasassi dell’ideologia si spatàscia sul muro della realtà.

Ed il segnale che quel momento è giunto è l’isteria di massa.

È l’ora che stiamo vivendo: ci sono tutti i sintomi. Gli schemi della propaganda stanno saltando come miccette: dalla “figura contenitiva” al “concetto antropologico”, dalle reclàme con brugole, biciclette e cinture di sicurezza alla martellante frenesia con cui stanno inflazionando il palcoscenico mediatico. Una sconnessa serie di deliranti autogol.

Tutto secondo copione: finiti gli argomenti (se mai ne hanno avuti) ora passeranno alla violenza, ma a quel punto, seppur apparentemente vincenti, avranno già perso.

D’altronde gli schieramenti sono scesi sul campo: il loglio si sta separando da solo dal buon grano, semplicemente emarginandolo.

Coloro che si ostineranno a non prendere posizione verranno rigurgitati, quindi non si perda tempo ad occuparsi di loro.

Abbiamo dato la nostra bella testimonianza, i porci hanno ricevuto fin troppe perle, ora cominceranno a rivoltarcisi contro. Ma niente paura: la grande bugia contemporanea ha le gambe troppo corte per continuare ad avanzare, si trascina esausta su moncherini ormai consumati.

Attenzione, però: ciò non significa che la battaglia legale sarà sicuramente vinta.

Anzi, siccome quella si gioca sul terreno colluso della politica, gli sciacalli faranno i loro giochi sporchi fino alla fine e c’è una seria probabilità che la menzogna verrà normatizzata.

Non sarà però che una vittoria apparente.

Certo la violenza dilagherà (già siamo ai cori da stadio ed agli oscuramenti telematici, prepariamoci ad una ritorsione di stampo persecutorio), e ci saranno vittime innocenti, purtroppo. Ma il tempo del nemico sta davvero per scadere, ecco perché si accanisce con maggior virulenza.

Perciò restiamo saldi nell’orazione e perseveranti nella testimonianza. Ostinatamente resilienti nella serena consapevolezza: che per quante battaglie sembrerà che perderemo, la guerra è già vinta.

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Cronache

Io ci sarò

Lo confesso: non ho un temperamento molto incline all’attivismo. Mi ritengo più un contemplativo. Perciò difficilmente mi lascio mobilitare, anche per le cause giuste preferisco stare in casa a dire un Rosario piuttosto che scendere in piazza.

Mia moglie direbbe che preferisco stare in casa: punto.

Ok, va bene: sul divano, preferisco stare sul divano. D’altronde sono un uomo.

Però stavolta non ho proprio potuto declinare: questo appuntamento è troppo importante. Per cui ho deciso di aderire all’iniziativa, anche solo per il gusto di poter poi dire: “Io c’ero”.

Poiché nonostante la scettica riluttanza di alcuni benpensanti, il momento è pregnante: forse sintetico di un declino cominciato da lontano, a cui occorre oggi opporsi in extrema ratio a muso duro, per evitare il definitivo tracollo di una deriva ormai apparentemente senza più limite.

Perciò perfino io, esemplare emerito per capacità simbiotica col divano, mi sono lasciato scalzare dall’urgenza e parteciperò, fisicamente, alla mobilitazione.

Insieme a tanti altri, peraltro, tutti uniti come piccoli mattoni di una diga, nel tentativo di arginare quell’ideologia mefistofelica dilagante e tanto avversaria dell’umano, la quale dietro la menzogna di una “demografia pianificata” è in realtà tesa più che all’affermazione di una “teoria dei generi”, all’estinzione di entrambi, quegli unici due sessi in cui Dio creò l’uomo.

Che attraverso la promozione inculcata e globale di una “cultura della morte” già ramificata nell’anticoncepimento, nell’omicidio prenatale e nel suicidio assistito ora tenta di aprirsi la strada verso la dissoluzione di una famiglia naturale primigenio alveo di fertilità, contrastando la realtà del binomio uomo-donna con la falsa quanto contraddittoria propaganda del “matrimonio” costituzionalmente sterile.

Ecco perché il sottoscritto ci sarà.

In quel Circo Massimo capitolino, un sabato di fine gennaio, con la sua dolce metà (e con un paio di milioni di altri amici) a ribadire l’ovvio: che l’unica unione degna di riconoscimento è quella tra un uomo ed una donna, giacché la specie umana è sessuata e la sua genitalità è finalizzata alla procreazione. Innegabile evidenza naturale, questa, persino per l’onesto non credente, il quale, a rigor di logica, non può non attribuire la specificazione della sessualità all’evoluzione dell’uomo, e che conseguentemente ritiene che ogni vizio di tale legge costituisca aberrazione e vada deprecata poiché estintiva per la specie.

Ciò ancor più per il credente, il quale attribuisce la medesima specificazione alla volontà creativa di Dio, e che concordemente ritiene che ogni perversione di questa originalità costituisca peccato e vada aborrita poiché, oltre che essere contraria alla vita, è svilente per il corpo e mortifera per l’anima.

Tale è l’importanza d’esser presenti quel giorno: perché mercificare la persona umana (così come negarne le radici) è un delitto, tanto più esecrabile quando questa persona non è in grado di difendersi.

Ed in piazza ci sarà con le moltitudini anche una testimone d’eccezione, che eretta ed indefessa alla fine prevarrà sulla falsità ideologica che la contrasta: la realtà.

Quella realtà che afferma il diritto di ogni figlio a crescere con un padre ed una madre, e preferibilmente con coloro che lo hanno procreato secondo natura.

Quella natura che se oggi sembra sopraffatta, domani si manifesterà con ancor più evidenza: quando anche il sedicente “variosessuato” si troverà nella cogenza di uno stato di salute precario, il quale l’obbligherà a sottoporsi all’esame di quella medicina che per prestargli cura dovrà conoscerne il sesso, quello originario. Allora solo una sarà la sua risposta: o maschio o femmina, con buona pace di tutti gli altri chimerici neologismi.

Poiché ecco che al di là di ogni superfluo dibattimento, a confutare la “teoria del genere” si staglia evidente e poderosa la piccola realtà dell’ombelico, muto ed incontestabile testimone di un fatto: che siamo tutti nati da una donna, con il concorso di colpa di un uomo.

Per questo ritengo fondamentale esserci: personalmente. Perché anche se non servirà allo scopo, e l’iniquità dovesse in ogni caso prevalere, potrò dire di non aver ceduto ad una più comoda omissione, ma di aver dato testimonianza alla Verità.

Per questo sarò presente. Perché se un domani dovessi trovarmi davanti ad una delle vittime di questa proposta di legge luciferina (uno di quegli innocenti nei quali il Dio in cui professo di credere e che prego, maggiormente s’identifica) ed essa guardandomi negli occhi mi domandasse: “E tu dov’eri, il giorno in cui ratificavano tale inaudita violenza?”.

Non voglio dover abbassare lo sguardo e rispondere: “Ero sul divano”.

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Storie

Species Theory

Le mie figlie avevano un coniglio.

Un piccolo cucciolo maschio, dal pelo batuffoloso e di colore bianco, come la neve.

A Sant’Ambrogio, infatti, le ho portate alla fiera degli “obej-obej” ed alla bancarella del venditore di animali mi hanno stretto d’assedio in maniera tale che alla fine non ho potuto che accontentarle e, come canta quel capelluto violinista: per due soldi, il coniglietto comprai.

Prima volta in assoluto che ho acconsentito ad avere un animale in casa, ed anche l’ultima, aggiungo, e vi spiego il perché.

In un primo tempo è andata bene: le bimbe erano tutte contente del loro cucciolo, se ne occupavano con responsabilità ed il piccolo coniglietto cresceva bene, felice come una Pasqua.

Fino a quando una sera, dopo aver confabulato fittamente tra loro, le mie due figlie sono venute a dirmi che si erano stancate di avere un coniglio come animale domestico, poiché, mi hanno spiegato con dovizia compunta, loro in realtà avrebbero voluto un gatto.

In retrospettiva ammetto che forse in quel momento ho sbagliato io: il fatto è che stavo guardando il derby e un po’ superficialmente ho risposto loro che non era un grosso problema, visto che per quanto ne sapevo io, gatto o coniglio, se cucinati bene, non riesci a distinguerli.

Ma si sa come sono i bambini: mi hanno preso alla lettera, e da quella sera hanno iniziato a trattare il coniglio come se fosse un gatto, anzi, per la precisione, una gattina.

Gli hanno cambiato il nome da Tamburino a Minù, gli hanno allacciato un vistoso fiocco rosa al collo, gli hanno insegnato a rincorrere un topolino meccanico, l’hanno costretto a fare i suoi bisognini in una scatola piena di sabbia e gli hanno cambiato la dieta: basta carote, solo pesce, latte e croccantini.

Lo dico con malcelato orgoglio paterno: sono state davvero brave. Poiché ad un certo punto anche il coniglio si è calato tanto nella parte della gattina che ha iniziato a giocare con i gomitoli di lana, a rifarsi le unghie sul bracciolo della poltrona, a strusciarsi contro le gambe di ogni visitatore che entrasse in casa. Ha persino imparato ad arruffare il pelo e a fare le fusa.

Le cose sono andate avanti così per un bel po’, e tutti sembravano contenti, perciò ho lasciato che fosse.

Poi però è successo un fatto.

Una sera Minù ha deciso che era pronto per un salto di qualità nell’interpretazione del suo ruolo: ha deciso di avere l’estro.
È uscito sul balcone, è saltato sulla ringhiera e, stando in equilibrio perfetto sulla balaustra, ha iniziato a zigare forte il suo richiamo d’amore.

È stato tanto convincente che ad un certo punto è arrivato un grosso gattone randagio, dal pelo scarmigliato ed orbo da un occhio, il quale, dopo aver girato un paio di volte attorno a quella strana gatta in calore, ha evidentemente deciso che poco gli importava che avesse le orecchie così lunghe: gli ha stretto la collottola tra le mascelle immobilizzandolo e l’ha preso da dietro con decisione. Più volte.
Quindi, finito di fare il suo comodo, con fare sollazzato s’è defilato nella notte.

La mia impressione è che a Minù non sia piaciuta molto quell’esperienza, poiché da quel momento in poi ha iniziato ad entrare in una specie di depressione: se ne stava acquattato tutto il tempo nella sua cassettina, senza bere né mangiare, fino a quando, vedendolo davvero deperito, ho deciso di portarlo dal veterinario.

Dopo averlo visitato a lungo, e dopo che gli ho spiegato come sono andate le cose, il medico mi ha detto che l’animale non si sarebbe più ripreso, e tanto valeva sopprimerlo, per evitare che soffrisse ulteriormente, visto che si sarebbe lasciato comunque morire.

Mi ha spiegato infatti che un coniglio, per giunta maschio, non può essere allevato come se fosse una gatta, perché esiste un dato naturale che non si può sopprimere, e che se ignorato causa scompensi gravissimi alla vittima di tale sopruso, tanto da renderla mortalmente infelice.

Un po’ perplesso gli ho chiesto che fine facevano allora tutti quei discorsi sul fatto che non importa di che specie nasci, ma quello che conta è di che specie scegli di essere.

“Balle!”, mi ha risposto mentre iniettava la dose letale al mio coniglio.

Sarà.

Comunque l’anno prossimo a Sant’Ambrogio le mie figlie le porto al cinema.

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