Cronache

Alla fiera dell’assurdo

Cioè: fatemi capire una cosa.

Mi volete dire che “più eterologa per tutti” significa che, ad esempio, uno come me, che è sano, bello e intelligente (oltreché simpaticissimo, umile e modesto), potrebbe andarsene in giro a spargere il suo magnifico seme in provette di mezz’Europa e magari verrebbe, in qualche caso, persino pagato per farlo?

Perché se è così che funziona allora uno come me, per esempio, che si è antiquatamente ostinato a proliferare con un’unica ed una sola donna per la bellezza di sei figli (per ora) scoprendo in via puramente empirica di essere portatore sano di una malattia genetica ereditaria di tipo terminale, più che rara unica al mondo, indiagnosticata e per adesso indiagnosticabile, potrebbe subdolamente propalare un’epidemia del suo stesso male impunemente e con ottime probabilità di non venire nemmanco mai scoperto.

E se non lo facesse inconsapevolmente, potrebbe comunque essere spinto dall’efferato movente di promuovere un aumento statistico di casi della malattia di cui alcuni dei suoi figli sono stati affetti, giocandosi nel lungo termine la carta di una maggiore ricerca nel campo (causata dall’inspiegabile aumento di nascite di soggetti portatori della medesima malattia, ricerca che magari verrebbe pure finanziata dai facoltosi quanto ignari compratori del suo sperma) e quindi, in futuro, l’auspicato ritrovamento di una cura.

Parrebbe quasi il delitto perfetto: roba da serial killer del seme.

Spiegatemelo, per piacere, perché se (oltre al resto) si tratta di un affare così, a me sembra proprio una boiata pazzesca!

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Paternità

Una domanda puntata alla tempia

Ecco.
Sapevo che prima o poi il momento sarebbe arrivato.

Era inevitabile d’altronde, poiché quella è una di quelle domande che prima o poi ineluttabilmente arrivano, e ti lasciano lì, nei panni di genitore, come un ostaggio con la pistola puntata alla tempia davanti a tuo figlio che ti guarda come si guarda ad un oracolo, in attesa della tua sentenza di verità assoluta a cui abbeverarsi per acquietare i moti del suo cuoricino inquieto.

Ed io, forse forse, me l’aspettavo, presentivo che presto sarebbe giunta quella questione a farsi affrontare. Perché a furia di giocare con i dinosauri, a leggere di ere geologiche e a raccontargli di preistoria, prima o poi uno ci arriva a porsi quella domanda.

E poi ha iniziato la scuola, ed anche lì, presto o tardi, l’argomento viene trattato.

E poi c’è mio papà, suo nonno, che lui frequenta tanto volentieri e dalle cui labbra pende per quel suo immenso sapere sulle cose di natura e sugli animali. Mio padre il naturalista, mio padre lo scettico, quello che dubita dell’esistenza di Dio, ma che ha certezze incrollabili sulle teorie di Darwin.

Ecco.
Ieri pomeriggio, mentre manco a dirlo stava giocando con i suoi dinosauri, il mio figlio maggiore ad un tratto mi ha sparato a bruciapelo quella domanda: “Papà, ma è vero che prima noi eravamo scimmie?”.

E tu sbianchi, e mentre soffochi una rispostaccia che per lui sarebbe incomprensibile (scimmia sarà tua sorella!), traccheggi in cerca di ordine tra i pensieri: perché è vero che più o meno ci avevi già ragionato su cosa gli avresti detto quando fosse venuto fuori quell’interrogativo, ma ora che ti ci trovi davanti tutti gli schemini che t’eri preparato paiono irrintracciabili.

Così, come al solito, finisci per improvvisare.

E cominci boccheggiando che ci sono due spiegazioni: c’è la spiegazione di Dio, il quale ci dice di essere Lui nostro Padre e Creatore, che ci ha plasmato con le Sue stesse mani, ha infuso in noi il Suo stesso Spirito per farci vivere, e che ci ha creato infinitamente superiori agli animali, ma soprattutto infinitamente liberi, tanto liberi che possiamo scegliere se essere buoni ed amare come Gesù (ed essere davvero felici), oppure comportarci peggio delle bestie, odiando e facendo il male come nemmeno gli animali fanno (e sicuramente non essere felici).

Poi c’è la spiegazione dell’uomo, il quale dice invece che i nostri antenati erano delle scimmie, animali schiavi dell’istinto, privi d’intelligenza ed incapaci di comunicare, proprio come gli scimpanzé che stanno nella foresta.

Ora: Dio ha mandato Gesù, il Suo proprio Figlio, come prova vivente che l’uomo è fatto ad immagine di Dio, mentre gli scienziati pur avendo cercato e cercato per lungo tempo, non hanno mai trovato le ossa di uno degli scimmioni che dicono siano i nostri antenati (non esiste, infatti, il cosiddetto “anello mancante” tra l’uomo e la scimmia).

Si guardi quindi il gorilla, e poi si guardi Gesù: a quale dei due crediamo di assomigliare di più?

Ma soprattutto: sull’esempio di quale dei due vogliamo che il nostro modo di vivere somigli?

E menomale che mio figlio ha scelto Gesù.

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Libri

Grande come un bimbo

Estratto da “Nel nome del Padre”

Caro diario: che ridere.

Stamattina ho accompagnato il grande a scuola con appresso anche il piccolino, così dopo ho portato quest’ultimo con me a fare un po’ di spesa, approfittando di questa assolata giornata d’autunno per fargli fare anche un giretto.

Tornati a casa, poi, eravamo lì, nell’androne ad aspettare che arrivasse l’ascensore e mi è sembrato buffo vedere quel piccolo ometto in piedi di fianco a me attendere tranquillo e sereno che le ante di metallo di quel familiare portone si aprissero.

Poi però, contemplando la paffuta figurina incappottata del mio bimbo in attesa, mi sono colto a sbalordirmi della capacità d’abbandono di quei “piccoli” come lui che il Signore, mettendoli tra sé ed i suoi discepoli, ha additato ad esempio.

Perché mio figlio ritto davanti a quell’ascensore chiuso stava compiendo sotto i miei occhi un vero e proprio atto di fede: lui era lì pacifico perché aveva fiducia in me.

La mia presenza sola gli dava garanzia che qualsiasi circostanza lo attendesse non avrebbe turbato la sua pace poiché io sarei stato con lui.

È quella medesima fiducia che mi dimostra ogni volta che lo prendo e lo carico sul passeggino: lui è sereno e con un atto spontaneo d’abbandono lascia che io lo porti dove lui non sa, perché qualunque sia quel luogo sarà un bell’andarci se sarò io a condurlo.

Lui si fida di me perché conosce che io lo amo e mi si abbandona perché io compia la mia volontà di bene per lui, qualunque essa sia: ciò mi ammaestra su come tanto più abbia a dover fare io nei confronti di quel Padre mio che nel Suo Figlio Crocifisso m’ha dimostrato il Suo amore per me, garantendomi un destino di bene con la Sua risurrezione anche quando il mio orizzonte rimane avvolto nel mistero.

E rido allora, di felicità orgogliosa, davanti allo spettacolo di quel mio piccolino che all’apertura dell’ascensore finalmente giunto vi trotterella dentro allegro, descrivendomi quasi l’immagine di lui che mi fa da guida nel condurmi con l’esempio attraverso la Porta del Cielo, ed una volta oltre quella soglia si volta poi a guardarmi interlocutorio, come per domandarmi muto: “Che fai papà, non vieni?”.

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Vita

Il “bullo” di questo mondo

Stamane, scorrendo il libro di Giosué, un versetto del primo capitolo mi ha fatto venire in mente un ricordo che avevo sepolto nella memoria.

Leggendo quelle parole di Dio che assicuravano al protagonista: «Nessuno potrà resistere a te per tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te: non ti lascerò né ti abbandonerò», mi è sovvenuto un episodio della mia infanzia, di quando ancora frequentavo gli ultimi anni delle elementari.

In quel periodo mi capitò di avere dei problemi con un compagno di classe a cui, evidentemente, stavo piuttosto antipatico. Durante la ricreazione pomeridiana, costui spesso mi prendeva di mira, dandomi fastidio, e talvolta capitava che venissimo alle mani; tuttavia egli, essendo un po’ più grosso di me, di frequente aveva la meglio ed io finivo per soccombere alle sue angherie, in lacrime.

La cosa andò avanti per un certo tempo e mi venne in odio, tanto che mi ritrovai a chiedere ai miei genitori di non lasciarmi più al doposcuola. I miei, naturalmente, indagarono e quando finalmente confessai loro quale fosse il problema, mio padre mi disse che avrei dovuto imparare a difendermi, rispondendo “pan per focaccia” a quel compagno molesto.

Ammetto che forse non fu un’ammaestramento proprio di natura evangelica il suo, ma d’altronde mio papà, non essendo credente, mi insegnò come affrontare le cose in maniera “mondana”, diciamo, ed in particolare mi fece vedere una mossa con cui avrei potuto parare i colpi del mio aggressore finendo per immobilizzarlo.

A me bastò quell’unico apprendimento per acquistare fiducia, disponendomi ad affrontare il mio avversario, e quando poi ebbi modo di sperimentare con successo quell’insegnamento paterno a scuola, davvero smisi di avere problemi da parte di quel compagno manesco.

Ecco che stamattina, ripensando a quell’episodio, ho proiettato la medesima situazione sugli anni della mia maturità, quando, da poco convertito, fui nuovamente vittima delle aggressioni di un “bullo”, stavolta ben più pericoloso: il maligno. In quel contesto in cui, passato il primissimo fervore dovuto alla recente conversione, mi ritrovai ad affrontare l’accanimento di nuove e sempre più prepotenti tentazioni, rischiai spesso di soccombere alla frustrazione, ritrovandomi abbattuto e sfiduciato davanti alle mie povere, insufficienti forze.

Ma anche allora venne in mio soccorso l’aiuto Paterno: così come da bambino il mio papà non volle proteggermi dalla rudezza della vita nascondendomi sotto una campana di vetro, ma mi insegnò il modo in cui potessi difendermi da solo, così il Padre, nel Figlio, mi promise di essere con me «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Matteo 28,20) e che in mio aiuto, qualora lo avessi chiesto, avrebbe mandato una Persona davvero potente a difendermi dalle insidie del demonio, lo Spirito Santo.

Perché il Padre non ha promesso ai Suoi figli che li avrebbe difesi dalle angherie del mondo e del suo principe togliendoli da esso, ma anzi mandandoli, come pecore in mezzo ai lupi, armati però con gli invincibili mezzi della preghiera e dei Sacramenti, contro cui davvero: «nessuno potrà resistere a noi per tutti i giorni della nostra vita».

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Libri

L’abbraccio del Padre

Estratto da “Nella carne, col sangue”

Il ricordo più bello che ho del rapporto con il mio primo figlio è racchiuso in un frangente di vita quotidiana, quel momento normalmente banalissimo in cui mi trovavo ogni giorno a vestirlo, e che per me è rimasto come una gemma preziosissima nella memoria.

Matteo, a causa della sua malattia, non riusciva a tenersi in piedi da solo, poiché la paralisi agli arti inferiori era sopravvenuta prima che lui riuscisse a guadagnare l’autonomia nel mantenimento della posizione eretta; così, quando sul fasciatoio gli facevo indossare i suoi vestitini, per sistemarglieli bene lo tiravo in piedi e lui, per appoggiarsi, mi gettava le braccia al collo esclamando con la sua vocina “babbo”, come se mi rivedesse per la prima volta dopo tanto tempo.

Ogni volta si ripeteva quella medesima scena, tutte le volte con gli stessi gesti e le stesse modalità, tanto che era ormai diventato, per me ed il mio piccolo, una specie di “rito”, un momento magico che entrambi assaporavamo con gusto ed al quale dedicavamo sempre un giusto tempo, senza affrettarci, anche se di fretta.

Ancora oggi, in quel gesto di relazione intensissima e complice con il mio piccolino riesco a leggere la grazia di una comunione con quella medesima sensazione di felicità appagante che credo debba provare l’anima quando ritorna nell’abbraccio del suo Creatore.

E conosco per certo, almeno in albe, la gioia immensa che deve provare il Padre quando accoglie nel Suo abbraccio l’anima che a lui ritorna, quando questa è desiderosa di corrispondere liberamente al Suo amore, perché io, come padre, in quei modesti frangenti di vita con mio figlio ho provato una frazione infinitesimale di quella gioia e capisco quanto anche Dio aneli a poter vivere quell’abbraccio che io sperimentavo per pochi istanti con il mio bimbo, sapendo che allora durerà in eterno.

E parimenti conosco, per via di quell’esperienza trasfigurata ora ogni volta in cui mi accosto all’Eucaristia, la felicità di Dio nel sentirsi chiamare “babbo” dai Suoi figli, ed ultimamente mi è stato dato di comprendere, anche se in modo parziale, così come filtrato dalla mia natura finita, quanto questo desiderio di corrispondenza filiale abbia potuto commuovere il cuore paterno dell’Assoluto, nel declinare dalla Sua condizione di Totalmente Altro, per assumere su di sé la carne mortale, così che nel Figlio, ogni Suo figlio potesse chiamarlo “Abbà”, “Babbo”.

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