Relazione

La vendetta del Divanauro

Ok, ok, lo so: è qualche giorno che non mi faccio vivo su questa piattaforma.

Va bene: è un po’ più di qualche giorno, diciamo un paio di settimane.

E sia: è un sacco di tempo che sono sparito, lo confesso, ma mica avrete sentito la mia mancanza per caso?

A mia parziale giustificazione c’è che gira questo fastidioso virus che ti risucchia tutto il tempo e le forze per periodi a volte lunghissimi e che per quante volte lo contrai, non riesci mai a sviluppare anticorpi che ti impediscano di ricascarci, così, con cadenza a volte assai frequente, te lo ribecchi.

Ha anche un nome ‘sta malattia: credo che si chiami “vita vera”, ma nel mio caso sono fatalmente sensibile ad un suo ceppo particolarmente aggressivo che si chiama “famiglia”.

Vabbé, comunque, ora che mi sono riaffacciato al blog dopo tanto tempo immagino che quei miei quattro lettori (i quali nel frattempo saranno diventati anche due) si aspetteranno un articolone di quelli epocali, di qualità minima poco al di sotto del premio Pulitzer: tipo che mentre lo leggi senti la fanfara e ti suscita emozioni contrastanti che ti fanno ridere e piangere insieme e che non vorresti che terminasse mai, così quando infine l’hai concluso te lo stampi per potertelo leggere e rileggere ancora, ridendo e piangendo ad un tempo.

Ecco, carissimi miei, mi spiace, ma non avrete nulla di tutto questo: mi sa che vi dovrete accontentare di uno dei miei soliti articoletti di brodosa consistenza, magari pure con un po’ di vago aroma sessista sulla linea di quei contenuti che imbrattano così allegramente le pagine del mio ultimo libro {A proposito: ve l’ho già detto che prossimamente “La sindrome del panda” verrà pubblicato oltralpe? Pare infatti che un dissennato editore francese sia venuto in possesso di una copia ed abbia deciso di comprare dai miei editori i diritti per un’edizione in langue d’Oïl [probabilmente ha fatto ‘sto gesto pazzo solo perché, non conoscendo l’italiano, si è fidato dell’accattivante scheda del libro magistralmente compilata da quelle figure leggendarie della Gribaudi (e taaac: ecco che al modico prezzo di tre sole parentesi sono riuscito a fare una sagace manciata di pubblicità occulta al mio libro e a blandire un po’ miei editori)]}.

Benissimo: ora che ho scritto già mezza pagina senza dire alcunché, occorre che avverta coloro che non avessero ancora abbandonato la lettura che le righe che seguiranno trattano argomenti sensibili al gineceo: ché questo è un pezzo ad alto contenuto di testosterone, adatto più ad un pubblico maschile – d’altronde mi appresto a scrivere questo articolo come un vero maschio alfa, ossia dopo aver rifatto i letti e passato l’aspirapolvere per tutta casa – per cui, care avventrici del blog, se leggerete oltre lo farete a vostro rischio e pericolo {e taaac: ecco che così mi sono assicurato l’intero parco lettrici, le quali basta sfidarle sul piano del proibito per accenderne l’irresistibile curiosità [ché, Madre Celeste esclusa, l’astuta tattica del serpente antico funziona sempre con tutte (buahahah: tifenterò patrone ti monto!)]}.

Ma veniamo al dunque.

Moglie che viene invitata da un’amica per una tre-giorni di ritiro spirituale e mi chiede il permesso di andare, o meglio, mi chiede un consiglio sull’accettare o meno l’invito (avendo naturalmente già deciso cosa fare, ma tanto per darmi l’illusione di contare qualcosa), e per avviarmi verso la risposta che vuole sentire da me mi annuncia che ha già pensato a come organizzare le cose per tutto il tempo della sua assenza, sia riguardo i pasti, sia riguardo la gestione dei bambini che delle varie attività familiari.

Al che io la blocco subito, perché già sento l’odore di quel particolare ormone tipicamente femminile: quello che sale al cervello della donna ogni volta che è combattuta tra la possibilità di prendersi del tempo per sé e l’intima convinzione che senza la sua irrinunciabile supervisione su ogni minima circostanza di vita di ogni singolo componente della sua famiglia tutto andrà irrimediabilmente a rotoli (avete presente no? Io lo chiamo l’ormone del controllo).

Perciò le annuncio subito che per me non c’è assolutamente nessun problema che lei partecipi al ritiro spirituale, anzi la incoraggio con entusiasmo ad andare (sogghignando tra me e me al pensiero di mia moglie che cerca di osservare il silenzio per settantadue ore filate) affermando che uno stacco dalla quotidianità familiare per dedicarsi alla quiete dell’eremo nell’orante contemplazione mistica del Divino non può farle che bene, ed aggiungendo di essere perfettamente in grado di gestire i bimbi per quelle che in fondo, calcolando che staranno per la maggior parte della giornata a scuola, saranno soltanto due sere e tre mattine.

Al che lei, riavendosi con difficoltà dal mio consenso così sollecito quanto, evidentemente, inaspettato, riprende come se nulla fosse elencandomi tutta la scaletta di eventi e situazioni che ha preventivamente organizzato per me ed i nostri figli, comprensivi di pasti ed orari di sonno/veglia e trasporto pargoli alle varie loro attività.

È a quel punto che, per la seconda volta nello stesso quarto d’ora, la interrompo (lo so, mi piace vivere pericolosamente), ma non solo: con perentorio cipiglio l’avverto che sarò ben lieto di tenere i bimbi e condurre la gestione famigliare per lasciare che lei si goda il suo meritato ritiro, a patto che rinunci a voler controllare ogni cosa e a fidarsi di suo marito una volta tanto, il quale si ritiene presuntuosamente d’essere perfettamente in grado di gestire la famiglia in sua assenza per un paio di giorni.

Vedendo il suo basito tentennare decido inoltre di rincarare la dose e, con ardimentoso sprezzo del pericolo, l’avverto che naturalmente non farò nessuna delle cose da lei elencate nella sua premeditata scaletta mentale, ma mi comporterò secondo quella schietta natura maschile che contrassegna ogni singola mia cellula, nonché neurone, e dall’istante subito successivo alla sua partenza metterò immediatamente l’amata prole sotto un ferreo regime militare, a causa del quale al mattino si uscirà di casa tassativamente alle otto e un quarto per portare i pargoli a scuola, siano essi vestiti o ancora in pigiama e sia che abbiano finito o meno la frugalissima colazione che avrò loro preparato (se me lo sarò ricordato), che al pomeriggio, appena rientrati da scuola, li farò mettere subito in pigiama cosicché siano già pronti per rispettare il rigidissimo coprifuoco della sera, secondo il quale alle nove in punto dovranno già trovarsi in branda, al buio ed in mortale silenzio. E riguardo le due cene vacanti che non si preoccupasse: per la prima sera avrei predisposto la puntuale ordinazione di pizza&panzerotti a domicilio, mentre per la sera successiva avremmo desinato a base di sano e nutriente fast food prontamente reperito al MacDrive di ritorno da un edificante giro al ToyCenter.

A quel punto già mi preparavo alla sua scena isterica giustificando la mia levata d’orgoglio come di un malriuscito, quanto del tutto fuoriluogo, tentativo di fare del pessimo umorismo maschile, ma inaspettatamente la mia dolce metà mi ha preso in contropiede, facendo spallucce ed acconsentendo a darmi fiducia.

Per farla breve: la mogliettina è andata a fare il suo ritiro spirituale con gioconda levità, godendosi appieno la sua tre-giorni di eremitico silenzio, preghiera e riposante quiete; mentre il sottoscritto ha avuto l’inestimabile opportunità di compiacersi davanti alla visione di quei suoi tre bimbi che al mattino scattavano come soldatini, che alla sera andavano a nanna con le galline senza nemmeno emettere un fiato e che si imbottivano con godimento di saporitissimo, quanto insalubre, cibo precotto, ed ai quali, per la loro docile obbedienza, venivano concessi cartoni extra in tv e gite prolungate in fornitissimi megastore di giocattoli.

E quando la dolce metà è tornata, ristorata nel corpo e corroborata nello spirito, ha dovuto comunque ammettere di ritrovare i figli non solo ancora vivi ed in salute, ma perfino entusiasti del tempo trascorso con il loro papà, e credo che un ulteriore, non trascurabile ed inaspettato beneficio per lei sia proprio stato l’aver accondisceso, una volta tanto, a mollare la presa dal controllo della vita altrui ed affidarsi alle presunte capacità del marito; il quale, per inciso, le è stato messo accanto proprio perché, in quanto maschio, è per sua natura esattamente adatto a compensare con le sue eccedenze i di lei vuoti (peraltro pochissimi), e di contro per esserne parimenti corrisposto, nel riempimento delle sue (numerose) mancanze con le sovrabbondanti sue doti femminili.

Che alla fin fine è tutta una questione di fede, care donne: mollare il guinzaglio e farsi da parte volendo credere che anche l’altro sia stato dotato di talenti (oltre a quello di saper memorizzare perfettamente le formazioni delle squadre di calcio, o premere contemporaneamente combinazioni di più bottoni sul joypad, alla faccia del famigerato multitasking femminile); qualità utili, per quanto ben nascoste, sulle quali fare un atto di fiducia, così da lasciare al vostro uomo lo spazio per esercitarle in libertà, onde raggiungere il medesimo fine perseguito da voialtre, ossia il bene della vostra famiglia, conseguito però con modalità squisitamente maschili.

Ma attenzione cari ometti, che quando le vostre dolci metà vi tolgono un pochino il fiato dal collo, voi poi dovete cogliere al volo l’opportunità di dimostrare quanto (malgrado le false apparenze) siate anche voi indispensabili, ed approfittare della stiracchiata fiducia che vi viene malvolentieri concessa per compiere veri e propri atti eroici (e no: buttar via l’immondizia in tali circostanze non è, ahimè, sufficiente, per quanto rimanga un gesto di indubbia magnanimità).

E lo comprendo che non è facile capire quando la vostra donna vi sta mettendo alla prova (che ci vorrebbe una sorta di spia luminosa che le si accendesse in fronte: tipo quelle lucette sul cruscotto dell’auto che sappiamo leggere soltanto noi), però è necessario anche accollarsi qualche rischio ogni tanto e prendere l’iniziativa, lanciarsi anche senza rete, far finta di aver capito i suoi messaggi subliminari e andare allo sbaraglio, che vedere poi la sua espressione stupefatta vale cento cazziatoni.

Insomma maschietti: e tiriamole un po’ fuori queste benedette palline!

Poiché è vero che voi donne siete belle, buone, intelligenti, generose e tanto, tanto (tantotantotanto) sensibili, ma anche noi maschietti in fondo (infondoinfondoinfondo) non è che facciamo proprio schifo (non del tutto almeno).

Soprattutto poi diventiamo essenziali in ordine alla nostra progenie, perché se è vero che rispetto ai figli la madre è la terra fertile che nutre e fa germogliare il seme, è altrettanto vero che il padre è quel bastone robusto a cui la piantina può aggrapparsi per poter crescere dritta fino al momento in cui sarà in grado di reggersi da sé.

E per inciso sappiate, cari colleghi babbi (nel senso di papà, eh), che rispetto alle vostre consorti, voi siete dotati di una naturale autorità davanti ai vostri figli la quale vi facilita tantissimo il lavoro, e che nel tenere fieramente saldo il timone di quella nave che è la vostra famiglia (e di cui siete deputati per natura ad esserne il nocchiere), “una tantum” potete anche imporvi senza dare spiegazioni, persino battere i pugni sul tavolo e dire imperativamente soltanto un “no”, senza doverlo motivare; poiché i divieti di un padre retto, anche se apparentemente ingiustificati, nascono pur sempre da un desiderio di bene per il figlio, e normalmente, se non vengono spiegati, è perché chi deve obbedire non è ancora in grado di comprenderne i motivi, ma sottomettendosi docilmente non va incontro ad altro che alla propria vera felicità.

Perciò donne: affidatevi con sincera condiscendenza agli uomini che Dio vi ha messo accanto, perché è certo che voi femminucce come nessuno sapete dare la vita, ma nessuno come noialtri maschietti, se adeguatamente motivati, sa morire per proteggerla e difenderla quella stessa vita, scarificando la nostra perché quella continui.

Perché se è pur vero che la salvezza è entrata nel mondo per l’accogliente sottomissione di una femmina, chi ci salva (se proprio lo dobbiamo ricordare) è un maschio…

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Paternità

Le sorprese di Dio

L’altro giorno ho portato la mia piccolina a fare un giro nel reparto giocattoli di un megastore, qui, vicino a casa nostra. Girando per gli scaffali ho intravisto un nuovo pupazzetto della serie SuperHeroMashers occhieggiarmi accattivante e, ça-va-sans-dire, l’ho comprato “per i miei due maschietti”.

Usciti dal superstore ho colto l’occasione di un bel cestino vicino per sconfezionare il mio sbarluccicante acquisto, così da poterlo dare alla mia bimba perché si intrattenesse nel viaggio di ritorno.

Giunto a casa ho pensato di aggiungere il nuovo giocattolo alla bustona in cui i miei pargoli tengono gli altri personaggi della serie, senza dire niente a nessuno, ma con l’idea di fare loro una sorpresa la prima volta che avessero deciso di giocarci.

Già immaginavo le loro faccette sbalordite nel momento in cui avrebbero scoperto il nuovo pupazzetto.

Tuttavia le circostanze hanno fatto sì che passasse il giorno su quell’episodio senza che ci fosse l’occasione di scoprire la new-entry, perciò, il pomeriggio seguente, quando mi sono trovato a casa da solo con il mezzanello, per incentivarlo ad andare a fare un sonnellino pomeridiano che, pur stanco, non aveva intenzione di fare, gli ho promesso una sorpresa per quando si sarebbe risvegliato, al che, convinto, si è lasciato mettere a letto per un’oretta e mezza.

Quando si è svegliato, come di consueto, mi ha raggiunto in salotto e per prima cosa si è guardato in giro per cercare la “sorpresa” promessagli, quindi, non vedendo nulla che potesse soddisfare questa sua aspettativa, si è messo accanto a me sul divano con una parvenza di delusione sul viso.

Intuendo i suoi pensieri io mi sono alzato e, senza dire nulla, sono andato a prendere la bustona dei SuperHeroMashers nella sua cameretta e l’ho depositata, con una vaga enfasi, sul tavolo del salotto, quindi mi sono rimesso sul divano con lui. Quasi come per non darmi soddisfazione, lui ha finto di non essersi nemmeno accorto del mio gesto, ed è rimasto raggomitolato sul divano conservando un aria leggermente imbronciata.

Io sapevo che lui si ricordava della promessa di una sorpresa fattagli prima del sonnellino, e sapevo anche che, com’era successo altre volte, si aspettava di trovarla sul tavolo al suo risveglio, e quindi comprendevo la sua delusione e persino il suo piccolo moto d’orgoglio nel non fare nessun accenno alla questione che, indubbiamente, pendeva sul suo cuoricino di bimbo.

Davanti a quella situazione d’impasse, prima che degenerasse in un eventuale capriccio, ho provvduto io a fare il primo passo, così ho proposto al mio bambino di mettersi a giocare con i giochi che avevo messo sul tavolo, tra cui, io lo sapevo, avrebbe trovato il nuovo pupazzetto. Al che lui ha guardato la busta, poi ha guardato me, quindi ha scosso la testa, rimanendo ostinatamente al suo posto.

Allora, per stimolare la sua curiosità, gli ho suggerito di domandarsi come mai il suo papà aveva tirato fuori dai suoi giochi proprio la busta dei SuperHeroMashers e l’aveva messa sul tavolo, ma lui, dopo aver guardato nuovamente il noto contenitore, mi ha guardato interrogandosi silenziosamente su quale potesse essere il significato di quella mia domanda, quindi si è rintanato in un’espressione ancor più marcatamente imbronciata.

Evidentemente si era lasciato interloquire per un attimo dalla mia richiesta, ma constatando con lo sguardo che sul tavolo parevano esserci soltanto i suoi vecchi giochi, aveva preferito non fidarsi della mia proposta, restando nel suo più rassicurante stato di delusione.

A quel punto, visto che per una questione di orgoglio la “sorpresa” rischiava di essere rovinata, ho voluto metterla esplicitamente sul piano della fiducia: così ho detto al mio cocciuto pargoletto di fidarsi del suo papà e di provare ad andare a giocare con i giocattoli che aveva preparato per lui sul tavolo.

Ed è stato proprio in quel momento, mentre il mio bambino ragionava indeciso sulle mie parole, giocandosi la sua libertà sull’affidamento ad esse, che mi sono ritrovato a contemplare, in quella situazione di ordinaria relazione generazionale, quelle medesime circostanze che vedono il Padre offrire ai propri figli la sovrabbondanza della Sua Grazia, attendendo con trepidazione soltanto che essi ne facciano richiesta e rimanendo purtroppo, il più delle volte, deluso testimone di come questi sprechino tali occasioni rifiutandosi di farne esplicita domanda per una questione di orgoglio o anche solo per mancanza di fiducia nei Suoi confronti.

Allo stesso modo in cui anche la Madre, spesso, ha denunciato apertamente come tante volte ella sia pronta a mediare inusitate grazie celesti ai suoi figli, ma che questi, non chiedendole, lasciano che vadano sprecate.

Quante volte, infatti, anche a me capita di comportarmi come il mio bambino e, davanti ad una circostanza di vita che se scrutata con fiducia nella Divina Provvidenza realmente potrebbe rivelarsi come un’opportunità di bene maggiore, invece per pavidità od orgoglio rifiuto a priori di discernere, lasciandomi così sfuggire vere occasioni di Grazia soltanto per finire poi a mormorare sull’equivocata assenza di quel Dio in cui presuntuosamente professo di credere?

E Lui invece è lì che, come me in quel frangente di vita, scalpita perché il suo amato figlioletto si spenda un poco nella sua libera scelta di fidarsi del suo papà e, alzando quel benedetto culo dal divano, si decida a scoprire quale inaspettata sorpresa è stata preparata specificamente per lui, perché declinando al suo orgoglio, la sua gioia sia piena.

Così, l’altro giorno, il mio bambino mi è stato maestro nel suo arrendersi al mio invito con un estremo moto di affidamento e scoprire finalmente in quella busta di pupazzetti il giocattolo nuovo, dimostrandomi una volta di più di quanto realmente Dio si riveli nella relazione tra generazioni.

Perché il figlio diventi padre, ed il padre diventi figlio.

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Cronache

L’epitaffio

Salgo le scale mobili del centro commerciale e vengo accolto da un cartellone, impossibile da ignorare, che reclama tronfio: «Shopping in libertà, grazie al Baby Parking».

Subito vengo rapito da un moto di disagio misto a disgusto: c’è qualcosa che mi urta profondamente in quella frase, anche se non saprei dire esattamente cosa.

Poi però faccio spallucce e mi dico: “Andre, sei il solito talebano: vedi anticristi in tutto…” e così mi accingo a fare la spesa.

Da buon Milanese Imbruttito devo impiegare il meno tempo possibile, così avvio il cronometro mentale, tiro su il cestino a mano, punto direttamente a quei pochi prodotti che mi servono, evito accuratamente i banchi col numerino (che piuttosto di aspettare in coda prendo latticini, affettati e verdure confezionate).

Ovviamente cerco di stare nei dieci pezzi al massimo, così infilo la cassa apposita e, dopo aver controllato che tutti coloro che mi precedono abbiano una quantità individuale di sporta che rientri nei parametri richiesti dalla cassa veloce, mi metto in impaziente attesa del mio turno, sbuffando vistosamente, mentre compulso il cellulare (che chissà perché, quando sei in fila al supermercato, la rete non prende mai: che sbatti!).

Risolta in tempi minimi la questione spesa mi accingo alla scala mobile d’uscita ed incrocio nuovamente il famigerato cartello (è davvero enorme: impossibile non leggerlo!), e così, mentre me ne torno a casa, inizio a ripassare mentalmente l’inquietante slogan, parola per parola, in cerca del motivo subliminale che mi lascia tanto esterrefatto.

Primo: si parla di shopping, non di spesa, quindi un’attività diversiva, non dettata da legittime esigenze di necessità, ma da puro consumismo.
Secondo: si tira in ballo la libertà, quindi si presuppone che la condizione di chi ha prole sia assimilabile alla cattività, se non addirittura alla schiavitù.
Terzo: il chiaro riferimento ad una dovuta riconoscenza verso ciò che ti libera finalmente dalla trappola di figli oppressori dei tuoi sacrosanti diritti di compratore.

Infine l’escamotage anglofono usato per definire quello che in lingua italiana, anche all’orecchio meno sensibile, rischierebbe di svelare il recondito significato dell’intera frase: perché dire «il parcheggio dei bambini» significa assimilare apertamente la propria discendenza ad un oggetto ingombrante e fastidioso. Ma quando i figli sono intesi come un impiccio di cui disfarsi per potersi dedicare spensieratamente al culto della vanità, allora ci si trova davanti al sintomo più esplicito di una società determinatamente avviata verso il suicidio.

Tant’è infatti che, contestualizzando, lo slogan incriminato può essere grossolanamente tradotto così: “Signori e signore esultate, poiché è giunta finalmente l’ora della vostra liberazione, da oggi c’è finalmente un luogo in cui potete depositare quelle invadenti appendici carnose dei vostri pargoli e dimostrare gratitudine ai vostri salvatori dedicandovi anima e corpo all’acquisto sfrenato dell’inutile e del superfluo”.

Ed ecco allora che, ormai sulla soglia di casa, ultimamente scopro ciò che tanto mi turbava: l’essenza sulfurea di una cultura della morte che fa di quel manifesto commerciale non più e soltanto un’accattivante slogan pubblicitario, ma invero l’epigrafe di una civiltà ormai moribonda.

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Vita

Idolatri di ritorno

Uffa.

Non mi andava proprio di parlare ancora di giocattoli, perché poi sembra che io sia uno di quei genitori bacchettoni con la mania della censura bigotta e che vessa i suoi poveri figli annichilendone la libertà.

Epperò anche cominciare un pezzo così, giustificandosi preventivamente, mi rendo conto che non sia il modo migliore, suona quasi come: «Sì, frusto i miei figli con la cinghia dei pantaloni e li rinchiudo nel sottoscala a mangiar segatura e cartone, ma non sono un cattivo padre, lo faccio per il loro bene»…

Vabbé, scherzi a parte, l’altro giorno ero in zona ed avevo una mezz’oretta libera, così sono passato al ToyCenter per un giretto veloce a vedere le novità in vista del Natale (che qui i miei bimbi lo aspettano con largo anticipo, tipo che a giugno buttano giù la bozza della letterina per Gesù Bambino).

Faccio un’ispezione dei vari scaffali annotando mentalmente i possibili candidati: cucinino per la bimba, macchinine di Cars per il mezzanello, SuperHeroMashers per il grande (e LEGO, tanto LEGO per me: BUAHAHA, tifenterò patrone ti monto!!!), quando alla fine passo davanti a dei blister dai colori sgargianti con sotto in bella evidenza la scritta “novità”.

Incuriosito mi fermo a guardare meglio e scopro che sono usciti questi nuovi pupazzetti con le fattezze delle divinità del pantheon egizio: Horus, Seth, Anubis e compagnia cantante rivisitati in chiave moderna che ammiccano dallo scaffale con tanto di accessori decorati con l’occhio onniveggente.

Egixos, si chiamano, e ti invitano a collezionarli tutti promettendo ore di divertimento per grandi e piccini.

Di primo acchito non ho dato troppo peso alla cosa, ma poi ci ho riflettuto un po’ e mi sono raffigurato mentalmente la scena che ha preso subito una piega inquietante: il mattino di Natale i bimbi scartano entusiasti questi pupazzetti, mentre il loro papà li istruisce citando nomi e poteri di ciascuno, e così “grandi e piccini” si ritrovano a celebrare la nascita di Nostro Signore trastullandosi con le effigi degli idoli antichi, con buona pace di cinquemila anni di storia della Salvezza.

“Evvabbé”, mi sono detto, “sei il solito talebano”.

Poi però, una volta messo in moto, il mio cervelletto ha continuato a funzionare (anche solo per inerzia) e così ho messo insieme alcuni pezzi di quello che, per gli amanti del genere, parrebbe quasi l’ipotesi di un complotto: mentre da una parte bombardano i ragazzini con le divinità greche in grande spolvero (e sto pensando ai libri ed ai film di Percy Jackson), dall’altra rifilano ai bambini la mitologia orientale patinata nelle carte di Yu-Gi-Oh, gli spiriti elementali cammuffati da Gormiti e adesso questo, gli déi d’Egitto spacciati così, alla luce del sole.

Sì, sì, lo so: sono un esagerato, che vede colonizzazione ideologica ovunque, un nostalgico di quell’Evo Oscuro durante il quale una cosa di questo tipo avrebbe subito fatto sguinzagliare Torquemada & Co.

Sarà. Io comunque ai miei bambini l’altro giorno ho comperato Vitaly Petrov, una macchinina di Cars. Russa.

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Paternità

Oppure no?

Liberamente tratto da “Nel nome del Padre”

Oggi pomeriggio vado a Messa col duenne, il quale, naturalmente, non sta fermo un attimo, e perciò ci posizioniamo nelle panche in fondo, ben oltre la distanza di sicurezza dalle vecchiette delle prime file (le quali per un’inspiegabile legge di natura son tutte sorde, eppure sentono ogni minimo miagolio di bimbo a chilometri di distanza).

Fattostà che il pargolo inizia ad arrampicarsi sull’inginocchiatoio, tentando l’equilibrismo per raggiungere l’immancabile targhetta dello sponsor della panca.

Io sono in piedi, cercando di partecipare come meglio riesco alla sequenza liturgica, ma vedendo l’acrobazia dell’erede capisco che è solo una questione di tempo, dopodiché si sbilancerà rovinando a terra, e vedo già scorrermi davanti agli occhi la scena: per una a caso delle leggi di Murphy centrerà sicuramente qualche spigolo con la tempia, aprendosi la testa come un melone maturo e sparpagliando avanzi di cervello su tutto il pavimento della chiesa.

Il primo istinto, allora, è ovviamente quello di piombargli addosso e rapirlo nel mio abbraccio sicuro, incurante del suo divincolarsi, e rassegnarmi a non seguire più la celebrazione per via dell’anguilletta trattenuta addosso.

Poi però mi trattengo ed affidando il mio bimbo al suo angelo custode (che si guadagni anche lui la pagnotta), rimango a guardarlo, osservandone le movenze sempre più incerte, fino a quando, come da copione, perde l’equilibrio e rovina al suolo.

A quel punto soccorro il mio bambino (che in quanto di gomma, non s’é fatto nulla) e intanto penso tra me e me come anche Dio talvolta si trattenga dall’intervenire nelle vite dei suoi figli per lasciare che questi sperimentino anche l’inevitabile fallimento, poiché persino una prevedibile caduta può trasformarsi in un’opportunità di crescita. Oppure no?

Tornato a casa, trovo il grande che sta finendo i compiti.

Getto un’occhiata al tavolo sul quale sta lavorando e fingo di non vedere il disordine con cui pare aver accuratamente apparecchiato ogni superficie disponibile.

Con le viscere attorcigliate passo oltre, solo per inciampare in un tappo di pennarello.

A quel punto non riesco più a fare finta di nulla, è più forte di me la necessità di rimettere il cappuccio addosso al relativo pennarello, e resistendo in silenzio rovisto tra i vari colori annotando mentalmente che più d’uno è senza tappo e molti sono ormai asciutti.

Allora interpello il pargolo sulla negligenza con cui tratta le cose di scuola, quindi, dopo una breve reprimenda, raccolgo con un gesto plateale i pennarelli scarichi e li getto nella pattumiera davanti al suo sguardo contrito.

Ci guardiamo e intuisco cosa egli stia pensando: attende che rimpiazzi i colori esauriti con dei pennarelli nuovi.

Ma non sarà così (almeno non per qualche giorno), e mentre gli faccio segno di sbaraccare il tavolo lo avviso che i pennarelli secchi non verranno sostituiti fino a quando non mi dimostrerà di aver più cura della sua roba.

Perché anche il Padre talvolta lascia che l’uomo s’affossi nella crisi ch’egli stesso s’è procurato, affinché s’asciughi all’essenziale, e lo richiama in tal modo alle proprie responsabilità nel ricentrarsi a ciò che davvero conta. Oppure no?

Mentre poi il grande aiuta mia moglie ad apparecchiare la tavola, io provvedo a preparare l’ultima arrivata per la poppata, una frugoletta di nemmeno un mese e mezzo di vita che però già dimostra un certo caratterino.

La prendo in braccio e la adagio sul fasciatoio accingendomi a cambiarla, e lei, da tranquilla che era, inizia a frignare e a divincolarsi scoordinatamente.

Lei non lo sa, ma io la capisco: perché comprendo bene come le sembrasse di star così comoda nel calduccio dei suoi liquami; cambiandola, invece, io la disturbo: la spoglio, la smanaccio, la detergo e l’asciugo, e lei si sente scomodata e si ribella.

Io soprassiedo, poiché so che una volta pulita e con indosso il pannolino nuovo, starà meglio, ma non posso esimermi dal notare come anche l’uomo sia così: nella sua natura ferita dal peccato originale è istintivamente recalcitrante ad accogliere nella sua vita la volontà del Padre, tanto che preferirebbe rimanere nei liquami del suo peccato fingendo di starvi bene, piuttosto che lasciarsi scomodare dalle circostanze misteriose della vita.

Ma se solo si affidasse con abbandono filiale alla volontà divina sperimenterebbe quanto prima la Sua amorosa provvidenza e ne renderebbe grazie. Oppure no?

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