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Papà senza controllo

Miniatura PSC

di Maddalena Negri

La nuova fatica letteraria dell’instancabile Andrea è un agile libro di 154 pagine, dal titolo “Papà senza controllo – o dell’essere padri e non Padreterni” (edito da Berica Editrice, per la collana Uomovivo).

In questo suo nuovo volume il nostro autore, saltellando come un elfo da un aneddoto all’altro, parla di paternità e di figliolanza, di vita ordinaria e straordinaria sofferenza, e di molto altro ancora, ma col suo stile avvincente e sbarazzino sempre riesce a rendere edibili anche i bocconi più amari della dura realtà, la quale talvolta rivela l’immaginifica avventura della vita.

Da una prospettiva sempre più matura e consapevole, l’ormai eptapapà affronta il tema della paternità proprio in quei suoi aspetti più ostici da accettare ed ecco che allora ogni capitolo offre un tema diverso e una “perla” da assaporare: il controllo, immancabilmente disilluso dalla realtà; la Verità, che rende liberi, ma impegna anima e corpo; il senso del dolore e della morte, che solo in Cristo possono trovare significato; l’ambizione al Cielo, perché solo puntare in alto fa crescere davvero; la Misericordia Divina, perché un Padre cerca sempre di “aggiustare” ciò che il figlio distrugge; la Divina Giustizia, poiché “la misericordia, disgiunta dalla giustizia non è amore, perché non fa il bene dell’amato”; il valore dell’obbedienza, che nasce da un comando che è sempre dato per amore; l’abbandono fiducioso, che nasce dalla liberante consapevolezza di essere “soltanto creature”; la divina Volontà, per cui dovremmo avere la medesima solerzia dei bimbi all’annuncio in tv del proprio cartone animato preferito; ed infine l’ultimo capitolo, che è un estemporaneo tuffo nel passato dell’autore.

In un susseguirsi di rimandi tra terra e Cielo, il padre terreno guarda a quello Celeste, nel tentativo di imitarne le mosse coi propri figli, nonostante gli svariati limiti imposti dal proprio essere creatura e non Creatore: scopre così come, mentre impara giorno dopo giorno ad essere padre, spesso gli atteggiamenti propri (come di ogni creatura umana) nei confronti del Padreterno assomiglino a quelli dei propri figli verso il loro genitore.

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Libri

Padri migliori e come diventarlo

Copertina

Prima di accingermi alla scrittura di qualsiasi cosa destinata alla pubblicazione, sia esso un articolo od un libro, pongo a me stesso sempre due domande: “Andre, hai realmente qualcosa da dire (d’intelligente, intendo)?”

Ed in caso di risposta affermativa: “Mio caro me-stesso, davvero ritieni che il mondo abbia DAVVERO bisogno di un altro articolo/libro?”

Al che il mio simpatico ed incoraggiante alter ego mi fa sempre segno con gli occhi in direzione dei mattoncini di LEGO, come a spingermi ad una scelta di vita: “Veramente preferisci imbrattare ancora carta anziché impiegare il tuo tempo in qualcosa di veramente proficuo (tipo la costruzione di una casetta medievale o magari di un bel “tie fighter”)?

E spesso, in quella situazione, guardo negli occhi l’amichevole me-stesso in versione motivatore e, dopo un attimo di sofferta riflessione, esclamo con fare solenne e ad un tempo sbarazzino: “E LEGO sia!”.

Capita però che talvolta, in preda ad un impulso d’incoscienza, io mi ritrovi a rispondere malauguratamente sì ad entrambi i due quesiti del mio personale codice deontologico da scrittore, e così finisce che al mondo poi toccherà smaltire altra verbosa “indifferenziata” alacremente prodotta dal sottoscritto.

Così è successo per questo ulteriore mio libro, allo stesso modo in cui sta accadendo giusto ora, caro il mio fiduciosamente ingenuo lettore, per questo insulso articoletto con cui mi appresto alla sua promozione.

E tuttavia, adesso che il libro è irrimediabilmente pubblicato ed acquistabile nelle migliori librerie nonché comodamente on-line, tenendone in mano la copia con dedica alla mogliettina e sfogliandone compiaciuto le tribunizie pagine, confesso che sì: quando risposi positivamente alle due suddette domandone avevo realmente qualcos’altro da dire (di presuntamente intelligente) sull’essere genitori, e che pure credo ancora che il mondo abbia davvero bisogno d’essere modestamente illuminato da un ulteriore mio scritto (se per caso avete sentito anche voi la fragorosa risata del mio sapido alter ego a questa mia ultima affermazione, fate come me: ignoratelo).

Poiché oggigiorno siamo bombardati da ogni parte da messaggi neanche più tanto subliminali che scoraggiano in ogni desinenza possibile la scelta di accogliere e prendersi cura di una nuova vita: la pressione sull’uomo, in particolare sul genere maschile, nel giocare sempre più al ribasso nell’assunzione di doveri e responsabilità in luogo di presunti “diritti” (che nemmeno si possono chiamare desideri, poiché nulla più che insane voglie, terribilmente inclini a diventar, senza soluzione di continuità ed in tempo zero, vizi) è oltremodo asfissiante, tanto da aver ormai assuefatto la mentalità comune a farsi pervicace promotrice di disvalori che soltanto pochi decenni fa sarebbero stati impensabili.

Perciò oggigiorno è tutto un presumersi capaci di ogni traguardo, dimenticando di essere invece ontologicamente difettosi (tanto che accennare ad una natura umana ferita dal peccato originale fa scattare per chi si arrischi il pericolo di rogo immantinente), e l’illusione di avere il pieno controllo di ogni ambito della propria vita, e quindi di poterne disporre a proprio piacimento e volontà, secondo l’umore del momento, è opinione comunemente condivisa, data per scontata su molti aspetti e circostanze del vivere.

Ecco perché al giorno d’oggi scegliere di essere genitori è un vero e proprio atto rivoluzionario, ma anche testimonianza più che mai necessaria per ribadire con resilienza ed una volta di più che no: il destino dell’uomo non è l’estinzione, ma la comunione eterna con il Dio della Vita.

Ecco perché oggi più che mai occorre essere padri (e madri) senza l’ambizione al controllo, sulla propria come sull’altrui vita, ma invece bisogna ritornare consapevoli di essere soltanto, di fronte ai propri figli, creature e non creatori (ché il vero Genitore di ciascuno è un Altro, e l’unica nostra responsabilità e destinazione, come genitori, ma prima ancora come Suoi figli, è il ritorno a Lui).

Perché soltanto smettendo i falsi panni da presunti padreterni avremo la possibilità di accorgerci quanto sia bello e davvero liberante essere soltanto padri che, cercando di vivere nel fiducioso abbandono alla provvidenza di quel Dio di cui agli occhi dei nostri figli siamo primissima immagine, potremo ultimamente accorgerci di quanto dia gioia e pienezza di vita esserGli figli.

E figli amatissimi.

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Paternità

Le sorprese di Dio

L’altro giorno ho portato la mia piccolina a fare un giro nel reparto giocattoli di un megastore, qui, vicino a casa nostra. Girando per gli scaffali ho intravisto un nuovo pupazzetto della serie SuperHeroMashers occhieggiarmi accattivante e, ça-va-sans-dire, l’ho comprato “per i miei due maschietti”.

Usciti dal superstore ho colto l’occasione di un bel cestino vicino per sconfezionare il mio sbarluccicante acquisto, così da poterlo dare alla mia bimba perché si intrattenesse nel viaggio di ritorno.

Giunto a casa ho pensato di aggiungere il nuovo giocattolo alla bustona in cui i miei pargoli tengono gli altri personaggi della serie, senza dire niente a nessuno, ma con l’idea di fare loro una sorpresa la prima volta che avessero deciso di giocarci.

Già immaginavo le loro faccette sbalordite nel momento in cui avrebbero scoperto il nuovo pupazzetto.

Tuttavia le circostanze hanno fatto sì che passasse il giorno su quell’episodio senza che ci fosse l’occasione di scoprire la new-entry, perciò, il pomeriggio seguente, quando mi sono trovato a casa da solo con il mezzanello, per incentivarlo ad andare a fare un sonnellino pomeridiano che, pur stanco, non aveva intenzione di fare, gli ho promesso una sorpresa per quando si sarebbe risvegliato, al che, convinto, si è lasciato mettere a letto per un’oretta e mezza.

Quando si è svegliato, come di consueto, mi ha raggiunto in salotto e per prima cosa si è guardato in giro per cercare la “sorpresa” promessagli, quindi, non vedendo nulla che potesse soddisfare questa sua aspettativa, si è messo accanto a me sul divano con una parvenza di delusione sul viso.

Intuendo i suoi pensieri io mi sono alzato e, senza dire nulla, sono andato a prendere la bustona dei SuperHeroMashers nella sua cameretta e l’ho depositata, con una vaga enfasi, sul tavolo del salotto, quindi mi sono rimesso sul divano con lui. Quasi come per non darmi soddisfazione, lui ha finto di non essersi nemmeno accorto del mio gesto, ed è rimasto raggomitolato sul divano conservando un aria leggermente imbronciata.

Io sapevo che lui si ricordava della promessa di una sorpresa fattagli prima del sonnellino, e sapevo anche che, com’era successo altre volte, si aspettava di trovarla sul tavolo al suo risveglio, e quindi comprendevo la sua delusione e persino il suo piccolo moto d’orgoglio nel non fare nessun accenno alla questione che, indubbiamente, pendeva sul suo cuoricino di bimbo.

Davanti a quella situazione d’impasse, prima che degenerasse in un eventuale capriccio, ho provvduto io a fare il primo passo, così ho proposto al mio bambino di mettersi a giocare con i giochi che avevo messo sul tavolo, tra cui, io lo sapevo, avrebbe trovato il nuovo pupazzetto. Al che lui ha guardato la busta, poi ha guardato me, quindi ha scosso la testa, rimanendo ostinatamente al suo posto.

Allora, per stimolare la sua curiosità, gli ho suggerito di domandarsi come mai il suo papà aveva tirato fuori dai suoi giochi proprio la busta dei SuperHeroMashers e l’aveva messa sul tavolo, ma lui, dopo aver guardato nuovamente il noto contenitore, mi ha guardato interrogandosi silenziosamente su quale potesse essere il significato di quella mia domanda, quindi si è rintanato in un’espressione ancor più marcatamente imbronciata.

Evidentemente si era lasciato interloquire per un attimo dalla mia richiesta, ma constatando con lo sguardo che sul tavolo parevano esserci soltanto i suoi vecchi giochi, aveva preferito non fidarsi della mia proposta, restando nel suo più rassicurante stato di delusione.

A quel punto, visto che per una questione di orgoglio la “sorpresa” rischiava di essere rovinata, ho voluto metterla esplicitamente sul piano della fiducia: così ho detto al mio cocciuto pargoletto di fidarsi del suo papà e di provare ad andare a giocare con i giocattoli che aveva preparato per lui sul tavolo.

Ed è stato proprio in quel momento, mentre il mio bambino ragionava indeciso sulle mie parole, giocandosi la sua libertà sull’affidamento ad esse, che mi sono ritrovato a contemplare, in quella situazione di ordinaria relazione generazionale, quelle medesime circostanze che vedono il Padre offrire ai propri figli la sovrabbondanza della Sua Grazia, attendendo con trepidazione soltanto che essi ne facciano richiesta e rimanendo purtroppo, il più delle volte, deluso testimone di come questi sprechino tali occasioni rifiutandosi di farne esplicita domanda per una questione di orgoglio o anche solo per mancanza di fiducia nei Suoi confronti.

Allo stesso modo in cui anche la Madre, spesso, ha denunciato apertamente come tante volte ella sia pronta a mediare inusitate grazie celesti ai suoi figli, ma che questi, non chiedendole, lasciano che vadano sprecate.

Quante volte, infatti, anche a me capita di comportarmi come il mio bambino e, davanti ad una circostanza di vita che se scrutata con fiducia nella Divina Provvidenza realmente potrebbe rivelarsi come un’opportunità di bene maggiore, invece per pavidità od orgoglio rifiuto a priori di discernere, lasciandomi così sfuggire vere occasioni di Grazia soltanto per finire poi a mormorare sull’equivocata assenza di quel Dio in cui presuntuosamente professo di credere?

E Lui invece è lì che, come me in quel frangente di vita, scalpita perché il suo amato figlioletto si spenda un poco nella sua libera scelta di fidarsi del suo papà e, alzando quel benedetto culo dal divano, si decida a scoprire quale inaspettata sorpresa è stata preparata specificamente per lui, perché declinando al suo orgoglio, la sua gioia sia piena.

Così, l’altro giorno, il mio bambino mi è stato maestro nel suo arrendersi al mio invito con un estremo moto di affidamento e scoprire finalmente in quella busta di pupazzetti il giocattolo nuovo, dimostrandomi una volta di più di quanto realmente Dio si riveli nella relazione tra generazioni.

Perché il figlio diventi padre, ed il padre diventi figlio.

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Cronache

L’epitaffio

Salgo le scale mobili del centro commerciale e vengo accolto da un cartellone, impossibile da ignorare, che reclama tronfio: «Shopping in libertà, grazie al Baby Parking».

Subito vengo rapito da un moto di disagio misto a disgusto: c’è qualcosa che mi urta profondamente in quella frase, anche se non saprei dire esattamente cosa.

Poi però faccio spallucce e mi dico: “Andre, sei il solito talebano: vedi anticristi in tutto…” e così mi accingo a fare la spesa.

Da buon Milanese Imbruttito devo impiegare il meno tempo possibile, così avvio il cronometro mentale, tiro su il cestino a mano, punto direttamente a quei pochi prodotti che mi servono, evito accuratamente i banchi col numerino (che piuttosto di aspettare in coda prendo latticini, affettati e verdure confezionate).

Ovviamente cerco di stare nei dieci pezzi al massimo, così infilo la cassa apposita e, dopo aver controllato che tutti coloro che mi precedono abbiano una quantità individuale di sporta che rientri nei parametri richiesti dalla cassa veloce, mi metto in impaziente attesa del mio turno, sbuffando vistosamente, mentre compulso il cellulare (che chissà perché, quando sei in fila al supermercato, la rete non prende mai: che sbatti!).

Risolta in tempi minimi la questione spesa mi accingo alla scala mobile d’uscita ed incrocio nuovamente il famigerato cartello (è davvero enorme: impossibile non leggerlo!), e così, mentre me ne torno a casa, inizio a ripassare mentalmente l’inquietante slogan, parola per parola, in cerca del motivo subliminale che mi lascia tanto esterrefatto.

Primo: si parla di shopping, non di spesa, quindi un’attività diversiva, non dettata da legittime esigenze di necessità, ma da puro consumismo.
Secondo: si tira in ballo la libertà, quindi si presuppone che la condizione di chi ha prole sia assimilabile alla cattività, se non addirittura alla schiavitù.
Terzo: il chiaro riferimento ad una dovuta riconoscenza verso ciò che ti libera finalmente dalla trappola di figli oppressori dei tuoi sacrosanti diritti di compratore.

Infine l’escamotage anglofono usato per definire quello che in lingua italiana, anche all’orecchio meno sensibile, rischierebbe di svelare il recondito significato dell’intera frase: perché dire «il parcheggio dei bambini» significa assimilare apertamente la propria discendenza ad un oggetto ingombrante e fastidioso. Ma quando i figli sono intesi come un impiccio di cui disfarsi per potersi dedicare spensieratamente al culto della vanità, allora ci si trova davanti al sintomo più esplicito di una società determinatamente avviata verso il suicidio.

Tant’è infatti che, contestualizzando, lo slogan incriminato può essere grossolanamente tradotto così: “Signori e signore esultate, poiché è giunta finalmente l’ora della vostra liberazione, da oggi c’è finalmente un luogo in cui potete depositare quelle invadenti appendici carnose dei vostri pargoli e dimostrare gratitudine ai vostri salvatori dedicandovi anima e corpo all’acquisto sfrenato dell’inutile e del superfluo”.

Ed ecco allora che, ormai sulla soglia di casa, ultimamente scopro ciò che tanto mi turbava: l’essenza sulfurea di una cultura della morte che fa di quel manifesto commerciale non più e soltanto un’accattivante slogan pubblicitario, ma invero l’epigrafe di una civiltà ormai moribonda.

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Vita

Idolatri di ritorno

Uffa.

Non mi andava proprio di parlare ancora di giocattoli, perché poi sembra che io sia uno di quei genitori bacchettoni con la mania della censura bigotta e che vessa i suoi poveri figli annichilendone la libertà.

Epperò anche cominciare un pezzo così, giustificandosi preventivamente, mi rendo conto che non sia il modo migliore, suona quasi come: «Sì, frusto i miei figli con la cinghia dei pantaloni e li rinchiudo nel sottoscala a mangiar segatura e cartone, ma non sono un cattivo padre, lo faccio per il loro bene»…

Vabbé, scherzi a parte, l’altro giorno ero in zona ed avevo una mezz’oretta libera, così sono passato al ToyCenter per un giretto veloce a vedere le novità in vista del Natale (che qui i miei bimbi lo aspettano con largo anticipo, tipo che a giugno buttano giù la bozza della letterina per Gesù Bambino).

Faccio un’ispezione dei vari scaffali annotando mentalmente i possibili candidati: cucinino per la bimba, macchinine di Cars per il mezzanello, SuperHeroMashers per il grande (e LEGO, tanto LEGO per me: BUAHAHA, tifenterò patrone ti monto!!!), quando alla fine passo davanti a dei blister dai colori sgargianti con sotto in bella evidenza la scritta “novità”.

Incuriosito mi fermo a guardare meglio e scopro che sono usciti questi nuovi pupazzetti con le fattezze delle divinità del pantheon egizio: Horus, Seth, Anubis e compagnia cantante rivisitati in chiave moderna che ammiccano dallo scaffale con tanto di accessori decorati con l’occhio onniveggente.

Egixos, si chiamano, e ti invitano a collezionarli tutti promettendo ore di divertimento per grandi e piccini.

Di primo acchito non ho dato troppo peso alla cosa, ma poi ci ho riflettuto un po’ e mi sono raffigurato mentalmente la scena che ha preso subito una piega inquietante: il mattino di Natale i bimbi scartano entusiasti questi pupazzetti, mentre il loro papà li istruisce citando nomi e poteri di ciascuno, e così “grandi e piccini” si ritrovano a celebrare la nascita di Nostro Signore trastullandosi con le effigi degli idoli antichi, con buona pace di cinquemila anni di storia della Salvezza.

“Evvabbé”, mi sono detto, “sei il solito talebano”.

Poi però, una volta messo in moto, il mio cervelletto ha continuato a funzionare (anche solo per inerzia) e così ho messo insieme alcuni pezzi di quello che, per gli amanti del genere, parrebbe quasi l’ipotesi di un complotto: mentre da una parte bombardano i ragazzini con le divinità greche in grande spolvero (e sto pensando ai libri ed ai film di Percy Jackson), dall’altra rifilano ai bambini la mitologia orientale patinata nelle carte di Yu-Gi-Oh, gli spiriti elementali cammuffati da Gormiti e adesso questo, gli déi d’Egitto spacciati così, alla luce del sole.

Sì, sì, lo so: sono un esagerato, che vede colonizzazione ideologica ovunque, un nostalgico di quell’Evo Oscuro durante il quale una cosa di questo tipo avrebbe subito fatto sguinzagliare Torquemada & Co.

Sarà. Io comunque ai miei bambini l’altro giorno ho comperato Vitaly Petrov, una macchinina di Cars. Russa.

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