Vita

Tenere il passo

Ultimamente una cosa mi ha fatto riflettere: ho notato che quando vado in giro a piedi col mio mezzanello, anche solo per una passeggiata, se lo tengo per mano (ossia quasi sempre) lui tende a farsi trascinare.

Tutte le volte io dapprima gli chiedo di stare al passo e lui si riallinea, ma dopo poco riprende a stare indietro.

Allora lo strattono dolcemente per richiamarlo ad accelerare un po’ e lui si riporta a pari, ma poi ritorna a far la zavorra.

Interrogato dalla possibilità che sia forse io ad andare troppo veloce per lui, rallento l’andatura, ma quasi subito la rallenta pure lui e così siamo punto e accapo: con io che tiro e lui che frena.

Ed ho anche provato a rallentare sempre di più il passo, eh, giusto per vedere di trovare una frequenza tale perché lui non rimanesse indietro, ma il risultato è stato che abbiamo finito per fermarci entrambi del tutto.

Ebbene, ciò che mi ha dato da pensare è che anche noialtri figli di Dio facciamo allo stesso modo con il Padre nostro: nel cammino che conduce a quel destino di comunione eterna con Lui, e che nella nostra vita si traduce nel collaborare al compimento della Sua volontà di bene per noi, ecco che noi siamo proprio come bambini che tengono per mano la Mamma Celeste nella sequela del suo Figlio, attraverso cui è il Padre stesso che ci accompagna.

Tuttavia, se siamo onesti, anche noialtri, proprio come il mio bimbo, ci facciamo quasi sempre trascinare, ed arranchiamo con fatica e/o malavoglia nel cercare di tenere il passo.

Così, spesso, pure Lui, attraverso la Madre, ci sprona a proseguire più speditamente, ma noi esitiamo nello spenderci in quella fatica che ci farebbe accelerare il passo, non ci fidiamo che stare con Lui è tutto nostro vantaggio e così tendiamo sempre ad accomodarci, a farci trascinare, che se fosse per noi soltanto, nemmeno faremmo lo sforzo di camminare, ma ci faremmo prendere proprio in braccio.

E Lui questo lo sa: Egli ci conosce e sa qual è la velocità giusta del nostro proseguire, il passo a cui possiamo andare, e per quell’Amore vero che nutre per noi e quella dignità in cui ci ha fatti nell’essere figli nel Suo Figlio, non rallenta, ma ci invita con maggior calore a starGli dietro.

Poiché sa che con l’uomo, per via di quella sua natura ferita dal peccato originale, il gioco al ribasso è sempre perdente, perciò, il più delle volte, ci stringe forte la mano e sopporta che anche noi ci facciamo trascinare.

Però mai smette di richiamarci a tenere il passo e così quando rimaniamo sordi ai Suoi appelli e rischiamo di restare indietro, Lui, attraverso gli eventi della vita, ci strattona un po’, perché ci si risvegli dal nostro tropore e ci si dia una mossa, finalmente.

Certo la nostra sicurezza è che mai Lui ci lascerà la mano, e se anche noi dovessimo sottrarGli la nostra e fermarci per capriccio, Egli non ci abbandonerà a noi stessi, ma tornerà indietro a riprenderci.

Perfino ci inseguirà se dovessimo ostinarci a cambiar cammino, e fino all’ultimo ci offrirà la Sua mano per toglierci da sentieri mortalmente pericolosi, se lo vogliamo.

Come d’altronde, se siamo ben disposti a tenere il Suo passo, Egli lo accelererà di un poco ogni volta, così che possiamo proseguire sempre più speditamente lungo la Via che ci conduce a Lui.

Per questo d’ora in poi, passeggiando con il mio bambino, esorterò me stesso a non fare per primo io la zavorra con Dio, ché se di tanto in tanto mi invita persino a correre, sia pronto io ad accogliere la fatica dello sforzo, nella consapevolezza che già durante il viaggio posso godere più appieno della Sua compagnia tenendoLo per mano ed alla fine del cammino addirittura, niente di meno mi attende che il Suo abbraccio. E per l’eternità.

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Cronache

Armi di distrazione di massa

Grasse risate.

Di ritorno dalla partecipazione al Consiglio Europeo (riunitosi da una parte per lisciare una minacciosa Gran Bretagna in procinto di referendare sulla sua permanenza nella UE, e dall’altra per valutare seriamente l’opzione di lasciare che l’enorme massa di “profughi” vomitata dalla Turchia addosso alla Grecia, se la tenga la Grecia, che lì stanno tanto bene) il Kapò non eletto del nostro paese ha sparato la polpetta: fiducia sulle unioni civili.

Evidentemente al cospetto della “Mutti” il nostro boy scout ha ricevuto un chiaro ultimatum: “quest’unione s’ha da fare”, anche a costo di una crisi di governo.

Che tanto poi il gotha bruxelliano vince in ogni caso: se passa la fiducia possono spuntare un’altra voce sulla lista programmatica della loggia europeista, se invece il pupo fiorentino sbraca, gli si tagliano i fili e lo si rimpiazza con uno che ha già dimostrato di essere più capace di fare gli interessi del paese (quello di lingua germanica).

Mettiamoci pure il cuore in pace che tanto al voto non ci andremo (forse più): lo hanno già allertato il sostituto di Fonzie, è una minestra che si sta riscaldando a bordo campo, pronto per venire giù dai Monti come un loacker (visto che trattasi dell’ennesimo “biscotto” di matrice teutonica).

Ed i media tutti acclamano contenti, peraltro, sperticandosi in raccolte di firme patinate e canzonacce da osteria televisiva. Proprio come oltreoceano, d’altronde, dove il mainstream dell’informazione fa cordata per blandire i burinotti yankee: Russia brutta, Putin male; America buona, Obama santosubito.

Li stanno formattando in vista del momento in cui arabi ed ottomani attraverseranno armati i confini del “paese che non c’é” (il kurdistan siriano n.d.r), in maniera che non appena quel cattivone dello zar opporrà la sua linea difensiva, i visi pallidi potranno finalmente gridare all’oltraggio e coattare tutti i loro servi NATOniani all’offensiva.

Così finalmente il no-bel dimissionario potrà dare definitivo compimento al suo slogan elettorale: WorldWideWar? Yes, we can!

E i borsaioli internazionali intanto che fanno? Loro che c’hanno la vista d’elfo e campano guardando due giorni nel futuro investono massicciamente nell’aurifero, il bene rifugio sempre buono per ogni (mala)stagione.

Brutto segno: meglio far scorta di kleenex, pregando che le prossime venture lacrime amare di noi povere masse distratte non diventino poi subito come quelle della Madonnina di Civitavecchia.

Lacrime di sangue.

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Paternità

Morti di sonno

Oggi all’asilo si fa solo mezza giornata, perciò vado a prendere mio figlio subito dopo il pranzo e me lo porto a casa.

La giornata, pur autunnale, è bella e la temperatura mi permette di andarlo a ritirare in bicicletta.

Durante il tragitto gli faccio le domande di rito (quelle commissionate dalla moglie): “Hai mangiato? Cos’hai mangiato? Hai fatto la pipì e/o la cacca?”, a cui il pargolo risponde in maniera riluttante e contraddittoria.

Quindi gli faccio le mie domande, quelle da papà: “Ti sei divertito all’asilo? Hai giocato? A cosa hai giocato?”, a cui risponde con maggior sollecitudine e dovizia di particolari.

Non troppi, per la verità, perché barcolla dal sonno, tanto che appena smetto di fargli il terzo grado si chiude in un silenzio sospetto e presto vedo che inizia persino a ciondolargli la testa: per fortuna che siamo arrivati.

Lo tiro giù dal seggiolino anteriore della bici che è ancora sveglio (ancora per poco); i due passi che facciamo nel box lo ridestano un po’ dal torpore e subito inizia a chiedermi, con voce impastata, se può giocare con gli omini del LEGO una volta a casa.

Io sorrido tra me e me vedendolo sbadigliare, per quella sua ostinata volontà di rimanere sveglio nonostante sia ciucco di sonno, e pur comprendendo il suo desiderio bambino di continuare a giocare, ad oltranza, so anche che ha bisogno di riposarsi, ed oggi in modo particolare, ché nel pomeriggio lo attende la sorpresa di una festa di compleanno organizzata ai gonfiabili, per i quali ha una vera passione, perciò glielo ripeto con perentorietà: appena arrivati a casa andrà subito a fare il sonnellino.

Al che lui si ribella stancamente ed inizia a frignare, ed anche una volta giunti continua a lamentarsi mormorando, mentre gli tolgo le scarpine, mentre gli faccio fare pipì, mentre gli cambio i vestiti, persino mentre lo metto nel suo lettino, dove girandosi si avvolge volentieri nella copertina, e mentre gli tiro giù la tapparella per fargli buia la stanza sento che è già partito: se la dorme della grossa per quanto era stanco.

Allora gli chiudo la porta della cameretta e sussulto al pensiero che d’un tratto mi balza in mente, perché pure l’uomo fa così come il mio bimbo: anche lui quando sente che giunge il momento di lasciare questo mondo, resiste al riposo eterno. Ancora affamato di quella vita così come lui la conosce, recalcitra davanti alla morte anziché abbandonarsi con fiducia alla volontà di quel Padre che nel Figlio ha tramutato persino la dipartita dei suoi figli in un atto di misericordia.

Poiché in Cristo, il morire dell’uomo non è che un breve sonno, al risveglio del quale lo attende una Festa.

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Libri

Grande come un bimbo

Estratto da “Nel nome del Padre”

Caro diario: che ridere.

Stamattina ho accompagnato il grande a scuola con appresso anche il piccolino, così dopo ho portato quest’ultimo con me a fare un po’ di spesa, approfittando di questa assolata giornata d’autunno per fargli fare anche un giretto.

Tornati a casa, poi, eravamo lì, nell’androne ad aspettare che arrivasse l’ascensore e mi è sembrato buffo vedere quel piccolo ometto in piedi di fianco a me attendere tranquillo e sereno che le ante di metallo di quel familiare portone si aprissero.

Poi però, contemplando la paffuta figurina incappottata del mio bimbo in attesa, mi sono colto a sbalordirmi della capacità d’abbandono di quei “piccoli” come lui che il Signore, mettendoli tra sé ed i suoi discepoli, ha additato ad esempio.

Perché mio figlio ritto davanti a quell’ascensore chiuso stava compiendo sotto i miei occhi un vero e proprio atto di fede: lui era lì pacifico perché aveva fiducia in me.

La mia presenza sola gli dava garanzia che qualsiasi circostanza lo attendesse non avrebbe turbato la sua pace poiché io sarei stato con lui.

È quella medesima fiducia che mi dimostra ogni volta che lo prendo e lo carico sul passeggino: lui è sereno e con un atto spontaneo d’abbandono lascia che io lo porti dove lui non sa, perché qualunque sia quel luogo sarà un bell’andarci se sarò io a condurlo.

Lui si fida di me perché conosce che io lo amo e mi si abbandona perché io compia la mia volontà di bene per lui, qualunque essa sia: ciò mi ammaestra su come tanto più abbia a dover fare io nei confronti di quel Padre mio che nel Suo Figlio Crocifisso m’ha dimostrato il Suo amore per me, garantendomi un destino di bene con la Sua risurrezione anche quando il mio orizzonte rimane avvolto nel mistero.

E rido allora, di felicità orgogliosa, davanti allo spettacolo di quel mio piccolino che all’apertura dell’ascensore finalmente giunto vi trotterella dentro allegro, descrivendomi quasi l’immagine di lui che mi fa da guida nel condurmi con l’esempio attraverso la Porta del Cielo, ed una volta oltre quella soglia si volta poi a guardarmi interlocutorio, come per domandarmi muto: “Che fai papà, non vieni?”.

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