Relazione

Pratica del Genere

Simboli di Genere

Ultimamente, cazzeggiando un po’ sui social, mi è capitato d’imbattermi in un post che illustrava i differenti modi con cui, nei vari ambiti del quotidiano, i maschietti e le femminucce fanno le medesime cose, simpaticamente rappresentati da diagrammi, grafici ed illustrazioni schematiche.

La raccolta era piuttosto divertente, oltreché veritiera, ma nella variopinta gamma di differenze, l’ultima mi ha particolarmente colpito, nonché fatto riflettere, poiché metteva a confronto il modo in cui si lava un uomo con quello in cui si lava una donna, attraverso due immagini che rappresentavano le rispettive sagome ed in mezzo tra le due una scala cromatica che andava dal bianco al rosso intenso (dove il bianco sta per un risciacquo veloce ed il rosso intenso per una pulizia accurata con vigoroso sfregamento).

Ebbene: le zone che il maschio si lava accuratamente sono i capelli, la barba, le ascelle ed il pube. Il resto del corpo diciamo che più o meno lo accarezza con le mani insaponate, mentre per le mani ed i piedi lascia che sia l’acqua della doccia stessa, che scorrendo, si porti via quello che c’è da togliere.

La femmina invece era raffigurata completamente di un rosso intenso, ossia le donne si lavano strofinando con forza TUTTO il corpo: dall’ultima doppiapunta all’interstizio tra pondolo e millino.

A parte il fatto che rimane una verità assoluta che l’acqua, scorrendo, si porta via quello che c’è da togliere (prima dell’avvento del sapone l’uomo si limitava a pucciarsi in uno stagno quel paio di volte l’anno e non è che puzzava più di oggi), quello che mi ha lasciato un po’ perplesso è questa leggenda urbana che vuole il maschio (molto) meno incline a lavarsi della femmina: maddài, nel duemilaediciassette siamo ancora qui a riproporre ‘sti stereotipi stantii?

Assì, dite?

E va bene: ammesso e non concesso che sia vero, occorre però chiarire un paio di cosette.

Prima di tutto è una questione di fiducia: il maschio è meno ansioso della femmina (il cervello della donna, infatti, ha l’area deputata alla creazione dell’ansia quattro volte più sviluppata di quella della sua controparte virile) e quindi egli, poiché meno incline a dover tenere tutto sotto controllo, è più portato a delegare, a fidarsi, ed in questo caso specifico, se non teme così tanto lo sporco, evidentemente è perché ha più fiducia nel proprio sistema immunitario.

Eppoi (ma non meno importante) c’è anche la questione ormonale: il maschio ha una gamma più ristretta di sbalzi ormonali, tendenzialmente gliene girano soltanto due (un po’ come le palle): il testosterone e l’adrenalina, mentre invece nell’organismo femminile gli ormoni fanno festa giorno e notte, danzando impazziti in un tripudio di gamme di umori, ed ogni flusso lascia una prepotente traccia di sé in termini di odori e secrezioni, da cui una maggior necessità di lavarsi.

La donna infatti c’ha gli estrogeni, il progesterone, la serotonina, la melatonina (che però, viste le stravaganti modalità del sonno femminile, evidentemente o è poca o funziona male), l’ormone dell’ansia, l’ormone del controllo, quello dell’isteria, quello dello shopping compulsivo, quello che le fa piangere per nulla, quello che le fa ridere come delle sceme (ma che se glielo fai notare s’incacchiano di brutto), l’ormone del vaniloquio, quello dello sproloquio e molte anche quello del soliloquio (come mia moglie, che fa la radiocronaca in diretta di tutto quello che ha fatto, sta facendo e sta per fare, alternandola alla descrizione minuziosa in tempo reale di ogni suo moto interiore: psichico, spirituale nonché fisico – tesoro ti amo tanto).

Si capisce bene che tutti ‘sti sbalzi ormonali lasciano delle scie dentro e fuori di lei, ogni ormone ha il suo odore precipuo e quando si alternano due ormoni opposti ecco che la femmina percepisce l’aroma dell’ormone precedente come molesto e quindi, in preda all’ormone attuale suo nemico naturale, corre a lavarne via i residui secreti.

Nell’uomo invece questo problema (come molti altri) non sussiste, poiché gli odori del testosterone vanno d’accordissimo con quelli dell’adrenalina, anzi la loro combinazione gli dona quel tipico aroma da maschio alpha che tanto piace alle donne (anche se non l’ammetteranno mai).

Il fatto è che, come per ogni altra singola e benedetta cosa, il maschio e la femmina hanno due modi differenti anche di concepire il proprio corpo: l’uomo intende la sua fisicità come una sorta di macchina, un motore che gli consente di compiere azioni, e come ogni ingranaggio ben funzionante è normale che questo sia un po’ unto e pungentemente odoroso, inoltre, come per ogni buon meccanismo, finché esso funziona, tendenzialmente è meglio non metterci mano, che se lo pulisci troppo, poi s’incricca.

La donna invece, ha iscritta nell’intimo la consapevolezza che il suo corpo è un tempio pulsante di vita, profondamente organico, in continua, ciclica, mutazione, poiché tutto centrato ad essere dono per l’altro: dono per l’uomo, perché nella cura della sua bellezza sia capace di attirarne lo sguardo e nel profumo della sua purezza sia per lui abbraccio accogliente atto ad ospitarne la virilità feconda, ma soprattutto dono per la vita nascente, perché nella salute dell’intima igiene del suo ventre possa trovare ospitalità e sicurezza ogni nuova generazione.

Ché tale è la ricchezza di quella differenza binaria tra l’uomo e la donna.

Ma tutt’altro che contrapposti, i due sessi sono invero fatti per la complementarietà: dotati di una stessa natura, hanno però una costituzione biologica orientata al peculiare ruolo che ciascuno di essi ha all’interno dell’ordine specifico, così come ben rappresentato dai quei due simboli che in zoologia identificano i sessi (avete presente no? Quei due disegnini raffigurati nell’immagine qua sopra).

Un’origine condivisa descritta da quel circolo che li accomuna, ma caratteristiche biologiche differenti rappresentate da quei due segni di forma diversa: una freccia per il maschio ed una croce per la femmina.

Una freccia per indicare quella capacità tutta maschile di puntare dritto all’obiettivo, sia nel perseguimento di una meta che nella ricerca della soluzione ad un problema (provate a pensare al modo in cui gli uomini fanno acquisti).

Una freccia ben ancorata al suo tondo, simbolo del mondo e della famiglia umana, ma che pure tende in alto, evidenza di quel destino assegnatogli per natura: condurre al Cielo.

Per la donna, invece, una croce: ad indicare quella sua natura che la voca al dono di sé per l’altro, sia nella generazione che nel servizio ai suoi cari, ma una croce che è posta sotto quel tondo che rappresenta il mondo, segno che con il suo farsi dono la donna è in realtà proprio colei che ne regge le sorti, ché senza di lei il consorzio umano non ha orizzonte né futuro.

E tuttavia, infine, è proprio accostando questi due simboli l’uno accanto all’altro che emerge quella verità profonda che intreccia i destini di entrambi i sessi in quel moto perpetuo d’amore che dona senso al vivere e che smuove il mondo: quell’evidenza manifesta dell’eterna dinamica tra i generi.

Ossia di come la freccia dei maschietti sia sempre tesa ed orientata al cerchietto delle femminucce…

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Storie

I figli di Empedocle

Tra le diverse specie di creature che abitano il Creato ve ne sono alcune che sono legate indissolubilmente alla materia da cui traggono vita e nutrimento e di cui l’uomo moderno ha imparato a dimenticarne l’esistenza.

Questi esseri sono conosciuti, da coloro che ancora riescono a vedere al di là dell’apparenza delle cose, con il nome di elementali.

Si tratta di forme di vita intelligenti che vivono in armonia con l’elemento da cui hanno origine e che un tempo venivano chiamati gli spiriti del fuoco, della terra, dell’aria e dell’acqua.

Questa storia narra la curiosa vicenda sentimentale di una giovane ondina: diafano spirito, delicato e gentile, che popola i ruscelli boschivi ed i piccoli specchi d’acqua dolce.

Queste creature sono molto timide ed in genere si negano agli occhi dell’uomo, ma qualche volta capita che un paziente osservatore riesca a scorgere gli agili corpi nascondersi tra le increspature dei rivi o degli stagni, e ad un orecchio attento potrebbe capitare di sentirne i sommessi risolini quando la loro pelle argentea viene solleticata dai raggi del sole.

Le ondine sono composte dello stesso liquido di cui sono formati gli ambienti dove vivono ed in questi ultimi svolgono premurose tutte le mansioni necessarie alla cura del luogo ed alla perfetta armonia dei suoi abitanti con esso.

Tra le altre cose, sono le ondine che guidano i salmoni nella loro scalata al luogo natìo e sono ancora loro che ispirano il canto d’amore delle rane durante le tiepide notti primaverili.

Ora, la nostra ondina, viveva in un torrentello sommerso dal verde della foresta ed aveva la sua casa tra i sassi del fondo.

La parte di fiume a cui doveva manutendere scorreva in una radura erbosa e dava nutrimento alle radici di una vecchia latifoglia che viveva proprio al centro della rotonda silvestre.

L’ondina si prendeva gelosamente cura del suo habitat: aiutava l’acqua a levigare le pietre sul fondale per rendere più comodo il letto del fiume, faceva schiumare le rive per ossigenare l’acqua che i pesci respiravano e contribuiva, insomma, a custodire l’equilibrio del suo piccolo ecosistema.

Ma in una notte di pioggia quest’armonia fu turbata.

I temporali non erano cosa rara nella foresta, ma quello che si scatenò quella notte non fu più dimenticato: i tuoni sconquassavano il cielo ed i lampi illuminavano a giorno l’intero bosco.

L’ondina rasentava la superficie del suo ruscello per attutire l’impatto della pioggia sul tetto della casa dei suoi pesci; era una premura che si prendeva sempre durante i temporali ed era tanto impegnata nel suo compito che trasalì terrorizzata quando udì il boato prodotto da quel fulmine nel momento in cui colpì il vecchio acero al centro della radura.

Fu allora che l’ondina si innamorò.

Tra le fiamme che divoravano il grosso albero vide un lapillo, elementale del fuoco, e quando anche lui la vide fu l’amore: i loro sguardi s’incrociarono e da quell’istante i loro cuori furono l’uno dell’altro, per sempre.

Ma il destino a volte è crudele: un elementale del fuoco non può pensare di condividere il proprio futuro con un elementale dell’acqua, è come se un pesce s’innamorasse di un uccello o come se il giorno prendesse in sposa la notte.

Così il lapillo e l’ondina si sussurrarono addio, l’uno si spense nelle proprie ceneri e l’altra tornò al suo ruscello.

Il temporale passò. Là dove era bruciato il grande acero spuntò un nuovo fiore, le stagioni passarono ed il piccolo torrente continuò a scorrere tranquillo.

L’ondina però non dimenticava il suo sentimento, conservava il ricordo di quella notte nel suo cuore e viveva nella sconsolata solitudine del suo sogno irrealizzabile.

Al principio le sue compagne avevano cercato di dissuaderla dallo sperare in quell’amore, poi, visto che non ottenevano nessun cambiamento, la consolarono, ma fu inutile; allora iniziarono ad avere pena per lei e per la sua triste storia ed infine la lasciarono sola.

L’ondina ben sapeva che un fulmine non cade mai due volte nello stesso punto, tuttavia non riusciva a smettere di sperare, in ogni notte di pioggia, che l’oggetto dei suoi pensieri potesse tornare da lei, anche solo per un ultimo, fugace momento d’amore.

A volte, se lo si desidera veramente, dal profondo del cuore e con tutte le forze, i sogni possono avverarsi.

E forse fu proprio la tenacia di quel sentimento che compì l’impossibile: il lapillo tornò.

Accompagnato dal lampo ridiscese nella radura dove l’ondina, immancabile, lo attendeva da sempre.

Solerte bruciò fino alla riva del ruscello e tese la mano all’ondina; questa spumò oltre il confine del suo regno per reincontrare finalmente gli occhi del suo amante e nell’abbraccio di un istante le loro anime si fusero, consumando i loro corpi eterei in una nuvola di vapore.

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