Vita

Te Deum

Alla fine poi è passato ‘sto (letteralmente) fatidico duemiladiciassette e, come dice la nonna di Hip nel cartone dei Croods, siamo “ancora vivi!”.

Già, perché dalle previsioni pareva che quest’anno dovesse succedere chissà che cosa e invece poi, a ben guardare, in effetti ne sono successe solo “di ogni” (che, come al solito, la realtà si rivela avere sempre più immaginazione della fantasia).

E ne sono accadute veramente “di ogni” soprattutto sul piano spirituale, che, com’è noto, anticipa ed è prodromo per la elevazione o, in questo caso, la degenerazione sul piano materiale.

È proprio a questo proposito che al crepuscolo di quest’anno (letteralmente) fatidico, intendo innalzare la mia indegna lode a Dio:

Nonostante i venti di una guerra imminente, innanzitutto, che spirano sempre più inevitabili qui in occidente, perché mi hanno dato occasione quest’anno di riconsiderare più profondamente il valore della pace vera, quella che viene solo dal Sacratissimo Cuore di Cristo, l’unica in grado di allietarti nella tribolazione, quella che lo Spirito Santo insuffla nella tua vita se per primo cerchi tu la pace nelle tue relazioni quotidiane, quelle della vita spicciola, con la tua consorte e la tua prole prima di tutto, che già quando riesci a preservare la pace nella tua famiglia sei ricco di una ricchezza che nessun conio può acquistare.

Nonostante l’estenuante, martellante e sacrilega esaltazione dell’eresiarca sassóne a discapito di una degna celebrazione della Madre Celeste nel centenario delle sue apparizioni a Fatima (il cui Santuario è stato ulteriormente sfregiato dall’ennesima profanazione proprio in occasione del Natale di Gesù con l’allestimento di un presepe lesbo), perché mi ha riacceso in cuore una rinnovata venerazione per la Madonna, non solo nell’affezionata veste di Madre amorosa ed angosciata per la sorte dei suoi figli, ma in particolare per il suo essere icona verace e perfetta di Donna, a cui oblare ancor più il proprio cuore in imperitura sudditanza d’amore.

Nonostante il carnaio dilagante e perverso che lorda capillarmente questo vecchio mondo dai valori ormai rovesciati, nel quale non c’è più freno morale al compimento della più bieca bestialità e dove si persegue con accanimento l’innocenza e la virtù, perché mi ha infiammato di devozione verso la santità castissima di San Giuseppe, mirabile ed eccellentissimo modello di sposo e padre, ma ancor più incarnazione di vero maschio nel preservare contro ogni immondizia il proprio essere uomo fatto a immagine divina, preferendo il silenzio alla mormorazione, la pazienza alla ribellione, il nascondimento alla vanagloria, il pudore all’impurità.

Ti lodo e Ti rendo grazie mio Signore, perché anche nel miserevole spettacolo della Tua Sposa che si prostituisce al secolo disprezzando la Verità di sempre per la fregola di false ideologie già ripassate al mondo, mi concedi una preziosa opportunità di comunione con Te in questa rinnovata Passione che Tu stesso Capo rivivi in quel Tuo Corpo mistico che è la Tua Chiesa, e così, come un figlio che si vede tradito ed abbandonato, mi fai partecipe del Tuo amore sofferente per questa Madre a cui prude “riformarsi”, ossia di darsi qualsiasi altra forma purché non sia la Tua.

Ma più si rinnega il Mistero ineffabile della Transustanziazione, più mi risulta evidente quanto necessario sia per la mia vita il nutrimento Eucaristico.

Più viene nascosta la grave realtà del peccato sotto la coperta di una falsa misericordia e più mi è indispensabile sperimentare il Tuo perdono nella frequenza al Sacramento della Penitenza.

Più viene “reinterpretato” il Tuo bimillenario Magistero per piegarlo alla condiscendenza col mondo e più mi morde la fame per ogni Parola che esce dalla Tua bocca, e così mi è prezioso più che mai abbeverarmi al tuo Vangelo, e scopro la bellezza della preghiera nella lingua della Chiesa di sempre, e mi ritrovo a recitare il Credo sull’attenti e con la mano sul cuore, perché istintivamente ora lo riconosco come l’Inno di quella Patria Celeste a cui realmente appartengo mentre sempre più chiaramente mi rendo conto di quanto il tempo (e questo tempo in particolare) sia luogo d’esilio rispetto all’eternità.

Ecco per cosa in particolare voglio rendere lode a Dio in quest’anno morente dimostratosi (letteralmente) fatidico: poiché tutto l’inaudito occorso in questi lunghi, spossanti mesi ha esacerbato una crisi globale dalle tinte davvero apocalittiche, che ha già visto nella demoralizzazione materiale il riflesso di una originale decadenza spirituale, in maniera quasi sistematica (che se in Vaticano si mina la vita, il matrimonio e la famiglia, di conseguenza poi si legifera a Roma, e secondo quella dinamica mistica “urbi et orbi”, ciò che viene decretato nella capitale del Regno spirituale ha poi valenza d’imprimatur per tutto il mondo materiale, con una  conseguente minore o maggiore libertà data a chi di quello ne è il principe), ma il tempo di crisi, se colto in prospettiva profetica – con gli occhi cioè di Colui che regge le sorti della storia – è anche un tempo di opportunità.

L’opportunità di ritornare all’essenziale, abbandonati da una gerarchia che ha smarrito la Via, siamo chiamati ad uscire da una religiosità formale per ritornare ad una fede vissuta: veramente incarnata nella vita di ogni giorno.

Già lo scrissi: in un tempo dominato da una vera e propria emorragia apostasica del clero, in cui la “ekklēsía” si liquefa, la comunità va riassunta nella chiesa domestica, preservata innanzitutto nella relazione sponsale, responsabilità che voca i laici, in questo contesto contemporaneo in cui realmente le porte degli inferi premono su ogni aspetto della quotidianità, ad un impegno totalizzante, ma che vale ogni pena, poiché veicolo privilegiato della relazione con Cristo e strumento per la nostra salvezza personale.

Perciò Ti lodo Signore, e ti prego: aumenta la mia poca fede e conserva in essa me e la mia famiglia nella perseveranza fino alla fine, perché sai com’è, mi preme un po’ la salvezza, e  l’anno che viene porta già con sé la nefasta eredità di quelli appena trascorsi, lasciando intuire per i mesi all’orizzonte un ampio margine di peggioramento.

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Cronache

Sisma (con la “c”)

No, non sono scappato, è solo che sono stato impegnato in un giro di conferenze stampa fatte tra me e me, mentre in questi giorni me ne stavo al balcone ad osservare quegli eventi epocali, accadimenti che sono vere e proprie svolte storiche, a cui l’anziana generazione a cui appartengo ha la dolente opportunità di assistere.

Ma adesso sono ancora qui (scroscio di applausi in sottofondo) a fare nuovamente il profeta di sventura, giusto per il gusto di espormi ancor più al pubblico ludibrio.

Il fatto è che arieggia ormai palpabile un plumbeo sentore (giuro: non sono stato io) e per chi non si tappa gli occhi e tura le orecchie, ma esercita un minimo di discernimento (e se riesce a farlo il sottoscritto è davvero alla portata di chiunque), risultano ormai evidenti tutti i segni della catastrofe imminente.

Sono infatti davvero in molti oggi a pensare che all’interno della Chiesa sia in atto un vero e proprio scisma, e che tale situazione abbia reali possibilità di divenire formale e conclamata.

Alcuni si limitano a paventare silenziosamente tale possibilità, taluni ne parlano come un’inevitabile eventualità, altri paiono persino auspicare che ciò accada, ed accada al più presto, quasi potesse essere l’ultima medicina da somministrare in extrema ratio ad un paziente in fase ormai terminale.

In un numero sempre più allargato di ambienti se ne discorre con disinvoltura, come se non si comprendesse la portata di drastica gravità di una separazione scismatica all’interno della Chiesa: si tratta invero di una lacerazione dolorosissima del Corpo Mistico di Cristo, una vera e propria riproposizione della Sua Passione a livello ecclesiale, al cui solo pensiero dovrebbero tremare le vene nei polsi.

Anche perché, se è vero (come è vero) che, come afferma perentoriamente il Catechismo della Chiesa Cattolica all’articolo 7, la storia della Chiesa negli ultimi tempi è destinata a seguire le orme del suo Signore nel rivivere la Sua Pasqua prima del Suo Ritorno, ecco che in uno scisma di tale portata essa realmente sperimenterebbe quella medesima lacerazione delle carni patita dal Cristo durante la Sua atroce flagellazione, quella medesima dolorosissima mortificazione subìta con la Sua incoronazione di spine, quel medesimo estenuante Calvario che vide Gesù finire inchiodato sul legno della Croce.

Allo stato attuale delle cose pare proprio che si debba constatare come ultimamente l’umanità abbia speso il proprio libero arbitrio a conforto di quel piano che il demonio fu costretto a rivelare nell’ormai noto esorcismo praticato quell’11 febbraio del 2013, quando suo malgrado dovette confessare: “La Chiesa Cattolica è sotto attacco! Le potenze delle tenebre sono scatenate contro la Sposa di quello che abbiamo appeso alla Croce. È l’ultimo assalto che stiamo portando alla sua Chiesa. Le dimissioni del Pontefice, prese in piena libertà e coscienza, aprono la strada al nostro ultimo attacco frontale. Quello lassù sta per ritornare sulla terra, non so né il dove né il quando, ma sento che quel giorno è molto, molto, molto vicino. Le mie stesse forze vanno sempre più affievolendosi, pertanto devo concentrarmi e ricuperare tutte le energie per convogliare i miei miliardi di demòni contro la Sede Apostolica. Non basta la corruzione, non basta l’avidità di denaro, non basta suscitare gli scandali, bisogna condurre una battaglia che abbia come esito finale la distruzione della cosiddetta Chiesa di Roma.”

“Dobbiamo arrivare ad occupare il trono del Vicario di quello inchiodato alla Croce. Con le buone o con le cattive. Costi quel che costi.”


“Posso dirti, brutto pretaccio, che provocheremo un attacco terribile contro la Chiesa romana, faremo tremare le sue mura, ma non scalfiremo la sua stabilità. Abbiamo fatto nascere la crisi economica per impoverire la popolazione mondiale, scoraggiare chi prega e infondere il veleno dell’allontanamento da Lui. Non lasciamo nulla di intentato pur di separare la creatura dal suo Creatore. Tutto ciò che può rovinarvi eternamente lo attuiamo. Ma ora ci stiamo concentrando sulla Chiesa e, sino a quando il nostro lavoro distruttore non sarà compiuto, non le daremo pace. Ho chiesto degli anni a Quello lassù. Ora è il nostro tempo, quindi siamo scatenati, ben sapendo che il periodo concesso sta per terminare. Sento il tuono dell’Onnipotente che mi ricorda il mio nulla e l’obbedienza che, anche contro la mia volontà, gli devo. Quel papa della Rerum Novarum vide, mentre celebrava la Messa, i demòni fuoriuscire dalle viscere della terra e diffondersi dappertutto. Così scrisse quell’odiosa preghiera al Principe delle Milizie celesti, che noi, però, abbiamo fatto abolire al termine della celebrazione. Oggi la terra è completamente invasa dai miei angeli decaduti e, se riusciste a vedere con gli occhi dello spirito, vi accorgereste che è tutto buio. Totalmente buio. Se vedeste i mostri infernali aggirarsi per il mondo, morireste di paura per la forma orribile che hanno. Eppure non ci credete.”


“Devo provocare guerre, devastazioni, catastrofi, portandovi all’esasperazione e alla bestemmia. La crisi devo aggravarla, ridurre in miseria sempre più persone, conducendole alla disperazione di non potersi liberare. Poi devo trasformare radicalmente la vostra cosiddetta società civile in una grossa rolla per porci. Vi ci faccio sguazzare dentro, per poi perdervi all’Inferno. I miei servi sono già all’opera, molti devono fare il lavoro sporco che io ho comandato loro di fare, sino alla fine. La terra deve essere un enorme cimitero, dove i pochi sopravvissuti saranno costretti ad adorarmi e servirmi come un dio. È questo il mio fine: essere dio al posto di Lui. Molti mi celebrano il culto, altri mi invocano, altri ancora mi adorano. Ma non sanno che sono già dannati. Per una manciata di euro e qualche piacere si concedono a me, finendo per consegnarsi ai miei artigli. Vedrete cosa farò alla vostra Chiesa, che scisma provocherò, peggiore di quelli passati. Vedremo quanti sono dalla Sua parte e quanti dalla mia. Il tempo sta per finire e io sono tutto preso dall’aumentare il numero di coloro che passano dalla nostra parte. Tutti devono riconoscermi come unico signore, anche se sono un nulla.”

Epperò, come ogni volta, il senso recondito (oltreché etimologico) della crisi è quello di un’occasione di conversione.

“Krisis” come opportunità dunque: persino quella dei movimenti ecclesiali, i quali hanno il pregio di approfondire carismaticamente aspetti della fede, ma comportano il rischio di addormentare le coscienze di coloro che, per quella natura umana ferita dal peccato originale che la porta ad accomodarsi nella scontatezza, finiscono per succhiare il latte delle linee direttive senza farsi più interloquire dalla presenza dell’incontro con Gesù, il quale vuole sempre e prima di tutto una relazione personale con ciascuno che sia veramente tale, coltivata quotidianamente in ogni frangente della propria vita, anche, e soprattutto, quelli apparentemente più banali, e non si accontenta di un rapporto formale, anche di qualità intellettuale, ma assunto come “pappa pronta” dall’alto, senza un trasporto che sia realmente individuale.

Giacché la domanda ad ogni credente è sempre quella medesima che, rivolta ai primi due discepoli mandati dal Battista ad accodarsi al Suo seguito, li interloquì a mettersi personalmente in gioco, entrando in relazione immediata con Lui: “Che cercate?… Venite e vedete” (cfr. Giovanni 1,38-39).

Così la crisi del clero serve a riportarci all’essenziale, a lasciare i fronzoli di una religiosità formale, di una fede preconfezionata, e ritornare alle basi: la vita di comunità, in un tempo in cui la “ekklēsía” si sfalda, va riassunta nella chiesa domestica innanzitutto, e più profondamente nella relazione sponsale, prima ed unica vera vocazione a cui abbiamo risposto e che ci convoca ad una responsabilità che occupa ogni aspetto della nostra vita, la quale in questi tempi più che mai ci richiama ad un impegno totalizzante, ma che vale ogni pena, poiché veicolo privilegiato della relazione con Cristo e strumento per la nostra salvezza personale.

Ed in questo tempo di confusione diffusa una cosa è certa: non c’è più spazio per la tiepidezza.

Non è più possibile titubare senza schierarsi, poiché le contingenze sono stringenti e nell’esasperazione delle circostanze ciascuno è costretto a prendere, volente o nolente, una posizione.

Si tratta, a ben guardare, del modo in cui il Padre Eterno giudica i suoi figli, quello che ponendo davanti al Figlio crocifisso convoca a svelare i pensieri del cuore, e così si palesa chi, come i due ladroni, anche affranto da una situazione insostenibile, si irrigidisce nell’incredulità, e chi invece si abbandona alla speranza e morendo in Cristo diviene con Lui germe di vita nuova.

Perché le realtà escatologiche si estrinsecano nel quotidiano: nella scelta, istante per istante, tra il bene ed il male, anche, e soprattutto, nelle piccole vicende del quotidiano, laddove, decisione dopo decisione, si forma per l’anima quell’habitus di tomistica memoria, che struttura il cammino dell’uomo in questa vita verso quel destino che lo attenderà poi, consequenzialmente, nell’altra.

È il Giudizio di Dio che si attua nella separazione spontanea della gramigna dal buon grano, il quale viene ghettizzato e per contrasto emerge, anche in liste di proscrizione, che pur compilate con malevola intenzione tornano invece utili a coloro che sono oggetto di discriminazione per potersi individuare al fine di creare una rete: quel “resto” chiamato ad essere germe sotto le ceneri di una civiltà in fiamme per la ricostruzione post-apocalittica, identificandosi, nella confusione che accompagna ogni volta il crollo di un impero, nell’attaccamento all’essenziale, che in questi tempi ultimi rimangono i Sacramenti e la preghiera.

Ma nonostante al prossimo orizzonte si addensi una caligine oscura, così come in quell’Ora delle Tenebre che vide il Cristo patente sul legno, Dio non ci ha affatto abbandonato, anzi (e come sempre nella storia della Redenzione), quando i Suoi figli si ostinano nell’allontanarsi da Lui, Egli manda loro come ultima risorsa la Madre, la quale, dobbiamo ammetterlo, in quest’era è realmente scatenata nei suoi appelli alla conversione (e di questo magari ne riparleremo in maniera più specifica prossimamente).

Tant’è che persino il demonio stesso, in conclusione di quel famoso esorcismo di quattro anni or sono, ha dovuto ammetterlo: “Quella lassù è triste perché vede ogni giorno molti suoi figli precipitare all’Inferno, nonostante le sue continue apparizioni, a cui non crede quasi nessuno.
 Le sue lacrime, versate per lo stato pietoso in cui molte anime vivono, stanno per terminare e lasceranno spazio ai castighi del Cielo”.

To be continued…

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Vita

Il giogo leggero

Settimana faticosa. Di un mesetto impegnativo. Di un periodo piuttosto stressante.

Càpita che la vita talvolta ti stringa d’assedio e se anche non ti succede nulla di straordinario, le circostanze quotidiane, chissà come mai, si rivelino più faticose di quello che dovrebbero, gli impegni paiano più gravosi di quanto in realtà siano e persino gli affetti famigliari ti assorbano maggiore energia di quanto normalmente facciano.

E così arrivi a sera con le forze al lumicino, e basta poco per farti innervosire: non vedi l’ora di andartene a dormire, già sapendo che comunque il risveglio l’indomani ti parrà un atto eroico ed affrontare una nuova giornata di impegni affatto fuori dal comune ti sembrerà invero una fatica atlantica.

Sono momenti in cui ti guardi attorno ed il confronto con le vite altrui ti viene spontaneo, poiché anche se le altre famiglie hanno più figli dei tuoi, lavori più pesanti ed impegni più gravosi a te sembra che non facciano nessuno sforzo, godano di una salute migliore, abbiano più energia e serenità di quanta tu riesca ad auspicartene.

Ti aggrappi allora a quell’unica àncora che hai riconosciuto nella tua vita come vera salvezza, fidandoti di quella Sua parola che assicura: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi ed oppressi, ed io vi darò ristoro” (Matteo 11,28), ma talvolta anche questa pare smentita dal confronto con l’altrui apparente facilità di vivere e ti ritrovi dunque nei panni di quell’apostolo che, pur stabilito dal Maestro in somma dignità, anziché godere della Sua vicinanza si volta indietro e, scrutando il discepolo amato che li segue, cede alla tentazione del confronto e chiede delle sue sorti (Cfr. Giovanni 21,20-21).

E un po’ ti vergogni.

Poi però succede che in quelle pressanti contingenze càpiti un evento particolare: una processione del Corpus Domini solenne, presieduta nientemeno che dall’Arcivescovo, e che si svolgerà proprio nel tuo quartiere.

La tentazione è quella di accampare scuse, pur legittime, e starsene a casa: perché solo il pensiero di dover tenere i pargoli al guinzaglio in una situazione liturgica affollata ti fa venir meno, ma poi senti la coscienza rimorderti e ti fai forza, anche se controvoglia.

Così, in una settimana in cui, per la stanchezza di ogni giornata colma d’impegni, mia moglie ed io abbiamo dovuto a malincuore declinare ogni iniziativa serale, quella processione, pur stanchi morti, non l’abbiamo disertata. Ma solo perché ci sarebbe stato Lui, perché una cosa ci è ben chiara: se a chiunque altro puoi dare buca, a Lui no, non ti conviene, ed il perché l’ha detto Lui stesso: perché senza di Lui, noialtri, non si può far nulla, non poco o quasi niente, ma proprio nulla (Cfr. Giovanni 15,5).

E allora quella sera c’eravamo tutti noi “Giova”, pargoli compresi: tutti in attesa di vedere passare Lui, per lanciarGli un saluto veloce, sicuri che Lui non avrebbe mancato di rivolgere il Suo sguardo anche su di noi e benedirci.

Ed effettivamente si è trattato proprio solo di un attimo, un passaggio veloce e subito ad inizio di serata, giacché la tentazione avrebbe potuto essere quella di dirsi che il più era stato fatto, il cartellino della presenza obliterato, e si sarebbe potuti tornare a casina, tanto più che con i bimbi avremmo potuto sentirci giustificati.

E invece no.

Ci siamo accodati, mano a mano sempre più persi tra la folla, sempre più lontani da Lui, ma mai distanti. Sempre più stanchi, questo sì, e distratti, soprattutto dai bimbi, che per un vero mistero, meno energie ti rimangono e più sembra che loro ne conservino.

E così camminare, cercando almeno di non perdersi tra di noi, ma senza neppure più tentare di seguire i canti o tantomeno le letture, solo camminare, un passo dietro l’altro, insieme ad una moltitudine di volti noti e meno noti, taluni veri e propri sconosciuti.

Camminare senza troppo ordine, ma mai senza una meta, che non è però un punto d’arrivo, bensì una Persona da seguire, una Presenza Viva e Vera, e che proprio perché Viva e Vera è insieme anche Via.

Poiché se sai che il sentiero è quello Buono, quello Giusto, non t’importa più di sapere dove esso ti condurrà, perché in qualsiasi luogo infine giungerai, sai che posto migliore non può esserci.

E allora capisci, mentre torni a casa stanco, ma di una fatica buona, non grave, che quella pace che ti ritrovi nel cuore è dono per aver, ancora una volta, soltanto obbedito al Suo comando: “Che t’importa? Tu seguimi” (Cfr. Giovanni 21,22).

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Vita

La vendetta cristiana

Anche ad un urside antisociale come me talvolta capita di ritrovarsi in circostanze di vita che lo coinvolgono nella frequenza di certo parentado (soprattutto durante le feste comandate), oppure di colleghi di lavoro con cui in alcuni periodi devi collaborare strettamente, o infine amici con i quali hai pure condiviso vita ed esperienze (anche belle, eh), ma dai quali inevitabilmente riscontri, una volta di più, di essere diviso per via della tua fede, essendo essi non credenti, o peggio, determinatamente avversi al tuo credo.

Persone come il te di prima che ti convertissi, tipo, che spesso stuzzicava poveri cristiani, cercando la diatriba proprio, e traendo perversa soddisfazione nell’infastidirli con banalità preconcette e ritrite.

Ecco: anche ad un orchesco antrofobo come il sottoscritto, che pur vanta un enciclopedico repertorio di stratagemmi per evitare il contatto sociale con, diciamo, “chiunque altro”, ineluttabilmente succede, nella frequentazione di persone comunque a lui care, di assaggiare quella parola del Signore per cui Egli ammonisce: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada” (Matteo 10,34).

E sente fitte al cuore e gli si accartocciano le viscere dal malessere ogni volta che sperimenta l’ostile ed accanita incredulità di costoro.

Però subito si consola, perché lo potranno biasimare, criticare, denigrare, oltraggiare, financo a perseguitarlo per la sua fede, ma egli esulta dentro di sé, poiché per quanta libertà potranno togliergli, in nessun modo, nemmeno con la morte, potranno impedirgli di pregare.

E di pregar per loro.

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Libri

Il destino dell’anima

Postfazione da: “Non più due”

Solitaria nella radura si ergeva la grossa quercia: le sue radici erano saldamente aggrappate alla terra e per anni l’avevano sostenuta e difesa contro l’accanirsi del tempo e delle stagioni.

Così era cresciuta forte e grande.

E sola.

La roccaforte dei suoi rami offriva un riparo a tanti uccellini ed il robusto tronco ospitava scoiattoli e conigli, ma nel suo cuore albergava il deserto.

Anni passati a duellare col vento, il quale attentava alla robustezza dei suoi rami e strappava le sue foglie.

Il vento: sempre forte, abbondante, minaccioso; l’insultava con le sue sferzate, la schiaffeggiava con i suoi mulinelli, ma lei, affondata nella solida terra, resisteva alla sua furia.

Quella mattina però, il vento venne a trovarla con un alito profumato di fiori e caldo di sole; non era il solito maestrale aggressivo e sprezzante, ma uno zefiro gentile e premuroso: arruffava con tenerezza le sue foglie, la baciava sulle guance della sua corteccia ruvida e le sussurrava parole dolci.

Fu in quel giorno che la grossa quercia capì di aver sempre frainteso le visite del vento ed accogliendolo anziché opporvisi finì per innamorarsene.

Così, da quel momento, il vento e la quercia si scambiarono gesti d’amore, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione.

Ma una mattina, all’improvviso com’era venuto, il vento non tornò più.

La quercia lo attese e lo attese ancora, ma invano, e allora pianse e si disperò per quel sogno spezzato e supplicò il Cielo di riportarle il suo amante per un’ultima volta, per un’ultima mattina d’idillio.

Passò un tempo molto lungo, ma quando ormai la quercia non sperava più di essere esaudita ecco che il vento ritornò per quello che le apparve un ultimo straziante addio.

Allora, piangendo lacrime di gioia, decise di abbandonare la sua terra e seguire il suo amore: lasciò che le sue forti radici si staccassero dal suolo e si alzò in volo insieme a colui che amava.

Fu così che la quercia morì al suolo: per vivere in eterno nell’abbraccio del vento.

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Cronache

The walking dead

“Ci sono più morti che camminano nelle città dell’Occidente che sui marciapiedi di Calcutta”

(Madre Teresa di Calcutta)

Confesso una certa inclinazione per il genere horror sugli zombie.

Forse perché in filigrana mi sembra quasi di scrutare una metafora della società contemporanea: proprio come nella celebre serie televisiva citata nel titolo, anche il mondo odierno è conteso tra viventi e non-morti.

I primi sono in una minoranza oramai sempre più esigua, composta dai sopravvissuti alle epidemie del secolo: sono coloro che vivono ancora una relazione personale con il Dio della vita, coloro i quali, assumendo il Cristo Vivo, ancora resistono all’imperante cultura della morte, cercando di salvare il salvabile.

Poi ci sono gli zombie, che sono una maggioranza soverchiante: la massa di coloro i quali vivono secondo gli standard antiumani del mondo (quella mentalità abortiva, contraccettiva, eutanasica, bellicosa e sterilmente pansessualistica tanto propria di una civiltà moribonda), e che si omologano al culto del brutto declinato in ogni forma possibile di perversione, riducendosi a vivere senza vivere, lasciandosi muovere giusto dall’istinto, come gli animali, senza il senso di un’origine né di un destino.

Proprio come non-morti mangia-cervelli imperano attentando l’esistenza dei viventi ancora rimasti, i quali si ritrovano sempre più pressantemente assediati, sempre più diminuiti nel numero, sempre più spesso testimoni delle defezioni di chi si lascia mordere mortalmente dal secolo, e come tralcio staccatosi dalla Vite rinsecchisce e diventa buono solo per essere gettato nel fuoco.

Rimane però una differenza con l’epilogo da “olocausto dei morti-viventi”: grazie a Dio (letteralmente) c’é ancora una cura per guarire dalla zombificazione, e come nel film “Warm bodies”, l’antidoto è l’Amore, quello con la maiuscola però.

Quello che ancora oggi, in questo mondo di cadaveri ambulanti, si ostina a farsi carne e sangue, a dare la vita affinché i morti possano risuscitare.

Ed io lo so per certo: perché ero uno di loro.

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Vita

LEGO: metafora della vita

Cita la regola aurea del facitore di LEGO:

«Se non trovi un pezzo, non è lui che non c’è, ma sei tu che non lo vedi».

Occorre quindi cercare con più attenzione, fiduciosi che i mattoncini ci sono: anche se nascosti, pure se apparentemente introvabili.

Perché sempre, e solo al termine del gioco, quando potrai contemplare ammirato la bellezza della costruzione finalmente completata, ti renderai conto di come, nonostante tutti i tuoi dubbi, davvero di pezzi non ne sarà mancato nemmeno uno.

Ecco: in ogni circostanza della vita, con i segni della presenza di Dio è uguale.

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