Libri

Padri migliori e come diventarlo

Copertina

Prima di accingermi alla scrittura di qualsiasi cosa destinata alla pubblicazione, sia esso un articolo od un libro, pongo a me stesso sempre due domande: “Andre, hai realmente qualcosa da dire (d’intelligente, intendo)?”

Ed in caso di risposta affermativa: “Mio caro me-stesso, davvero ritieni che il mondo abbia DAVVERO bisogno di un altro articolo/libro?”

Al che il mio simpatico ed incoraggiante alter ego mi fa sempre segno con gli occhi in direzione dei mattoncini di LEGO, come a spingermi ad una scelta di vita: “Veramente preferisci imbrattare ancora carta anziché impiegare il tuo tempo in qualcosa di veramente proficuo (tipo la costruzione di una casetta medievale o magari di un bel “tie fighter”)?

E spesso, in quella situazione, guardo negli occhi l’amichevole me-stesso in versione motivatore e, dopo un attimo di sofferta riflessione, esclamo con fare solenne e ad un tempo sbarazzino: “E LEGO sia!”.

Capita però che talvolta, in preda ad un impulso d’incoscienza, io mi ritrovi a rispondere malauguratamente sì ad entrambi i due quesiti del mio personale codice deontologico da scrittore, e così finisce che al mondo poi toccherà smaltire altra verbosa “indifferenziata” alacremente prodotta dal sottoscritto.

Così è successo per questo ulteriore mio libro, allo stesso modo in cui sta accadendo giusto ora, caro il mio fiduciosamente ingenuo lettore, per questo insulso articoletto con cui mi appresto alla sua promozione.

E tuttavia, adesso che il libro è irrimediabilmente pubblicato ed acquistabile nelle migliori librerie nonché comodamente on-line, tenendone in mano la copia con dedica alla mogliettina e sfogliandone compiaciuto le tribunizie pagine, confesso che sì: quando risposi positivamente alle due suddette domandone avevo realmente qualcos’altro da dire (di presuntamente intelligente) sull’essere genitori, e che pure credo ancora che il mondo abbia davvero bisogno d’essere modestamente illuminato da un ulteriore mio scritto (se per caso avete sentito anche voi la fragorosa risata del mio sapido alter ego a questa mia ultima affermazione, fate come me: ignoratelo).

Poiché oggigiorno siamo bombardati da ogni parte da messaggi neanche più tanto subliminali che scoraggiano in ogni desinenza possibile la scelta di accogliere e prendersi cura di una nuova vita: la pressione sull’uomo, in particolare sul genere maschile, nel giocare sempre più al ribasso nell’assunzione di doveri e responsabilità in luogo di presunti “diritti” (che nemmeno si possono chiamare desideri, poiché nulla più che insane voglie, terribilmente inclini a diventar, senza soluzione di continuità ed in tempo zero, vizi) è oltremodo asfissiante, tanto da aver ormai assuefatto la mentalità comune a farsi pervicace promotrice di disvalori che soltanto pochi decenni fa sarebbero stati impensabili.

Perciò oggigiorno è tutto un presumersi capaci di ogni traguardo, dimenticando di essere invece ontologicamente difettosi (tanto che accennare ad una natura umana ferita dal peccato originale fa scattare per chi si arrischi il pericolo di rogo immantinente), e l’illusione di avere il pieno controllo di ogni ambito della propria vita, e quindi di poterne disporre a proprio piacimento e volontà, secondo l’umore del momento, è opinione comunemente condivisa, data per scontata su molti aspetti e circostanze del vivere.

Ecco perché al giorno d’oggi scegliere di essere genitori è un vero e proprio atto rivoluzionario, ma anche testimonianza più che mai necessaria per ribadire con resilienza ed una volta di più che no: il destino dell’uomo non è l’estinzione, ma la comunione eterna con il Dio della Vita.

Ecco perché oggi più che mai occorre essere padri (e madri) senza l’ambizione al controllo, sulla propria come sull’altrui vita, ma invece bisogna ritornare consapevoli di essere soltanto, di fronte ai propri figli, creature e non creatori (ché il vero Genitore di ciascuno è un Altro, e l’unica nostra responsabilità e destinazione, come genitori, ma prima ancora come Suoi figli, è il ritorno a Lui).

Perché soltanto smettendo i falsi panni da presunti padreterni avremo la possibilità di accorgerci quanto sia bello e davvero liberante essere soltanto padri che, cercando di vivere nel fiducioso abbandono alla provvidenza di quel Dio di cui agli occhi dei nostri figli siamo primissima immagine, potremo ultimamente accorgerci di quanto dia gioia e pienezza di vita esserGli figli.

E figli amatissimi.

Standard
Cronache

Sisma (con la “c”)

No, non sono scappato, è solo che sono stato impegnato in un giro di conferenze stampa fatte tra me e me, mentre in questi giorni me ne stavo al balcone ad osservare quegli eventi epocali, accadimenti che sono vere e proprie svolte storiche, a cui l’anziana generazione a cui appartengo ha la dolente opportunità di assistere.

Ma adesso sono ancora qui (scroscio di applausi in sottofondo) a fare nuovamente il profeta di sventura, giusto per il gusto di espormi ancor più al pubblico ludibrio.

Il fatto è che arieggia ormai palpabile un plumbeo sentore (giuro: non sono stato io) e per chi non si tappa gli occhi e tura le orecchie, ma esercita un minimo di discernimento (e se riesce a farlo il sottoscritto è davvero alla portata di chiunque), risultano ormai evidenti tutti i segni della catastrofe imminente.

Sono infatti davvero in molti oggi a pensare che all’interno della Chiesa sia in atto un vero e proprio scisma, e che tale situazione abbia reali possibilità di divenire formale e conclamata.

Alcuni si limitano a paventare silenziosamente tale possibilità, taluni ne parlano come un’inevitabile eventualità, altri paiono persino auspicare che ciò accada, ed accada al più presto, quasi potesse essere l’ultima medicina da somministrare in extrema ratio ad un paziente in fase ormai terminale.

In un numero sempre più allargato di ambienti se ne discorre con disinvoltura, come se non si comprendesse la portata di drastica gravità di una separazione scismatica all’interno della Chiesa: si tratta invero di una lacerazione dolorosissima del Corpo Mistico di Cristo, una vera e propria riproposizione della Sua Passione a livello ecclesiale, al cui solo pensiero dovrebbero tremare le vene nei polsi.

Anche perché, se è vero (come è vero) che, come afferma perentoriamente il Catechismo della Chiesa Cattolica all’articolo 7, la storia della Chiesa negli ultimi tempi è destinata a seguire le orme del suo Signore nel rivivere la Sua Pasqua prima del Suo Ritorno, ecco che in uno scisma di tale portata essa realmente sperimenterebbe quella medesima lacerazione delle carni patita dal Cristo durante la Sua atroce flagellazione, quella medesima dolorosissima mortificazione subìta con la Sua incoronazione di spine, quel medesimo estenuante Calvario che vide Gesù finire inchiodato sul legno della Croce.

Allo stato attuale delle cose pare proprio che si debba constatare come ultimamente l’umanità abbia speso il proprio libero arbitrio a conforto di quel piano che il demonio fu costretto a rivelare nell’ormai noto esorcismo praticato quell’11 febbraio del 2013, quando suo malgrado dovette confessare: “La Chiesa Cattolica è sotto attacco! Le potenze delle tenebre sono scatenate contro la Sposa di quello che abbiamo appeso alla Croce. È l’ultimo assalto che stiamo portando alla sua Chiesa. Le dimissioni del Pontefice, prese in piena libertà e coscienza, aprono la strada al nostro ultimo attacco frontale. Quello lassù sta per ritornare sulla terra, non so né il dove né il quando, ma sento che quel giorno è molto, molto, molto vicino. Le mie stesse forze vanno sempre più affievolendosi, pertanto devo concentrarmi e ricuperare tutte le energie per convogliare i miei miliardi di demòni contro la Sede Apostolica. Non basta la corruzione, non basta l’avidità di denaro, non basta suscitare gli scandali, bisogna condurre una battaglia che abbia come esito finale la distruzione della cosiddetta Chiesa di Roma.”

“Dobbiamo arrivare ad occupare il trono del Vicario di quello inchiodato alla Croce. Con le buone o con le cattive. Costi quel che costi.”


“Posso dirti, brutto pretaccio, che provocheremo un attacco terribile contro la Chiesa romana, faremo tremare le sue mura, ma non scalfiremo la sua stabilità. Abbiamo fatto nascere la crisi economica per impoverire la popolazione mondiale, scoraggiare chi prega e infondere il veleno dell’allontanamento da Lui. Non lasciamo nulla di intentato pur di separare la creatura dal suo Creatore. Tutto ciò che può rovinarvi eternamente lo attuiamo. Ma ora ci stiamo concentrando sulla Chiesa e, sino a quando il nostro lavoro distruttore non sarà compiuto, non le daremo pace. Ho chiesto degli anni a Quello lassù. Ora è il nostro tempo, quindi siamo scatenati, ben sapendo che il periodo concesso sta per terminare. Sento il tuono dell’Onnipotente che mi ricorda il mio nulla e l’obbedienza che, anche contro la mia volontà, gli devo. Quel papa della Rerum Novarum vide, mentre celebrava la Messa, i demòni fuoriuscire dalle viscere della terra e diffondersi dappertutto. Così scrisse quell’odiosa preghiera al Principe delle Milizie celesti, che noi, però, abbiamo fatto abolire al termine della celebrazione. Oggi la terra è completamente invasa dai miei angeli decaduti e, se riusciste a vedere con gli occhi dello spirito, vi accorgereste che è tutto buio. Totalmente buio. Se vedeste i mostri infernali aggirarsi per il mondo, morireste di paura per la forma orribile che hanno. Eppure non ci credete.”


“Devo provocare guerre, devastazioni, catastrofi, portandovi all’esasperazione e alla bestemmia. La crisi devo aggravarla, ridurre in miseria sempre più persone, conducendole alla disperazione di non potersi liberare. Poi devo trasformare radicalmente la vostra cosiddetta società civile in una grossa rolla per porci. Vi ci faccio sguazzare dentro, per poi perdervi all’Inferno. I miei servi sono già all’opera, molti devono fare il lavoro sporco che io ho comandato loro di fare, sino alla fine. La terra deve essere un enorme cimitero, dove i pochi sopravvissuti saranno costretti ad adorarmi e servirmi come un dio. È questo il mio fine: essere dio al posto di Lui. Molti mi celebrano il culto, altri mi invocano, altri ancora mi adorano. Ma non sanno che sono già dannati. Per una manciata di euro e qualche piacere si concedono a me, finendo per consegnarsi ai miei artigli. Vedrete cosa farò alla vostra Chiesa, che scisma provocherò, peggiore di quelli passati. Vedremo quanti sono dalla Sua parte e quanti dalla mia. Il tempo sta per finire e io sono tutto preso dall’aumentare il numero di coloro che passano dalla nostra parte. Tutti devono riconoscermi come unico signore, anche se sono un nulla.”

Epperò, come ogni volta, il senso recondito (oltreché etimologico) della crisi è quello di un’occasione di conversione.

“Krisis” come opportunità dunque: persino quella dei movimenti ecclesiali, i quali hanno il pregio di approfondire carismaticamente aspetti della fede, ma comportano il rischio di addormentare le coscienze di coloro che, per quella natura umana ferita dal peccato originale che la porta ad accomodarsi nella scontatezza, finiscono per succhiare il latte delle linee direttive senza farsi più interloquire dalla presenza dell’incontro con Gesù, il quale vuole sempre e prima di tutto una relazione personale con ciascuno che sia veramente tale, coltivata quotidianamente in ogni frangente della propria vita, anche, e soprattutto, quelli apparentemente più banali, e non si accontenta di un rapporto formale, anche di qualità intellettuale, ma assunto come “pappa pronta” dall’alto, senza un trasporto che sia realmente individuale.

Giacché la domanda ad ogni credente è sempre quella medesima che, rivolta ai primi due discepoli mandati dal Battista ad accodarsi al Suo seguito, li interloquì a mettersi personalmente in gioco, entrando in relazione immediata con Lui: “Che cercate?… Venite e vedete” (cfr. Giovanni 1,38-39).

Così la crisi del clero serve a riportarci all’essenziale, a lasciare i fronzoli di una religiosità formale, di una fede preconfezionata, e ritornare alle basi: la vita di comunità, in un tempo in cui la “ekklēsía” si sfalda, va riassunta nella chiesa domestica innanzitutto, e più profondamente nella relazione sponsale, prima ed unica vera vocazione a cui abbiamo risposto e che ci convoca ad una responsabilità che occupa ogni aspetto della nostra vita, la quale in questi tempi più che mai ci richiama ad un impegno totalizzante, ma che vale ogni pena, poiché veicolo privilegiato della relazione con Cristo e strumento per la nostra salvezza personale.

Ed in questo tempo di confusione diffusa una cosa è certa: non c’è più spazio per la tiepidezza.

Non è più possibile titubare senza schierarsi, poiché le contingenze sono stringenti e nell’esasperazione delle circostanze ciascuno è costretto a prendere, volente o nolente, una posizione.

Si tratta, a ben guardare, del modo in cui il Padre Eterno giudica i suoi figli, quello che ponendo davanti al Figlio crocifisso convoca a svelare i pensieri del cuore, e così si palesa chi, come i due ladroni, anche affranto da una situazione insostenibile, si irrigidisce nell’incredulità, e chi invece si abbandona alla speranza e morendo in Cristo diviene con Lui germe di vita nuova.

Perché le realtà escatologiche si estrinsecano nel quotidiano: nella scelta, istante per istante, tra il bene ed il male, anche, e soprattutto, nelle piccole vicende del quotidiano, laddove, decisione dopo decisione, si forma per l’anima quell’habitus di tomistica memoria, che struttura il cammino dell’uomo in questa vita verso quel destino che lo attenderà poi, consequenzialmente, nell’altra.

È il Giudizio di Dio che si attua nella separazione spontanea della gramigna dal buon grano, il quale viene ghettizzato e per contrasto emerge, anche in liste di proscrizione, che pur compilate con malevola intenzione tornano invece utili a coloro che sono oggetto di discriminazione per potersi individuare al fine di creare una rete: quel “resto” chiamato ad essere germe sotto le ceneri di una civiltà in fiamme per la ricostruzione post-apocalittica, identificandosi, nella confusione che accompagna ogni volta il crollo di un impero, nell’attaccamento all’essenziale, che in questi tempi ultimi rimangono i Sacramenti e la preghiera.

Ma nonostante al prossimo orizzonte si addensi una caligine oscura, così come in quell’Ora delle Tenebre che vide il Cristo patente sul legno, Dio non ci ha affatto abbandonato, anzi (e come sempre nella storia della Redenzione), quando i Suoi figli si ostinano nell’allontanarsi da Lui, Egli manda loro come ultima risorsa la Madre, la quale, dobbiamo ammetterlo, in quest’era è realmente scatenata nei suoi appelli alla conversione (e di questo magari ne riparleremo in maniera più specifica prossimamente).

Tant’è che persino il demonio stesso, in conclusione di quel famoso esorcismo di quattro anni or sono, ha dovuto ammetterlo: “Quella lassù è triste perché vede ogni giorno molti suoi figli precipitare all’Inferno, nonostante le sue continue apparizioni, a cui non crede quasi nessuno.
 Le sue lacrime, versate per lo stato pietoso in cui molte anime vivono, stanno per terminare e lasceranno spazio ai castighi del Cielo”.

To be continued…

Standard
Vita

Confessio

«Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà la carità di molti» (Matteo 24,12).

Questa è la frase che da parecchio tempo a questa parte mi si riaffaccia sempre più spesso in mente, quasi a tornare a farmi visita in quei frangenti di vita nei quali la confusione, oggigiorno dilagante, si acuisce, ed io annaspo boccheggiante e disorientato (più di quanto non lo sia normalmente).

Perché non so voi, ma io in questa cosa qua mi ci ritrovo in pieno.

Non che sia mai stato un campione di carità, intendiamoci; anzi, se proprio ve lo devo dire, tra le virtù teologali la carità è esattamente quella in cui sono sempre stato più scrauso (diciamo che quella in cui sono meno bollito è la speranza, forse anche per via della mia naturale inclinazione ad uno stolido ottimismo), tant’è che, se come afferma San Giovanni Crisostomo saremo giudicati sulla carità, ecco che io son messo piuttosto male, ahimè.

Ed ultimamente, come dicevo, è sempre peggio: sarà anche per via del dilagare dell’iniquità, ma io mi sento d’appartenere sempre più alla schiera di quei “molti” a cui la carità è in via di (rapido e terminale) raffreddamento.

Questo a causa di quell’impressione, ogni giorno più vivida, che mi pervade: come la sensazione di essere sotto un assedio sempre più stretto, avete presente?

Ne parlavo proprio poco tempo fa con mia moglie, usando, per descrivere noi ed i nostri figli, l’immagine di una piccola roccaforte, l’ultimo bastione di una cittadella (i nostri famigliari) che si trova all’interno di una serie concentrica di cinta murarie (i parenti, gli amici, i colleghi, i conoscenti) ciascuna delle quali mette una sorta di distanza di sicurezza dalla campagna aperta (il mondo) con i suoi prati fioriti ed i suoi campi ubertosi, ma anche con le sue foreste oscure ed i suoi fiumi impetuosi.

Ed io me ne sto di guardia sulla torre della nostra roccaforte, e mano a mano osservo i prati sfiorire ed i campi desertificare, mentre i fiumi straripano e dalle foreste escono orde di bestie feroci che si avventano sulle mura della cittadella, prendendola d’assedio, appunto.

Solo che più passa il tempo e più mi rendo conto che le difese esterne cedono, ed il nemico avanza, di cinta in cinta, sempre più all’interno, fino a penetrare, ultimamente, all’interno della cittadella, portando l’assedio, adesso, sotto le mura della nostra roccaforte.

Così mi sento come quel combattente chiamato a difendere i bastioni con ogni mezzo a sua disposizione, ma che mano a mano che il nemico avanza, si ritrova costretto a cedere terreno, ritirandosi sempre più all’interno, eppure costretto, per quanto si sforzi, a vedere le mura prima incrinarsi e poi crollare sotto i suoi occhi.

Questa è l’esatta situazione di cui, da qualche anno a questa parte, mi sento preda: se in principio mi ritenevo convocato nella difesa delle mura esterne, col passare del tempo mi sono ritrovato a dovermi ritirare sempre più verso la roccaforte, cercando di difendere ogni volta una cinta sempre più interna, e rimanendo sconfortato nel vedere i miei sforzi vanificati dall’inevitabile crollo di ogni singolo giro di mura.

E siccome le forze diminuiscono in maniera inversamente proporzionale a quanto mi aumenta lo scoraggiamento, ecco che alla fine mi sono risoluto a doverle ottimizzare, perciò ho deciso di smettere di combattere per difendere postazioni ormai perdute, e piuttosto concentrare quel che resta delle mie energie sempre più solo sui miei cari, fino a ridurmi, ultimamente, a spendermi unicamente per la mia sposa e la mia prole.

Capisco anche che questo atteggiamento possa sembrare poco “misericordioso” e magari pure poco “evangelico”, ma da tempo ormai mi sono reso conto che in questa battaglia è come diceva il compianto Robin Williams in Good morning Vietnam: “l’importante non è vincere, ma uscirne vivi”.

Perché quando il dubbio mi attanaglia ecco che una sola certezza mi sostiene, che per quanto poca carità mi rimanga, la mia responsabilità si esaurisce, in ultima istanza, nello spenderla tutta in quella sola ed unica vocazione a cui ho risposto e che realizza la mia esistenza: amare mia moglie ed insieme a lei proteggere i nostri figli.

Difendere la roccaforte della mia famiglia resistendo all’assedio con tutte le residue mie forze fino al cessare dell’intemperie, poiché solo «chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Matteo 24,13).

Standard
Vita

Il giogo leggero

Settimana faticosa. Di un mesetto impegnativo. Di un periodo piuttosto stressante.

Càpita che la vita talvolta ti stringa d’assedio e se anche non ti succede nulla di straordinario, le circostanze quotidiane, chissà come mai, si rivelino più faticose di quello che dovrebbero, gli impegni paiano più gravosi di quanto in realtà siano e persino gli affetti famigliari ti assorbano maggiore energia di quanto normalmente facciano.

E così arrivi a sera con le forze al lumicino, e basta poco per farti innervosire: non vedi l’ora di andartene a dormire, già sapendo che comunque il risveglio l’indomani ti parrà un atto eroico ed affrontare una nuova giornata di impegni affatto fuori dal comune ti sembrerà invero una fatica atlantica.

Sono momenti in cui ti guardi attorno ed il confronto con le vite altrui ti viene spontaneo, poiché anche se le altre famiglie hanno più figli dei tuoi, lavori più pesanti ed impegni più gravosi a te sembra che non facciano nessuno sforzo, godano di una salute migliore, abbiano più energia e serenità di quanta tu riesca ad auspicartene.

Ti aggrappi allora a quell’unica àncora che hai riconosciuto nella tua vita come vera salvezza, fidandoti di quella Sua parola che assicura: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi ed oppressi, ed io vi darò ristoro” (Matteo 11,28), ma talvolta anche questa pare smentita dal confronto con l’altrui apparente facilità di vivere e ti ritrovi dunque nei panni di quell’apostolo che, pur stabilito dal Maestro in somma dignità, anziché godere della Sua vicinanza si volta indietro e, scrutando il discepolo amato che li segue, cede alla tentazione del confronto e chiede delle sue sorti (Cfr. Giovanni 21,20-21).

E un po’ ti vergogni.

Poi però succede che in quelle pressanti contingenze càpiti un evento particolare: una processione del Corpus Domini solenne, presieduta nientemeno che dall’Arcivescovo, e che si svolgerà proprio nel tuo quartiere.

La tentazione è quella di accampare scuse, pur legittime, e starsene a casa: perché solo il pensiero di dover tenere i pargoli al guinzaglio in una situazione liturgica affollata ti fa venir meno, ma poi senti la coscienza rimorderti e ti fai forza, anche se controvoglia.

Così, in una settimana in cui, per la stanchezza di ogni giornata colma d’impegni, mia moglie ed io abbiamo dovuto a malincuore declinare ogni iniziativa serale, quella processione, pur stanchi morti, non l’abbiamo disertata. Ma solo perché ci sarebbe stato Lui, perché una cosa ci è ben chiara: se a chiunque altro puoi dare buca, a Lui no, non ti conviene, ed il perché l’ha detto Lui stesso: perché senza di Lui, noialtri, non si può far nulla, non poco o quasi niente, ma proprio nulla (Cfr. Giovanni 15,5).

E allora quella sera c’eravamo tutti noi “Giova”, pargoli compresi: tutti in attesa di vedere passare Lui, per lanciarGli un saluto veloce, sicuri che Lui non avrebbe mancato di rivolgere il Suo sguardo anche su di noi e benedirci.

Ed effettivamente si è trattato proprio solo di un attimo, un passaggio veloce e subito ad inizio di serata, giacché la tentazione avrebbe potuto essere quella di dirsi che il più era stato fatto, il cartellino della presenza obliterato, e si sarebbe potuti tornare a casina, tanto più che con i bimbi avremmo potuto sentirci giustificati.

E invece no.

Ci siamo accodati, mano a mano sempre più persi tra la folla, sempre più lontani da Lui, ma mai distanti. Sempre più stanchi, questo sì, e distratti, soprattutto dai bimbi, che per un vero mistero, meno energie ti rimangono e più sembra che loro ne conservino.

E così camminare, cercando almeno di non perdersi tra di noi, ma senza neppure più tentare di seguire i canti o tantomeno le letture, solo camminare, un passo dietro l’altro, insieme ad una moltitudine di volti noti e meno noti, taluni veri e propri sconosciuti.

Camminare senza troppo ordine, ma mai senza una meta, che non è però un punto d’arrivo, bensì una Persona da seguire, una Presenza Viva e Vera, e che proprio perché Viva e Vera è insieme anche Via.

Poiché se sai che il sentiero è quello Buono, quello Giusto, non t’importa più di sapere dove esso ti condurrà, perché in qualsiasi luogo infine giungerai, sai che posto migliore non può esserci.

E allora capisci, mentre torni a casa stanco, ma di una fatica buona, non grave, che quella pace che ti ritrovi nel cuore è dono per aver, ancora una volta, soltanto obbedito al Suo comando: “Che t’importa? Tu seguimi” (Cfr. Giovanni 21,22).

Standard
Fede

I tempi che corrono

Mannaggia.

Pensare che mi ero ripromesso di custodire il silenzio su questa faccenda. E invece, gira e rigira, son qui anch’io a parlarne.

Ma non ho proprio saputo resistere: perché la cosa mi sta troppo a cuore, e coi tempi che corrono la speranza nascosta è quella di trovare conforto in qualche modo, in qualche d’uno, fosse anche solo la pacca sulla spalla del compagno di squadra che, a fine partita, ti sottolinei il lato positivo, e davanti al risicatissimo pareggio portato a casa in zona cesarini ti rincuori dicendoti che, almeno, non si è perso.

Poiché la questione è che il sinodo fu voluto da Benedetto XVI, “in difesa della famiglia”, o sbaglio?

Poi è successo quello che è successo, e nel corso di questi due anni il dibattito è stato impostato, più genericamente, “sulla famiglia”.

Epperò non è un dettaglio questo: giacché sembra quasi come se, estremizzando un po’, l’argomento sul tavolo fosse passato da: “come difendere il matrimonio e la famiglia dagli attacchi del secolo” a “come può cambiare il matrimonio e la famiglia per venire maggiormente incontro alle esigenze del secolo”.

Esagerando, è come se la preposizione articolata di quel sinodo “sulla” famiglia fosse sfumata di significato: passando per la definizione di un concistoro “attorno” alla famiglia ad uno “a carico” di essa.

Di fatto però, dopo tutta la burrasca scatenatasi in quest’ultimo mese d’ottobre, parrebbe davvero che nulla sia cambiato, almeno sui punti più sensibili.

Ma allora, se le cose sono rimaste praticamente invariate, c’era proprio bisogno di farlo ‘sto sinodo?

Questa è stata la mia prima reazione.

Opinione mantenuta in sottofondo anche durante tutto lo svolgimento, e ripetuta a me stesso anche in questi ultimi giorni, a chiusura avvenuta.

Poi però, anche leggendo i documenti relativi e le diverse posizioni in merito, mi si è accesa una lucina (ogni tanto anche i miei tre neuroni si sbagliano e si mettono a lavorare d’equipe).

A bocce ormai ferme pare invero che alla fine il sinodo si sia chiuso realmente “in difesa” della famiglia.

In effetti, per una sorta di perverso gioco al ribasso, proprio perché apparentemente nulla è mutato è come se le questioni relative a matrimonio e famiglia fossero state soltanto ribadite, ma questo assume una connotazione positiva alla luce delle dinamiche che hanno portato a tale risultato: poiché i voti risicatissimi con cui sono stati redatti alcuni punti della relazione finale dimostrano che qualcuno la volontà di fare cambiamenti ce l’aveva, e non necessariamente in meglio, però in extremis si è riusciti a mantenere le cose invariate (segno di conferma che lo Spirito Santo è Colui che, come sempre, lavora di più e meglio).

Certo, alcuni passaggi del documento di chiusura non è che brillino per chiarezza adamantina. Ed anche il fatto che l’atteggiamento maggiormente diffuso sia quello di chi tira un sospiro di sollievo per aver scampato un pericolo la dice lunga sulle circostanze attuali. Tuttavia, ringraziando il Cielo, l’importante è che in conclusione i concetti siano stati riaffermati, anche se in altre (un po’ più fumose) parole.

E comunque che in ultima istanza non ci siano stati cambiamenti non toglie nulla al fatto che la Sposa di Cristo versi oramai in una situazione disastrosa.

Ma questi sono i tempi che corrono, purtroppo, e se il gregge è confuso la colpa è un po’ anche delle pecore, che evidentemente non pregano abbastanza per i loro pastori.

Standard
Fede

La Chiesa (in)contro

Ormai manca poco, tanto poco all’avvento di questo malfamato mese di ottobre.

Ma nonostante con il cuore e la ragione io cerchi di ristorare l’anima mia alla speranza, confesso (anche con un po’ di vergogna) il mio sguardo cupo ed apprensivo a quell’evento che si profilerà a breve, a quella inaspettata convocazione di menti che sarà chiamata a dibattere su temi tanto cari e tanto delicati.

E pur non riuscendo ad acquietare quell’interrogativo che mi rode dentro sul perché sia stato deciso di mettere in discussione tali questioni, ribadisco con determinazione a me stesso quell’atteggiamento propositivo che è tipico del cristianesimo e che solo può opporsi con efficacia alle malevoli correnti del disfattismo che possiedono il tempo presente.

Perché vorrei solo ricordare (forse e prima di tutto a me stesso), che quella Cattolica non è la Chiesa dei “no”, ma al contrario è quella comunità (anche gerarchica, ma non solo) che trasmette la fede del “sì”.

Il cristiano, infatti, non è mai chiamato a porsi principalmente “contro”, bensì è mandato in primo luogo a pro-porsi, nel senso letterale del termine, a schierarsi favorevolmente, ad annunciare un’Avvenimento che è tutto positivo, a ricondurre ad una Persona che incarna Dio nel Suo “Essere per” l’amata creatura.

Ok, ok: Gesù è anche pietra d’inciampo, è anche “scandalo”, “giudizio”, “condanna”, è (per Sua stessa ammissione) portatore di spada e non di pace.

Tutto vero, ma il Suo essere segno di contraddizione è solo come conseguenza del rifiuto ad accogliere la Sua Parola perché coloro a cui Dio si propone abbiano la vita e non periscano in eterno.

Il Dio rivelato da Gesù, contrariamente a ciò che molti pensano, non è il Dio dei divieti, bensì è il Dio delle proposte positive: è quel Dio che nel Suo Decalogo non elenca imperativi comandi, ma paterne raccomandazioni, le quali sono tutte volte ad indicare la Via perché l’uomo viva, e viva felice.

È lo stesso Dio che in quella famigerata lista mette al terzo posto, in ordine di importanza, il gaudente ammonimento a “festeggiare”, a godere il bello dell’esistenza insieme a Lui, almeno una volta ogni sette giorni!

La fede cristiana si fonda tutta sulla proposta all’uomo di entrare (e rimanere) in comunione con Dio al fine di goderne la divina condizione: di essere davvero divinizzato per partecipazione, anziché illudersi di potersi fare dio per arroganza.

E se si va a guardare con il lentino da orefice la storia della Redenzione, si nota come la volontà di Dio per l’uomo sia inanellata su una crescente proposizione positiva, una continua ricerca di accoglienza che s’incardina ultimamente su tutti quei “sì” che ne hanno permesso l’attuazione: quello di Maria all’Annunciazione, quello di Giuseppe alla onirica proposta dell’arcangelo Gabriele, quello dello scandalizzato Giovanni Battista sulle rive del Giordano al penitente cugino che lo rimbrotta, quello di ciascuno degli Apostoli (compreso chi poi l’ha tradito), quello infine (ma non per finire) del Cristo patente, quel “Sì” decisivo che stringe nel suo abbraccio salvifico ogni istante che va dalla sera del Giovedì Santo fino al mattino della prima Domenica.

E parimenti al suo Cristo Capo, la Chiesa Suo Corpo è chiamata a tradurre nei secoli il suo “sì” all’uomo, a porsi sempre positivamente verso di esso, anche (e forse con maggior forza) in quei tempi in cui sembra imperare il potere del principe di questo mondo.

È bene ricordare, infatti, come la Chiesa (ed il discepolo) di ogni tempo non sia e non debba essere, sull’esempio del suo Maestro, “contro”, ma (anche con una sorta di pregiudizio) “a favore”.

Perciò il cristiano, e la Chiesa tutta in primis, non è principalmente contro il divorzio, bensì è a favore dell’indissolubilità del matrimonio e della fedeltà coniugale; non è innanzitutto contro la contraccezione, l’aborto o l’eutanasia, bensì a favore della promozione e della custodia della vita in tutti i suoi stadi; non è contro la guerra, ma a favore della pace, l’unica vera e realmente possibile, quella che viene da Dio.

La radice dell’uomo corrotta dal peccato originale, lo porta a dimenticare questo atteggiamento ontologico di Dio e così si finisce tutti come il Battista ad auspicare un giudizio tremendo contro chi è pur nell’errore, minacciando eradicamenti contro chi non condivide la propria visione (magari anche buona) di una Verità, la quale però si manifesta sempre ed anzitutto come Misericordia, prima che come (e comunque inevitabile) Giustizia.

In tal modo però si corre il rischio di calcificare il proprio pensiero in un atteggiamento che non è quello divino, ma tutto e bellicosamente solo umano: per poi rimanere scandalizzati quando quel Dio che si è frainteso rivela il Suo volto mischiandosi con i peccatori, condividendo il desco con i pubblicani, mostrandosi indulgente verso le adultere e le prostitute, lasciandosi ultimamente assimilare ai malfattori per morire come i maledetti.

Ciò non toglie, in conclusione, che quei “sì” che la Chiesa (ed ogni cristiano) è chiamata a trasmettere nei secoli non le consentano (anche solo nella prassi) di scendere a compromessi a discapito della Verità: sia cristallino questo. Poiché se è vero, come è vero, che quella cristiana è la fede dei “pro”, questo non significa affatto che chi si oppone alla Verità Rivelata che essa propone per mandato non si metta da solo “contro”, giudicandosi da sé stesso e, se si ostina nel rifiuto, autocondannandosi all’esclusione.

Il Cristo è stato limpido nel tracciare la Via con l’esempio: nel patimento della crocifissione non ha pronunciato un solo fiato “contro” il ladrone che lo motteggiava, anzi ha “pro-messo” il Paradiso a quello che ne ha difeso la Sua vera Regalità, ma non ci si illuda che l’altro, pur mancando un esplicito giudizio, per la sua ostinazione nel rifiuto ad accogliere la proposta di salvezza, non si sia autoescluso da essa, pronunciando da se stesso la propria condanna.

Per questo, nell’imminenza di un sinodo che riunirà a breve eminenti rappresentanti di quella Chiesa depositaria del dovere di tradurre nel tempo e nello spazio il “sì” di Dio all’uomo, ci si auspica che la Verità della divina “proposta” venga ribadita ancora una volta, e con adamantina chiarezza, così che sia d’opportunità, per coloro che si porranno in “contraddizione” ad Essa, di riconvertire il proprio cuore.

Solo questo ci tenevo a ricordare (forse e prima di tutto a me stesso), quasi come un’accorata preghiera: perché chi ha orecchie per intendere, intenda.

Standard