Paternità

Redenzione in Tre Atti

L’Antefatto

L’estate scorsa abbiamo affittato una casa in montagna ed il nostro mezzanello, con un gesto inconsulto dei soliti suoi, pronti-via, nella prima settimana di soggiorno è riuscito a rompere lo specchio dell’anta dell’armadio della camera da letto dove dormivamo noi genitori.

In quel frangente ci siamo arrabbiati moltissimo, sia per la dinamica dell’incidente, sia perché la spesa che avremmo dovuto sostenere in riparazione del danno sapevamo che sarebbe stata piuttosto salata, così abbiamo redarguito pesantemente il pargolo al momento, gli abbiamo dato una giusta punizione nel breve termine, ma abbiamo anche deciso di non lasciar cadere lì la cosa e, volendo farne un esempio anche per il figlio grande, abbiamo deciso che, quando a fine vacanza il proprietario della casa ci avesse addebitato lo specchio rotto, avremmo accollato il debito al piccolo colpevole, il quale ci avrebbe ripagato nel lungo termine con le sue future mancette.

E tale proposito abbiamo mantenuto nel tempo: quando al suo compleanno ha ricevuto dal parentado qualche soldino di carta, il sottoscritto ha messo il cappellino di Equitalia e si è presentato puntualmente a riscuotere parte del famoso debito.

Il tutto con lo scopo di aiutare il cinquenne a farsi un’idea concreta del valore dei soldi, della fatica e del tempo che ci si mette ad accumularne un po’, della facilità e della velocità con cui svaniscono dal portafogli, ma soprattutto per dargli un esempio di cosa significhi dover riparare ad un danno fatto.

Il Fatto

Domenica scorsa il nostro figlio maggiore si è accostato per la prima volta all’Eucaristia.

Come consuetudine, alla cerimonia è seguito il tradizionale ritrovo mangereccio con parenti e amici, con tanto di taglio di torta e scartamento di regali.

Tra quelli ricevuti ci sono state anche numerose buste, dal contenuto piuttosto sostanzioso per la verità, e così l’amato pargolo ha raggranellato un discreto gruzzoletto che, tutto esaltato, non vedeva l’ora di contabilizzare.

Sia io che mia moglie abbiamo fin da subito notato una certa avida bramosia nel suo atteggiamento, perciò mi sono apprestato ad escogitare un modo di contestualizzare un momento in cui cercare di fargli comprendere quale sia il giusto atteggiamento nei confronti del denaro.

In più occasioni gli ho accennato di come i soldi non siano un fine, ma soltanto un mezzo, di come sia giusto riconoscerne il valore, ma di come sia facile cadere nella tentazione di assolutizzarne il potere d’acquisto rischiando di farne un vero e proprio idolo.

Infine, l’altro pomeriggio, sua madre ed io abbiamo ritagliato un momento di tranquillità durante il quale metterci al tavolo a sfogliare le “buste della Comunione” per leggerne le frasi dei vari bigliettini e fargli calcolare il totale dei relativi “contenuti”.

Alla fine il giovane erede si è ritrovato con un vero piccolo patrimonio tra le mani, una cifra che mia moglie ed io abbiamo ritenuto troppo importante per lasciar cadere quel momento senza approfittare di quell’occasione per farlo responsabilizzare un po’ davanti alla “gestione del denaro”.

A tale scopo, allora, ho iniziato a parlargli, prendendo la cosa alla larga, ma partendo proprio dal motivo per il quale si ritrovava con quel cospicuo gruzzoletto.

Ostentando disinvoltura abbiamo cominciato a parlare di quello che era successo Domenica, delle circostanze e l’emozioni provate per la sua prima Comunione, quindi gli ho ricordato il contenuto della predica fatta dal sacerdote, il quale ha messo in evidenza come uno degli aspetti del fare Comunione, sia quello di essere in Unione-Con, nella fattispecie con Gesù.

Il prete ha spiegato ai bambini che quando si frequenta molto una persona si finisce per imitarla nei suoi atteggiamenti ed assomigliarle, facendo l’esempio di come, se si resta uniti a qualcuno che dice le parolacce o le bugie, si finisca prima o poi a dire le parolacce o le bugie; allo stesso modo, invece, se si coltiva l’amicizia con Gesù rimanendo in Unione-Con Lui, si ha l’occasione di imitarne il comportamento d’Amore, Giustizia e Verità, anche se questo costa un po’ di fatica.

A quel punto ho ricordato al mio bambino quale sia stato (oltre a tutto il resto) il comportamento del Figlio di Dio con l’uomo: quello del Primogenito che, vedendo i suoi fratelli nella necessità del riscatto, se ne è fatto carico, pagando (Lui che solo ne aveva le sostanze) per i nostri peccati.

Attento alle mie parole, mio figlio ha evidentemente intuito qualcosa del loro senso, e subito ha dichiarato che avrebbe devoluto parte del suo capitale per i poverelli.

Mia moglie ed io abbiamo sorriso davanti a quello slancio di altruismo ed abbiamo approvato apertamente il suo gesto, ma abbiamo anche puntualizzando che, siccome quei soldini erano molti, non gli avremmo permesso di spenderli tutti, bensì lo esortavamo a risparmiarne la maggior parte, per eventuali necessità future.

Però non era quello l’obiettivo che io personalmente desideravo raggiungere, così ho ripreso il discorso ricordando al mio bambino di quale fosse il senso proprio della parola riscatto (la cui radice etimologica significa “al posto di”) e cioè di quella situazione in cui si trova una persona che, per un debito che non può pagare, perde la sua libertà e finisce in schiavitù o in prigione: la sua sola speranza è nel pagamento del suo debito da parte del suo parente più prossimo (in genere un fratello) il quale, saldando in sua vece e di tasca propria, ne “riscatta” appunto la libertà.

Naturalmente non era la prima volta che gli parlavo di quelle cose, ma ora volevo ribadirle nella speranza che lui riuscisse a collegarle alle contingenze di quel momento.

Quindi gli ho manifestato il mio compiacimento per la sua intenzione di destinare parte del suo patrimonio a coloro che si trovano nel “bisogno”, ma gli ho fatto notare che, senza andare tanto lontano, qualcuno di molto vicino a lui si trovava nella “necessità” e, dopo aver atteso qualche istante per fargli fare mente locale senza però ottenere una risposta, l’ho incalzato aggiungendo che questo qualcuno si trovava proprio nella situazione di aver bisogno di essere riscattato da un debito che non era in grado di assolvere.

A quel punto il mio bambino si è illuminato, individuando nel suo fratello minore quel “bisognoso” che ancora doveva finire di pagare lo specchio rotto l’estate prima e, senza farselo dire due volte, ha subito preso un paio di banconote e le ha date al mezzanello, che nel frattempo avevamo richiamato al tavolo con noi.

Già ero molto fiero del mio ragazzo, ed ho sottolineato come il suo comportamento lo assimilava a Gesù mettendolo davvero in Unione-Con Lui, siccome però Dio Padre non gioca mai al ribasso coi Suoi figli, né si accontenta di traguardi discreti, ma li sprona sempre ad obiettivi altissimi (pur aiutandoli con la Sua Grazia nel raggiungerli), così anch’io per mio figlio ho voluto incoraggiarlo ad un ulteriore passetto.

Mostrandomi ben contento della sua donazione al mezzanello (ed esortando questo a mostrare riconoscenza per quel bel gesto del suo fratellone) ho ricapitolato in modo ostentato con mia moglie davanti ad entrambi i pargoli a quanto ammontava il debito residuo del piccolino con noi, e calcolando che mancava ancora una settantina di euro al saldo, ho proposto alla mia dolce metà di abbonare al piccolo debitore un venti euro, così da fare rimanere un resto in cifra tonda.

All’approvazione di sua madre, il nostro maggiore non ha esitato un istante di più e, moltiplicando esponenzialmente il mio orgoglio paterno per lui, ha subito preso una banconota “di quelle grosse” e l’ha passata al cinquenne, il quale l’ha girata immediatamente a noi genitori: grazie al riscatto del suo fratello maggiore, il suo debito contratto con la “giustizia” del padre era finalmente estinto e nel frangente del nostro piccolo consesso domestico, una volta di più la dinamica divina della Redenzione si compiva, incarnandosi nella nostra famiglia.

La Postfazione

Tuttavia il punto centrale di tutta questa vicenda, quel nocciolo della questione che ci tenevo ad illustrare raccontando tale episodio di vita vissuta (oltre a bullarmi con fierezza paterna in pubblico del mio figliolo) è in realtà un altro.

Dopo aver congedato festosamente la prole, infatti, ho confessato all’amata consorte la mia compiaciuta gioia per il bel siparietto a cui avevamo appena assistito, ma mia moglie, pur convenendo sulla bontà del gesto di nostro figlio, ha puntualizzato che lei avrebbe preferito fosse venuto spontaneamente da lui, senza che io l’imboccassi in quella maniera che lei trovava piuttosto esplicita.

E certo, anche a me sarebbe piaciuto che tutto fosse avvenuto senza alcun sollecito, ma bisogna tenere a mente ciò che invece tutti i genitori tendono a dimenticare, soprattutto con i loro figli, in particolare quando essi sono ancora relativamente piccoli, e cioè che, nonostante essi possano mantenere una certa innocenza, pure la loro natura è contrassegnata dal peccato, e per quanto più spontanei a gesti di altruismo, condividono con l’umanità adulta quell’inclinazione al male che frena in ognuno di noi il perseguimento del bene, anche se ad esso agognamo, rendendoci a volte così faticoso superare il nostro innato egoismo, ma guadagnandoci altresì un merito pieno nel resistere alla tentazione al male e compiere ciò che è buono.

Perché alla fin fine, la responsabilità vera del genitore, non è quella di crescere figli perfetti, ma di accoglierli nella loro connaturata imperfezione e metterli sulla perfetta Via, che è Cristo, accompagnandoli nel cammino fino a quando non sapranno incedere da soli, senza mai smettere di incoraggiarli a proseguire sul giusto sentiero.

Il tutto nella consapevolezza del loro essere altro-da-noi e perciò rispettandone la libera individualità, sapendo che essi potranno anche deviare dal tracciato loro indicato, perfino pervertire l’indirizzo ricevuto, cogliendo nel caso questa eventualità non con disperazione, chiedendosi in cosa si è sbagliato, bensì come opportunità di restare in paziente Unione-Con quel Padre Buono sulla soglia di casa, in fiduciosa ed orante attesa che Egli, che ne è il vero genitore, promuova in loro la conversione, perché possano compiere quell’unico destino a cui ciascuno (e noi per primi) siamo vocati.

Che è il ritorno a Lui.

Standard
Relazione

La vendetta del Divanauro

Ok, ok, lo so: è qualche giorno che non mi faccio vivo su questa piattaforma.

Va bene: è un po’ più di qualche giorno, diciamo un paio di settimane.

E sia: è un sacco di tempo che sono sparito, lo confesso, ma mica avrete sentito la mia mancanza per caso?

A mia parziale giustificazione c’è che gira questo fastidioso virus che ti risucchia tutto il tempo e le forze per periodi a volte lunghissimi e che per quante volte lo contrai, non riesci mai a sviluppare anticorpi che ti impediscano di ricascarci, così, con cadenza a volte assai frequente, te lo ribecchi.

Ha anche un nome ‘sta malattia: credo che si chiami “vita vera”, ma nel mio caso sono fatalmente sensibile ad un suo ceppo particolarmente aggressivo che si chiama “famiglia”.

Vabbé, comunque, ora che mi sono riaffacciato al blog dopo tanto tempo immagino che quei miei quattro lettori (i quali nel frattempo saranno diventati anche due) si aspetteranno un articolone di quelli epocali, di qualità minima poco al di sotto del premio Pulitzer: tipo che mentre lo leggi senti la fanfara e ti suscita emozioni contrastanti che ti fanno ridere e piangere insieme e che non vorresti che terminasse mai, così quando infine l’hai concluso te lo stampi per potertelo leggere e rileggere ancora, ridendo e piangendo ad un tempo.

Ecco, carissimi miei, mi spiace, ma non avrete nulla di tutto questo: mi sa che vi dovrete accontentare di uno dei miei soliti articoletti di brodosa consistenza, magari pure con un po’ di vago aroma sessista sulla linea di quei contenuti che imbrattano così allegramente le pagine del mio ultimo libro {A proposito: ve l’ho già detto che prossimamente “La sindrome del panda” verrà pubblicato oltralpe? Pare infatti che un dissennato editore francese sia venuto in possesso di una copia ed abbia deciso di comprare dai miei editori i diritti per un’edizione in langue d’Oïl [probabilmente ha fatto ‘sto gesto pazzo solo perché, non conoscendo l’italiano, si è fidato dell’accattivante scheda del libro magistralmente compilata da quelle figure leggendarie della Gribaudi (e taaac: ecco che al modico prezzo di tre sole parentesi sono riuscito a fare una sagace manciata di pubblicità occulta al mio libro e a blandire un po’ miei editori)]}.

Benissimo: ora che ho scritto già mezza pagina senza dire alcunché, occorre che avverta coloro che non avessero ancora abbandonato la lettura che le righe che seguiranno trattano argomenti sensibili al gineceo: ché questo è un pezzo ad alto contenuto di testosterone, adatto più ad un pubblico maschile – d’altronde mi appresto a scrivere questo articolo come un vero maschio alfa, ossia dopo aver rifatto i letti e passato l’aspirapolvere per tutta casa – per cui, care avventrici del blog, se leggerete oltre lo farete a vostro rischio e pericolo {e taaac: ecco che così mi sono assicurato l’intero parco lettrici, le quali basta sfidarle sul piano del proibito per accenderne l’irresistibile curiosità [ché, Madre Celeste esclusa, l’astuta tattica del serpente antico funziona sempre con tutte (buahahah: tifenterò patrone ti monto!)]}.

Ma veniamo al dunque.

Moglie che viene invitata da un’amica per una tre-giorni di ritiro spirituale e mi chiede il permesso di andare, o meglio, mi chiede un consiglio sull’accettare o meno l’invito (avendo naturalmente già deciso cosa fare, ma tanto per darmi l’illusione di contare qualcosa), e per avviarmi verso la risposta che vuole sentire da me mi annuncia che ha già pensato a come organizzare le cose per tutto il tempo della sua assenza, sia riguardo i pasti, sia riguardo la gestione dei bambini che delle varie attività familiari.

Al che io la blocco subito, perché già sento l’odore di quel particolare ormone tipicamente femminile: quello che sale al cervello della donna ogni volta che è combattuta tra la possibilità di prendersi del tempo per sé e l’intima convinzione che senza la sua irrinunciabile supervisione su ogni minima circostanza di vita di ogni singolo componente della sua famiglia tutto andrà irrimediabilmente a rotoli (avete presente no? Io lo chiamo l’ormone del controllo).

Perciò le annuncio subito che per me non c’è assolutamente nessun problema che lei partecipi al ritiro spirituale, anzi la incoraggio con entusiasmo ad andare (sogghignando tra me e me al pensiero di mia moglie che cerca di osservare il silenzio per settantadue ore filate) affermando che uno stacco dalla quotidianità familiare per dedicarsi alla quiete dell’eremo nell’orante contemplazione mistica del Divino non può farle che bene, ed aggiungendo di essere perfettamente in grado di gestire i bimbi per quelle che in fondo, calcolando che staranno per la maggior parte della giornata a scuola, saranno soltanto due sere e tre mattine.

Al che lei, riavendosi con difficoltà dal mio consenso così sollecito quanto, evidentemente, inaspettato, riprende come se nulla fosse elencandomi tutta la scaletta di eventi e situazioni che ha preventivamente organizzato per me ed i nostri figli, comprensivi di pasti ed orari di sonno/veglia e trasporto pargoli alle varie loro attività.

È a quel punto che, per la seconda volta nello stesso quarto d’ora, la interrompo (lo so, mi piace vivere pericolosamente), ma non solo: con perentorio cipiglio l’avverto che sarò ben lieto di tenere i bimbi e condurre la gestione famigliare per lasciare che lei si goda il suo meritato ritiro, a patto che rinunci a voler controllare ogni cosa e a fidarsi di suo marito una volta tanto, il quale si ritiene presuntuosamente d’essere perfettamente in grado di gestire la famiglia in sua assenza per un paio di giorni.

Vedendo il suo basito tentennare decido inoltre di rincarare la dose e, con ardimentoso sprezzo del pericolo, l’avverto che naturalmente non farò nessuna delle cose da lei elencate nella sua premeditata scaletta mentale, ma mi comporterò secondo quella schietta natura maschile che contrassegna ogni singola mia cellula, nonché neurone, e dall’istante subito successivo alla sua partenza metterò immediatamente l’amata prole sotto un ferreo regime militare, a causa del quale al mattino si uscirà di casa tassativamente alle otto e un quarto per portare i pargoli a scuola, siano essi vestiti o ancora in pigiama e sia che abbiano finito o meno la frugalissima colazione che avrò loro preparato (se me lo sarò ricordato), che al pomeriggio, appena rientrati da scuola, li farò mettere subito in pigiama cosicché siano già pronti per rispettare il rigidissimo coprifuoco della sera, secondo il quale alle nove in punto dovranno già trovarsi in branda, al buio ed in mortale silenzio. E riguardo le due cene vacanti che non si preoccupasse: per la prima sera avrei predisposto la puntuale ordinazione di pizza&panzerotti a domicilio, mentre per la sera successiva avremmo desinato a base di sano e nutriente fast food prontamente reperito al MacDrive di ritorno da un edificante giro al ToyCenter.

A quel punto già mi preparavo alla sua scena isterica giustificando la mia levata d’orgoglio come di un malriuscito, quanto del tutto fuoriluogo, tentativo di fare del pessimo umorismo maschile, ma inaspettatamente la mia dolce metà mi ha preso in contropiede, facendo spallucce ed acconsentendo a darmi fiducia.

Per farla breve: la mogliettina è andata a fare il suo ritiro spirituale con gioconda levità, godendosi appieno la sua tre-giorni di eremitico silenzio, preghiera e riposante quiete; mentre il sottoscritto ha avuto l’inestimabile opportunità di compiacersi davanti alla visione di quei suoi tre bimbi che al mattino scattavano come soldatini, che alla sera andavano a nanna con le galline senza nemmeno emettere un fiato e che si imbottivano con godimento di saporitissimo, quanto insalubre, cibo precotto, ed ai quali, per la loro docile obbedienza, venivano concessi cartoni extra in tv e gite prolungate in fornitissimi megastore di giocattoli.

E quando la dolce metà è tornata, ristorata nel corpo e corroborata nello spirito, ha dovuto comunque ammettere di ritrovare i figli non solo ancora vivi ed in salute, ma perfino entusiasti del tempo trascorso con il loro papà, e credo che un ulteriore, non trascurabile ed inaspettato beneficio per lei sia proprio stato l’aver accondisceso, una volta tanto, a mollare la presa dal controllo della vita altrui ed affidarsi alle presunte capacità del marito; il quale, per inciso, le è stato messo accanto proprio perché, in quanto maschio, è per sua natura esattamente adatto a compensare con le sue eccedenze i di lei vuoti (peraltro pochissimi), e di contro per esserne parimenti corrisposto, nel riempimento delle sue (numerose) mancanze con le sovrabbondanti sue doti femminili.

Che alla fin fine è tutta una questione di fede, care donne: mollare il guinzaglio e farsi da parte volendo credere che anche l’altro sia stato dotato di talenti (oltre a quello di saper memorizzare perfettamente le formazioni delle squadre di calcio, o premere contemporaneamente combinazioni di più bottoni sul joypad, alla faccia del famigerato multitasking femminile); qualità utili, per quanto ben nascoste, sulle quali fare un atto di fiducia, così da lasciare al vostro uomo lo spazio per esercitarle in libertà, onde raggiungere il medesimo fine perseguito da voialtre, ossia il bene della vostra famiglia, conseguito però con modalità squisitamente maschili.

Ma attenzione cari ometti, che quando le vostre dolci metà vi tolgono un pochino il fiato dal collo, voi poi dovete cogliere al volo l’opportunità di dimostrare quanto (malgrado le false apparenze) siate anche voi indispensabili, ed approfittare della stiracchiata fiducia che vi viene malvolentieri concessa per compiere veri e propri atti eroici (e no: buttar via l’immondizia in tali circostanze non è, ahimè, sufficiente, per quanto rimanga un gesto di indubbia magnanimità).

E lo comprendo che non è facile capire quando la vostra donna vi sta mettendo alla prova (che ci vorrebbe una sorta di spia luminosa che le si accendesse in fronte: tipo quelle lucette sul cruscotto dell’auto che sappiamo leggere soltanto noi), però è necessario anche accollarsi qualche rischio ogni tanto e prendere l’iniziativa, lanciarsi anche senza rete, far finta di aver capito i suoi messaggi subliminari e andare allo sbaraglio, che vedere poi la sua espressione stupefatta vale cento cazziatoni.

Insomma maschietti: e tiriamole un po’ fuori queste benedette palline!

Poiché è vero che voi donne siete belle, buone, intelligenti, generose e tanto, tanto (tantotantotanto) sensibili, ma anche noi maschietti in fondo (infondoinfondoinfondo) non è che facciamo proprio schifo (non del tutto almeno).

Soprattutto poi diventiamo essenziali in ordine alla nostra progenie, perché se è vero che rispetto ai figli la madre è la terra fertile che nutre e fa germogliare il seme, è altrettanto vero che il padre è quel bastone robusto a cui la piantina può aggrapparsi per poter crescere dritta fino al momento in cui sarà in grado di reggersi da sé.

E per inciso sappiate, cari colleghi babbi (nel senso di papà, eh), che rispetto alle vostre consorti, voi siete dotati di una naturale autorità davanti ai vostri figli la quale vi facilita tantissimo il lavoro, e che nel tenere fieramente saldo il timone di quella nave che è la vostra famiglia (e di cui siete deputati per natura ad esserne il nocchiere), “una tantum” potete anche imporvi senza dare spiegazioni, persino battere i pugni sul tavolo e dire imperativamente soltanto un “no”, senza doverlo motivare; poiché i divieti di un padre retto, anche se apparentemente ingiustificati, nascono pur sempre da un desiderio di bene per il figlio, e normalmente, se non vengono spiegati, è perché chi deve obbedire non è ancora in grado di comprenderne i motivi, ma sottomettendosi docilmente non va incontro ad altro che alla propria vera felicità.

Perciò donne: affidatevi con sincera condiscendenza agli uomini che Dio vi ha messo accanto, perché è certo che voi femminucce come nessuno sapete dare la vita, ma nessuno come noialtri maschietti, se adeguatamente motivati, sa morire per proteggerla e difenderla quella stessa vita, scarificando la nostra perché quella continui.

Perché se è pur vero che la salvezza è entrata nel mondo per l’accogliente sottomissione di una femmina, chi ci salva (se proprio lo dobbiamo ricordare) è un maschio…

Standard
Cronache

Sisma (con la “c”)

No, non sono scappato, è solo che sono stato impegnato in un giro di conferenze stampa fatte tra me e me, mentre in questi giorni me ne stavo al balcone ad osservare quegli eventi epocali, accadimenti che sono vere e proprie svolte storiche, a cui l’anziana generazione a cui appartengo ha la dolente opportunità di assistere.

Ma adesso sono ancora qui (scroscio di applausi in sottofondo) a fare nuovamente il profeta di sventura, giusto per il gusto di espormi ancor più al pubblico ludibrio.

Il fatto è che arieggia ormai palpabile un plumbeo sentore (giuro: non sono stato io) e per chi non si tappa gli occhi e tura le orecchie, ma esercita un minimo di discernimento (e se riesce a farlo il sottoscritto è davvero alla portata di chiunque), risultano ormai evidenti tutti i segni della catastrofe imminente.

Sono infatti davvero in molti oggi a pensare che all’interno della Chiesa sia in atto un vero e proprio scisma, e che tale situazione abbia reali possibilità di divenire formale e conclamata.

Alcuni si limitano a paventare silenziosamente tale possibilità, taluni ne parlano come un’inevitabile eventualità, altri paiono persino auspicare che ciò accada, ed accada al più presto, quasi potesse essere l’ultima medicina da somministrare in extrema ratio ad un paziente in fase ormai terminale.

In un numero sempre più allargato di ambienti se ne discorre con disinvoltura, come se non si comprendesse la portata di drastica gravità di una separazione scismatica all’interno della Chiesa: si tratta invero di una lacerazione dolorosissima del Corpo Mistico di Cristo, una vera e propria riproposizione della Sua Passione a livello ecclesiale, al cui solo pensiero dovrebbero tremare le vene nei polsi.

Anche perché, se è vero (come è vero) che, come afferma perentoriamente il Catechismo della Chiesa Cattolica all’articolo 7, la storia della Chiesa negli ultimi tempi è destinata a seguire le orme del suo Signore nel rivivere la Sua Pasqua prima del Suo Ritorno, ecco che in uno scisma di tale portata essa realmente sperimenterebbe quella medesima lacerazione delle carni patita dal Cristo durante la Sua atroce flagellazione, quella medesima dolorosissima mortificazione subìta con la Sua incoronazione di spine, quel medesimo estenuante Calvario che vide Gesù finire inchiodato sul legno della Croce.

Allo stato attuale delle cose pare proprio che si debba constatare come ultimamente l’umanità abbia speso il proprio libero arbitrio a conforto di quel piano che il demonio fu costretto a rivelare nell’ormai noto esorcismo praticato quell’11 febbraio del 2013, quando suo malgrado dovette confessare: “La Chiesa Cattolica è sotto attacco! Le potenze delle tenebre sono scatenate contro la Sposa di quello che abbiamo appeso alla Croce. È l’ultimo assalto che stiamo portando alla sua Chiesa. Le dimissioni del Pontefice, prese in piena libertà e coscienza, aprono la strada al nostro ultimo attacco frontale. Quello lassù sta per ritornare sulla terra, non so né il dove né il quando, ma sento che quel giorno è molto, molto, molto vicino. Le mie stesse forze vanno sempre più affievolendosi, pertanto devo concentrarmi e ricuperare tutte le energie per convogliare i miei miliardi di demòni contro la Sede Apostolica. Non basta la corruzione, non basta l’avidità di denaro, non basta suscitare gli scandali, bisogna condurre una battaglia che abbia come esito finale la distruzione della cosiddetta Chiesa di Roma.”

“Dobbiamo arrivare ad occupare il trono del Vicario di quello inchiodato alla Croce. Con le buone o con le cattive. Costi quel che costi.”


“Posso dirti, brutto pretaccio, che provocheremo un attacco terribile contro la Chiesa romana, faremo tremare le sue mura, ma non scalfiremo la sua stabilità. Abbiamo fatto nascere la crisi economica per impoverire la popolazione mondiale, scoraggiare chi prega e infondere il veleno dell’allontanamento da Lui. Non lasciamo nulla di intentato pur di separare la creatura dal suo Creatore. Tutto ciò che può rovinarvi eternamente lo attuiamo. Ma ora ci stiamo concentrando sulla Chiesa e, sino a quando il nostro lavoro distruttore non sarà compiuto, non le daremo pace. Ho chiesto degli anni a Quello lassù. Ora è il nostro tempo, quindi siamo scatenati, ben sapendo che il periodo concesso sta per terminare. Sento il tuono dell’Onnipotente che mi ricorda il mio nulla e l’obbedienza che, anche contro la mia volontà, gli devo. Quel papa della Rerum Novarum vide, mentre celebrava la Messa, i demòni fuoriuscire dalle viscere della terra e diffondersi dappertutto. Così scrisse quell’odiosa preghiera al Principe delle Milizie celesti, che noi, però, abbiamo fatto abolire al termine della celebrazione. Oggi la terra è completamente invasa dai miei angeli decaduti e, se riusciste a vedere con gli occhi dello spirito, vi accorgereste che è tutto buio. Totalmente buio. Se vedeste i mostri infernali aggirarsi per il mondo, morireste di paura per la forma orribile che hanno. Eppure non ci credete.”


“Devo provocare guerre, devastazioni, catastrofi, portandovi all’esasperazione e alla bestemmia. La crisi devo aggravarla, ridurre in miseria sempre più persone, conducendole alla disperazione di non potersi liberare. Poi devo trasformare radicalmente la vostra cosiddetta società civile in una grossa rolla per porci. Vi ci faccio sguazzare dentro, per poi perdervi all’Inferno. I miei servi sono già all’opera, molti devono fare il lavoro sporco che io ho comandato loro di fare, sino alla fine. La terra deve essere un enorme cimitero, dove i pochi sopravvissuti saranno costretti ad adorarmi e servirmi come un dio. È questo il mio fine: essere dio al posto di Lui. Molti mi celebrano il culto, altri mi invocano, altri ancora mi adorano. Ma non sanno che sono già dannati. Per una manciata di euro e qualche piacere si concedono a me, finendo per consegnarsi ai miei artigli. Vedrete cosa farò alla vostra Chiesa, che scisma provocherò, peggiore di quelli passati. Vedremo quanti sono dalla Sua parte e quanti dalla mia. Il tempo sta per finire e io sono tutto preso dall’aumentare il numero di coloro che passano dalla nostra parte. Tutti devono riconoscermi come unico signore, anche se sono un nulla.”

Epperò, come ogni volta, il senso recondito (oltreché etimologico) della crisi è quello di un’occasione di conversione.

“Krisis” come opportunità dunque: persino quella dei movimenti ecclesiali, i quali hanno il pregio di approfondire carismaticamente aspetti della fede, ma comportano il rischio di addormentare le coscienze di coloro che, per quella natura umana ferita dal peccato originale che la porta ad accomodarsi nella scontatezza, finiscono per succhiare il latte delle linee direttive senza farsi più interloquire dalla presenza dell’incontro con Gesù, il quale vuole sempre e prima di tutto una relazione personale con ciascuno che sia veramente tale, coltivata quotidianamente in ogni frangente della propria vita, anche, e soprattutto, quelli apparentemente più banali, e non si accontenta di un rapporto formale, anche di qualità intellettuale, ma assunto come “pappa pronta” dall’alto, senza un trasporto che sia realmente individuale.

Giacché la domanda ad ogni credente è sempre quella medesima che, rivolta ai primi due discepoli mandati dal Battista ad accodarsi al Suo seguito, li interloquì a mettersi personalmente in gioco, entrando in relazione immediata con Lui: “Che cercate?… Venite e vedete” (cfr. Giovanni 1,38-39).

Così la crisi del clero serve a riportarci all’essenziale, a lasciare i fronzoli di una religiosità formale, di una fede preconfezionata, e ritornare alle basi: la vita di comunità, in un tempo in cui la “ekklēsía” si sfalda, va riassunta nella chiesa domestica innanzitutto, e più profondamente nella relazione sponsale, prima ed unica vera vocazione a cui abbiamo risposto e che ci convoca ad una responsabilità che occupa ogni aspetto della nostra vita, la quale in questi tempi più che mai ci richiama ad un impegno totalizzante, ma che vale ogni pena, poiché veicolo privilegiato della relazione con Cristo e strumento per la nostra salvezza personale.

Ed in questo tempo di confusione diffusa una cosa è certa: non c’è più spazio per la tiepidezza.

Non è più possibile titubare senza schierarsi, poiché le contingenze sono stringenti e nell’esasperazione delle circostanze ciascuno è costretto a prendere, volente o nolente, una posizione.

Si tratta, a ben guardare, del modo in cui il Padre Eterno giudica i suoi figli, quello che ponendo davanti al Figlio crocifisso convoca a svelare i pensieri del cuore, e così si palesa chi, come i due ladroni, anche affranto da una situazione insostenibile, si irrigidisce nell’incredulità, e chi invece si abbandona alla speranza e morendo in Cristo diviene con Lui germe di vita nuova.

Perché le realtà escatologiche si estrinsecano nel quotidiano: nella scelta, istante per istante, tra il bene ed il male, anche, e soprattutto, nelle piccole vicende del quotidiano, laddove, decisione dopo decisione, si forma per l’anima quell’habitus di tomistica memoria, che struttura il cammino dell’uomo in questa vita verso quel destino che lo attenderà poi, consequenzialmente, nell’altra.

È il Giudizio di Dio che si attua nella separazione spontanea della gramigna dal buon grano, il quale viene ghettizzato e per contrasto emerge, anche in liste di proscrizione, che pur compilate con malevola intenzione tornano invece utili a coloro che sono oggetto di discriminazione per potersi individuare al fine di creare una rete: quel “resto” chiamato ad essere germe sotto le ceneri di una civiltà in fiamme per la ricostruzione post-apocalittica, identificandosi, nella confusione che accompagna ogni volta il crollo di un impero, nell’attaccamento all’essenziale, che in questi tempi ultimi rimangono i Sacramenti e la preghiera.

Ma nonostante al prossimo orizzonte si addensi una caligine oscura, così come in quell’Ora delle Tenebre che vide il Cristo patente sul legno, Dio non ci ha affatto abbandonato, anzi (e come sempre nella storia della Redenzione), quando i Suoi figli si ostinano nell’allontanarsi da Lui, Egli manda loro come ultima risorsa la Madre, la quale, dobbiamo ammetterlo, in quest’era è realmente scatenata nei suoi appelli alla conversione (e di questo magari ne riparleremo in maniera più specifica prossimamente).

Tant’è che persino il demonio stesso, in conclusione di quel famoso esorcismo di quattro anni or sono, ha dovuto ammetterlo: “Quella lassù è triste perché vede ogni giorno molti suoi figli precipitare all’Inferno, nonostante le sue continue apparizioni, a cui non crede quasi nessuno.
 Le sue lacrime, versate per lo stato pietoso in cui molte anime vivono, stanno per terminare e lasceranno spazio ai castighi del Cielo”.

To be continued…

Standard
Vita

Confessio

«Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà la carità di molti» (Matteo 24,12).

Questa è la frase che da parecchio tempo a questa parte mi si riaffaccia sempre più spesso in mente, quasi a tornare a farmi visita in quei frangenti di vita nei quali la confusione, oggigiorno dilagante, si acuisce, ed io annaspo boccheggiante e disorientato (più di quanto non lo sia normalmente).

Perché non so voi, ma io in questa cosa qua mi ci ritrovo in pieno.

Non che sia mai stato un campione di carità, intendiamoci; anzi, se proprio ve lo devo dire, tra le virtù teologali la carità è esattamente quella in cui sono sempre stato più scrauso (diciamo che quella in cui sono meno bollito è la speranza, forse anche per via della mia naturale inclinazione ad uno stolido ottimismo), tant’è che, se come afferma San Giovanni Crisostomo saremo giudicati sulla carità, ecco che io son messo piuttosto male, ahimè.

Ed ultimamente, come dicevo, è sempre peggio: sarà anche per via del dilagare dell’iniquità, ma io mi sento d’appartenere sempre più alla schiera di quei “molti” a cui la carità è in via di (rapido e terminale) raffreddamento.

Questo a causa di quell’impressione, ogni giorno più vivida, che mi pervade: come la sensazione di essere sotto un assedio sempre più stretto, avete presente?

Ne parlavo proprio poco tempo fa con mia moglie, usando, per descrivere noi ed i nostri figli, l’immagine di una piccola roccaforte, l’ultimo bastione di una cittadella (i nostri famigliari) che si trova all’interno di una serie concentrica di cinta murarie (i parenti, gli amici, i colleghi, i conoscenti) ciascuna delle quali mette una sorta di distanza di sicurezza dalla campagna aperta (il mondo) con i suoi prati fioriti ed i suoi campi ubertosi, ma anche con le sue foreste oscure ed i suoi fiumi impetuosi.

Ed io me ne sto di guardia sulla torre della nostra roccaforte, e mano a mano osservo i prati sfiorire ed i campi desertificare, mentre i fiumi straripano e dalle foreste escono orde di bestie feroci che si avventano sulle mura della cittadella, prendendola d’assedio, appunto.

Solo che più passa il tempo e più mi rendo conto che le difese esterne cedono, ed il nemico avanza, di cinta in cinta, sempre più all’interno, fino a penetrare, ultimamente, all’interno della cittadella, portando l’assedio, adesso, sotto le mura della nostra roccaforte.

Così mi sento come quel combattente chiamato a difendere i bastioni con ogni mezzo a sua disposizione, ma che mano a mano che il nemico avanza, si ritrova costretto a cedere terreno, ritirandosi sempre più all’interno, eppure costretto, per quanto si sforzi, a vedere le mura prima incrinarsi e poi crollare sotto i suoi occhi.

Questa è l’esatta situazione di cui, da qualche anno a questa parte, mi sento preda: se in principio mi ritenevo convocato nella difesa delle mura esterne, col passare del tempo mi sono ritrovato a dovermi ritirare sempre più verso la roccaforte, cercando di difendere ogni volta una cinta sempre più interna, e rimanendo sconfortato nel vedere i miei sforzi vanificati dall’inevitabile crollo di ogni singolo giro di mura.

E siccome le forze diminuiscono in maniera inversamente proporzionale a quanto mi aumenta lo scoraggiamento, ecco che alla fine mi sono risoluto a doverle ottimizzare, perciò ho deciso di smettere di combattere per difendere postazioni ormai perdute, e piuttosto concentrare quel che resta delle mie energie sempre più solo sui miei cari, fino a ridurmi, ultimamente, a spendermi unicamente per la mia sposa e la mia prole.

Capisco anche che questo atteggiamento possa sembrare poco “misericordioso” e magari pure poco “evangelico”, ma da tempo ormai mi sono reso conto che in questa battaglia è come diceva il compianto Robin Williams in Good morning Vietnam: “l’importante non è vincere, ma uscirne vivi”.

Perché quando il dubbio mi attanaglia ecco che una sola certezza mi sostiene, che per quanto poca carità mi rimanga, la mia responsabilità si esaurisce, in ultima istanza, nello spenderla tutta in quella sola ed unica vocazione a cui ho risposto e che realizza la mia esistenza: amare mia moglie ed insieme a lei proteggere i nostri figli.

Difendere la roccaforte della mia famiglia resistendo all’assedio con tutte le residue mie forze fino al cessare dell’intemperie, poiché solo «chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Matteo 24,13).

Standard
Vita

La casuistica di Dio

Ok, va bene: parliamone.

Io quando mi sono sposato ero ancora all’inizio di un cammino di conversione che mi ha visto arrivare da molto lontano (e lo sa bene chi ha letto il mio secondo libro, per esempio), quindi la mia fede era tutt’altro che granitica allora (non che ora sia così solida, eh: che qui se mi perdo un’Eucarestia la bestia che sono ritorna subito fuori).

Non parliamo poi della consapevolezza: mia moglie ed io ci siamo sposati organizzando le nozze nel giro di un mese, perché già aspettavamo un bambino, e pur avendolo concepito fuori dal matrimonio desideravamo almeno che nascesse dentro al Sacramento.

Tuttavia sfido chiunque ad affermare di essere arrivato al giorno del fatidico “sì” davanti all’altare con una piena consapevolezza di cosa stesse facendo.

Perché non ce n’é: per quanto tu abbia fatto eventuali prove di più o meno lunga convivenza, in realtà capisci cosa vuol dire essere sposato SOLO a partire dalle ventiquattro ore successive al momento del grande passo (quando hai smaltito tutti i bagordi della festa ed il tuo cervello riceve finalmente del sangue con più ossigeno che alcol).

Così come, per quanto tu possa prepararti in via preventiva, capisci cosa significa essere papà solamente dopo aver avuto il primo figlio (e lo sa bene chi ha letto il mio terzo libro, per esempio).

E questa è un’ovvietà manifesta: perché non c’è convivenza che ti dia realmente il polso di ciò che significa vivere il matrimonio, in quanto, per definizione, convivere NON è come essere sposati.

Poiché la differenza la fa proprio il Sacramento (e lo sa bene chi ha letto il mio quarto libro, per esempio).

Quel Sacramento che è realmente sigillo della Divina Trinità sull’unione tra i due coniugi, i quali non sono abbandonati alla loro ontologica insufficienza d’amarsi l’un l’altro, ma vengono soccorsi permanentemente dall’azione santificante di Colui che, essendo Amore, è il Solo che può colmare le contingenti, quotidiane, ineluttabili mancanze d’amore che altrimenti slegano i due coniugi nell’umana fallibilità del loro patto.

Poiché il matrimonio è vincolo stretto tra tre contraenti (i due sposi che rispondono alla vocazione di Dio) i quali sono tutti e tre corresponsabili di quell’unione, solo che mentre le due controparti umane sono, per la loro natura segnata dal peccato, definitivamente scrause, il terzo è Perfetto ed Onnipotente e, a meno che non venga rifiutato con libera e determinata volontà, tiene in piedi tutta la baracca donando quella che viene chiamata, dagli addetti ai lavori, “Grazia di Stato”.

Mia moglie ed io, di questa cosa qua, ne facciamo esperienza pressoché quotidiana, ma, in maniera stringente, ne abbiamo esperito l’efficacia realmente essenziale quando, a quasi un anno e mezzo dalla sua nascita, il nostro primo figlio Matteo (proprio quello per cui ci eravamo sposati) morì di quella malattia genetica che avrebbe poi contrassegnato indelebilmente la nostra vita e quella di altri due nostri bambini.

Dopo quel primo luttuoso evento, infatti, il nostro matrimonio ebbe più volte modo di sgretolarsi miseramente, e con ottime ragioni, quelle stesse per cui il mondo non solo non ci avrebbe condannato, ma in varie circostanze ci avrebbe sollecitato a lasciar perdere.

Se mia moglie ed io fossimo stati solamente conviventi, ci saremmo lasciati in tempo zero (io forse avrei mollato il colpo anche prima).

E questo è, e rimane, un fatto.

Nel nostro caso, il fatto di essere sposati sacramentalmente ha costituito la salvezza per entrambi: non solo (e realmente) come con-sorti, ma anche (e per quanto mi riguarda forse ancor di più) come persone, per le nostre singole anime.

Perché se la mia amatissima moglie ed io non avessimo potuto attingere a quella Grazia di Stato che, per divino contratto, ci viene ancora adesso messa a disposizione istante per istante solo in virtù di quel Sacramento che ci consolida in una sola carne, oggi Tobia, Jonathan, Mattia, Christian e Nadia non ci sarebbero proprio.

Ed io sarei perduto.

Standard
Vita

Il giogo leggero

Settimana faticosa. Di un mesetto impegnativo. Di un periodo piuttosto stressante.

Càpita che la vita talvolta ti stringa d’assedio e se anche non ti succede nulla di straordinario, le circostanze quotidiane, chissà come mai, si rivelino più faticose di quello che dovrebbero, gli impegni paiano più gravosi di quanto in realtà siano e persino gli affetti famigliari ti assorbano maggiore energia di quanto normalmente facciano.

E così arrivi a sera con le forze al lumicino, e basta poco per farti innervosire: non vedi l’ora di andartene a dormire, già sapendo che comunque il risveglio l’indomani ti parrà un atto eroico ed affrontare una nuova giornata di impegni affatto fuori dal comune ti sembrerà invero una fatica atlantica.

Sono momenti in cui ti guardi attorno ed il confronto con le vite altrui ti viene spontaneo, poiché anche se le altre famiglie hanno più figli dei tuoi, lavori più pesanti ed impegni più gravosi a te sembra che non facciano nessuno sforzo, godano di una salute migliore, abbiano più energia e serenità di quanta tu riesca ad auspicartene.

Ti aggrappi allora a quell’unica àncora che hai riconosciuto nella tua vita come vera salvezza, fidandoti di quella Sua parola che assicura: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi ed oppressi, ed io vi darò ristoro” (Matteo 11,28), ma talvolta anche questa pare smentita dal confronto con l’altrui apparente facilità di vivere e ti ritrovi dunque nei panni di quell’apostolo che, pur stabilito dal Maestro in somma dignità, anziché godere della Sua vicinanza si volta indietro e, scrutando il discepolo amato che li segue, cede alla tentazione del confronto e chiede delle sue sorti (Cfr. Giovanni 21,20-21).

E un po’ ti vergogni.

Poi però succede che in quelle pressanti contingenze càpiti un evento particolare: una processione del Corpus Domini solenne, presieduta nientemeno che dall’Arcivescovo, e che si svolgerà proprio nel tuo quartiere.

La tentazione è quella di accampare scuse, pur legittime, e starsene a casa: perché solo il pensiero di dover tenere i pargoli al guinzaglio in una situazione liturgica affollata ti fa venir meno, ma poi senti la coscienza rimorderti e ti fai forza, anche se controvoglia.

Così, in una settimana in cui, per la stanchezza di ogni giornata colma d’impegni, mia moglie ed io abbiamo dovuto a malincuore declinare ogni iniziativa serale, quella processione, pur stanchi morti, non l’abbiamo disertata. Ma solo perché ci sarebbe stato Lui, perché una cosa ci è ben chiara: se a chiunque altro puoi dare buca, a Lui no, non ti conviene, ed il perché l’ha detto Lui stesso: perché senza di Lui, noialtri, non si può far nulla, non poco o quasi niente, ma proprio nulla (Cfr. Giovanni 15,5).

E allora quella sera c’eravamo tutti noi “Giova”, pargoli compresi: tutti in attesa di vedere passare Lui, per lanciarGli un saluto veloce, sicuri che Lui non avrebbe mancato di rivolgere il Suo sguardo anche su di noi e benedirci.

Ed effettivamente si è trattato proprio solo di un attimo, un passaggio veloce e subito ad inizio di serata, giacché la tentazione avrebbe potuto essere quella di dirsi che il più era stato fatto, il cartellino della presenza obliterato, e si sarebbe potuti tornare a casina, tanto più che con i bimbi avremmo potuto sentirci giustificati.

E invece no.

Ci siamo accodati, mano a mano sempre più persi tra la folla, sempre più lontani da Lui, ma mai distanti. Sempre più stanchi, questo sì, e distratti, soprattutto dai bimbi, che per un vero mistero, meno energie ti rimangono e più sembra che loro ne conservino.

E così camminare, cercando almeno di non perdersi tra di noi, ma senza neppure più tentare di seguire i canti o tantomeno le letture, solo camminare, un passo dietro l’altro, insieme ad una moltitudine di volti noti e meno noti, taluni veri e propri sconosciuti.

Camminare senza troppo ordine, ma mai senza una meta, che non è però un punto d’arrivo, bensì una Persona da seguire, una Presenza Viva e Vera, e che proprio perché Viva e Vera è insieme anche Via.

Poiché se sai che il sentiero è quello Buono, quello Giusto, non t’importa più di sapere dove esso ti condurrà, perché in qualsiasi luogo infine giungerai, sai che posto migliore non può esserci.

E allora capisci, mentre torni a casa stanco, ma di una fatica buona, non grave, che quella pace che ti ritrovi nel cuore è dono per aver, ancora una volta, soltanto obbedito al Suo comando: “Che t’importa? Tu seguimi” (Cfr. Giovanni 21,22).

Standard