Cronache

Attenti a quei due (reloaded)

«Ma farò in modo che i miei due testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti per milleduecentosessanta giorni. Questi sono i due olivi e i due candelabri che stanno davanti al Signore della terra. Se qualcuno pensasse di fare loro del male, uscirà dalla loro bocca un fuoco che divorerà i loro nemici. Così deve perire chiunque pensi di fare loro del male. Essi hanno il potere di chiudere il cielo, perché non cada pioggia nei giorni del loro ministero profetico. Essi hanno anche potere di cambiare l’acqua in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di flagelli, tutte le volte che lo vorranno. E quando avranno compiuto la loro testimonianza, la bestia che sale dall’abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà. I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sòdoma ed Egitto, dove anche il loro Signore fu crocifisso. Uomini di ogni popolo, tribù, lingua e nazione vedono i loro cadaveri per tre giorni e mezzo e non permettono che i loro cadaveri vengano deposti in un sepolcro. Gli abitanti della terra fanno festa su di loro, si rallegrano e si scambiano doni, perché questi due profeti erano il tormento degli abitanti della terra. Ma dopo tre giorni e mezzo un soffio di vita che veniva da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi, con grande terrore di quelli che stavano a guardarli. Allora udirono un grido possente dal cielo che diceva loro: “Salite quassù” e salirono al cielo in una nube, mentre i loro nemici li guardavano. In quello stesso momento ci fu un grande terremoto, che fece crollare un decimo della città: perirono in quel terremoto settemila persone; i superstiti, presi da terrore, davano gloria al Dio del cielo.» (Apocalisse 11,3-13)

Va bene lo ammetto: ho un po’ la fissa con il libro dell’Apocalisse.

Ma d’altronde mi piace tanto la storia, e se c’è uno scritto che è vera chiave di lettura della storia nel suo reale senso profetico è proprio il libro della Rivelazione di San Giovanni Apostolo.

E poi vivendo nei cosiddetti Ultimi Tempi come si può non tenere in gran considerazione proprio quella parte del Nuovo Testamento che in essi insegna a viverci (sì, lo so che essendo gli Ultimi Tempi quelli che vanno dalla venuta di Cristo fino al Suo ritorno è facile capitare di nascerci durante).

Bando alle celie, parliam di facezie: mi si perdoni se approfitterò della pazienza di chi legge per disquisire di un’ideuzza che da un po’ di tempo mi frulla in testa e che probabilmente è di poco o nessun valore, ma gli è che ultimamente, al contrario del solito, anziché il capitolo dodici dell’Apocalisse, per il quale nutro un’affezione particolare, mi è ritornato un certo interesse per quello precedente, da cui il branetto in apertura. Questo per via dei due misteriosi personaggi che ne fanno da protagonisti.

Tale capitoletto, al pari del ventesimo del medesimo libro (quello dove vien narrato del regno dei mille anni), argomenta su versetti annosamente dibattuti da profeti e teologi e tuttavia rimasti abbastanza oscuri e d’opinabile interpretazione. Con nessuna pretesa di comprenderli meglio io, mi cimenterò comunque, e per diletto, nelle prossime righe.

Come ben si conosce, vi si narra di due Testimoni che, nel tempo in cui la Bestia lussureggerà sulla terra, sorgeranno per smascherarne la vera origine satanica e che, dopo aver predicato per un determinato tempo, verranno fatti fuori ed oltraggiati apertamente, ma dopo tre giorni e mezzo di pubblico ludibrio dei di loro esposti cadaveri, saranno risorti ed ascenderanno al Cielo, quindi un terremoto farà perire un sacco di gente, ma soprattutto, i superstiti alla tragedia finalmente renderanno gloria Dio.

Ok, è una rozza sintesi questa, ma chi fosse interessato potrà rifarsi all’originale.

Altrettanto grossolanamente riassumerò la Tradizione Mistica che ha preso in considerazione tale coppia di personaggi, poiché questa tende a considerare il testo in maniera piuttosto letterale, lasciando poco spazio all’immaginazione: con poche discordanze tra le diverse rivelazioni e visioni private vengono individuati nei due Testimoni i profeti Elia ed Enoc, i quali, essendo stati rapiti al Cielo prima della loro morte fisica, sono stati destinati a tornare proprio per quel momento storico in cui dovranno dare testimonianza con i prodigi descritti nel testo in oggetto, e precisamente per tale ragione, nell’attesa di quel tempo, starebbero frequentando un apposito corso di formazione celeste.

La Tradizione Ermeneutica, al contrario, è più cauta e lascia aperti spazi d’interpretazione che mi permetto indegnamente di prendere in considerazione in questo articoletto con chi avrà la condiscendenza di seguirmi fino alla fine.

Innanzitutto è doverosa una precisazione: tutto il libro dell’Apocalisse, ma alcuni brani in particolare, hanno più chiavi di lettura e nella stesura della visione s’intrecciano richiami a fatti contemporanei all’autore unitamente a vere profezie, il tutto espresso per simboli ed immagini, ma nel complesso teso ad esprimere il senso ultimo della storia umana e della Chiesa in particolare, e cioè il destino eterno di comunione tra il Creatore e la Sua creatura.

Per tale ragione le opinioni in merito anche al nostro brano non si contano, ma è altresì possibile desumere alcuni particolari restringendo un po’ il campo delle interpretazioni per lasciarsi guidare secondo una linea che poi però dovrà sostenere la verifica con la storia. Ma lo abbiamo detto in apertura: non ci si prenderà troppo sul serio in questo scritto nel seguire un’idea probabilmente bislacca.

Ora, va detto che il capitolo undici si apre con una scenetta particolare, introduttiva se vogliamo, che vede il veggente di Patmos richiamato ad adoprarsi come geometra nel misurare l’area del Tempio: non tutto, però, poiché parte di esso verrà lasciato in mano ai pagani perché sia profanato, cosicché si vengano a creare le condizioni per cui possano essere inviati, appunto, i due famigerati Testimoni. Si noti come l’atto di prendere le misure indichi distinzione, separazione, ma nella fattispecie, preservazione, poiché ciò che è misurato è “sottratto”, conservato dall’assedio circostante: ciò fa pensare ad un tempo nel quale la Chiesa è assediata da ogni parte e la pressione avversaria è tale che il nemico s’insinua persino nell’atrio esterno del Tempio, che viene abbandonato alla corruzione, e tuttavia rimane un nucleo intonso, “misurato” appunto, a germoglio per un futuro di rinnovamento.

In questo tempo, che potremmo definire a buona ragione di “prova”, due fantomatici Testimoni si alzano dalla divina panchina ed entrano prepotentemente in campo per giocare i loro milleduecentosessanta minuti di partita.

Abbiamo detto che la Tradizione Mistica individua in questi due personaggi i profeti veterotestamentari Elia ed Enoc. Alcune annotazioni del testo, però, lasciano spazio per indicazioni diverse. Taluni ritengono che Giovanni faccia riferimento ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, ma il cenno ai due ulivi e ai due candelabri rinvia immediatamente al libro di Zaccaria (4,1-14), per il quale i due ulivi sarebbero Giosué e Zorobabele, ossia i simboli del potere sacerdotale e di quello regio.

Evidentemente però, l’autore dell’Apocalisse ci disincentiva nell’affezionarci a queste due figure, così che non ci si possa vantare d’aver già risolto l’enigma, poiché subito dopo inserisce alcuni indizi che richiamano altri due noti figuri dell’antico Testamento: il fuoco che esce dallo loro bocca ed il potere di chiudere le cateratte del cielo rimanda piuttosto esplicitamente al profeta Elia, mentre l’attitudine a mutar l’acqua in sangue e a scatenar flagelli d’ogni sorta non può non far riandar la memoria a quel Mosé tanto “caro” (letteralmente!) agli egiziani.

Stesso scherzetto, Giovanni, lo pratica nel tratteggiare la città in cui i due verranno estinti per risorgere: Sodoma, Egitto e «dove anche il loro Signore fu crocifisso», simboleggiano più d’una città, e c’é chi pensa a Roma, dove furono appunto martirizzati Pietro e Paolo, o più esplicitamente a Gerusalemme, ma in realtà si sospetta che l’autore voglia confondere un po’ le acque, perché si rifugga un’interpretazione letterale a favore di uno sguardo più generale.

In linea di principio, infatti, sia l’eterogeneità degli indizi dati sull’identità dei due Testimoni, sia la commistione di indicazioni sul luogo del loro martirio, portano a pensare che lo scrivente Giovanni intenda assommare nella vicenda di questi due personaggi la storia comune ad un filòtto di altre figure: dai profeti ed i giusti dell’Antico Testamento ai martiri del tempo della Chiesa; quasi che tali esemplari fossero un compendio vivente di tutti quei testimoni (martus, da cui martire) dell’Unico vero martire per la salvezza del mondo che è Cristo. Tanto che ricalcando il Crocifisso Risorto, anche questi due Testimoni, dopo un tempo stabilito di predicazione pubblica, verranno altrettanto pubblicamente uccisi e dileggiati, ma dopo tre giorni e mezzo, come il loro Signore saranno risuscitati ed ascenderanno al Cielo.

Ciò sottolinea ancora una volta come la storia della Chiesa sia destinata a ripercorrere pedissiquamente la medesima vicenda del suo Signore, sia universalmente, che personalmente, e di come, nel tempo in cui le potenze mondane parranno sopraffarla, sorgeranno testimoni d’eccezione a Cristo che, sulle orme del loro Capo, subiranno il medesimo martirio perché si riveli la gloria di Dio con la sconfitta dell’avversario e la conversione delle anime.

Va bene, e allora?
Ok, vengo al dunque.

Il momento storico lo conosciamo bene tutti: apostasia generale, corruzione dei costumi, pressione degli inferi alle porte del Regno, fumo di satana persino all’interno del Vaticano, e tuttavia in questo bailamme escatologico rimane un “piccolo resto”, una parte del Tempio “misurata” dall’Onniscienza Divina e custodita dalla Provvidenza nella fede perseverante. Si nota nessuna somiglianza con il contesto descritto all’inizio del capitolo undicesimo del nostro libro?

Da un annetto a questa parte se ne è fatto un gran parlare, con pareri di volta in volta sempre diversi e talvolta anche un po’ estremi: ora, voi pochi che mi avete seguito fin qui, permettete anche a me di giocare con quest’idea, ma capiamoci bene, senza che mi prendiate troppo sul serio.

Perché fino a quando erano in quattro come si poteva pensare che potessero essere loro? Ma poi, nel giro di pochi mesi due son stati presi al Cielo e così sono rimasti in due, ancora con i loro “dubia” da sciogliere, e purtuttavia ostinatamente sulla breccia, per testimoniare l’irriducibilità del Vangelo, e con l’intenzione, pare, di andare fino in fondo, nonostante la morte mediatica ed ecclesiale che ha già cominciato ad incontrarli.

A questo punto non c’è nemmeno bisogno di farne i nomi con cui sono noti al secolo, ma è certo che siano due: forse come ulivi che tentano di portare un po’ di pace nel dibattimento tra menzogna e Verità, e forse come due candelabri che servono la Luce cercando di tenerla ben in alto, sopra il marasma della confusione.

Sicuramente sono due che si sono lasciati interloquire dalla perplessità del gregge e perciò si sono sentiti in dovere di manifestarsi per quello che sono: due cardini del Regno, e proprio come fossero Elia ed Enoch redivivi, paiono destinati a gridare nel deserto e a fare una brutta fine, almeno secondo il mondo.

Però sia chiaro: non intendo gufare nessuno dei due, a cui auguro, alla maniera del trekkiano Spock, lunga vita e prosperità; è purtuttavia innegabile evidenza che abbiano avuto ed abbiano ancora a che fare con l’uomo iniquo.

Ma come, alla fine,  sempre sarà la storia a mettere il suo sigillo sulla questione.

Nell’attesa, visti i tempi che corrono, vado a comprarmi il mio paio di mutande di ghisa con un pensiero che ancora un po’ m’inquieta: poiché se fosse vero (ma non lo è state tranquilli) saremmo solo al secondo «guai» (Ap 11,14).

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