Paternità

Proudness

L’altra sera eravamo a tavola tutti insieme e sia io che la piccolina ci attardavamo a finire il nostro piatto di farfalle in bianco, quando i due maschi, che invece avevano già consumato la loro razione, hanno iniziato ad incitare la sorella a fare una gara con me per chi finisse prima la pasta.

Spronata dai fratelli la pargoletta ha accettato con entusiasmo e così anch’io mi sono lasciato trascinare nel gioco.

Da noi la regola per tali tipi di eventi sportivi è che vince non chi pulisce per primo il piatto, ma chi per primo ingoia l’ultimo boccone, tanto che il motto consolidato è divenuto ormai: “bocca vuota vince”.

Preso dall’agone della mia bimba mi sono messo d’impegno nel trangugiare la mia porzione, e mentre mi abbuffavo a gran bocconi vivevo intanto un dibattimento tutto interiore tra la consapevolezza che avrei agevolmente vinto quella gara ed il dubbio che forse invece avrei fatto meglio a lasciar vincere la mia figliola. Poi però il bambino che è in me ha preso il sopravvento e con una scrollata di spalle mi sono accanito sul piatto.

Ma proprio mentre uscivo da questi alti pensieri, quando ancora avevo un paio di forchettate di pasta da consumare, sono stato sorpreso dalle grida giubilanti dei miei maschietti che esultavano alla vista della sorella che in piedi sulla sua Stokke verde chiaro, con le posate ancora in mano, a braccia alzate, col piatto vuoto e la bocca spalancata dimostrava a tutta la famiglia di aver finito per prima la sua cena.

Lì per lì sono rimasto sinceramente stupefatto per quel risultato inatteso: avevo dato per scontata la mia vittoria, giudicando a priori che mia figlia non avrebbe avuto chances contro di me se mi fossi impegnato sul serio, ma smentito da quel fagottino di tre anni, mi sono ritrovato a gioire di cuore di aver perso, e sinceramente entusiasmato dal suo piccolo trionfo, ho iniziato ad esultare con lei assieme ai miei due maschi.

Ed il mio orgoglio di padre per l’esito di quella puerile contesa a favore della mia bambina era tanto che mi sono ritrovato a cercare di coinvolgere nell’enfasi anche l’amata consorte, che di solito è sommessamente contraria a quel tipo di iniziative a tavola, ma che questa volta si è lasciata contagiare dall’allegria famigliare, complimentandosi con trasporto con la piccola vincitrice, la quale da questa spicciola esperienza, ha senz’altro guadagnato in autostima e confidenza nelle proprie capacità.

Ecco: è stato proprio davanti a quel festoso siparietto domestico che mi sono reso conto di come davvero il senso della vocazione paterna si estrinsechi nel saper morire perché l’altro viva.

Così come la declinazione naturale della maternità è il dare la vita per la prole, parimenti il ruolo del padre è quello di chi sa di «dover diminuire perché l’altro cresca» (cfr. Gv 3,30): saper accogliere anche il proprio discapito per guadagnare all’amato la maturazione di un bene maggiore.

Anche con una sana contesa magari, ed in maniera maschia, senza fare sconti, senza quel gioco al ribasso che è sempre perdente, ma altresì senza indietreggiare davanti al sacrificio di se stessi, perché con l’esempio si insegni come il morire al proprio egoismo sia realmente seme di vita nuova.

Che poi, esercitando la paternità in questa chiave, finisci per sorprenderti travolto da una gioia piena per il successo di coloro che ami, pure se ciò comporta il tuo fallimento: un fallimento che tuttavia affatto è sconfitta, ma invero vittoria, poiché ultimamente guadagna all’altro il suo vero bene, donando a te, per contro, un’opportunità di comunione profonda con quel Padre che, nel Figlio, si lascia sorprendere dall’inattesa fede del centurione (cfr. Lc 7,9) o della cananea (cfr. Mt 15,28), e con rinnovato slancio ti stimola a metterti ancor più in gioco, facendo il tifo perché vinca l’altro.

Articolo pubblicato sulla rivista NOTIZIE PROVITA

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Creme

Figlia che in preda a coccolìte ti si arrampica addosso, mentre sei (nemmeno a dirlo), bello tranquillo sul tuo divano a digitare una delle pagine più sublimi di tutta la tua carriera di scrittore.

Epperò il suo ascendente su di te è tale che metti giù il tablet (intanto che il pensiero di quella verità trascendente che stavi per donare all’umanità svanisce implacabilmente dal tuo cervello per sempre) e la prendi in braccio, sorprendendoti nell’annusare un certo aroma di hobgoblin: come una specie di aura mistica che le aleggia intorno ai piccoli lombi, di consistenza quasi ectoplasmica, la quale ti guida nel prendere la ferma decisione di andarla a cambiare, prima che il rigor mortis per decesso da intossicazione ti colga completamente.

Perciò ti approssimi al fasciatoio e la svesti trattenendo il fiato, mentre lei ti guarda con un sogghigno malefico come se sapesse l’amara sorte a cui stai per andare incontro, mentre, col capo forzatamente reclinato all’indietro per istinto di conservazione, le slacci il pannolino in attesa di assistere al deturpante spettacolo di quell’escatologica rivelazione (in senso propriamente apocalittico) che già ti occhieggia liquefatta dai suoi bordi.

In apnea e ad occhi semichiusi, ti affidi allora ai tuoi poteri jedi nell’affrontare il lato oscuro della forza (o meglio, dello “sforzo”) trovandoti ineluttabilmente ad avere a che fare con le simpatiche salviettine umidoprofumose: quelle che mentre con una mano tieni le gambette della pargoletta, con l’altra togli il patello traboccante d’immonde nefandezze, con l’altra prendi il pannolino nuovo e con l’altra ancora cerchi di sfilarne una dal pacchetto per pulirle le chiappotte, te ne viene fuori una sciarpa intera che nemmeno il mago Silvan dalla sua manica i foulards colorati all’apice della sua brillante carriera.

Così, mentre sei lì che mitragli benedizioni agli amatissimi ingegneri di quel packaging pensato propriamente per farti impazzire, noti che il sederino della tua bambina parrebbe un pochino arrossato (e ci credo: visto il prodotto delle sue viscere tanto simile, per consistenza e colore, a quelle Paludi della Morte di tolkeniana memoria).

A quel punto ti si affaccia alla mente la cristallina visione di tua moglie che ti raccomanda di mettere la cremina lenitiva su quel piccolo posteriore rubizzo, che sennò (come ti ha più volte ammonito la diligente consorte) la pelle delicata della tua bambina diventerà spessa e ruvida, e allora sarà poi tua (e solo tua) la colpa se, una volta cresciuta, la sua silhouette sarà irrimediabilmente rovinata da quel lato B calloso e deforme, tanto che nessuno la vorrà prendere in moglie e nella migliore delle ipotesi finirà i suoi giorni da rancorosa zitella, mentre in quella peggiore si getterà nel fiume da una torre per la disperazione di un fondoschiena inguardabile che la condanna ad un’esistenza da reietta.

E tu sei lì, che valuti come l’eventualità che quella negligenza possa in futuro preservare la tua dilettissima figliola dal contatto con un qualsivoglia altro esemplare di genere maschile valga bene la pena di rischiare d’essere scoperto dalla tua amata sposa e quindi dover affrontare le inevitabili ritorsioni cui ti sottoporrà. Quando ad un tratto irrompe nel tuo cerebro assorto un pensiero illuminante, che ti dischiude al quesito di come avranno mai fatto tutte le generazioni femminili precedenti a sopravvivere senza avere le chiappette spalmate con creme ammorbidenti ed aver persino, non solo trovato marito, ma anche perpetuato la specie per millenni.

Perché a quanto ti risulta una cute un po’ arrossata non ha mai ammazzato nessuno, così come un biberon non sterilizzato, un body lavato senza Napisan, un bagnetto fatto con acqua che non sia necessariamente ad una temperatura costante di 37 gradi, o un frutto mangiato con la buccia senza essere stato preventivamente messo in ammollo per 24 ore nel bicarbonato.

Che a furia di avvolgerli nella bambagia di mille superflue attenzioni, questi figli, poi finisce che ti crescono di cristallo ed alla prima fragolina di bosco, punturina di zanzara o fiorellino annusato in un prato ti vanno in shock anafilattico.

Giacché il problema forse è di noi genitori, ormai assuefatti ad una mentalità preventiva che vorrebbe preservare i nostri amatissimi pargoli da ogni minimo fastidio, impedendo loro di graffiarsi per il timore che provino il più piccolo dolore, così che poi alla prima febbriciattola si corre subito al pronto soccorso ed al primo colpo di tosse si prende d’assedio il povero pediatra.

Perché inevitabilmente prima o poi essi saranno intersecati dalle intemperie della vita e allora è bene che a quel momento non ci arrivino del tutto impreparati, ma che abbiano anche loro nel loro zainetto d’esperienze, non dico proprio un’epatite presa per aver succhiato i sassi del parcogiochi, ma qualche gomito o ginocchio sbucciato sì, magari non un trauma cranico, ma che sappiano cosa sia un bernoccolo va anche bene, e se poi hanno la pelle del sedere non proprio liscia e vellutata come la buccia di una pesca non è detto che rimarranno traumatizzati a vita.

Che poi, a ben guardare, tutta questa attenzione a che ‘sti figli non sortiscano dalla cupola di vetro in cui li si vorrebbe tenere, denuncia soltanto il nostro essere genitori illusi di poter tenere tutto sempre sotto controllo: padroni di una realtà preconfezionata secondo i nostri schemi mentali che, in quanto creature e non Creatori, inevitabilmente non possono che essere fortemente limitati e difettosi, giacché la vita ci oltrepassa e la storia che attende noi ed i nostri bambini ci richiama ad affidarci a Colui che della storia, di ogni storia, in verità regge le sorti, sicuri che per loro, oltreché per noi, v’è un destino di bene che ci attende, ed ogni ostacolo del percorso non è lasciato lì ad arrestarci, ma perché sia di stimolo alla nostra ed alla loro crescita.

Ed alla luce di tale consapevolezza allora, che peso vuoi che abbia un culetto un po’ infiammato?

Ma poi niente: è che mi son rivisto nella mente lo sguardo torvo di mia moglie scrutarmi accigliata per il mio tentennamento, così alla fine la cremina sul sedere a mia figlia gliel’ho messa uguale.

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La botta

Pomeriggio a casa coi piccolini.

Come da routine vogliono giocare col LEGO duplo, così trascino fuori dalla cameretta la cassapanca in cui lo teniamo e la posiziono sul tappetone, attaccata ai piedi della penisola del divano, in maniera da impedire che, almeno su quel lato, i pezzi ci vadano sotto.

I pargoli si avventano sul loro gioco preferito ed io mi metto al tavolo a scrivere un po’, buttando di tanto in tanto l’occhio per un sommario controllo.

Ad un tratto non sento più la figlioletta rimestare i pezzi, perciò con riluttanza alzo lo sguardo dalla tastiera e mi accorgo che non è più sul tappeto col fratello, ma si è arrampicata sul divano, e a gattoni ne sta percorrendo lentamente la penisola col chiaro intento di entrare nella cassapanca piena di mattoncioni.

Sa che non deve farlo, ma evidentemente se ne frega, perciò la richiamo una prima volta ostentando finta noncuranza: niente, manco si volta.

Allora mi giro verso di lei e la osservo: da come si muove prevedo che se continuerà nel suo intento cadrà a canestro nella cassapanca, sbattendo la faccia sulle dure mattonelle di LEGO che la riempiono e facendosi probabilmente da molto-male-con-qualche-ematoma a dolore-intenso-con-sfregi-permanenti-del-viso-denti-spezzati-e-lago-di-sangue.

Siccome vorrei evitare che mi imbrattasse le costosissime costruzioni, la richiamo ripetutamente, avvertendola che se si ostinerà nel suo intento finirà per cadere nella cassapanca e si farà un gran male: nulla, non mi sta neanche a sentire e prosegue, con la difficoltà di movimento caratteristica dei suoi due anni di età, ma inesorabilmente determinata nel perseguimento del suo scopo.

Come sua madre, d’altronde, ed ogni altra donna a cominciare dalla prima che si mette in testa di fare una cosa: per fermarla le devi sparare (ed in taluni casi nemmeno così ci riesci).

E allora sia, penso tra me e me: io l’ho avvertita con insistenza ed in modo inequivocabile, ora lascerò che si schianti la faccia sul LEGO, così farà esperienza diretta delle conseguenze delle sue scelte sbagliate.

Parimenti a come talvolta fa anche il Padre Celeste con i suoi figli, e nello specifico quando essi, consapevolmente o meno, col loro pernicioso comportamento si vanno cacciando in guai prossimi, anche seri, ma nonostante i Suoi ripetuti richiami, ottusi all’ascolto perseguono i loro piani con determinazione: ecco che Egli non l’impedisce, ma lascia che assaggino le conseguenze delle loro azioni, nella speranza che imparino la lezione e convertano il loro cuore.

Per cui anch’io resisto, contemplando l’ostinazione della mia bambina, ma scalpitando silenziosamente sulla sedia perché la vedo inesorabilmente destinata al disastro, e mi prefiguro quella botta dolorosissima che l’attende al termine della sua stupida corsa.

I secondi mi sembrano eterni: è un’agonia dover assistere alla rovina del proprio figlio, automutilandosi nell’impotenza per rispettarne la libertà.

Ma fa parte del rischio educativo e bisogna anche assumersene gli eventuali costi.

Epperò lei è la mia bambina ed il mio cuore di padre non ce la fa: così mi alzo e la prendo al volo un attimo prima che, come previsto, cada nella cassapanca.

E lì mi rendo conto del motivo per cui anche il Padre, spesso, si violenti nel frenare la Sua Giustizia con l’eccesso della Sua Misericordia: lasciando che l’uomo si abbruttisca nella sua sorda disobbedienza, facendosi pure del male, ma solo fino ad un certo punto, dopodiché intervenga (e con potenza) nell’evitare il danno, quello totale e definitivo.

Perciò per questa volta mando a ramengo la pedagogia: la mia amatissima pargoletta l’ho salvata dalla catastrofe, ma le ho dato una girata di quelle che se la ricorda per un pezzo. Perché preferisco che pianga per la mia sgridata piuttosto che per il dolore del grave guaio in cui si stava, letteralmente, buttando a capofitto.

E mentre me la stringo stretta forte al cuore finisco arreso al mio amore per lei e comincio pure a consolarla, e intanto penso a quest’umanità mia contemporanea e nutro per lei la medesima speranza: che a porre fine alla sua dilagante, incrudita ed autodistruttiva disobbedienza presto intervenga il Padre, direttamente, nella consapevolezza che tanto poi, alle lacrime amare conseguenti il pur necessario castigo, sopraggiungerà il caldo abbraccio della Sua Giustificazione.

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Paternità

Santa imperfezione

Prima che diventassi genitore, la mia idea di paternità girava attorno all’aspirazione di essere per i miei figli un padre anche solo leggermente migliore di quanto lo era stato il mio per me.

Essendo stato lui tutto sommato un buon padre, mi dicevo, in tal modo avrei portato un miglioramento qualitativo alla generazione successiva e, se i miei figli avessero condiviso la mia stessa idea di paternità, a loro volta sarebbero stati, per i miei nipoti, padri anche solo leggermente migliori di me, perpetuando in tal modo una sorta di circolo virtuoso della paternità nella nostra famiglia.

Poi però papà ci son diventato davvero e così mi sono reso conto che puntare ad essere un padre anche solo leggermente migliore di quanto lo sia stato il proprio non basta affatto.

Questo perché mi è stato dato di comprendere che un papà, per i propri figli, costituisce la prima immagine che essi hanno di Dio (almeno fino all’approdo dell’adolescenza): tale è la portata della paternità umana.

Ma d’altro canto anche se sei chiamato ad essere il dio di tuo figlio, rimani pur sempre un essere soltanto umano, e per quanto cerchi di aspirare alla perfezione, nulla mai, finché vivi, ti permetterà di affrancarti dalla tua creaturalità, dalla tua finitezza e quindi dalla tua ontologica, ineluttabile caducità.

E questo è un problema: poiché, secondo logica, per via di tutti quegli errori che nonostante tutte le tue buone intenzioni inevitabilmente farai come padre, i tuoi figli si faranno una prima idea di Dio plasmata proprio sul tuo modo di interpretare la paternità.

E si sa: la prima impressione è la più difficile da convertire.

Ecco che allora ti piglia un po’ lo sconforto: poiché di errori, caro mio, ne fai ogni giorno.

E così pensi ai disastri educativi che farai con i tuoi figli e di quanto questi poi peseranno sulla loro vita.

Di come presto essi, per quelle piccole e grandi sofferenze che infliggerai loro a causa dei tuoi sbagli, ti vedranno per quello che sei: un genitore imperfetto, deludente, del cui peso sentiranno prima o poi la necessità di disfarsi.

Perché questa è la realtà delle cose.

Ma è un bene che sia così, davvero: giacché l’uomo è sempre tentato dall’ambizione d’essere lui padrone della realtà e s’illude di avere il controllo sulla sua vita, invece lo scontrarsi con la propria natura scrausa ti ricentra su Chi sia il vero genitore dei tuoi figli, di cui tu puoi essere soltanto, giocandotela al meglio delle tue capacità, al massimo una pallida imitazione, ma verso il Quale ti rimane comunque il debito di una vocazione: la consapevolezza che i tuoi figli sono prima di tutto Suoi, e Lui, a te, li ha solo affidati perché tu li aiuti a compiere quel destino a cui loro sono chiamati e che è il ritorno al loro originale Genitore per rimanere con Lui in un’eterna comunione d’Amore.

Ecco che allora, una volta messa nuovamente a fuoco questa verità, lo sconforto per la propria ontologica inadeguatezza viene spazzato via dalla bellezza umile e preziosa di quanto la Misericordia Divina soccorra l’uomo in ogni circostanza della sua vita, ribaltandone il plumbeo orizzonte in una prospettiva nuovamente tersa: poiché proprio le tue mancanze come genitore saranno l’occasione per i tuoi figli di guardare attraverso la tua fragilità, per scrutare oltre la tua finitezza nello scoprire la magnifica realtà di quel Padre vero che li ama d’Amore perfetto ed imperituro.

Perché quello del genitore è un mestiere di cristallo: tanto bello, ma anche tanto delicato, da vivere cercando di essere il più possibile trasparenza di Dio, epperò pur consapevoli che la nostra, per quanto poco, rimarrà sempre una superficie smerigliata, almeno finché vivremo.

Tuttavia la Misericordia del Padre, quello vero, è tale per cui anche le nostre incrinature possono essere rivolte a favore di quel destino di bene cui è vocato ogni figlio, e la nostra opacità, agli occhi di chi ci vede inadeguati, serve a mettere in maggior risalto la perfezione della Sua Luce, cosicché i nostri figli smettano il loro sguardo adorante su di noi per rivolgerlo a Colui che solo ne è degno.

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Vita

Come chiedere

Qua in casa nostra il treenne ha finalmente cominciato ad interfacciarsi verbalmente col mondo: ci ha messo parecchio, d’accordo, ma alla fine ce l’ha fatta anche lui (la piccola ha la metà dei suoi anni e già balbetta senza requie, ma d’altronde è femmina).

Ed in quest’ultimo periodo, quindi, siamo passati ad un livello superiore nella sua educazione: visto che sta imparando a parlare, in famiglia cerchiamo di farglielo fare bene.

Così, quando chiede qualcosa, o lo chiede “per favore” o non l’ottiene.

Parimenti, una volta ricevuto ciò che vuole, o ringrazia o gli viene portato via.

Saremo anche severi secondo gli standard contemporanei, ma tale metodo d’indottrinamento ha funzionato egregiamente col fratello maggiore e per noi la cortesia ha un valore, soprattutto il rendere grazie, poiché abitua che niente nella vita è dovuto, ma tutto è dono, e ciò va riconosciuto.

Ecco allora che oggi a pranzo l’indomito pargolo mi urla che “ha sete” ed io, come da copione, lo ignoro.

Allora gli si accende la lampadina nel cervello e mi chiede di dargli l’acqua “peffavooore”, ma lo dice sottovoce e con una faccietta furba che non me la conta giusta, perciò faccio finta di non aver sentito e lui finalmente ripete la sua richiesta come si deve, al che prontamente ottiene il suo bicchiere d’acqua fresca.

È in quel momento esatto che mi viene in mente quella sorta di reprimenda dell’Aposotolo che cita: «Tu chiedi a Dio e non t’arriva nulla perché lo stai facendo sbajato!» (Cfr. Giacomo 4,3), e allora mi rendo conto come anch’io, pur desiderando di cuore esaudire la richiesta di mio figlio ho atteso che chiedesse nel modo giusto, non per mio capriccio o per ossequio ad una “formula magica”, ma perché nel maturare un’abitudine corretta egli possa crescere bene, diventare una persona migliore, in buona sostanza per fare il suo bene.

Allo stesso modo Dio, che è Padre, non lascia inascoltate le domande dei suoi figli e nemmeno s’arrocca nella reticenza per l’assolvimento di una rigida etichetta, ma anche in queste circostanze educa, e trattenendo salde le briglie del suo amore infinito che scalpita per esaudire il desiderio di cose buone dei suoi figli, attende, finché si adempia ogni giustizia, ed anche nel mutare la forma della sua domanda la creatura amata ne ottenga un bene per sé.

Ed un bene maggiore.

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Paternità

Il riscatto

Da noi la politica educativa stabilisce che quando un figlio inizia a cambiare i denti da latte ha raggiunto ormai l’età adatta per gestire un suo patrimonio.

Anche perché il topolino dei denti comincia a portargli il soldino, perciò gli viene consegnato un salvadanaio dove poter riporre il suo piccolo tesoro.

Così, a otto anni, il mio figlio maggiore ha accumulato, tra denti, mance e regalo della promozione, un capitale di una quindicina di euro, che recentemente ha deciso di investire in un lotto di Dinofroz (pupazzetti fantasy con fattezze da animale preistorico).

Per contro, però, la medesima politica educativa famigliare stabilisce che, quando un figlio matura capacità economica, ne acquista anche l’onere della responsabilità, quindi diventa passibile di “pene pecuniarie” nel caso combini guai o si comporti male.

E settimana scorsa, non mi ricordo più per quale giusto motivo, l’ottenne s’è beccato una bella multa di un euro, ma siccome aveva già speso tutti i suoi soldi, il sottoscritto ha vestito i panni dell’esattore di Equitalia e gli ha messo sotto sequestro un Dinofroz (ovviamente il suo preferito).

L’atto l’ha toccato sul vivo e non solo ha raggiunto lo scopo voluto, ma ha dato luogo ad un inaspettato effetto collaterale: il reo, con atteggiamento supplice, ha inoltrato all’autorità giudiziaria paterna la richiesta di poter riscattare l’amato pupazzetto con il soldino che avrebbe ricavato dalla prossima caduta di un dente.

La proposta mi ha tanto positivamente sorpreso che di primo acchito gli avrei voluto rendere il suo Dinofroz aggratis, ma non potendo declinare al mio ruolo di educatore ho resistito all’impulso, pur acconsentendo con malcelato compiacimento.

Perché così, pur con i dovuti distinguo, ha fatto anche Nostro Signore con quell’umanità affidataGli dal Padre: Egli, considerandola Sua e vedendola messa sotto sequestro dal maligno, ne ha desiderato riscattare la libertà pagandone la cauzione colla propria carne.

E se è pur vero che mentre l’uomo s’è inguaiato da solo ed il Figlio di Dio ha potuto salvarlo proprio perché Innocente, al contrario di mio figlio, che ha causato da se stesso la sua pena, tuttavia il moto del suo cuore ha rivelato la medesima dinamica, manifestando ai miei occhi come davvero l’uomo conservi ancora la capacità di essere immagine di Dio.

Perciò due sere fa il mio bambino, pur con tremebonda apprensione, s’è lasciato estrarre il dente più che dondolante, e dopo una notte di attesa, al mattino ha trovato nella scatoletta del topolino un euro al posto del suo dentino, e subito, con trepidante entusiasmo, è venuto a riscattare l’agognato pupazzetto.

E a giudicare dal suo sguardo raggiante credo proprio che in cuor suo abbia anche lui condiviso quel medesimo pensiero di Dio nel dì di Risurrezione: che mai, fino a quel momento, le sue sostanze fossero state meglio spese…

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