Relazione

Pratica del Genere

Simboli di Genere

Ultimamente, cazzeggiando un po’ sui social, mi è capitato d’imbattermi in un post che illustrava i differenti modi con cui, nei vari ambiti del quotidiano, i maschietti e le femminucce fanno le medesime cose, simpaticamente rappresentati da diagrammi, grafici ed illustrazioni schematiche.

La raccolta era piuttosto divertente, oltreché veritiera, ma nella variopinta gamma di differenze, l’ultima mi ha particolarmente colpito, nonché fatto riflettere, poiché metteva a confronto il modo in cui si lava un uomo con quello in cui si lava una donna, attraverso due immagini che rappresentavano le rispettive sagome ed in mezzo tra le due una scala cromatica che andava dal bianco al rosso intenso (dove il bianco sta per un risciacquo veloce ed il rosso intenso per una pulizia accurata con vigoroso sfregamento).

Ebbene: le zone che il maschio si lava accuratamente sono i capelli, la barba, le ascelle ed il pube. Il resto del corpo diciamo che più o meno lo accarezza con le mani insaponate, mentre per le mani ed i piedi lascia che sia l’acqua della doccia stessa, che scorrendo, si porti via quello che c’è da togliere.

La femmina invece era raffigurata completamente di un rosso intenso, ossia le donne si lavano strofinando con forza TUTTO il corpo: dall’ultima doppiapunta all’interstizio tra pondolo e millino.

A parte il fatto che rimane una verità assoluta che l’acqua, scorrendo, si porta via quello che c’è da togliere (prima dell’avvento del sapone l’uomo si limitava a pucciarsi in uno stagno quel paio di volte l’anno e non è che puzzava più di oggi), quello che mi ha lasciato un po’ perplesso è questa leggenda urbana che vuole il maschio (molto) meno incline a lavarsi della femmina: maddài, nel duemilaediciassette siamo ancora qui a riproporre ‘sti stereotipi stantii?

Assì, dite?

E va bene: ammesso e non concesso che sia vero, occorre però chiarire un paio di cosette.

Prima di tutto è una questione di fiducia: il maschio è meno ansioso della femmina (il cervello della donna, infatti, ha l’area deputata alla creazione dell’ansia quattro volte più sviluppata di quella della sua controparte virile) e quindi egli, poiché meno incline a dover tenere tutto sotto controllo, è più portato a delegare, a fidarsi, ed in questo caso specifico, se non teme così tanto lo sporco, evidentemente è perché ha più fiducia nel proprio sistema immunitario.

Eppoi (ma non meno importante) c’è anche la questione ormonale: il maschio ha una gamma più ristretta di sbalzi ormonali, tendenzialmente gliene girano soltanto due (un po’ come le palle): il testosterone e l’adrenalina, mentre invece nell’organismo femminile gli ormoni fanno festa giorno e notte, danzando impazziti in un tripudio di gamme di umori, ed ogni flusso lascia una prepotente traccia di sé in termini di odori e secrezioni, da cui una maggior necessità di lavarsi.

La donna infatti c’ha gli estrogeni, il progesterone, la serotonina, la melatonina (che però, viste le stravaganti modalità del sonno femminile, evidentemente o è poca o funziona male), l’ormone dell’ansia, l’ormone del controllo, quello dell’isteria, quello dello shopping compulsivo, quello che le fa piangere per nulla, quello che le fa ridere come delle sceme (ma che se glielo fai notare s’incacchiano di brutto), l’ormone del vaniloquio, quello dello sproloquio e molte anche quello del soliloquio (come mia moglie, che fa la radiocronaca in diretta di tutto quello che ha fatto, sta facendo e sta per fare, alternandola alla descrizione minuziosa in tempo reale di ogni suo moto interiore: psichico, spirituale nonché fisico – tesoro ti amo tanto).

Si capisce bene che tutti ‘sti sbalzi ormonali lasciano delle scie dentro e fuori di lei, ogni ormone ha il suo odore precipuo e quando si alternano due ormoni opposti ecco che la femmina percepisce l’aroma dell’ormone precedente come molesto e quindi, in preda all’ormone attuale suo nemico naturale, corre a lavarne via i residui secreti.

Nell’uomo invece questo problema (come molti altri) non sussiste, poiché gli odori del testosterone vanno d’accordissimo con quelli dell’adrenalina, anzi la loro combinazione gli dona quel tipico aroma da maschio alpha che tanto piace alle donne (anche se non l’ammetteranno mai).

Il fatto è che, come per ogni altra singola e benedetta cosa, il maschio e la femmina hanno due modi differenti anche di concepire il proprio corpo: l’uomo intende la sua fisicità come una sorta di macchina, un motore che gli consente di compiere azioni, e come ogni ingranaggio ben funzionante è normale che questo sia un po’ unto e pungentemente odoroso, inoltre, come per ogni buon meccanismo, finché esso funziona, tendenzialmente è meglio non metterci mano, che se lo pulisci troppo, poi s’incricca.

La donna invece, ha iscritta nell’intimo la consapevolezza che il suo corpo è un tempio pulsante di vita, profondamente organico, in continua, ciclica, mutazione, poiché tutto centrato ad essere dono per l’altro: dono per l’uomo, perché nella cura della sua bellezza sia capace di attirarne lo sguardo e nel profumo della sua purezza sia per lui abbraccio accogliente atto ad ospitarne la virilità feconda, ma soprattutto dono per la vita nascente, perché nella salute dell’intima igiene del suo ventre possa trovare ospitalità e sicurezza ogni nuova generazione.

Ché tale è la ricchezza di quella differenza binaria tra l’uomo e la donna.

Ma tutt’altro che contrapposti, i due sessi sono invero fatti per la complementarietà: dotati di una stessa natura, hanno però una costituzione biologica orientata al peculiare ruolo che ciascuno di essi ha all’interno dell’ordine specifico, così come ben rappresentato dai quei due simboli che in zoologia identificano i sessi (avete presente no? Quei due disegnini raffigurati nell’immagine qua sopra).

Un’origine condivisa descritta da quel circolo che li accomuna, ma caratteristiche biologiche differenti rappresentate da quei due segni di forma diversa: una freccia per il maschio ed una croce per la femmina.

Una freccia per indicare quella capacità tutta maschile di puntare dritto all’obiettivo, sia nel perseguimento di una meta che nella ricerca della soluzione ad un problema (provate a pensare al modo in cui gli uomini fanno acquisti).

Una freccia ben ancorata al suo tondo, simbolo del mondo e della famiglia umana, ma che pure tende in alto, evidenza di quel destino assegnatogli per natura: condurre al Cielo.

Per la donna, invece, una croce: ad indicare quella sua natura che la voca al dono di sé per l’altro, sia nella generazione che nel servizio ai suoi cari, ma una croce che è posta sotto quel tondo che rappresenta il mondo, segno che con il suo farsi dono la donna è in realtà proprio colei che ne regge le sorti, ché senza di lei il consorzio umano non ha orizzonte né futuro.

E tuttavia, infine, è proprio accostando questi due simboli l’uno accanto all’altro che emerge quella verità profonda che intreccia i destini di entrambi i sessi in quel moto perpetuo d’amore che dona senso al vivere e che smuove il mondo: quell’evidenza manifesta dell’eterna dinamica tra i generi.

Ossia di come la freccia dei maschietti sia sempre tesa ed orientata al cerchietto delle femminucce…

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Cronache

Segni nel Cielo

«Un segno grandioso apparve nel cielo: una Donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto.»

(Apocalisse 12,1-2)

Il vantaggio di non contare un cacchio è che puoi dire quello che vuoi che tanto non ti si fila più o meno nessuno, così, se sbagli, non hai fatto grossi danni, mentre se c’azzecchi puoi sempre vantarti dicendo (con il tuo bel ditino indice alzato): “Io ve l’avevo detto, ma non mi siete stati a sentire”; il che, detto tra noi, dà sempre una certa soddisfazione.

È il bello di non avere una reputazione da difendere, di godere di quella povertà di spirito che ti rende davvero libero di fronte all’altrui giudizio: un po’ come quei pastori betlemmiti che se ne stavano all’aperto nella notte in cui Nostro Signore venne nel mondo la prima volta, loro malgrado svegli a contemplar le stelle, e per questo sono stati fatti depositari della gloriosa rivelazione.

Tanto quanto quei tre Magi, che anche loro scrutavano il Cielo, proprio in cerca di un segno che confermasse le profezie, e che quando finalmente credettero di averlo trovato non si tirarono indietro, rimanendo nella comodità dei loro osservatori, ma si misero in gioco, prestando fede a ciò che videro nelle stelle, e per ciò furono resi degni della divina manifestazione.

E già che siamo in tema d’Epifania (che per chi ancora non lo sapesse, significa appunto “manifestazione”), mi prendo ancora un po’ di spazio per rilanciare sul piatto della congiuntura dell’anno che verrà, con un’altra singolare curiosità.

Ma prima di sfornare la polpetta occorre fare un piccolo preambolo. Perché se è vero che dar credito agli oroscopi è mera superstizione, è altresì vero che nella storia della Salvezza Dio si è espresso anche col movimento dei corpi celesti, dei quali è pur sempre Re e Creatore, e che perciò talvolta essi si fanno segno della Sua Presenza.

Come d’altronde ci insegna proprio l’episodio evangelico dei Magi, i quali non senza ragione se ne stavano col naso all’insù, ma come molti altri loro contemporanei, erano in attesa del compimento di ciò che era stato predetto proprio per i tempi in cui si ritrovarono a vivere, e perciò vigilavano.

Va detto infatti che, proprio nel centinaio d’anni a cavallo della nascita di Gesù, in Israele, ma non solo, l’attesa della venuta del Messia annunciato dalle Scritture era grandissima. Ed è storicamente appurato che, a partire dall’area compresa tra i fiumi Tigri ed Eufrate, ma in generale in tutta la regione babilonese, gli astrologi attendevano l’avvento di un “dominatore del mondo” che doveva giungere proprio dalla Palestina.

Ecco perché, quando i Magi videro profilarsi nel Cielo una particolare congiunzione planetaria (che né di stella, invero, né tantomeno di cometa si trattava), vi colsero il segno tanto atteso: nell’anno settecentoquarantasette dalla fondazione di Roma, il pianeta Giove, il quale secondo l’astrologia antica era il pianeta dei Re, entrò in congiunzione con Saturno, il pianeta sotto cui cadeva la protezione di Israele, nella costellazione dei Pesci, considerata il segno zodiacale della fine dei tempi, dando origine nel cielo ad un punto di luminosità pari ad una stella brillante e ben visibile su tutta la regione mediterranea.

Secondo la credenza ebraica la venuta del tanto atteso Messia sarebbe coincisa proprio con questa congiunzione, ed evidentemente i Magi questo lo sapevano, visto che proprio all’apparire di questa luce celeste si misero in cammino in cerca del neonato Re.

Detto questo veniamo al nostro di tempo, che come quello in cui visse il terzetto di evangelici astronomi, è parimenti un tempo di fremente attesa, in cui non pochi sono coloro che in silenzio vigilano, cercando tra le pieghe del proprio quotidiano vivere, i segni annunciati da antiche (e moderne) profezie.

E che quello in cui viviamo paia proprio essere il tempo descritto al capitolo dodici dell’Apocalisse, il sottoscritto l’aveva già paventato nel suo primo libro (pagina 481, per gli eventuali curiosi), e a tutt’oggi ne è sempre più convinto.

Così càpita che proprio un mesetto e mezzo fa, il giorno 20 novembre del 2016 (per coincidenza festa di Cristo Re), è iniziato un evento astronomico il quale pare senza precedenti nella storia, che ha visto il pianeta Giove entrare nella costellazione della Vergine e, a causa del suo moto retrogrado, ivi resterà per nove mesi e mezzo.

Il 23 settembre del 2017, quindi, Giove uscirà dalla costellazione della Vergine, lasciando quest’ultima in una posizione del tutto particolare: dietro di essa sorgerà infatti il sole, sotto di essa si troverà la luna, mentre sopra di essa si troveranno disposte, oltre alle consuete nove stelle della costellazione del Leone, anche i tre pianeti Mercurio, Venere e Marte, per un totale di dodici corpi luminosi.

Ora: il fatto che tutto ciò avvenga nell’anno del centenario delle apparizioni di Fatima (apparizioni che, tra l’altro, furono contraddistinte da straordinari segni nel Cielo, come quello del celebre “miracolo del Sole”), a me personalmente fa drizzare le antenne (e i peli sugli avambracci), perché anche ad un rimbambito come me risultano evidenti alcuni collegamenti.

Come ad esempio il fatto che sia proprio Giove, il pianeta dei Re, ad entrare nel corpo della Vergine, rimanendo nel suo “grembo” per il tempo esatto della gestazione di un bambino, e quando il “Re” uscirà dalla Vergine, questa sarà circonfusa dalla luce del sole nascente, con la luna sotto i suoi “piedi” e cinta da una “corona” di dodici “stelle”.

Dunque: sono solo io a vedere in tutto ‘sto popò di “epifania celeste” il riverbero dell’immagine di una “Vergine Trionfante” come quella il cui Cuore Immacolato è descritto nel famoso segreto di Fatima?

E stupisce soltanto me che l’inizio della “gestazione” del “Re” nel grembo della “Vergine”, la quale quindi comincerà a gemere «per le doglie e il travaglio del parto», sia coinciso con il giorno in cui è terminato il pubblicizzatissimo “Anno della Misericordia”?

Che me la ricordo solo io quella dichiarazione di Nostro Signore segnata da Santa Faustina Kowalska nel suo celeberrimo diario in cui Egli sollecita: «Parla al mondo della Mia Misericordia… Questo è un segno per gli ultimi tempi, dopo i quali arriverà il Giorno della Giustizia. Fintanto che c’è tempo ricorrano alla sorgente della Mia Misericordia» (Diario, pag. 309)?

E per inciso: la Donna vestita di sole del Libro della Rivelazione, non è figura soltanto di Maria Santissima, eh, ma anche, ed inscindibilmente, della Chiesa.
Ma di questo magari ne parliamo la prossima volta.

To be continued…

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Relazione

Cartoni Animati Giapponesi

Eccerto che noialtri, che di questi tempi si scavalla il crinale degli “enta” per introdurci nell’immaginifico entourage degli “anta”, apparteniamo a quella generazione che, in quei fatidici anni ’80, infanti ebbri d’innocente entusiasmo, nell’ora pomeridiana ci accoccolavamo attorno al focolare del teleschermo, all’ombra familiare della nube di Cernobyl, trangugiando tegole e rotolini di grassi idrogenati annaffiati dall’indimenticato succo artificiale di colore fosforescente contenuto in quei piccoli tetrapak dall’amichevole nome di “Billy”, ed abbeveravamo l’anima nostra alle omologate ordalie degli animati beniamini di grossolana e nipponica fattura.

Che quelli sì che erano cartoni, mica come la Masha e la Peppa d’oggidì.

Quelle sì che erano storie d’avanguardia: che già ci prefiguravano quale sarebbe stato il nostro futuro, offuscato dai nuguli della polverina magica di Pollon (quella che «sembra talco, ma non è» e «serve a darti l’allegria»), e che già ci premonivano sull’avvento di orde di “Vegani” che avrebbero presto invaso il nostro pianeta e dalle quali solo Ufo Robot avrebbe potuto difenderci.

Cartoni animati i cui contenuti, visto l’andazzo della società contemporanea, non si possono non riconoscere come profetici, almeno a livello subliminale: ché la nostra generazione è proprio quella svezzata dalle inchiavardature spaziali di Goldrake, dall’ammiccante sensualità di Lamù, dall’algida androginia di Lady Oscar, dalla sottile promiscuità incestuosa di Georgie (per tacer poi degli ambigui triangoli amorosi di Haran Banjo, Reika e Beauty nell’alcova del gigantesco Daitarn 3).

Epperò le sigle erano un gran belle: strumentalmente accuratissime e di raffinato stile musicale, anche se i testi, invero, il più delle volte non brillavano per originalità.

Tranne in alcuni casi, come ad esempio la sigla di Ken il guerriero, che pare un’apologia biblica: provate ad ascoltarla sostituendo il nome del protagonista con quello di Gesù, e poi ditemi se non è vero che sembra un canto dei Gen Rosso.

Oppure (e concludo) come questa perla: il Gakeen, un robottone magnetico sui generis, un po’ Jeeg ed un po’ Mazinga, cartone stereotipato per la verità, ma la cui sigla italiana ancora oggi incanta per la sua chestertoniana chiarezza.

E cito: «Un bel ragazzo con la sua ragazza: profonda è questa solidarietà; la donna è più dolce, ma sa anche soffrire; l’uomo è più forte, ma sa anche morire, ma uniti fanno una creatura più forte che mai».
Parole notevoli per una canzone da bambini, che rievocano la bellezza delle ontologiche differenze tra maschio e femmina, della loro fertile complementarità: roba che al giorno d’oggi sarebbe censurata per i suoi “contenuti omofobi”.

E il ritornello rilancia: «Gakeen magnetico robot: si avvitano in cielo le braccia sue, si saldano in cielo le gambe sue, in cielo si forma il suo corpo ed ecco Gakeen».
Alludendo a come l’unione tra un uomo ed una donna debba rimanere subordinata alla sua origine celeste, poiché è preminentemente in Cielo che viene stabilita, ribadendo una volta di più come la famiglia naturale sia essenzialmente quella che si fonda sull’unione matrimoniale sacramentata.

E poi infine: «Ragazzo, se hai trovato la ragazza, ricorda che a lei devi fedeltà: la donna è più dolce, ma sa anche punire, e l’uomo, più forte, può pure soffrire, ma in due si può andare più in alto, più in alto che mai».
Cosa aggiungere a tale affermazione sull’indissolubilità dell’unione tra l’uomo e la donna, nella quale si evidenzia come il primato debba essere riconosciuto al servizio reciproco (pena un’inevitabile sofferenza) ed in cui solo nella corresponsione alla vocazione sponsale si realizza appieno quella relazione d’amore che rifrange il divino?

Pare un testo preso da uno dei libri della Miriano…

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Fede

L’ora della Donna

A ben guardare l’intera storia dell’universo sembra essere racchiusa in un singolo respiro di Dio.
Un’inspirazione cominciata all’inizio del tempo e che ha dato forma, sostanza ed evoluzione al Creato.
Un fiato rimasto in sospeso, per l’attesa di un “sì” dalle labbra immacolate di una Donna.
Un’espirazione rilasciata sulla croce dal Figlio morente, esplosa nella Sua risurrezione e che ancora oggi perdura nella sua Chiesa.
Fino a quando lo Spirito non sarà stato emesso tutto e l’afflato concluso, per lasciare il posto ad un bacio eterno tra Dio e l’anima umana.

“Mala tempora currunt” diceva già Cicerone ai suoi tempi, e ne aveva ben donde. Ma anche oggi, come, a ben guardare, in ogni epoca, questa frase riecheggia sempre attuale, poiché per un verso o per l’altro ogni tempo è gramo all’uomo da quando: “per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo” (Sapienza 2,24).

E che Cristo abbia già vinto non toglie un grammo alla fatica dell’essere in battaglia, ma dona la certezza del trionfo a chi gli resta aggrappato.

Purtuttavia nei tempi della Sposa, gli ultimi, c’è una speranza in più: una fiera paladina si schiera come alleata, svelando allo sguardo dei mortali i piani dell’avversario, cosicché essi, adoperandosi devotamente nell’uso di quelle armi mistiche messe loro a disposizione, possano vincere non solo la guerra, ch’é già vinta dal Figlio, ma anche ogni singolo combattimento, personale ed universale.

Recita infatti il Libro della Rivelazione: “Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra” (Apocalisse 12,1-4).

Ed in questo secolo, in cui il serpente antico pare proprio scatenato e numerosi sono coloro che si lasciano irretire dalle sue trame perverse cedendo alle schiere avversarie dell’umano nell’illusione di poter costruire una rinnovata Babele sulle fondamenta dell’orgoglio creaturale, ecco che una Donna, vestita di sole e coronata di dodici stelle, viene ancora ed ancora a generare militanti del Regno perché, come un piccolo, ma valente resto, si facciano calcagno del Figlio nello schiacciar la testa al drago.

Questi i “segni nel cielo” che, nell’Apocalisse di San Giovanni, donano all’uomo una chiave di lettura per scrutare nelle pieghe della storia l’arcaico antagonismo che anima le sorti della salvezza in ogni tempo, ma in particolare per noi, di quello attuale.

E se questa Donna apocalittica è sì figura della Chiesa, lo è prima di tutto e più profondamente di Maria, colei che ha generato quel Figlio maschio: “destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro” (Apocalisse 12,5).

Parimenti a come in Cana di Galilea e poi ai piedi della croce la Madonna è stata investita Madre della Chiesa, ella adempie, nella storia di quest’ultima, al suo compito in modo amoroso, facendosi ancora ed ancora “segno nel Cielo” per guidarla, ammaestrarla e difenderla, contrapponendosi all’ordito dell’ancestrale avversario.

Così, osservando in una prospettiva profetica gli avvenimenti, ad uno sguardo di retrospettiva noi oggi possiamo notare come, nei suoi interventi sulla terra, la Madonna appaia per anticipare le mosse dello spirito del mondo, dando l’opportunità a chi l’accoglie di prevenire il disastro, oppure ponendosi in contrapposizione nel preparare un rimedio a ciò che è ormai inevitabile.

Se prendiamo in considerazione, ad esempio, alcune tra le più note apparizioni degli ultimi secoli possiamo osservare come Maria a Guadalupe, nel 1531, consegnando la Tilma con impressa la sua immagine acherotipa all’umile Juan Diego, sia stata scaturigine di un’incendio di vera e propria cristianizzazione che ha acceso il Nuovo Mondo, contrapponendosi di fatto, ed anticipando, l’incipiente esodo protestante europeo, profonda piaga scismatica della Chiesa occidentale.

A Rue du Bac, nel 1830, apparendo alla suora conventuale Caterina Labouré e donandole la Medaglia Miracolosa, la Madonna ha fornito ai credenti un vero e proprio antidoto allo spirito rivoluzionario che ha infiammato Parigi ed ha aperto la diga all’ondata positivista dell’ormai prossimo Risorgimento Europeo.

E mentre il vecchio mondo si preparava alla rivoluzione del 1848 ed all’avvento massonico, due anni prima, Nostra Signora di La Salette, consegnava ai piccoli Maximin Giraud e Melanie Calvat un segreto sulle sorti della Chiesa destinato alle mani petrine, perché si prendessero gli opportuni provvedimenti in merito.

A Lourdes, nel 1858, il sigillo del dogma dell’Immacolata Concezione annunciato alle orecchie di Bernadette fu la contromossa celeste nei confronti dell’evoluzionismo ed i futuri danni che la sua capziosa interpretazione avrebbe portato nell’eliminazione del concetto del peccato originale.

Il prossimo avvento dell’ideologia totalitarista di matrice atea (e diciamolo: anticristica) fu profetizzato nel segreto in tre parti affidato ancora una volta a dei bambini nelle apparizioni del 1917 a Fatima, ed ai tre pastorelli Francisco e Jacinta Marto e Lucia Dos Santos, fu consegnato anche il rimedio estremo per scongiurare una nuova, devastante, guerra mondiale: la devozione al Cuore Immacolato di Maria e la consacrazione solenne del mondo e dell’umanità ad esso.

Per chi credesse poi che la Madonna sia solo avversa al comunismo la smentita avvenne nelle due apparizioni di Beauring, nel 1932 e di Banneaux nel 1933, che furono proprio gli anni dell’ascesa di Hitler al potere.

Dopo i recenti orrori della Seconda Guerra Mondiale, che ebbero luogo anche per la mancata osservanza delle sue indicazioni, la Madre Celeste non si stancò di rimanere inascoltata ed apparve a Roma, nei pressi di Tre Fontane nel 1947, presentandosi a Bruno Cornacchiola come la “Vergine della Rivelazione (Apocalisse)” e qui profetizzò l’avvento dello scientismo ateo che avrebbe portato la scienza (in particolare quella medica) a tradire Dio.

Tutto ciò (ma ci sarebbero molte altre apparizioni da citare che per ovvi motivi qui tralasciamo di prendere in considerazione) rende chiara l’idea di come la Madonna si prenda cura del popolo di Dio proprio come una madre amorevole, la quale instancabilmente richiama i propri figli ottusi ai suoi avvertimenti.

E mano a mano che ci si avvicina ai giorni nostri i moniti celesti si fanno sempre più espliciti: si pensi ad esempio alle apparizioni di Kibeho, nel 1981, durante le quali, senza mezzi termini, la Vergine Immacolata profetizzò la guerra etnica tra hutu e tutsi, che puntualmente ebbe luogo nel 1994.

Oggigiorno la mente non può non correre alle apparizioni di Medjugorje, le quali rimangono ancora sotto il vaglio della Chiesa e non sono ufficialmente riconosciute poiché ancora in corso, ma i cui frutti di conversione sono sotto gli occhi di tutti. Ora, senza entrare nel merito della veridicità di queste apparizioni (che lasciamo al criterio prudente della Chiesa) è però incontestabile l’evidenza della profezia Mariana sul conflitto fratricida nei Balcani annunciato con ben dieci anni d’anticipo e puntualmente avveratosi. Per linea di principio, perciò, non possiamo non concedere il beneficio del dubbio sulla realtà del fatto che, già dal 1982, la Madonna abbia consegnato ad uno dei veggenti (e nel corso degli anni anche agli altri) dieci segreti sulla Chiesa e sul mondo che verranno annunciati tre giorni prima del loro avverarsi e che descriveranno la ricaduta di satana in catene, il termine del tempo in cui gli è stata concessa libertà d’azione e l’avvento di un promesso periodo di pace.

Fortissimi qui i richiami a quel capitolo dodicesimo dell’Apocalisse di cui il brano in precedenza, ma ancora più forte l’eco delle parole dell’amato Pontefice Benedetto XVI, il quale certo si è distinto per il modo in cui ha sempre soppesato ogni suo pronunciamento, e che tuttavia ha perentoriamente affermato che gli eventi profetizzati a Fatima trovano la loro attualizzazione nel nostro futuro e che ha auspicato pubblicamente che nel centenario delle apparizioni finalmente il trionfo del Cuore Immacolato di Maria possa trovare il predetto adempimento.

Nonostante i segni dei tempi possano indurre a pensarlo, però, non pare imminente la “fine del mondo” comunemente intesa.

E peraltro non è tale lo scopo di queste argomentazioni, bensì il mettere in luce una volta di più, se possibile, come gli interventi della Madre Celeste nella storia della Chiesa siano volti a guidarla, indicando all’umanità credente, soprattutto nei tempi travagliati e segnati dall’azione diabolica dell’epoca moderna e contemporanea, le tattiche da attuare per contrastare efficacemente la nefasta strategia del demonio.

Il senso è il medesimo dello stesso Libro della Rivelazione, il quale indica al fedele lettore la prospettiva profetica necessaria a comprendere la storia come saldamente nelle mani di Dio e a rinnovare quindi la speranza in un destino che, per quanto segnato dal “mistero iniquitatis”, rimane comunque un destino di bene.

E la dottrina ispirata del Magistero si è risolta fin dagli inizi nella consapevolezza maturata sulle stesse parole del Cristo, per cui: “un servo non è più grande del suo padrone e se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Cfr. Giovanni 15,20), così allora la Chiesa è chiamata a considerare la propria storia sulla vicenda terrena di chi l’ha fondata e l’anima con il suo Santo Spirito.

Tale il calco nelle concavità del quale la Sposa viene chiamata a prendere forma nel tempo, quasi letteralmente, rileggendo la sanguinosa persecuzione dei primi cristiani come figura di quella strage degli innocenti che segnalò i primissimi martiri a causa del Cristo.

Scrutando l’esilio egiziano del Signore nel nascondimento della prima Chiesa tra le tenebre delle catacombe.

Valutando il suo riconoscimento e la sua costituzione cattolica ed apostolica come immagine del ritorno in patria di Gesù bambino e successivamente del suo ritrovamento tra i dottori del tempio a dodici anni, età emblematica che segnalava in quel contesto l’entrata nella maturità e la responsabilità personale nella custodia e nella tradizione della Scrittura.

Il tempo che ha poi visto l’affermazione e la diffusione del Cristianesimo nel mondo può essere facilmente paragonato alla giovinezza del Salvatore, il quale, secondo le parole dell’evangelista: “cresceva in sapienza, grazia e statura” (Cfr. Luca 2,52).

E come non individuare nel Mistero della Presenza Eucaristica quel nascondimento trentennale del Figlio di Dio nell’anonimato nazaretano?

Proseguendo in quest’ipotetico percorso, però, si giunge ai tempi moderni, i quali hanno segnato duramente le sorti della Chiesa attraverso le prove del secolo passato, in cui la sua fedeltà è stata messa pesantemente al vaglio, ma che l’hanno vista riemergere con pugnace virilità da ogni tentazione secolare nelle imponenti personalità dei suoi ultimi santi Papi, quasi rievocando quel Battesimo con cui il Redentore inaugurò il suo ministero pubblico nel primo confronto aperto con l’avversario nel deserto di là dal Giordano.

Viene quindi da chiedersi se quello che ci attende non sia davvero il tempo della tribolazione preannunciato nel segreto di Fatima: l’epoca attuale come scenario di quel confronto rappresentato a tinte accese nell’immaginifico quadro dell’Apocalisse tra la Donna vestita di sole ed il furioso drago rosso.

Antagonismo che a sua volta non può non rievocare la prova che ebbe luogo a Cana di Galilea, durante la quale, anche lì e per la primissima volta, la Donna si stagliò a difesa di un’umanità inebriata e resa cieca dai bagordi della festa, e che reclamò con cipiglio battagliero l’intervento del Figlio a salvare un banchetto di nozze minacciato dall’immane disastro.

Come non rivedere, infatti, nel vino che viene a mancare, l’evidente sperpero di una Sapienza antica disprezzata dalla presunzione dell’uomo contemporaneo, il quale si è ridotto ad escogitare ogni modo possibile per smembrare l’unità famigliare fondata su quel Sacramento che è immagine dello sposalizio mistico dell’anima umana con il suo Creatore?

Anche oggi, come in quel contesto, l’azione efficace della Regina del Cielo attraverso i suoi espliciti interventi nella storia contemporanea delle apparizioni, fa presagire l’eucatastrofe appena prima che la tragedia divenga irrimediabile, cosicché il “Tempo di Pace” promesso a seguito del trionfo del Cuore Immacolato di Maria sia inaugurazione di un periodo di vero rinnovamento della Chiesa, la quale, riabilitata nello zelo dall’azione incalzante dello Spirito Santo, potrà ripercorrere il ministero pubblico del Cristo, infiammando le genti al cristianesimo, in un cammino crescente che la condurrà infine verso quella conclusione appassionata della sua storia terrena, nella salita gerosolimitana del Tempo Escatologico, durante il quale (come affermato anche dallo stesso CCC all’articolo 7) rivivrà la Pasqua del suo Signore nella recrudiscenza finale dell’opposizione satanica, per giungere alla definitiva risurrezione con il ritorno di Gesù nella Gloria.

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