Libri

Apologia del maschilista reazionario

La sindrome del panda - Miniatura

di Claudia Cirami

«Un uomo può indossare ciò che vuole. Resterà sempre un accessorio della donna». Pare che a sostenerlo fosse Coco Chanel.

Oggi molte donne – anche se non tutte lo sostengono apertamente (ma alcune sì) – agiscono come se non pensassero in modo diverso dalla grande stilista.
È in questo contesto culturale, veramente avverso al maschio, che è stato scritto il nuovo libro di Andrea Torquato Giovanoli, La sindrome del panda “manuale di maschilismo reazionario” (Gribaudi, 2016).

Nella prefazione al libro, la giornalista Benedetta Frigerio scrive: «Basterebbe questo libro per cominciare, e riuscire finalmente a comprendere la bellezza della propria natura e di quella del sesso opposto» (p. 7).

Un giudizio lusinghiero (e veritiero) che mostra quanta urgenza ci sia di simili testi nell’attuale situazione grottesca in cui viviamo, nella quale si passa, alternativamente, dalla liquefazione dei generi alla guerra dei sessi, a seconda delle circostanze.

È vero: le donne, per secoli, hanno sofferto una certa sopraffazione maschile.
Se pensiamo che autrici che sfidano l’immortalità letteraria come Jane Austen e le sorelle Brontë preferirono pubblicare mantenendo riservata la propria identità, possiamo capire subito che non si possono liquidare come sciocchezze femministe le rivendicazioni che, ad un certo punto della storia, diverse donne coraggiose hanno portato avanti. Basterebbe però la battuta fulminante della madre di Bridget Jones – su quale sia la necessità dell’ennesima marcia per i diritti delle donne – per capire che oggi i tempi sono cambiati (si trova nell’ultimo film, scritto e diretto da donne, quindi al di sopra di ogni sospetto di sessismo).

Certo, in ogni ambito della vita umana (anche per la vita delle donne) c’è sempre un margine di miglioramento, ma è anche vero che la nostra situazione, almeno in occidente, è diversa dal passato.
Eppure la tentazione di far sentire in colpa gli uomini è sempre viva.
Anche quando il sessismo non c’entra.
Anche quando l’uomo si è già piegato a (quasi) ogni desiderio femminile (resta l’estinguersi: dobbiamo necessariamente arrivare anche a questo?).

Andrea Giovanoli così delinea la sua risposta a questo contesto culturale.

Il suo libro è un po’ un appello all’uomo e un po’ una supplica alla donna perché ritrovino quella complementarietà che Dio aveva previsto per loro, creandoli come mutuo sostegno, non come nemici.

Poiché il punto, difficile da nascondere, è questo: c’è il rischio che ad una (triste) storia di sopraffazione antica se ne sostituisca una contemporanea, che vede questa volta la donna sovrastare l’uomo.

E cosa fa Adamo? Si ritira in silenzio, sempre più refrattario a resistere.

Andrea ne è consapevole e lo scrive: «È incredibile costatare – considera – come in così pochi decenni davvero si sia passati dalla figura di un uomo “che non deve chiedere mai” ad un sembiante d’uomo che proprio non si fa più nemmeno le domande» (pp. 17-18).
Scrive perciò un manuale in cui la voce dell’uomo torna a farsi sentire.

È arrivato infatti il tempo di un maschilismo reazionario, perché serve, etimologicamente, una reazione maschia.

Non sveliamo qual è la “sindrome del panda” a cui il titolo si riferisce, ma si può dire che ha a che fare con questo cono d’ombra in cui sembra essere finito l’uomo e da cui deve uscire se vuole tornare se stesso.

L’autore si diletta lanciandosi in una rivalutazione del maschile a cominciare da una rilettura di alcuni dei difetti di “malfunzionamento” che la donna gli addebita.

Con pazienza, Andrea mostra – attraverso digressioni che vanno dalla biologia alla psicologia, passando per la teologia – come l’uomo debba essere visto proprio nella sua differenza rispetto alla compagna di cammino che Dio gli ha messo a fianco, una differenza che è insopprimibile e che, se valorizzata anziché disprezzata, tornerebbe utile anche alla componente femminile dell’umanità.

Da parte sua, però, il maschio deve prendere coscienza di se stesso, delle sue qualità, del suo ruolo. Una resa ingloriosa è diventata la scusa per non impegnarsi, per non esprimere quella “Signoria del Giardino” a cui è naturalmente vocato: «l’uomo è istintivamente teso ad esplorare, osservare, studiare e modificare l’ambiente che lo circonda proprio perché riconosce spontaneamente in sé questa tensione profonda, questa vocazione a riprodurre l’opera creatrice del Padre sul mondo» (p. 67).

L’autorità è divenuta una parola dal peso insostenibile (ma di Gesù non si diceva forse che aveva autorità?), Andrea ne riscopre invece il senso più profondo: «è quella maturata capacità di riconoscere ciò che è buono da ciò che non lo è e la conseguente disposizione a mettere questa capacità al servizio di coloro i quali tale discernimento ancora non lo possiedono, con lo scopo di aiutarli a conquistarlo» (p. 65).
Non una sbagliata riproposizione di un degradante modello di oppressione, dunque: l’uomo di oggi, se riscopre una condizione autentica, può proporsi come una guida, un fondamento, una certezza per la sua famiglia.

Anche le donne troveranno questo testo interessante.

L’autore sa infatti ritrarle magistralmente nella loro forza e, al tempo stesso, nella loro debolezza.

Sa vedere e sa mostrare come in ogni donna risplenda quella capacità di accogliere l’altro per aiutarlo a crescere che talvolta, purtroppo, diventa tentativo di plasmarlo a proprio piacimento. La purificazione della capacità di accoglienza è un tentativo che dura tutta una vita, ma è un lavoro da compiere non soltanto per il bene dell’uomo, dei suoi figli, di coloro che vivono accanto a lei, ma anche per il bene di se stessa, perché è in questa accoglienza che la natura femminile trova il modo più alto di esprimersi.

Andrea coglie immediatamente il risvolto favorevole alla coppia: «non c’è uomo retto il quale, sentendosi guardato come signore dalla donna che ama, non finisca poi per diventarlo realmente, incalzato nell’agone costante a superare la propria natura imperfetta per collimare sempre di più con l’immagine che gli occhi della sua donna proiettano su di lui» (pp. 141-142).

Ed egli tratta questi temi con un’ironia che è il vero fiore all’occhiello di questo libro.

Perché riflette, ma soprattutto si (e ci) diverte dipingendo il ritratto di questa contemporaneità fatta di donne che si compiacciono di saper fare (quasi) tutto meglio, e di uomini sempre più timorosi di sbagliare e – quindi – più propensi a spalmarsi sui divani che a prendere di petto la vita.

In questo racconto lo aiuta la sua vita familiare di marito e padre e coprotagonisti del libro diventano la moglie e i figli. Apologhi o parabole di quotidianità familiare per esprimere la bellezza, ma anche la complessità della ricca dinamica maschile e femminile che l’autore osserva dal duplice punto di vista di marito, nel rapporto con la moglie, e di padre, il quale guardando ai figli, scorge in loro in forma elementare quella complicata e insieme irresistibile differenza tra l’uomo e la donna.

Un ultimo elemento che non può essere trascurato, nello stile di scrittura di questo saggio, è la capacità di Andrea di scrivere da uomo.
Sebbene infatti i temi trattati siano gli stessi di alcuni saggi scritti da donne, il suo è un punto di vista profondamente maschile, persino nel modo di affrontare gli argomenti, che non mancherà di facilitare l’identificazione con i lettori e di divertire (e far meditare) le lettrici.

Leggere questo libro, pertanto, non è solo riflettere su un contenuto istruttivo, ma è, in qualche modo, aprire ad una speranza.

In un’epoca in cui è in atto una grave questione antropologica – le cui ricadute morali e sociali difficilmente adesso siamo in grado di immaginare e quantificare – è fondamentale avere ancora fiducia in una relazione veritiera tra uomo e donna. L’autore ne è consapevole: «una relazione pacifica e gaudente tra i generi è ancora possibile, entrambi i sessi sono stati redenti da Cristo e perciò hanno ogni mezzo per ripristinare tra loro quell’alleanza originaria voluta dal Padre» (p. 144).

C’è ancora qualcuno che crede negli uomini e nelle donne e lo dice a chiare lettere.

Ai profeti e profetesse di sventura – che acuiscono lo scontro – regaliamone una copia: chissà mai che non sia galeotta.

Standard
Libri

Una croce con il sorriso

Nella carne, col sangue - Miniatura

di Claudia Cirami

«Conoscerai un grande dolore e nel dolore sarai felice. Eccoti il mio insegnamento: nel dolore cerca la felicità». Sono le parole di un personaggio de “I fratelli Karamazov di Dostoevskij” e mi vengono in mente mentre finisco di leggere Nella carne, col sangue di Andrea Torquato Giovanoli.

L’immagine di copertina è rivelatrice del tema: la mano di un adulto e quella di un bambino unite da un chiodo che le trapassa. Non entrerò nei dettagli, perché è una storia tutta da scoprire, ma la croce che Andrea porta sulle spalle, condivisa da sua moglie Emanuela, ha a che fare con i suoi figli.

Andrea ed Emanuela sono una coppia di sposi che si è aperta da subito alla vita, ma ha dovuto presto fare i conti con un disegno di Dio diverso da quello che avevano immaginato. La loro “via crucis” poteva avere poche tappe, volendo. Sappiamo che il pensiero corrente (quella mentalità anti-vita che, per lo meno nell’Occidente secolarizzato, pervade tutti gli strati sociali e diversi ambienti culturali) ordina di fermarsi alle prime “difficoltà”. Più in là è proibito andare.

Il tono sereno e le argomentazioni sicure di Andrea ribaltano però questa prospettiva anti-cristiana. Andrea ed Emanuela vanno avanti, affidandosi a Dio. Anche noi, spesso senza volerlo, siamo ghermiti dagli artigli di questa mentalità e ne veniamo in parte feriti e quindi infettati. Così siamo grati a quest’uomo, padre-coraggio, che ci ridona, in pagine di una grande limpidezza, la possibilità di riabbeverarci alle fonti dell’autentica dottrina cristiana sulla sofferenza e sulla vita.

Capitolo dopo capitolo, scopriamo la storia di una famiglia normale che, tuttavia, prova dopo prova, si lascia scolpire dal dolore, accettato senza recriminare, per diventare sempre più “super” secondo la visione cattolica. Che non vuol dire togliere di mezzo i problemi e le difficoltà, ma “leggere” la realtà alla luce dell’Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione di Gesù Cristo.

Come Maria, la sorella di Lazzaro, Andrea, insieme alla sua famiglia, ha scelto la parte migliore (cfr. Lc 10, 38-42): stare con Lui.

Perché?

Per imparare a «scrutare sottilmente le circostanze del vivere riscontrando in esse la grazia di Dio, il Suo amore per ogni uomo e ogni donna, la Sua incrollabile fiducia nella nostra capacità di elevarci (col Suo aiuto) al di sopra della nostra finitezza», come scrive lo stesso Andrea nel capitolo dedicato a Jonathan, uno dei suoi figli.

Può una storia di dolore lasciarti dentro l’idea che la Croce sia davvero Redenzione?

E che attimi terribili possano diventare semi di Risurrezione?

Sì, se è raccontata come fa Andrea. Che non si autocommisera, e proprio quando ti sembra che stia portando uno dei pesi più grandi del mondo (e pensi che le tue misere spalle crollerebbero solo a portarne una piccola parte), scrive: «Non mi sento di dire che abbiamo dovuto sopportare la più gravosa delle croci».

A leggere queste parole per un attimo si rimane disorientati. È Andrea, però, a dirigere le danze e a condurre il lettore a comprendere il senso di questa affermazione e dell’accettazione serena, che è l’unica strada per trovare la felicità nel dolore.

Alla fine, non puoi far altro che convenire con lui: non è sua la croce più gravosa. Sono più pesanti le croci portate senza amore.

È l’amore che fa la differenza, che non è solo quello di un padre e di una madre verso i loro figli, ma anche quello verso la Croce che Dio ti chiede di portare.  E se abbracci con amore la Croce, il Padre misericordioso non ti farà mai mancare il suo conforto e trasformerà ogni Via Crucis in una Via Lucis.

L’accettazione di Andrea e della moglie è vera e non ha nulla di passivo né di falsamente consolatorio.

Firmando la prefazione al libro, la giornalista e scrittrice Costanza Miriano scrive: «So solo che Andrea basta incontrarlo per capire che è vero».

Gli occhi di Andrea, dalla quarta di copertina, vi osservano sereni. Non mentono. Perché i cristiani che vivono la radicalità evangelica esistono. E sono come i pochi giusti, l’esistenza dei quali il patriarca Abramo ricorda a Dio (cfr. Gen 18, 20-33) per evitare che sugli altri si abbatta il castigo divino.

Ha scritto Benedetto XVI: «I giusti devono essere dentro la città, e Abramo continuamente ripete: “Forse là se ne troveranno…”». E spiega così il senso di quel “là”: «È dentro la realtà malata che deve esserci quel germe di bene che può risanare e ridare la vita. È una parola rivolta anche a noi: che nelle nostre città si trovi il germe di bene; che facciamo di tutto perché siano non solo dieci i giusti, per far realmente vivere e sopravvivere le nostre città e per salvarci da questa amarezza interiore che è l’assenza di Dio».

Andrea ed Emanuela, con la loro storia di accoglienza cristiana quotidiana, sono tra quei giusti e ci danno speranza: il germe di bene è ancora presente nelle nostre città ferite dal peccato.

Standard