Cronache

Il Bastiancontrario

Lo devo confessare: fin da quando ero bambino ho sempre patito un carattere piuttosto incline ad un indomito spirito di contraddizione, tanto che spesso la mia risposta istintiva ad una qualsiasi richiesta era un no.

Crescendo(?), poi, ho faticosamente imparato ad addomesticare questo temperamento reazionario, ma ancora oggi, se debitamente sollecitato, tendo a produrmi in dinieghi ed ostinate contrapposizioni per linea di principio.

Lo sanno molto bene i miei figli, per i quali è nota la regola base per fare richieste al papà (in particolare di natura donatoria) che cita: “più insisti, meno ottieni”.

Regola tecnicamente valida anche per la moglie, ma che ella regolarmente ignora, ottenendo spesso la mia condiscendenza alle sue pretese per sfinimento, dato l’irrimediabile debole che nutro nei suoi confronti.

Pur tuttavia, invecchiando, questo spirito di contraddizione si è ravvivato, e negli ultimi tempi ho avvertito un crescendo di difficoltà a tenerlo a bada, in particolare riguardo alle circostanze di stringente attualità.

Può darsi sia una regressione ad una sorta di infantilismo, oppure una specie di reazionismo di ritorno, ma tutta questa pressante montata di politicamente corretto a me mette l’idiosincrasia addosso e mi fa venire voglia di essere, invece, politicamente scorrettissimo.

Così, ad esempio, davanti al figlio maggiore che mentre mi lavo i denti mi ricorda di chiudere l’acqua per evitare gli sprechi (secondo come l’hanno diligentemente catechizzato a scuola), mi viene voglia di aprire anche quella della vasca ed allagare il bagno.

Oppure se mentre sparecchio la moglie mi raccomanda di dividere le ossa del pollo dalla plastichina del pacchetto dei crackers per gettarli ciascuno nel suo apposito scomparto dei rifiuti, a me vien tanto la voglia di appallottolare tutto insieme e buttarlo nella tazza del cesso.
Per dire.

Davanti alla madre/moglie/suocera che mi suggerisce di non esagerare con il condimento nelle pietanze, a me vien subito la voglia di svuotare la saliera su di un panetto di burro e mangiarmelo in pinzimonio intingendolo in una tazza di olio esausto.

Se mi si viene a parlare dei benefici psicofisici della dieta vegetariana a me scatta subito l’Obelix e mi viene la voglia di prendere un vegano e mangiargli in faccia un cinghiale.
Ancora vivo.

Per non parlare poi delle varie assillanti propagande che colorano la società contemporanea: la mania ecologista mi fa venir voglia di mangiare fesa di delfino ed usare kleenex in pelliccia di cucciolo di foca, l’ideologia gender mi pompa il maschio alpha nelle vene, il Russiagate mi stimola a decorare il frigorifero con le calamite di Putin, la legge Fiano mi spinge la mascella in fuori, mentre le magliette del Che mi fan venire l’olio di ricino alle ginocchia.

Che cosa ci posso fare? Ormai è una sorta di riflesso condizionato: se mi martelli con la monomania pederasta a me sale il Vlad impalatore, se mi assilli con l’accoglienza vado a comprare il filo spinato, se mi asfissi con l’olocausto accendo il forno, se mi opprimi col burka e il ramadam mi scatta subito la crociata.

È la sindrome del Bastiancontrario, quella che davanti all’insistenza dei costruttori di ponti ti fa venire la scimmia del muratore bergamasco, quella che quando senti parlare di misericordia e tenerezza ti cresce dentro il Giovanni Battista tutto scure-ai-piedi-dell’albero e iradiddio, quella malattia per cui l’alleluja delle lampadine ti fa salire la fatwa tridentina, quella che quando qualcuno dice “Lutero” a te viene subito da aggiungere “culo! E culo chi non lo dice!”.

E lo so, lo so, sono brutto e cattivo, avete ragione, ma d’altronde sono un maschio bianco, irredimibilmente etero e convintamente monogamo, cattolico e per giunta con gli occhi azzurri: perciò sono spacciato a prescindere.

Quindi oramai non mi faccio più tanti scrupoli, e quando lo spirito di contraddizione prende il sopravvento non oppongo più molta resistenza, ma lascio che sia, quasi fosse un antidoto naturale alla venefica oppressione del politicamente corretto contemporaneo.

Ah, quasi dimenticavo: per i testimoni di geova ho installato un taser nel citofono.

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Libri

Come la trama per l’ordito

Il Vangelo di Maria - Miniatura

È curioso constatare come, in retrospettiva, alla fine tutti i fili del tessuto trovino il loro posto in una composizione omogenea e coerente: così è stato anche per il modo in cui è nato questo libro.

Tutto è cominciato nella preghiera, durante la meditazione dei Misteri della vita di Cristo: l’esigenza di non perdere nulla di quei pensieri che solo la Parola può sussurrare, mi ha costretto ad annotare ogni cosa, con l’idea di compilare in futuro una sorta di “diario spirituale” a cui poter ricorrere per porre rimedio ai cedimenti della memoria.

Lentamente ha preso corpo un manoscritto voluminoso, sempre più organico, sempre più strutturato. La fatica più grave è stata perseverare nell’impresa e più volte ho invocato l’aiuto celeste per portare a termine un capitolo. Evidentemente la Regina del Rosario non disdegnava l’opera del mio cimento, tanto che alla fine mi son ritrovato tra le mani un libro già pronto. Giunto a quel punto perché non provare a proporlo per la stampa? E la conferma del compiacimento di Maria venne quasi subito, con la proposta di pubblicazione delle Edizioni Segno.

Ora che la tela è composta sembrano volati i due anni trascorsi a scrivere questo libro, tra le pieghe del cui testo, rileggendolo, noto affiorare stralci di esperienza personale: il tocco freddo ed interlocutorio della sofferenza, la gioia appagante delle piccole soddisfazioni, il dibattimento delle fatiche quotidiane, l’esaltante comprensione della beatitudine nel sacrificio d’amore.

Ed oggi che è tolta dal telaio l’opera risulta uno scritto versatile ed originale, che si presta bene ad essere cadenzato nella lettura: proposta personale d’aiuto a coloro che, come me, sono avventurati nell’indagine di quell’affascinante mistero che è Gesù.

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Cronache

Attenti a quei due (reloaded)

«Ma farò in modo che i miei due testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti per milleduecentosessanta giorni. Questi sono i due olivi e i due candelabri che stanno davanti al Signore della terra. Se qualcuno pensasse di fare loro del male, uscirà dalla loro bocca un fuoco che divorerà i loro nemici. Così deve perire chiunque pensi di fare loro del male. Essi hanno il potere di chiudere il cielo, perché non cada pioggia nei giorni del loro ministero profetico. Essi hanno anche potere di cambiare l’acqua in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di flagelli, tutte le volte che lo vorranno. E quando avranno compiuto la loro testimonianza, la bestia che sale dall’abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà. I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sòdoma ed Egitto, dove anche il loro Signore fu crocifisso. Uomini di ogni popolo, tribù, lingua e nazione vedono i loro cadaveri per tre giorni e mezzo e non permettono che i loro cadaveri vengano deposti in un sepolcro. Gli abitanti della terra fanno festa su di loro, si rallegrano e si scambiano doni, perché questi due profeti erano il tormento degli abitanti della terra. Ma dopo tre giorni e mezzo un soffio di vita che veniva da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi, con grande terrore di quelli che stavano a guardarli. Allora udirono un grido possente dal cielo che diceva loro: “Salite quassù” e salirono al cielo in una nube, mentre i loro nemici li guardavano. In quello stesso momento ci fu un grande terremoto, che fece crollare un decimo della città: perirono in quel terremoto settemila persone; i superstiti, presi da terrore, davano gloria al Dio del cielo.» (Apocalisse 11,3-13)

Va bene lo ammetto: ho un po’ la fissa con il libro dell’Apocalisse.

Ma d’altronde mi piace tanto la storia, e se c’è uno scritto che è vera chiave di lettura della storia nel suo reale senso profetico è proprio il libro della Rivelazione di San Giovanni Apostolo.

E poi vivendo nei cosiddetti Ultimi Tempi come si può non tenere in gran considerazione proprio quella parte del Nuovo Testamento che in essi insegna a viverci (sì, lo so che essendo gli Ultimi Tempi quelli che vanno dalla venuta di Cristo fino al Suo ritorno è facile capitare di nascerci durante).

Bando alle celie, parliam di facezie: mi si perdoni se approfitterò della pazienza di chi legge per disquisire di un’ideuzza che da un po’ di tempo mi frulla in testa e che probabilmente è di poco o nessun valore, ma gli è che ultimamente, al contrario del solito, anziché il capitolo dodici dell’Apocalisse, per il quale nutro un’affezione particolare, mi è ritornato un certo interesse per quello precedente, da cui il branetto in apertura. Questo per via dei due misteriosi personaggi che ne fanno da protagonisti.

Tale capitoletto, al pari del ventesimo del medesimo libro (quello dove vien narrato del regno dei mille anni), argomenta su versetti annosamente dibattuti da profeti e teologi e tuttavia rimasti abbastanza oscuri e d’opinabile interpretazione. Con nessuna pretesa di comprenderli meglio io, mi cimenterò comunque, e per diletto, nelle prossime righe.

Come ben si conosce, vi si narra di due Testimoni che, nel tempo in cui la Bestia lussureggerà sulla terra, sorgeranno per smascherarne la vera origine satanica e che, dopo aver predicato per un determinato tempo, verranno fatti fuori ed oltraggiati apertamente, ma dopo tre giorni e mezzo di pubblico ludibrio dei di loro esposti cadaveri, saranno risorti ed ascenderanno al Cielo, quindi un terremoto farà perire un sacco di gente, ma soprattutto, i superstiti alla tragedia finalmente renderanno gloria Dio.

Ok, è una rozza sintesi questa, ma chi fosse interessato potrà rifarsi all’originale.

Altrettanto grossolanamente riassumerò la Tradizione Mistica che ha preso in considerazione tale coppia di personaggi, poiché questa tende a considerare il testo in maniera piuttosto letterale, lasciando poco spazio all’immaginazione: con poche discordanze tra le diverse rivelazioni e visioni private vengono individuati nei due Testimoni i profeti Elia ed Enoc, i quali, essendo stati rapiti al Cielo prima della loro morte fisica, sono stati destinati a tornare proprio per quel momento storico in cui dovranno dare testimonianza con i prodigi descritti nel testo in oggetto, e precisamente per tale ragione, nell’attesa di quel tempo, starebbero frequentando un apposito corso di formazione celeste.

La Tradizione Ermeneutica, al contrario, è più cauta e lascia aperti spazi d’interpretazione che mi permetto indegnamente di prendere in considerazione in questo articoletto con chi avrà la condiscendenza di seguirmi fino alla fine.

Innanzitutto è doverosa una precisazione: tutto il libro dell’Apocalisse, ma alcuni brani in particolare, hanno più chiavi di lettura e nella stesura della visione s’intrecciano richiami a fatti contemporanei all’autore unitamente a vere profezie, il tutto espresso per simboli ed immagini, ma nel complesso teso ad esprimere il senso ultimo della storia umana e della Chiesa in particolare, e cioè il destino eterno di comunione tra il Creatore e la Sua creatura.

Per tale ragione le opinioni in merito anche al nostro brano non si contano, ma è altresì possibile desumere alcuni particolari restringendo un po’ il campo delle interpretazioni per lasciarsi guidare secondo una linea che poi però dovrà sostenere la verifica con la storia. Ma lo abbiamo detto in apertura: non ci si prenderà troppo sul serio in questo scritto nel seguire un’idea probabilmente bislacca.

Ora, va detto che il capitolo undici si apre con una scenetta particolare, introduttiva se vogliamo, che vede il veggente di Patmos richiamato ad adoprarsi come geometra nel misurare l’area del Tempio: non tutto, però, poiché parte di esso verrà lasciato in mano ai pagani perché sia profanato, cosicché si vengano a creare le condizioni per cui possano essere inviati, appunto, i due famigerati Testimoni. Si noti come l’atto di prendere le misure indichi distinzione, separazione, ma nella fattispecie, preservazione, poiché ciò che è misurato è “sottratto”, conservato dall’assedio circostante: ciò fa pensare ad un tempo nel quale la Chiesa è assediata da ogni parte e la pressione avversaria è tale che il nemico s’insinua persino nell’atrio esterno del Tempio, che viene abbandonato alla corruzione, e tuttavia rimane un nucleo intonso, “misurato” appunto, a germoglio per un futuro di rinnovamento.

In questo tempo, che potremmo definire a buona ragione di “prova”, due fantomatici Testimoni si alzano dalla divina panchina ed entrano prepotentemente in campo per giocare i loro milleduecentosessanta minuti di partita.

Abbiamo detto che la Tradizione Mistica individua in questi due personaggi i profeti veterotestamentari Elia ed Enoc. Alcune annotazioni del testo, però, lasciano spazio per indicazioni diverse. Taluni ritengono che Giovanni faccia riferimento ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, ma il cenno ai due ulivi e ai due candelabri rinvia immediatamente al libro di Zaccaria (4,1-14), per il quale i due ulivi sarebbero Giosué e Zorobabele, ossia i simboli del potere sacerdotale e di quello regio.

Evidentemente però, l’autore dell’Apocalisse ci disincentiva nell’affezionarci a queste due figure, così che non ci si possa vantare d’aver già risolto l’enigma, poiché subito dopo inserisce alcuni indizi che richiamano altri due noti figuri dell’antico Testamento: il fuoco che esce dallo loro bocca ed il potere di chiudere le cateratte del cielo rimanda piuttosto esplicitamente al profeta Elia, mentre l’attitudine a mutar l’acqua in sangue e a scatenar flagelli d’ogni sorta non può non far riandar la memoria a quel Mosé tanto “caro” (letteralmente!) agli egiziani.

Stesso scherzetto, Giovanni, lo pratica nel tratteggiare la città in cui i due verranno estinti per risorgere: Sodoma, Egitto e «dove anche il loro Signore fu crocifisso», simboleggiano più d’una città, e c’é chi pensa a Roma, dove furono appunto martirizzati Pietro e Paolo, o più esplicitamente a Gerusalemme, ma in realtà si sospetta che l’autore voglia confondere un po’ le acque, perché si rifugga un’interpretazione letterale a favore di uno sguardo più generale.

In linea di principio, infatti, sia l’eterogeneità degli indizi dati sull’identità dei due Testimoni, sia la commistione di indicazioni sul luogo del loro martirio, portano a pensare che lo scrivente Giovanni intenda assommare nella vicenda di questi due personaggi la storia comune ad un filòtto di altre figure: dai profeti ed i giusti dell’Antico Testamento ai martiri del tempo della Chiesa; quasi che tali esemplari fossero un compendio vivente di tutti quei testimoni (martus, da cui martire) dell’Unico vero martire per la salvezza del mondo che è Cristo. Tanto che ricalcando il Crocifisso Risorto, anche questi due Testimoni, dopo un tempo stabilito di predicazione pubblica, verranno altrettanto pubblicamente uccisi e dileggiati, ma dopo tre giorni e mezzo, come il loro Signore saranno risuscitati ed ascenderanno al Cielo.

Ciò sottolinea ancora una volta come la storia della Chiesa sia destinata a ripercorrere pedissiquamente la medesima vicenda del suo Signore, sia universalmente, che personalmente, e di come, nel tempo in cui le potenze mondane parranno sopraffarla, sorgeranno testimoni d’eccezione a Cristo che, sulle orme del loro Capo, subiranno il medesimo martirio perché si riveli la gloria di Dio con la sconfitta dell’avversario e la conversione delle anime.

Va bene, e allora?
Ok, vengo al dunque.

Il momento storico lo conosciamo bene tutti: apostasia generale, corruzione dei costumi, pressione degli inferi alle porte del Regno, fumo di satana persino all’interno del Vaticano, e tuttavia in questo bailamme escatologico rimane un “piccolo resto”, una parte del Tempio “misurata” dall’Onniscienza Divina e custodita dalla Provvidenza nella fede perseverante. Si nota nessuna somiglianza con il contesto descritto all’inizio del capitolo undicesimo del nostro libro?

Da un annetto a questa parte se ne è fatto un gran parlare, con pareri di volta in volta sempre diversi e talvolta anche un po’ estremi: ora, voi pochi che mi avete seguito fin qui, permettete anche a me di giocare con quest’idea, ma capiamoci bene, senza che mi prendiate troppo sul serio.

Perché fino a quando erano in quattro come si poteva pensare che potessero essere loro? Ma poi, nel giro di pochi mesi due son stati presi al Cielo e così sono rimasti in due, ancora con i loro “dubia” da sciogliere, e purtuttavia ostinatamente sulla breccia, per testimoniare l’irriducibilità del Vangelo, e con l’intenzione, pare, di andare fino in fondo, nonostante la morte mediatica ed ecclesiale che ha già cominciato ad incontrarli.

A questo punto non c’è nemmeno bisogno di farne i nomi con cui sono noti al secolo, ma è certo che siano due: forse come ulivi che tentano di portare un po’ di pace nel dibattimento tra menzogna e Verità, e forse come due candelabri che servono la Luce cercando di tenerla ben in alto, sopra il marasma della confusione.

Sicuramente sono due che si sono lasciati interloquire dalla perplessità del gregge e perciò si sono sentiti in dovere di manifestarsi per quello che sono: due cardini del Regno, e proprio come fossero Elia ed Enoch redivivi, paiono destinati a gridare nel deserto e a fare una brutta fine, almeno secondo il mondo.

Però sia chiaro: non intendo gufare nessuno dei due, a cui auguro, alla maniera del trekkiano Spock, lunga vita e prosperità; è purtuttavia innegabile evidenza che abbiano avuto ed abbiano ancora a che fare con l’uomo iniquo.

Ma come, alla fine,  sempre sarà la storia a mettere il suo sigillo sulla questione.

Nell’attesa, visti i tempi che corrono, vado a comprarmi il mio paio di mutande di ghisa con un pensiero che ancora un po’ m’inquieta: poiché se fosse vero (ma non lo è state tranquilli) saremmo solo al secondo «guai» (Ap 11,14).

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Cronache

Charlie deve morire

In merito all’angosciosa vicenda del piccolo Charlie Gard in moltissimi hanno espresso le loro autorevoli considerazioni, molto più e molto meglio di quanto sarei stato capace io, perciò mi limiterò qui, tra un Rosario ed un’offerta Eucaristica, a fare soltanto un appunto.

Il popolo della rete (in larga parte espressione di un cattolicesimo reazionario quasi esclusivamente italiano e spiccatamente materno) è encomiabilmente riuscito a dare forte esposizione ad un caso che altrimenti sarebbe passato quasi del tutto sottotraccia, complice l’assordante silenzio mediatico mainstream, e che invece, letteralmente con l’insistenza della vedova di evangelica memoria, ad oggi è riuscito a mobilitare piazze, comunità, operatori ospedalieri, pallidi tentativi di mediazione diplomatica e persino ad estorcere almeno un’impetrazione striminzita da eminenti personalità mondane.

Tanto s’è fatto e pregato che i mastini che hanno sotto sequestro medico/giuridico il piccolo bimbo si sono lasciati strappare una non meglio specificata dilazione di tempo prima di procedere alla sua uccisione (segno evidente, questo, che poi tanta urgenza di porre misericordiosamente fine alle presunte sofferenze del piccolo non c’era).

Già solo per questo motivo, tutta ‘sta operazione puzza di strumentale lontano un miglio, ma adesso che anche il prestigioso ospedale capitolino s’è fatto formalmente avanti con la profferta di prendere in carico il bambino, il diniego perentorio dell’omologo inglese segna in maniera più che sospetta come il destino di quel fanciullo sia stato preventivamente preordinato: Charlie deve morire.

D’altronde se non lo hanno lasciato andare in America, vuoi che lo lascino venire in Italia?

Alla luce di ciò assume un senso anche la proroga concessa da parte degli aguzzini del centro mattatoio che lo detiene: il movimento di protesta all’esecuzione del piccolo Charlie Gard è sbocciata sui social, e si sa che il popolo social è volubile, basta aspettare che salga alla ribalta un altro argomento d’attualità, e si potrà procedere all’estinzione del fanciullino fuori dalla luce dei riflettori.

Siccome però il focolaio della rete stenta a spegnersi, ci hanno pensato direttamente i gestori dei social media a calmierare gli animi, incominciando con il blocco dell’account twitter @fight4charlie, a cui presumibilmente potrà accodarsi anche il gigante di Zuckerberg, tanto di pretesti politically correct ce n’è da scegliere.

Ora: al sottoscritto pare evidente che questo bimbo sia la vittima sacrificale designata per creare un precedente giuridico che dia una svolta di tipo eugenetico al corso di questi tempi di tenebra. E sappiamo bene chi ci sia dietro a questi tempi che stanno per scadere, tanto che ad un occhio profetico non sfugge come a movente dell’operato di questi ignari(?) boia ospedalieri ci sia la ferma quanto supernaturale volontà oscura di fare del piccolo Charlie Gard un olocausto gradito al demonio.

Ecco perché occorre agli uomini di buona volontà che si sono fin qui spesi in questa battaglia perseverare fino alla fine, fino a quando, a dispetto di tutto e tutti (e genitori per primi), a quel piccolo bambino verrà crudelmente tolta la vita; e perseverare nel combattimento soprattutto con quei mezzi spirituali rimasti ormai ahimè quasi del tutto nelle mani del popolo laico, poiché disconosciuti dalla gerarchia ecclesiale.

Quindi Ave Maria e avanti, commilitoni, ma occhio agli obbiettivi: perché va bene impetrare affinché Charlie Gard non venga ucciso, ancora meglio chiedere al Signore il miracolo della sua guarigione, ma non possiamo dimenticare che Egli ci ha chiesto espressamente di pregare per i nemici, perciò siamo tenuti a pregare intensamente anche per la conversione a Cristo dei suoi assassini.

Perché in questa brutta storia non c’è in gioco l’anima di Charlie, ma l’anima del mondo occidentale.

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Relazione

Pratica del Genere

Simboli di Genere

Ultimamente, cazzeggiando un po’ sui social, mi è capitato d’imbattermi in un post che illustrava i differenti modi con cui, nei vari ambiti del quotidiano, i maschietti e le femminucce fanno le medesime cose, simpaticamente rappresentati da diagrammi, grafici ed illustrazioni schematiche.

La raccolta era piuttosto divertente, oltreché veritiera, ma nella variopinta gamma di differenze, l’ultima mi ha particolarmente colpito, nonché fatto riflettere, poiché metteva a confronto il modo in cui si lava un uomo con quello in cui si lava una donna, attraverso due immagini che rappresentavano le rispettive sagome ed in mezzo tra le due una scala cromatica che andava dal bianco al rosso intenso (dove il bianco sta per un risciacquo veloce ed il rosso intenso per una pulizia accurata con vigoroso sfregamento).

Ebbene: le zone che il maschio si lava accuratamente sono i capelli, la barba, le ascelle ed il pube. Il resto del corpo diciamo che più o meno lo accarezza con le mani insaponate, mentre per le mani ed i piedi lascia che sia l’acqua della doccia stessa, che scorrendo, si porti via quello che c’è da togliere.

La femmina invece era raffigurata completamente di un rosso intenso, ossia le donne si lavano strofinando con forza TUTTO il corpo: dall’ultima doppiapunta all’interstizio tra pondolo e millino.

A parte il fatto che rimane una verità assoluta che l’acqua, scorrendo, si porta via quello che c’è da togliere (prima dell’avvento del sapone l’uomo si limitava a pucciarsi in uno stagno quel paio di volte l’anno e non è che puzzava più di oggi), quello che mi ha lasciato un po’ perplesso è questa leggenda urbana che vuole il maschio (molto) meno incline a lavarsi della femmina: maddài, nel duemilaediciassette siamo ancora qui a riproporre ‘sti stereotipi stantii?

Assì, dite?

E va bene: ammesso e non concesso che sia vero, occorre però chiarire un paio di cosette.

Prima di tutto è una questione di fiducia: il maschio è meno ansioso della femmina (il cervello della donna, infatti, ha l’area deputata alla creazione dell’ansia quattro volte più sviluppata di quella della sua controparte virile) e quindi egli, poiché meno incline a dover tenere tutto sotto controllo, è più portato a delegare, a fidarsi, ed in questo caso specifico, se non teme così tanto lo sporco, evidentemente è perché ha più fiducia nel proprio sistema immunitario.

Eppoi (ma non meno importante) c’è anche la questione ormonale: il maschio ha una gamma più ristretta di sbalzi ormonali, tendenzialmente gliene girano soltanto due (un po’ come le palle): il testosterone e l’adrenalina, mentre invece nell’organismo femminile gli ormoni fanno festa giorno e notte, danzando impazziti in un tripudio di gamme di umori, ed ogni flusso lascia una prepotente traccia di sé in termini di odori e secrezioni, da cui una maggior necessità di lavarsi.

La donna infatti c’ha gli estrogeni, il progesterone, la serotonina, la melatonina (che però, viste le stravaganti modalità del sonno femminile, evidentemente o è poca o funziona male), l’ormone dell’ansia, l’ormone del controllo, quello dell’isteria, quello dello shopping compulsivo, quello che le fa piangere per nulla, quello che le fa ridere come delle sceme (ma che se glielo fai notare s’incacchiano di brutto), l’ormone del vaniloquio, quello dello sproloquio e molte anche quello del soliloquio (come mia moglie, che fa la radiocronaca in diretta di tutto quello che ha fatto, sta facendo e sta per fare, alternandola alla descrizione minuziosa in tempo reale di ogni suo moto interiore: psichico, spirituale nonché fisico – tesoro ti amo tanto).

Si capisce bene che tutti ‘sti sbalzi ormonali lasciano delle scie dentro e fuori di lei, ogni ormone ha il suo odore precipuo e quando si alternano due ormoni opposti ecco che la femmina percepisce l’aroma dell’ormone precedente come molesto e quindi, in preda all’ormone attuale suo nemico naturale, corre a lavarne via i residui secreti.

Nell’uomo invece questo problema (come molti altri) non sussiste, poiché gli odori del testosterone vanno d’accordissimo con quelli dell’adrenalina, anzi la loro combinazione gli dona quel tipico aroma da maschio alpha che tanto piace alle donne (anche se non l’ammetteranno mai).

Il fatto è che, come per ogni altra singola e benedetta cosa, il maschio e la femmina hanno due modi differenti anche di concepire il proprio corpo: l’uomo intende la sua fisicità come una sorta di macchina, un motore che gli consente di compiere azioni, e come ogni ingranaggio ben funzionante è normale che questo sia un po’ unto e pungentemente odoroso, inoltre, come per ogni buon meccanismo, finché esso funziona, tendenzialmente è meglio non metterci mano, che se lo pulisci troppo, poi s’incricca.

La donna invece, ha iscritta nell’intimo la consapevolezza che il suo corpo è un tempio pulsante di vita, profondamente organico, in continua, ciclica, mutazione, poiché tutto centrato ad essere dono per l’altro: dono per l’uomo, perché nella cura della sua bellezza sia capace di attirarne lo sguardo e nel profumo della sua purezza sia per lui abbraccio accogliente atto ad ospitarne la virilità feconda, ma soprattutto dono per la vita nascente, perché nella salute dell’intima igiene del suo ventre possa trovare ospitalità e sicurezza ogni nuova generazione.

Ché tale è la ricchezza di quella differenza binaria tra l’uomo e la donna.

Ma tutt’altro che contrapposti, i due sessi sono invero fatti per la complementarietà: dotati di una stessa natura, hanno però una costituzione biologica orientata al peculiare ruolo che ciascuno di essi ha all’interno dell’ordine specifico, così come ben rappresentato dai quei due simboli che in zoologia identificano i sessi (avete presente no? Quei due disegnini raffigurati nell’immagine qua sopra).

Un’origine condivisa descritta da quel circolo che li accomuna, ma caratteristiche biologiche differenti rappresentate da quei due segni di forma diversa: una freccia per il maschio ed una croce per la femmina.

Una freccia per indicare quella capacità tutta maschile di puntare dritto all’obiettivo, sia nel perseguimento di una meta che nella ricerca della soluzione ad un problema (provate a pensare al modo in cui gli uomini fanno acquisti).

Una freccia ben ancorata al suo tondo, simbolo del mondo e della famiglia umana, ma che pure tende in alto, evidenza di quel destino assegnatogli per natura: condurre al Cielo.

Per la donna, invece, una croce: ad indicare quella sua natura che la voca al dono di sé per l’altro, sia nella generazione che nel servizio ai suoi cari, ma una croce che è posta sotto quel tondo che rappresenta il mondo, segno che con il suo farsi dono la donna è in realtà proprio colei che ne regge le sorti, ché senza di lei il consorzio umano non ha orizzonte né futuro.

E tuttavia, infine, è proprio accostando questi due simboli l’uno accanto all’altro che emerge quella verità profonda che intreccia i destini di entrambi i sessi in quel moto perpetuo d’amore che dona senso al vivere e che smuove il mondo: quell’evidenza manifesta dell’eterna dinamica tra i generi.

Ossia di come la freccia dei maschietti sia sempre tesa ed orientata al cerchietto delle femminucce…

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Cronache

Scacco al Re

Verrà la guerra.

Non durerà a lungo, ma sarà atroce e spietata: farà un sacco di morti e lascerà dietro di sé una devastazione mai vista prima.

Non è un oracolo, questo, né una profezia, ma l’epilogo umanamente prevedibile di questo tempo perverso.

Alla luce dei numerosi indicatori ormai evidenti, infatti, non è più tanto una questione di “se”, ma piuttosto di “quando” comincerà il conflitto armato.

I segnali certi sono noti ed elencabili quanto innegabilmente concomitanti ed ordinati a tale conclusione, e cercheremo di esporli in ordine sparso qui, dimenticandocene sicuramente qualcuno (e ragazzi: se persino il sottoscritto se ne è accorto ed è riuscito a metterli insieme, significa che sono davvero eclatanti).

La perniciosa campagna mediatico-economica statunitense ed europea contro la Russia di Putin è sotto gli occhi di tutti, e che essa sia pregiudiziale e propagandistica è un fatto, ma con il passare del tempo si sta acuendo in maniera ideologicamente drastica e dissennatamente falsa (tanto da ottenere in molti quasi l’effetto opposto a quello desiderato) e questo è un segnale preoccupante.

All’ultimo concilio di sicurezza delle Nazioni Unite, ad esempio, l’invettiva del rappresentante britannico Matthew Rycroft contro l’operato della Russia in Siria (basata tutta sulla pretestuosa questione delle inesistenti armi chimiche) è stata talmente astiosa e provocatoria da scatenare la reazione del rappresentante russo Vladimir Safronkov che ad un certo punto ha avvertito il (poco) diplomatico inglese con un testuale e perentorio: “Non osate offendere la Russia”.

Questo è soltanto un segno di quanto aperta e feroce sia diventata la campagna denigratoria anti-russa, tanto che persino il presidente americano, non più tardi di quattro giorni fa, davanti ai leaders dell’Alleanza Atlantica ha parlato di “minacce dalla Russia alle frontiere orientali e meridionali della NATO”.

Peccato però che sia la Russia ad essere premuta sui suoi confini europei da un vero e proprio esercito dotato persino di mezzi pesanti e difese anti-missile, dislocato sfacciatamente con la complicità delle nazioni limitrofe all’ex unione sovietica.

Ed anche questo è un fatto: le armate atlantiche sono già posizionate ed in assetto di guerra, non solo sul suolo europeo, ma anche lungo le coste del pacifico.

È di tre giorni fa la notizia che il Ministero della Difesa cinese ha nuovamente esortato la marina USA a porre fine alle provocazioni nel mar Cinese Meridionale. E se è vero che le portaerei americane si trovano al largo delle coste cinesi per via delle tensioni con la Corea del Nord, è altrettanto vero che, a tutti gli effetti, la marina statunitense si trova già dislocata lungo i confini marittimi del più sicuro alleato della Russia in caso di un conflitto armato (e comunque in una posizione già avvantaggiata nel caso di ricollocamento lungo le coste orientali della Russia, eventualmente).

Vien quasi da pensare che l’inconcludente crisi con la Corea del Nord possa essere stata una scusa per avvicinare la marina americana ai confini oceanici della Russia.

Ed il tour di visite di Donald Trump di quest’ultima settimana non ha fatto altro che conclamare l’esacerbazione di un clima già esasperato a Washington: il contratto miliardario stipulato coi sauditi è il sintomo di quanto l’economia americana sia ad un passo dal tracollo; un ventennio di politica economica basata sul debito e speculazioni finanziarie selvagge hanno atrofizzato la capacità produttiva del paese, lasciando un’unica industria florida, quella degli armamenti.

E siccome d’abitudine l’America risolve le sue crisi economiche “esportando la sua democrazia” in qualche paese (tendenzialmente lontano dai patrii confini e militarmente insignificante), anche a questo giro s’è inventato un nemico con cui entrare in guerra, solo che stavolta hanno fatto male i conti: la Russia di Vladimir Putin non è l’Unione Sovietica, e se fino adesso l’orso russo ha sopportato pazientemente tutte le provocazioni di USA ed UE, non significa affatto che non sia pronto ad entrare in conflitto aperto in maniera poderosa, se messo in condizioni di doverlo fare (per la cronaca: nel Mar Mediterraneo sono cominciate le esercitazioni della Marina Russa).

La storia insegna che la Russia non ha mai iniziato le guerre, ma le ha sempre concluse, e l’escalation di provocazioni fatte nei suoi confronti sta raggiungendo i limiti dell’assurdo (di cui l’espulsione dei suoi diplomatici dalla Moldavia e l’Estonia è solo l’ultima).

Si pensi solo a quell’ottobre del 1962, quando l’istallazione sovietica di una base missilistica a Cuba portò le allora due superpotenze tanto vicine ad un conflitto nucleare, e poi si confronti quella provocazione con le numerose basi missilistiche della NATO piazzate nei paesi dell’est Europa, o il vero e proprio esercito dislocato lungo i confini Russi impegnato in continue esercitazioni militari: a parti invertite gli Stati Uniti avrebbero già sparato missili a tappeto da un pezzo (visto che sono bastate due lacrimucce di Ivanka Trump alla vista del fake-movie sui bambini siriani gassati col sarin per far sparare al presidente una sessantina di Tomahawk su di un inutile bersaglio, così, a mo’ di rappresaglia).

Ma non si creda che la pazienza di Putin durerà in eterno: è di un mese fa (26 aprile) la notizia che il Tenente Generale Viktor Poznihir, Vicecapo del Direttorato Principale delle Operazioni delle Forze Armate Russe, alla Conferenza Internazionale sulla Sicurezza a Mosca ha dichiarato che il Comando Operazioni dello Stato Maggiore Generale russo ha concluso che Washington, nella ricerca di un’egemonia globale, stia implementando un sistema missilistico anti-missile che possa impedire una risposta nucleare russa ad un attacco preventivo di tipo nucleare da parte degli Stati Uniti.

Ovviamente la cosa è stata completamente ignorata da tutti i media occidentali: soltanto Russia Today e la Times-Gazette di Ashland (Ohio) hanno coperto la notizia, che però è comunque girata sui vari siti internet, venendo alla luce a dispetto dell’ostracismo mediatico mainstream.

Ora: non si creda che, nel momento in cui la Russia si vedesse realmente in pericolo di attacco, non esiterebbe ad anticipare l’avversario, con effetti devastanti non solo per gli USA, ma anche, se non soprattutto, per l’Europa.

Questa è la situazione ad oggi, ed un’ulteriore conferma delle reali intenzioni dei neocon americani di muovere una guerra totale contro la Russia è emersa anche dal dossier di Germano Dottori riportato dalla più autorevole testata italiana nel settore della geopolitica (Limes di aprile), da cui emergerebbe la strategia americana più che ventennale nel contrastare il rinascimento della superpotenza euroasiatica su ogni fronte, dallo scatenamento delle “primavere arabe”, alle dimissioni forzate di Berlusconi (reo di intrecciare forti relazioni politico-economiche con Putin) e fino a provocare l’abdicazione di Benedetto XVI (reo di perseguire con efficacia la riunificazione con la Chiesa Ortodossa).

Tutto questo suffragato anche dalle mails della ex-candidata alla presidenza Hillary Clinton rese pubbliche da Wikileaks, in cui emergerebbe palesemente la ferma posizione anti-russa di Obama e della stessa Clinton, inclusiva dell’intenzione di un  cambio di regime in Vaticano (per un eventuale approfondimento si legga qui).

Ed è proprio per perseguire questo annoso piano che a Washington lo “Stato Profondo” non cessa la campagna infamante contro l’eletto presidente Trump, (il quale da par suo si è dato un bel daffare per crearsi il vuoto intorno) e che ora, pur essendosi lasciato addomesticare non poco, verrà comunque segato da un ormai inevitabile impeachment organizzato pretestuosamente ai suoi danni proprio sul fake-dossier del Russiagate (le ultime dichiarazioni della Merkel sull’attuale temporanea inaffidabilità degli Stati Uniti suonano tanto come una sentenza per Trump in questo senso), per poter rimettere ai vertici degli USA un burattino dei neocon che possa portare a termine quell’agenda pluriennale che mira al conflitto con la Russia.

E la cosa potrebbe essere più imminente di quanto non si pensi, poiché le micce accese per il deflagrare di una terza guerra mondiale (che vedrebbe schierati sui due fronti principalmente USA ed Europa contro Russia e Cina) sono parecchie: una schermaglia aerea in Siria (o l’assassinio di Assad) ad esempio, oppure una provocazione di troppo degli ukronazi nel Donbass o in Crimea; un gesto pazzo da parte di una a scelta tra Estonia, Lettonia o Lituania, ma anche un’improvvisa esasperazione della “crisi coreana”, od un tentativo serio di “primavera russa” (a proposito: occhio che per il 12 giugno sono previste manifestazioni in 212 città russe, tra cui Mosca, organizzate dal movimento dissidente sponsorizzato Soros&Co di quella risibile marionetta di Alexei Navalni).

E non si dimentichino i Balcani: nonostante quasi nessuno ne parli, lì la situazione sta diventando incandescente, con il ritorno di voglie espansionistiche dell’Albania, la riottosità anti-russa del Montenegro, e soprattutto la resistenza della Serbia ad un arruolamento coatto nella NATO che, nel caso avvenisse, costringerebbe proprio la Russia ad intervenire pesantemente.

Tutto questo riporta indietro l’orologio della storia a quei momenti in cui la terza guerra mondiale pareva inevitabile, come nel ’62 con la “crisi cubana”, oppure come nel 1983 con l’esercitazione Able Archer e l’escalation missilistica nella Germania ancora divisa.

Tuttavia la differenza con lo stato attuale è che allora le classi politiche di entrambi i paesi erano consapevoli degli effetti apocalittici di un conflitto nucleare e, assennatamente, ebbero fino all’ultimo la volontà di evitarlo.

Oggi, invece, pare al contrario evidente una ferma volontà, sia da parte americana che da parte europea, di scatenare uno scontro bellico con la Russia (è di oggi la notizia che il senatore capo della Commissione per i Servizi Armati Americani John McCain, durante un intervista alla ABC ha dichiarato che: “il pericolo più grande per la democrazia e per il mondo occidentale è rappresentato dalla Russia”), e fino ad ora, soltanto il polso fermo e la freddezza da navigato stratega di Putin ha saputo resistere all’escalation di provocazioni occidentali. Costui, sembra invero essere l’unico capo di stato ad aver chiaro che una terza guerra mondiale consisterebbe nel suicidio dell’umanità e nella sostanziale distruzione del pianeta.

Alla luce di tutto ciò capite bene che un tale investimento di soldi, armamenti, propaganda, energie e tempo non verrà certo vanificato, ed è proprio per questo motivo che la guerra, alla fine, ci sarà.

Poiché al di là dei fatti fin qui elencati che dimostrano come ci sia una premeditata, condivisa ed ossessiva volontà di conflitto da parte dell’occidente, questa partita a scacchi per le sorti del mondo è giocata, in realtà e prima di tutto, su di un piano che trascende il materiale, ma che ha origine e causa movente nello spirituale.

Le mire del principe di questo mondo, che in questo secolo ha avuto modo di scatenare tutte le sue legioni, proprio da un ventennio a questa parte ha incrudito la sua azione con un giro di vite di quei poteri al suo servizio che controllano il globo proprio verso l’estinzione del genere umano su tutti i fronti: con la promozione massiva dell’aborto, della contraccezione, dell’eutanasia, ma anche dei disordini della sessualità contronatura (e quindi costituzionalmente infertile) ed in generale con la diffusione di una cultura mortifera dominante che tende alla disperazione e all’annichilimento.

Però, siccome l’astio dell’angelo ribelle verso Dio non si limita all’odio contro l’uomo, ma anche contro la Creazione stessa, ecco che esso infine, allo scadere di questo tempo di tenebra concessogli, muove i suoi pezzi sulla scacchiera nell’attentato finale a Colui che di questo mondo e di tutto il Creato è il solo e vero Re.

Poiché, come detto in precedenza, più volte, nel corso di questo secolo anticristico, tentò invano lo scacco, ma questa volta, che è anche l’ultima, ho l’impressione che la Regina non interverrà in favore dei pedoni, poiché questi hanno lasciato pervicacemente cadere nel vuoto tutti i suoi avvertimenti, cosicché lo scacco parrà essere matto.

E nella passione che contraddistingue questo nostro tempo, soltanto dopo che il calice amaro sarà stato bevuto fino all’ultima goccia, quando la morte sembrerà aver trionfato, avverrà l’eucatastrofe, e per quel resto di umanità purificata nel fuoco ci saranno «cieli nuovi e terra nuova».

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