Vita

Tenere il passo

Ultimamente una cosa mi ha fatto riflettere: ho notato che quando vado in giro a piedi col mio mezzanello, anche solo per una passeggiata, se lo tengo per mano (ossia quasi sempre) lui tende a farsi trascinare.

Tutte le volte io dapprima gli chiedo di stare al passo e lui si riallinea, ma dopo poco riprende a stare indietro.

Allora lo strattono dolcemente per richiamarlo ad accelerare un po’ e lui si riporta a pari, ma poi ritorna a far la zavorra.

Interrogato dalla possibilità che sia forse io ad andare troppo veloce per lui, rallento l’andatura, ma quasi subito la rallenta pure lui e così siamo punto e accapo: con io che tiro e lui che frena.

Ed ho anche provato a rallentare sempre di più il passo, eh, giusto per vedere di trovare una frequenza tale perché lui non rimanesse indietro, ma il risultato è stato che abbiamo finito per fermarci entrambi del tutto.

Ebbene, ciò che mi ha dato da pensare è che anche noialtri figli di Dio facciamo allo stesso modo con il Padre nostro: nel cammino che conduce a quel destino di comunione eterna con Lui, e che nella nostra vita si traduce nel collaborare al compimento della Sua volontà di bene per noi, ecco che noi siamo proprio come bambini che tengono per mano la Mamma Celeste nella sequela del suo Figlio, attraverso cui è il Padre stesso che ci accompagna.

Tuttavia, se siamo onesti, anche noialtri, proprio come il mio bimbo, ci facciamo quasi sempre trascinare, ed arranchiamo con fatica e/o malavoglia nel cercare di tenere il passo.

Così, spesso, pure Lui, attraverso la Madre, ci sprona a proseguire più speditamente, ma noi esitiamo nello spenderci in quella fatica che ci farebbe accelerare il passo, non ci fidiamo che stare con Lui è tutto nostro vantaggio e così tendiamo sempre ad accomodarci, a farci trascinare, che se fosse per noi soltanto, nemmeno faremmo lo sforzo di camminare, ma ci faremmo prendere proprio in braccio.

E Lui questo lo sa: Egli ci conosce e sa qual è la velocità giusta del nostro proseguire, il passo a cui possiamo andare, e per quell’Amore vero che nutre per noi e quella dignità in cui ci ha fatti nell’essere figli nel Suo Figlio, non rallenta, ma ci invita con maggior calore a starGli dietro.

Poiché sa che con l’uomo, per via di quella sua natura ferita dal peccato originale, il gioco al ribasso è sempre perdente, perciò, il più delle volte, ci stringe forte la mano e sopporta che anche noi ci facciamo trascinare.

Però mai smette di richiamarci a tenere il passo e così quando rimaniamo sordi ai Suoi appelli e rischiamo di restare indietro, Lui, attraverso gli eventi della vita, ci strattona un po’, perché ci si risvegli dal nostro tropore e ci si dia una mossa, finalmente.

Certo la nostra sicurezza è che mai Lui ci lascerà la mano, e se anche noi dovessimo sottrarGli la nostra e fermarci per capriccio, Egli non ci abbandonerà a noi stessi, ma tornerà indietro a riprenderci.

Perfino ci inseguirà se dovessimo ostinarci a cambiar cammino, e fino all’ultimo ci offrirà la Sua mano per toglierci da sentieri mortalmente pericolosi, se lo vogliamo.

Come d’altronde, se siamo ben disposti a tenere il Suo passo, Egli lo accelererà di un poco ogni volta, così che possiamo proseguire sempre più speditamente lungo la Via che ci conduce a Lui.

Per questo d’ora in poi, passeggiando con il mio bambino, esorterò me stesso a non fare per primo io la zavorra con Dio, ché se di tanto in tanto mi invita persino a correre, sia pronto io ad accogliere la fatica dello sforzo, nella consapevolezza che già durante il viaggio posso godere più appieno della Sua compagnia tenendoLo per mano ed alla fine del cammino addirittura, niente di meno mi attende che il Suo abbraccio. E per l’eternità.

Standard
Vita

Una precisazione

Pare incredibile, ma ho scoperto che non solo c’è chi legge quello che scrivo su questa piattaforma virtuale, ma che persino mi considera degno, non dico di prendermi sul serio, ma almeno di commentarmi.
Così ho deciso di rispondere qui a Lisa, che su facebook, a proposito del mio ultimo articolo, mi scrive:

«“È un terremoto, segno di richiamo per tutto il mondo”. Da brava abruzzese, che abita ad uno sputo da L’Aquila e in linea d’aria a 80 km da Amatrice, non posso non soffermarmi su questa frase. C’è una cosa che ho letto sul lastricato di Rieti quando ci sono stata per caso un paio d’anni fa. Umbilicus italiae. L’ombelico d’Italia. Il centro forse geografico, ma forse meglio ancora ideale dell’Italia. E questa cosa continua a tornarmi in mente da fine agosto. Non aggiungo altro, se non: Andrea svuota tutto il sacco il prima possibile… Grazie!»

Carissima Lisa,
innanzitutto sia chiaro: non sono un oracolo, non sono depositario di nessuna missione profetica, di nessun messaggio celeste e non ho neppure una sfera di cristallo (porcazozza!); tutto quello che scrivo è di dominio pubblico, rintracciabile su libri o in rete (ci sono tanti siti cattolici affidabili che approfondiscono molto bene questi stessi temi).

Io tutto quello che faccio è cercare di vigilare nel Getsèmani che è questo tempo, e lo faccio perché come credente sono tenuto a leggere la storia (mia e del mondo) con sguardo profetico, il che significa semplicemente osservarne lo svolgersi alla luce di una realtà oggigiorno ormai dimenticata dai più: quella che ogni evento dell’immanente è saldamente intrecciato da concause che hanno origine nel trascendente, poiché il Dio rivelatosi in Gesù è un Creatore definitivamente impastatosi con le Sue creature e che con esse, di conseguenza, interagisce continuativamente nel mondo invitando ciascuna a perseguire quel destino di salvezza per cui è stata creata.

Noi sappiamo infatti che Egli è Creatore del visibile così quanto dell’invisibile: perciò, anche e forse soprattutto come marito e padre, in questi tempi oscuri mi sento in dovere di scrutare i segni per poter meglio custodire l’anima mia e dei miei cari.

Questo è il motivo reale, molto poco eroico ahimè, per cui mi spendo a raccogliere e cercare di mettere insieme i pezzi che il Cielo dissemina nel nostro tempo.

Poi, visto che già ‘sto sbattimento lo faccio per il mio “orticello”, mi è venuto lo scrupolo di condividerne le conclusioni anche con quei quattro gatti che leggono questo blog, ché tanto, anche se faccio la figura del rimbambito, non c’ho mica una reputazione da difendere io.

Per quanto riguarda il terremoto come ammonimento, invece, non voglio entrare nel merito per il rispetto di quella sofferenza che proprio in questi giorni affligge anche tanti miei cari amici, che come te vivono in quelle zone gravate dalla prova.

Tuttavia ti confesso che a me ha fatto riflettere molto quello che ha scosso il centro Italia a fine ottobre, per via di alcune particolari contingenze: ha fatto crollare case & chiese senza fare nemmeno una vittima, di magnitudo tale da essere avvertito a Roma, è avvenuto il giorno prima del famigerato abbraccio tra il Pontefice regnante e la vescovessa dell’eresiarca, e a Norcia ha lasciato gli astanti contemplare il crollo della Chiesa di san Benedetto

Poi però se uno s’azzarda a parlare di castighi di Dio viene lapidato.

La verità è che l’uomo ha smesso di guardare al Cielo ed è finito a vedere soltanto il proprio misero ombelico, così si è dimenticato di essere null’altro che una fragile creatura: presumendo di essere padrone assoluto di sé quando invece non ha potere di aggiungere nemmeno un minuto al tempo concessogli.

Il fatto è che le tragedie accadono, piccole o grandi che siano, nella vita di ciascuno,  e servono proprio a ricordarci che siamo solo di passaggio su questa terra e che forse le nostre priorità vanno un attimino riviste, chessò, magari attendendo con un po’ più di premura al nostro destino eterno.

E insomma, amica mia, in conclusione io non ho sacchi da svuotare, sono una merdaccia come tutti noialtri, che sente sul cuore il peso di questi tempi bui e sa di non aver nemmeno l’ombra di una possibilità di non soccombere al male se non si tiene attaccato con le unghie e con i denti a Colui il quale il male l’ha già vinto, e già anche così cade un giorno sì e l’altro pure.

Non so cosa succederà, quando e dove: non ho altre risposte che quelle che la Mamma Celeste si sgola da cent’anni e più nel darci (preghiera e Sacramenti per una conversione che dev’essere quotidiana) ed alla cui gonna io mi aggrappo tremebondo, come un bimbo in preda al terrore per la grandezza del male che sovrasta la vita mia e di quei cari per i quali ho risposto alla vocazione di prendermene cura e di cui sono responsabile.

Per questo, Lisa cara, ogni giorno prego Gesù di farci Sua vigna prediletta, ponendo intorno alla nostra famiglia un recinto insuperabile, e di preservarci totalmente da tutti gli attacchi del demonio e delle sue schiere infernali in questo tempo di tenebra.

Standard
Cronache, Fede, Vita

Morte e Tasse

Che poi la cosa brutta è che uno alla fine si abitua un po’ a tutto.

Tipo che senti dell’ennesima strage in camioncino e la prima cosa che ti chiedi è per distrarti da che cosa questa volta hanno organizzato lo spettacolino di morte.

Perché ormai sei oltre lo scandalo, ma anche oltre la credulità: troppe le volte in cui il fantomatico Pierino Globale ha gridato “Al lupo! Al lupo!” per non pensare subito che sia un altro teatrino dei potentati per alimentare quella strategia della tensione con cui (fin da quel settembrino undecimo die) aggiogano le nazioni occidentali.

E ti dispiace solo per quei poveretti che hanno reso l’anima a Dio, ma per il resto non cambierai di una virgola il tuo modo di vivere né di pensare, perché ormai non ti si attacca più addosso niente.

Il che è piuttosto triste, perché forse è proprio questo lo scopo ultimo: renderti assuefatto all’angoscia e al terrore, cosicché ogni volta che ti mettono davanti a decisioni improponibili, quali esse siano, non ti senti nemmeno più tanto a disagio nel dovere scegliere il male minore.

A furia di spauracchi, pensi, alla fine nella melma ti ci ritrovi lo stesso, e allora vieni pervaso da questo disperante senso di ineluttabilità: ormai il mondo è colluso a tal punto con il suo indegno principe che ogni stortura pare davvero inevitabile, e finisci non solo per aspettarti il peggio, ma quando questo càpita, non ti scuote neanche più di tanto.

Proprio come la morte e le tasse: il male impera incontrastato e tu non sei che un misero pedone sulla scacchiera, e per quanto tu ti possa dibattere per tentare di  preservare almeno il tuo angolino di umanità, di vita, di famiglia, prima o poi verrai investito dalla piena e spazzato via.

Un po’ come con i Borg di trekkiana memoria: «ogni resistenza è inutile», è solo questione di tempo.

E invece no: ma proprio per un cacchio!

Per quanto spalmato di melma io me ne sbatto e la speranza non me la lascio rubare: perché la mia vita è stata intersecata da Uno che al male ha già schiacciato la testa sotto il tallone, che alla morte gli ha fatto cippirimerlo per conto di tutti e che pure per le tasse gli basta mandare uno dei suoi in riva al lago che gli salta in braccio il pesce con in bocca l’obolo (quando si dice la Provvidenza).

E quindi nulla è ineluttabile, nemmeno il male più strafottente, poiché quest’Uno ha promesso che sarebbe tornato ed io Gli credo, e così Lo aspetto, anche se si fa attendere.

E vorrei tanto rispondere a quelli che “nessuno conosce il giorno, né l’ora” (Cfr. Matteo 24,36) di stare attenti, perché accoccolandosi su di una comoda ignoranza alla fine ci si addormenta e poi il ladro ti sorprende nella notte (Matteo 24,43), e se è pur vero che Lui non ha segnato in calendario l’appuntamento, ci ha pur sempre (e più volte) ammonito di restare svegli e vigilanti, scrutando i segni della Sua venuta come si guarda al ramo del fico, che se butta i germogli l’estate è vicina (Marco 13,28).

Che poi ce lo ha anche detto che i tempi che precederanno il Suo ritorno non saranno contrassegnati dalla fede, ma dall’infedeltà; non dalla ricerca di Lui, ma dall’averLo abbandonato, non da serenità e pace, ma da guerra e tribolazione.

Per questo la mia speranza non può morire, ma anzi viene ancor più ravvivata in questo tempo di Avvento: poiché tutto va male, ma ben venga tutto ciò che concorre ad accellerare il ritorno di Cristo.

Giacché stiamo in terra come in una sala d’attesa ed è poi solo questa la tensione base e primaria del cristiano: alla fine ciò che realmente conta, e a cui tutto è funzionale, è l’incontro con Gesù.

Standard
Vita

Di tutto. Di più.

Figlia treenne che, mentre la sto mettendo in pigiama, mi domanda: “Papà io sono bella?”

Ed io la guardo e le rispondo: “No; tu non sei bella…”, quindi faccio una breve pausa ad effetto durante la quale osservo la sua espressione passare rapidamente da speranzosa a sorpresa, poi a seria, quindi a magonòsa, con tanto di occhioni che iniziano a farsi lucidi; ed è a quel punto che io riprendo: “…Tu sei bellissima!”

Al che la mia bambina esplode in un sorriso raggiante e compiaciuto, gettandomi le braccia al collo grata per averle dato soddisfazione oltre ogni suo auspicio.

Ecco: la storia della salvezza racchiusa in un episodio di banalità quotidiana.

Poiché anche l’uomo nella sua relazione col Padre domanda pienezza secondo il suo desiderio, che è limitato, e quando le circostanze del vivere, che sono specchio della volontà di Dio, paiono deludere le sue attese, subito si rattrista, lasciandosi tentare alla disperazione.

Ma gli basta attendere fiducioso il dispiegarsi del disegno divino per rimanere sorpreso ogni volta da un epilogo che supera ogni sua aspettativa.

Proprio come quei primi dodici, i quali, davanti a cotanto Messia, si gongolavano nell’attesa di un immaginifico regno terreno, rimanendo delusi da una morte di croce, per poi vedersi stupefatti da una risurrezione che è segno certo di un Regno Celeste.
Venturo e pur già presente.

Standard
Vita

La lavatrice

E pensare che dieci giorni fa a quest’ora mi trovavo in vacanza in montagna, nella casetta presa in affitto per l’estate, e nello specifico, mentre i due figli piccoli facevano il riposino pomeridiano ed il grande in salotto faceva i compiti delle vacanze aiutato dalla mogliettina, io me ne stavo bello tranquillo sulla tazza del cesso, in seduta plenaria ad interim.

Ma siccome mi ero scordato di portarmi dietro il cellulare, mi sono ritrovato a contemplare l’ultramoderna lavatrice posizionata proprio di fronte a me, annotando mentalmente l’infinita gamma di combinazioni di lavaggi, con o senza additivi di cui nemmeno conoscevo l’esistenza, in un’escursione di temperature tale da coprire tutte le tinte della scala Celsius e/o di quella Fahrenheit.

E mentre stavo lì, con le gambe che mi si informicolavano progressivamente, a calcolare l’esagerato numero di programmi possibili (che se non ricordo male superava la cinquantina) sorgeva sempre più limpidamente in me il pensiero che, per quanto mi riguardava, una lavatrice avrebbe anche potuto avere due soli tasti, uno per accenderla e spegnerla, ed un altro con su un’unica scritta: “lava”.

Già, ma forse è perché sono un uomo.

Epperò una volta lavare non implicava mica così tante scelte: uno prendeva i panni sporchi, li metteva in ammollo, prendeva un pezzo di sapone e ci dava dentro con l’olio di gomito.

Solo questo era il programma di lavaggio, ed i vestiti alla fine venivano comunque puliti.

Già, ma forse è perché sono un uomo antico e retrivo, che nel suo guardaroba raccoglie soltanto jeans, felpe e magliette coi supereroi.

Oggigiorno invece, la gente normale adopera tipi di tessuti di una varietà infinita di forme e colori, e quindi, giustamente, ha bisogno di un’adeguata varietà di programmi per lavarli.

Mica come me: che sia lana, seta o cotone, bianco, nero o colorato, sbatto tutto insieme in lavatrice a quaranta gradi e come viene viene (e viene sempre tutto benissimo, secondo me; secondo la mia dolce metà, invece, un po’ meno, ma si sopravvive comunque).

D’altronde anche l’uomo contemporaneo è così, no?

Proprio come quell’ultramoderna lavatrice contempla milioni di programmi per la sua vita, autoprogettandosi in tutto e per tutto, facendo spesso affidamento solamente in base a calcoli del rischio, medie ponderate e dati statistici assortiti che, diciamocelo, sono invero un po’ come la danza della pioggia.

Perché per quanto possa un uomo complicarsi la vita secondo combinazioni di piani per sé ed i suoi cari, illudendosi di avere il controllo di ogni situazione, per quanto essa sia imprevedibile, rimane ineluttabile la realtà del fatto che nemmeno su di un singolo capello del suo capo ha potere.

Ed alla fine, come la lavatrice dei miei sogni, lo stile di vita migliore, davvero liberato, è quello che contempla due soli programmi: uno per svegliarsi al mattino ed addormentarsi la sera, e l’altro per cercare il Regno di Dio in ogni desinenza della propria quotidianità.

Così che poi, di tutto il resto, ti venga dato in sovrappiù (Cfr. Matteo 6,33).

Standard
Vita

Confessio

«Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà la carità di molti» (Matteo 24,12).

Questa è la frase che da parecchio tempo a questa parte mi si riaffaccia sempre più spesso in mente, quasi a tornare a farmi visita in quei frangenti di vita nei quali la confusione, oggigiorno dilagante, si acuisce, ed io annaspo boccheggiante e disorientato (più di quanto non lo sia normalmente).

Perché non so voi, ma io in questa cosa qua mi ci ritrovo in pieno.

Non che sia mai stato un campione di carità, intendiamoci; anzi, se proprio ve lo devo dire, tra le virtù teologali la carità è esattamente quella in cui sono sempre stato più scrauso (diciamo che quella in cui sono meno bollito è la speranza, forse anche per via della mia naturale inclinazione ad uno stolido ottimismo), tant’è che, se come afferma San Giovanni Crisostomo saremo giudicati sulla carità, ecco che io son messo piuttosto male, ahimè.

Ed ultimamente, come dicevo, è sempre peggio: sarà anche per via del dilagare dell’iniquità, ma io mi sento d’appartenere sempre più alla schiera di quei “molti” a cui la carità è in via di (rapido e terminale) raffreddamento.

Questo a causa di quell’impressione, ogni giorno più vivida, che mi pervade: come la sensazione di essere sotto un assedio sempre più stretto, avete presente?

Ne parlavo proprio poco tempo fa con mia moglie, usando, per descrivere noi ed i nostri figli, l’immagine di una piccola roccaforte, l’ultimo bastione di una cittadella (i nostri famigliari) che si trova all’interno di una serie concentrica di cinta murarie (i parenti, gli amici, i colleghi, i conoscenti) ciascuna delle quali mette una sorta di distanza di sicurezza dalla campagna aperta (il mondo) con i suoi prati fioriti ed i suoi campi ubertosi, ma anche con le sue foreste oscure ed i suoi fiumi impetuosi.

Ed io me ne sto di guardia sulla torre della nostra roccaforte, e mano a mano osservo i prati sfiorire ed i campi desertificare, mentre i fiumi straripano e dalle foreste escono orde di bestie feroci che si avventano sulle mura della cittadella, prendendola d’assedio, appunto.

Solo che più passa il tempo e più mi rendo conto che le difese esterne cedono, ed il nemico avanza, di cinta in cinta, sempre più all’interno, fino a penetrare, ultimamente, all’interno della cittadella, portando l’assedio, adesso, sotto le mura della nostra roccaforte.

Così mi sento come quel combattente chiamato a difendere i bastioni con ogni mezzo a sua disposizione, ma che mano a mano che il nemico avanza, si ritrova costretto a cedere terreno, ritirandosi sempre più all’interno, eppure costretto, per quanto si sforzi, a vedere le mura prima incrinarsi e poi crollare sotto i suoi occhi.

Questa è l’esatta situazione di cui, da qualche anno a questa parte, mi sento preda: se in principio mi ritenevo convocato nella difesa delle mura esterne, col passare del tempo mi sono ritrovato a dovermi ritirare sempre più verso la roccaforte, cercando di difendere ogni volta una cinta sempre più interna, e rimanendo sconfortato nel vedere i miei sforzi vanificati dall’inevitabile crollo di ogni singolo giro di mura.

E siccome le forze diminuiscono in maniera inversamente proporzionale a quanto mi aumenta lo scoraggiamento, ecco che alla fine mi sono risoluto a doverle ottimizzare, perciò ho deciso di smettere di combattere per difendere postazioni ormai perdute, e piuttosto concentrare quel che resta delle mie energie sempre più solo sui miei cari, fino a ridurmi, ultimamente, a spendermi unicamente per la mia sposa e la mia prole.

Capisco anche che questo atteggiamento possa sembrare poco “misericordioso” e magari pure poco “evangelico”, ma da tempo ormai mi sono reso conto che in questa battaglia è come diceva il compianto Robin Williams in Good morning Vietnam: “l’importante non è vincere, ma uscirne vivi”.

Perché quando il dubbio mi attanaglia ecco che una sola certezza mi sostiene, che per quanto poca carità mi rimanga, la mia responsabilità si esaurisce, in ultima istanza, nello spenderla tutta in quella sola ed unica vocazione a cui ho risposto e che realizza la mia esistenza: amare mia moglie ed insieme a lei proteggere i nostri figli.

Difendere la roccaforte della mia famiglia resistendo all’assedio con tutte le residue mie forze fino al cessare dell’intemperie, poiché solo «chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Matteo 24,13).

Standard
Vita

La casuistica di Dio

Ok, va bene: parliamone.

Io quando mi sono sposato ero ancora all’inizio di un cammino di conversione che mi ha visto arrivare da molto lontano (e lo sa bene chi ha letto il mio secondo libro, per esempio), quindi la mia fede era tutt’altro che granitica allora (non che ora sia così solida, eh: che qui se mi perdo un’Eucarestia la bestia che sono ritorna subito fuori).

Non parliamo poi della consapevolezza: mia moglie ed io ci siamo sposati organizzando le nozze nel giro di un mese, perché già aspettavamo un bambino, e pur avendolo concepito fuori dal matrimonio desideravamo almeno che nascesse dentro al Sacramento.

Tuttavia sfido chiunque ad affermare di essere arrivato al giorno del fatidico “sì” davanti all’altare con una piena consapevolezza di cosa stesse facendo.

Perché non ce n’é: per quanto tu abbia fatto eventuali prove di più o meno lunga convivenza, in realtà capisci cosa vuol dire essere sposato SOLO a partire dalle ventiquattro ore successive al momento del grande passo (quando hai smaltito tutti i bagordi della festa ed il tuo cervello riceve finalmente del sangue con più ossigeno che alcol).

Così come, per quanto tu possa prepararti in via preventiva, capisci cosa significa essere papà solamente dopo aver avuto il primo figlio (e lo sa bene chi ha letto il mio terzo libro, per esempio).

E questa è un’ovvietà manifesta: perché non c’è convivenza che ti dia realmente il polso di ciò che significa vivere il matrimonio, in quanto, per definizione, convivere NON è come essere sposati.

Poiché la differenza la fa proprio il Sacramento (e lo sa bene chi ha letto il mio quarto libro, per esempio).

Quel Sacramento che è realmente sigillo della Divina Trinità sull’unione tra i due coniugi, i quali non sono abbandonati alla loro ontologica insufficienza d’amarsi l’un l’altro, ma vengono soccorsi permanentemente dall’azione santificante di Colui che, essendo Amore, è il Solo che può colmare le contingenti, quotidiane, ineluttabili mancanze d’amore che altrimenti slegano i due coniugi nell’umana fallibilità del loro patto.

Poiché il matrimonio è vincolo stretto tra tre contraenti (i due sposi che rispondono alla vocazione di Dio) i quali sono tutti e tre corresponsabili di quell’unione, solo che mentre le due controparti umane sono, per la loro natura segnata dal peccato, definitivamente scrause, il terzo è Perfetto ed Onnipotente e, a meno che non venga rifiutato con libera e determinata volontà, tiene in piedi tutta la baracca donando quella che viene chiamata, dagli addetti ai lavori, “Grazia di Stato”.

Mia moglie ed io, di questa cosa qua, ne facciamo esperienza pressoché quotidiana, ma, in maniera stringente, ne abbiamo esperito l’efficacia realmente essenziale quando, a quasi un anno e mezzo dalla sua nascita, il nostro primo figlio Matteo (proprio quello per cui ci eravamo sposati) morì di quella malattia genetica che avrebbe poi contrassegnato indelebilmente la nostra vita e quella di altri due nostri bambini.

Dopo quel primo luttuoso evento, infatti, il nostro matrimonio ebbe più volte modo di sgretolarsi miseramente, e con ottime ragioni, quelle stesse per cui il mondo non solo non ci avrebbe condannato, ma in varie circostanze ci avrebbe sollecitato a lasciar perdere.

Se mia moglie ed io fossimo stati solamente conviventi, ci saremmo lasciati in tempo zero (io forse avrei mollato il colpo anche prima).

E questo è, e rimane, un fatto.

Nel nostro caso, il fatto di essere sposati sacramentalmente ha costituito la salvezza per entrambi: non solo (e realmente) come con-sorti, ma anche (e per quanto mi riguarda forse ancor di più) come persone, per le nostre singole anime.

Perché se la mia amatissima moglie ed io non avessimo potuto attingere a quella Grazia di Stato che, per divino contratto, ci viene ancora adesso messa a disposizione istante per istante solo in virtù di quel Sacramento che ci consolida in una sola carne, oggi Tobia, Jonathan, Mattia, Christian e Nadia non ci sarebbero proprio.

Ed io sarei perduto.

Standard