Vita

Te Deum

Alla fine poi è passato ‘sto (letteralmente) fatidico duemiladiciassette e, come dice la nonna di Hip nel cartone dei Croods, siamo “ancora vivi!”.

Già, perché dalle previsioni pareva che quest’anno dovesse succedere chissà che cosa e invece poi, a ben guardare, in effetti ne sono successe solo “di ogni” (che, come al solito, la realtà si rivela avere sempre più immaginazione della fantasia).

E ne sono accadute veramente “di ogni” soprattutto sul piano spirituale, che, com’è noto, anticipa ed è prodromo per la elevazione o, in questo caso, la degenerazione sul piano materiale.

È proprio a questo proposito che al crepuscolo di quest’anno (letteralmente) fatidico, intendo innalzare la mia indegna lode a Dio:

Nonostante i venti di una guerra imminente, innanzitutto, che spirano sempre più inevitabili qui in occidente, perché mi hanno dato occasione quest’anno di riconsiderare più profondamente il valore della pace vera, quella che viene solo dal Sacratissimo Cuore di Cristo, l’unica in grado di allietarti nella tribolazione, quella che lo Spirito Santo insuffla nella tua vita se per primo cerchi tu la pace nelle tue relazioni quotidiane, quelle della vita spicciola, con la tua consorte e la tua prole prima di tutto, che già quando riesci a preservare la pace nella tua famiglia sei ricco di una ricchezza che nessun conio può acquistare.

Nonostante l’estenuante, martellante e sacrilega esaltazione dell’eresiarca sassóne a discapito di una degna celebrazione della Madre Celeste nel centenario delle sue apparizioni a Fatima (il cui Santuario è stato ulteriormente sfregiato dall’ennesima profanazione proprio in occasione del Natale di Gesù con l’allestimento di un presepe lesbo), perché mi ha riacceso in cuore una rinnovata venerazione per la Madonna, non solo nell’affezionata veste di Madre amorosa ed angosciata per la sorte dei suoi figli, ma in particolare per il suo essere icona verace e perfetta di Donna, a cui oblare ancor più il proprio cuore in imperitura sudditanza d’amore.

Nonostante il carnaio dilagante e perverso che lorda capillarmente questo vecchio mondo dai valori ormai rovesciati, nel quale non c’è più freno morale al compimento della più bieca bestialità e dove si persegue con accanimento l’innocenza e la virtù, perché mi ha infiammato di devozione verso la santità castissima di San Giuseppe, mirabile ed eccellentissimo modello di sposo e padre, ma ancor più incarnazione di vero maschio nel preservare contro ogni immondizia il proprio essere uomo fatto a immagine divina, preferendo il silenzio alla mormorazione, la pazienza alla ribellione, il nascondimento alla vanagloria, il pudore all’impurità.

Ti lodo e Ti rendo grazie mio Signore, perché anche nel miserevole spettacolo della Tua Sposa che si prostituisce al secolo disprezzando la Verità di sempre per la fregola di false ideologie già ripassate al mondo, mi concedi una preziosa opportunità di comunione con Te in questa rinnovata Passione che Tu stesso Capo rivivi in quel Tuo Corpo mistico che è la Tua Chiesa, e così, come un figlio che si vede tradito ed abbandonato, mi fai partecipe del Tuo amore sofferente per questa Madre a cui prude “riformarsi”, ossia di darsi qualsiasi altra forma purché non sia la Tua.

Ma più si rinnega il Mistero ineffabile della Transustanziazione, più mi risulta evidente quanto necessario sia per la mia vita il nutrimento Eucaristico.

Più viene nascosta la grave realtà del peccato sotto la coperta di una falsa misericordia e più mi è indispensabile sperimentare il Tuo perdono nella frequenza al Sacramento della Penitenza.

Più viene “reinterpretato” il Tuo bimillenario Magistero per piegarlo alla condiscendenza col mondo e più mi morde la fame per ogni Parola che esce dalla Tua bocca, e così mi è prezioso più che mai abbeverarmi al tuo Vangelo, e scopro la bellezza della preghiera nella lingua della Chiesa di sempre, e mi ritrovo a recitare il Credo sull’attenti e con la mano sul cuore, perché istintivamente ora lo riconosco come l’Inno di quella Patria Celeste a cui realmente appartengo mentre sempre più chiaramente mi rendo conto di quanto il tempo (e questo tempo in particolare) sia luogo d’esilio rispetto all’eternità.

Ecco per cosa in particolare voglio rendere lode a Dio in quest’anno morente dimostratosi (letteralmente) fatidico: poiché tutto l’inaudito occorso in questi lunghi, spossanti mesi ha esacerbato una crisi globale dalle tinte davvero apocalittiche, che ha già visto nella demoralizzazione materiale il riflesso di una originale decadenza spirituale, in maniera quasi sistematica (che se in Vaticano si mina la vita, il matrimonio e la famiglia, di conseguenza poi si legifera a Roma, e secondo quella dinamica mistica “urbi et orbi”, ciò che viene decretato nella capitale del Regno spirituale ha poi valenza d’imprimatur per tutto il mondo materiale, con una  conseguente minore o maggiore libertà data a chi di quello ne è il principe), ma il tempo di crisi, se colto in prospettiva profetica – con gli occhi cioè di Colui che regge le sorti della storia – è anche un tempo di opportunità.

L’opportunità di ritornare all’essenziale, abbandonati da una gerarchia che ha smarrito la Via, siamo chiamati ad uscire da una religiosità formale per ritornare ad una fede vissuta: veramente incarnata nella vita di ogni giorno.

Già lo scrissi: in un tempo dominato da una vera e propria emorragia apostasica del clero, in cui la “ekklēsía” si liquefa, la comunità va riassunta nella chiesa domestica, preservata innanzitutto nella relazione sponsale, responsabilità che voca i laici, in questo contesto contemporaneo in cui realmente le porte degli inferi premono su ogni aspetto della quotidianità, ad un impegno totalizzante, ma che vale ogni pena, poiché veicolo privilegiato della relazione con Cristo e strumento per la nostra salvezza personale.

Perciò Ti lodo Signore, e ti prego: aumenta la mia poca fede e conserva in essa me e la mia famiglia nella perseveranza fino alla fine, perché sai com’è, mi preme un po’ la salvezza, e  l’anno che viene porta già con sé la nefasta eredità di quelli appena trascorsi, lasciando intuire per i mesi all’orizzonte un ampio margine di peggioramento.

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Vita

Una precisazione

Pare incredibile, ma ho scoperto che non solo c’è chi legge quello che scrivo su questa piattaforma virtuale, ma che persino mi considera degno, non dico di prendermi sul serio, ma almeno di commentarmi.
Così ho deciso di rispondere qui a Lisa, che su facebook, a proposito del mio ultimo articolo, mi scrive:

«“È un terremoto, segno di richiamo per tutto il mondo”. Da brava abruzzese, che abita ad uno sputo da L’Aquila e in linea d’aria a 80 km da Amatrice, non posso non soffermarmi su questa frase. C’è una cosa che ho letto sul lastricato di Rieti quando ci sono stata per caso un paio d’anni fa. Umbilicus italiae. L’ombelico d’Italia. Il centro forse geografico, ma forse meglio ancora ideale dell’Italia. E questa cosa continua a tornarmi in mente da fine agosto. Non aggiungo altro, se non: Andrea svuota tutto il sacco il prima possibile… Grazie!»

Carissima Lisa,
innanzitutto sia chiaro: non sono un oracolo, non sono depositario di nessuna missione profetica, di nessun messaggio celeste e non ho neppure una sfera di cristallo (porcazozza!); tutto quello che scrivo è di dominio pubblico, rintracciabile su libri o in rete (ci sono tanti siti cattolici affidabili che approfondiscono molto bene questi stessi temi).

Io tutto quello che faccio è cercare di vigilare nel Getsèmani che è questo tempo, e lo faccio perché come credente sono tenuto a leggere la storia (mia e del mondo) con sguardo profetico, il che significa semplicemente osservarne lo svolgersi alla luce di una realtà oggigiorno ormai dimenticata dai più: quella che ogni evento dell’immanente è saldamente intrecciato da concause che hanno origine nel trascendente, poiché il Dio rivelatosi in Gesù è un Creatore definitivamente impastatosi con le Sue creature e che con esse, di conseguenza, interagisce continuativamente nel mondo invitando ciascuna a perseguire quel destino di salvezza per cui è stata creata.

Noi sappiamo infatti che Egli è Creatore del visibile così quanto dell’invisibile: perciò, anche e forse soprattutto come marito e padre, in questi tempi oscuri mi sento in dovere di scrutare i segni per poter meglio custodire l’anima mia e dei miei cari.

Questo è il motivo reale, molto poco eroico ahimè, per cui mi spendo a raccogliere e cercare di mettere insieme i pezzi che il Cielo dissemina nel nostro tempo.

Poi, visto che già ‘sto sbattimento lo faccio per il mio “orticello”, mi è venuto lo scrupolo di condividerne le conclusioni anche con quei quattro gatti che leggono questo blog, ché tanto, anche se faccio la figura del rimbambito, non c’ho mica una reputazione da difendere io.

Per quanto riguarda il terremoto come ammonimento, invece, non voglio entrare nel merito per il rispetto di quella sofferenza che proprio in questi giorni affligge anche tanti miei cari amici, che come te vivono in quelle zone gravate dalla prova.

Tuttavia ti confesso che a me ha fatto riflettere molto quello che ha scosso il centro Italia a fine ottobre, per via di alcune particolari contingenze: ha fatto crollare case & chiese senza fare nemmeno una vittima, di magnitudo tale da essere avvertito a Roma, è avvenuto il giorno prima del famigerato abbraccio tra il Pontefice regnante e la vescovessa dell’eresiarca, e a Norcia ha lasciato gli astanti contemplare il crollo della Chiesa di san Benedetto

Poi però se uno s’azzarda a parlare di castighi di Dio viene lapidato.

La verità è che l’uomo ha smesso di guardare al Cielo ed è finito a vedere soltanto il proprio misero ombelico, così si è dimenticato di essere null’altro che una fragile creatura: presumendo di essere padrone assoluto di sé quando invece non ha potere di aggiungere nemmeno un minuto al tempo concessogli.

Il fatto è che le tragedie accadono, piccole o grandi che siano, nella vita di ciascuno,  e servono proprio a ricordarci che siamo solo di passaggio su questa terra e che forse le nostre priorità vanno un attimino riviste, chessò, magari attendendo con un po’ più di premura al nostro destino eterno.

E insomma, amica mia, in conclusione io non ho sacchi da svuotare, sono una merdaccia come tutti noialtri, che sente sul cuore il peso di questi tempi bui e sa di non aver nemmeno l’ombra di una possibilità di non soccombere al male se non si tiene attaccato con le unghie e con i denti a Colui il quale il male l’ha già vinto, e già anche così cade un giorno sì e l’altro pure.

Non so cosa succederà, quando e dove: non ho altre risposte che quelle che la Mamma Celeste si sgola da cent’anni e più nel darci (preghiera e Sacramenti per una conversione che dev’essere quotidiana) ed alla cui gonna io mi aggrappo tremebondo, come un bimbo in preda al terrore per la grandezza del male che sovrasta la vita mia e di quei cari per i quali ho risposto alla vocazione di prendermene cura e di cui sono responsabile.

Per questo, Lisa cara, ogni giorno prego Gesù di farci Sua vigna prediletta, ponendo intorno alla nostra famiglia un recinto insuperabile, e di preservarci totalmente da tutti gli attacchi del demonio e delle sue schiere infernali in questo tempo di tenebra.

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Cronache, Fede, Vita

Morte e Tasse

Che poi la cosa brutta è che uno alla fine si abitua un po’ a tutto.

Tipo che senti dell’ennesima strage in camioncino e la prima cosa che ti chiedi è per distrarti da che cosa questa volta hanno organizzato lo spettacolino di morte.

Perché ormai sei oltre lo scandalo, ma anche oltre la credulità: troppe le volte in cui il fantomatico Pierino Globale ha gridato “Al lupo! Al lupo!” per non pensare subito che sia un altro teatrino dei potentati per alimentare quella strategia della tensione con cui (fin da quel settembrino undecimo die) aggiogano le nazioni occidentali.

E ti dispiace solo per quei poveretti che hanno reso l’anima a Dio, ma per il resto non cambierai di una virgola il tuo modo di vivere né di pensare, perché ormai non ti si attacca più addosso niente.

Il che è piuttosto triste, perché forse è proprio questo lo scopo ultimo: renderti assuefatto all’angoscia e al terrore, cosicché ogni volta che ti mettono davanti a decisioni improponibili, quali esse siano, non ti senti nemmeno più tanto a disagio nel dovere scegliere il male minore.

A furia di spauracchi, pensi, alla fine nella melma ti ci ritrovi lo stesso, e allora vieni pervaso da questo disperante senso di ineluttabilità: ormai il mondo è colluso a tal punto con il suo indegno principe che ogni stortura pare davvero inevitabile, e finisci non solo per aspettarti il peggio, ma quando questo càpita, non ti scuote neanche più di tanto.

Proprio come la morte e le tasse: il male impera incontrastato e tu non sei che un misero pedone sulla scacchiera, e per quanto tu ti possa dibattere per tentare di  preservare almeno il tuo angolino di umanità, di vita, di famiglia, prima o poi verrai investito dalla piena e spazzato via.

Un po’ come con i Borg di trekkiana memoria: «ogni resistenza è inutile», è solo questione di tempo.

E invece no: ma proprio per un cacchio!

Per quanto spalmato di melma io me ne sbatto e la speranza non me la lascio rubare: perché la mia vita è stata intersecata da Uno che al male ha già schiacciato la testa sotto il tallone, che alla morte gli ha fatto cippirimerlo per conto di tutti e che pure per le tasse gli basta mandare uno dei suoi in riva al lago che gli salta in braccio il pesce con in bocca l’obolo (quando si dice la Provvidenza).

E quindi nulla è ineluttabile, nemmeno il male più strafottente, poiché quest’Uno ha promesso che sarebbe tornato ed io Gli credo, e così Lo aspetto, anche se si fa attendere.

E vorrei tanto rispondere a quelli che “nessuno conosce il giorno, né l’ora” (Cfr. Matteo 24,36) di stare attenti, perché accoccolandosi su di una comoda ignoranza alla fine ci si addormenta e poi il ladro ti sorprende nella notte (Matteo 24,43), e se è pur vero che Lui non ha segnato in calendario l’appuntamento, ci ha pur sempre (e più volte) ammonito di restare svegli e vigilanti, scrutando i segni della Sua venuta come si guarda al ramo del fico, che se butta i germogli l’estate è vicina (Marco 13,28).

Che poi ce lo ha anche detto che i tempi che precederanno il Suo ritorno non saranno contrassegnati dalla fede, ma dall’infedeltà; non dalla ricerca di Lui, ma dall’averLo abbandonato, non da serenità e pace, ma da guerra e tribolazione.

Per questo la mia speranza non può morire, ma anzi viene ancor più ravvivata in questo tempo di Avvento: poiché tutto va male, ma ben venga tutto ciò che concorre ad accellerare il ritorno di Cristo.

Giacché stiamo in terra come in una sala d’attesa ed è poi solo questa la tensione base e primaria del cristiano: alla fine ciò che realmente conta, e a cui tutto è funzionale, è l’incontro con Gesù.

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Vita

Confessio

«Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà la carità di molti» (Matteo 24,12).

Questa è la frase che da parecchio tempo a questa parte mi si riaffaccia sempre più spesso in mente, quasi a tornare a farmi visita in quei frangenti di vita nei quali la confusione, oggigiorno dilagante, si acuisce, ed io annaspo boccheggiante e disorientato (più di quanto non lo sia normalmente).

Perché non so voi, ma io in questa cosa qua mi ci ritrovo in pieno.

Non che sia mai stato un campione di carità, intendiamoci; anzi, se proprio ve lo devo dire, tra le virtù teologali la carità è esattamente quella in cui sono sempre stato più scrauso (diciamo che quella in cui sono meno bollito è la speranza, forse anche per via della mia naturale inclinazione ad uno stolido ottimismo), tant’è che, se come afferma San Giovanni Crisostomo saremo giudicati sulla carità, ecco che io son messo piuttosto male, ahimè.

Ed ultimamente, come dicevo, è sempre peggio: sarà anche per via del dilagare dell’iniquità, ma io mi sento d’appartenere sempre più alla schiera di quei “molti” a cui la carità è in via di (rapido e terminale) raffreddamento.

Questo a causa di quell’impressione, ogni giorno più vivida, che mi pervade: come la sensazione di essere sotto un assedio sempre più stretto, avete presente?

Ne parlavo proprio poco tempo fa con mia moglie, usando, per descrivere noi ed i nostri figli, l’immagine di una piccola roccaforte, l’ultimo bastione di una cittadella (i nostri famigliari) che si trova all’interno di una serie concentrica di cinta murarie (i parenti, gli amici, i colleghi, i conoscenti) ciascuna delle quali mette una sorta di distanza di sicurezza dalla campagna aperta (il mondo) con i suoi prati fioriti ed i suoi campi ubertosi, ma anche con le sue foreste oscure ed i suoi fiumi impetuosi.

Ed io me ne sto di guardia sulla torre della nostra roccaforte, e mano a mano osservo i prati sfiorire ed i campi desertificare, mentre i fiumi straripano e dalle foreste escono orde di bestie feroci che si avventano sulle mura della cittadella, prendendola d’assedio, appunto.

Solo che più passa il tempo e più mi rendo conto che le difese esterne cedono, ed il nemico avanza, di cinta in cinta, sempre più all’interno, fino a penetrare, ultimamente, all’interno della cittadella, portando l’assedio, adesso, sotto le mura della nostra roccaforte.

Così mi sento come quel combattente chiamato a difendere i bastioni con ogni mezzo a sua disposizione, ma che mano a mano che il nemico avanza, si ritrova costretto a cedere terreno, ritirandosi sempre più all’interno, eppure costretto, per quanto si sforzi, a vedere le mura prima incrinarsi e poi crollare sotto i suoi occhi.

Questa è l’esatta situazione di cui, da qualche anno a questa parte, mi sento preda: se in principio mi ritenevo convocato nella difesa delle mura esterne, col passare del tempo mi sono ritrovato a dovermi ritirare sempre più verso la roccaforte, cercando di difendere ogni volta una cinta sempre più interna, e rimanendo sconfortato nel vedere i miei sforzi vanificati dall’inevitabile crollo di ogni singolo giro di mura.

E siccome le forze diminuiscono in maniera inversamente proporzionale a quanto mi aumenta lo scoraggiamento, ecco che alla fine mi sono risoluto a doverle ottimizzare, perciò ho deciso di smettere di combattere per difendere postazioni ormai perdute, e piuttosto concentrare quel che resta delle mie energie sempre più solo sui miei cari, fino a ridurmi, ultimamente, a spendermi unicamente per la mia sposa e la mia prole.

Capisco anche che questo atteggiamento possa sembrare poco “misericordioso” e magari pure poco “evangelico”, ma da tempo ormai mi sono reso conto che in questa battaglia è come diceva il compianto Robin Williams in Good morning Vietnam: “l’importante non è vincere, ma uscirne vivi”.

Perché quando il dubbio mi attanaglia ecco che una sola certezza mi sostiene, che per quanto poca carità mi rimanga, la mia responsabilità si esaurisce, in ultima istanza, nello spenderla tutta in quella sola ed unica vocazione a cui ho risposto e che realizza la mia esistenza: amare mia moglie ed insieme a lei proteggere i nostri figli.

Difendere la roccaforte della mia famiglia resistendo all’assedio con tutte le residue mie forze fino al cessare dell’intemperie, poiché solo «chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Matteo 24,13).

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Vita

La casuistica di Dio

Ok, va bene: parliamone.

Io quando mi sono sposato ero ancora all’inizio di un cammino di conversione che mi ha visto arrivare da molto lontano (e lo sa bene chi ha letto il mio secondo libro, per esempio), quindi la mia fede era tutt’altro che granitica allora (non che ora sia così solida, eh: che qui se mi perdo un’Eucarestia la bestia che sono ritorna subito fuori).

Non parliamo poi della consapevolezza: mia moglie ed io ci siamo sposati organizzando le nozze nel giro di un mese, perché già aspettavamo un bambino, e pur avendolo concepito fuori dal matrimonio desideravamo almeno che nascesse dentro al Sacramento.

Tuttavia sfido chiunque ad affermare di essere arrivato al giorno del fatidico “sì” davanti all’altare con una piena consapevolezza di cosa stesse facendo.

Perché non ce n’é: per quanto tu abbia fatto eventuali prove di più o meno lunga convivenza, in realtà capisci cosa vuol dire essere sposato SOLO a partire dalle ventiquattro ore successive al momento del grande passo (quando hai smaltito tutti i bagordi della festa ed il tuo cervello riceve finalmente del sangue con più ossigeno che alcol).

Così come, per quanto tu possa prepararti in via preventiva, capisci cosa significa essere papà solamente dopo aver avuto il primo figlio (e lo sa bene chi ha letto il mio terzo libro, per esempio).

E questa è un’ovvietà manifesta: perché non c’è convivenza che ti dia realmente il polso di ciò che significa vivere il matrimonio, in quanto, per definizione, convivere NON è come essere sposati.

Poiché la differenza la fa proprio il Sacramento (e lo sa bene chi ha letto il mio quarto libro, per esempio).

Quel Sacramento che è realmente sigillo della Divina Trinità sull’unione tra i due coniugi, i quali non sono abbandonati alla loro ontologica insufficienza d’amarsi l’un l’altro, ma vengono soccorsi permanentemente dall’azione santificante di Colui che, essendo Amore, è il Solo che può colmare le contingenti, quotidiane, ineluttabili mancanze d’amore che altrimenti slegano i due coniugi nell’umana fallibilità del loro patto.

Poiché il matrimonio è vincolo stretto tra tre contraenti (i due sposi che rispondono alla vocazione di Dio) i quali sono tutti e tre corresponsabili di quell’unione, solo che mentre le due controparti umane sono, per la loro natura segnata dal peccato, definitivamente scrause, il terzo è Perfetto ed Onnipotente e, a meno che non venga rifiutato con libera e determinata volontà, tiene in piedi tutta la baracca donando quella che viene chiamata, dagli addetti ai lavori, “Grazia di Stato”.

Mia moglie ed io, di questa cosa qua, ne facciamo esperienza pressoché quotidiana, ma, in maniera stringente, ne abbiamo esperito l’efficacia realmente essenziale quando, a quasi un anno e mezzo dalla sua nascita, il nostro primo figlio Matteo (proprio quello per cui ci eravamo sposati) morì di quella malattia genetica che avrebbe poi contrassegnato indelebilmente la nostra vita e quella di altri due nostri bambini.

Dopo quel primo luttuoso evento, infatti, il nostro matrimonio ebbe più volte modo di sgretolarsi miseramente, e con ottime ragioni, quelle stesse per cui il mondo non solo non ci avrebbe condannato, ma in varie circostanze ci avrebbe sollecitato a lasciar perdere.

Se mia moglie ed io fossimo stati solamente conviventi, ci saremmo lasciati in tempo zero (io forse avrei mollato il colpo anche prima).

E questo è, e rimane, un fatto.

Nel nostro caso, il fatto di essere sposati sacramentalmente ha costituito la salvezza per entrambi: non solo (e realmente) come con-sorti, ma anche (e per quanto mi riguarda forse ancor di più) come persone, per le nostre singole anime.

Perché se la mia amatissima moglie ed io non avessimo potuto attingere a quella Grazia di Stato che, per divino contratto, ci viene ancora adesso messa a disposizione istante per istante solo in virtù di quel Sacramento che ci consolida in una sola carne, oggi Tobia, Jonathan, Mattia, Christian e Nadia non ci sarebbero proprio.

Ed io sarei perduto.

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Vita

Il giogo leggero

Settimana faticosa. Di un mesetto impegnativo. Di un periodo piuttosto stressante.

Càpita che la vita talvolta ti stringa d’assedio e se anche non ti succede nulla di straordinario, le circostanze quotidiane, chissà come mai, si rivelino più faticose di quello che dovrebbero, gli impegni paiano più gravosi di quanto in realtà siano e persino gli affetti famigliari ti assorbano maggiore energia di quanto normalmente facciano.

E così arrivi a sera con le forze al lumicino, e basta poco per farti innervosire: non vedi l’ora di andartene a dormire, già sapendo che comunque il risveglio l’indomani ti parrà un atto eroico ed affrontare una nuova giornata di impegni affatto fuori dal comune ti sembrerà invero una fatica atlantica.

Sono momenti in cui ti guardi attorno ed il confronto con le vite altrui ti viene spontaneo, poiché anche se le altre famiglie hanno più figli dei tuoi, lavori più pesanti ed impegni più gravosi a te sembra che non facciano nessuno sforzo, godano di una salute migliore, abbiano più energia e serenità di quanta tu riesca ad auspicartene.

Ti aggrappi allora a quell’unica àncora che hai riconosciuto nella tua vita come vera salvezza, fidandoti di quella Sua parola che assicura: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi ed oppressi, ed io vi darò ristoro” (Matteo 11,28), ma talvolta anche questa pare smentita dal confronto con l’altrui apparente facilità di vivere e ti ritrovi dunque nei panni di quell’apostolo che, pur stabilito dal Maestro in somma dignità, anziché godere della Sua vicinanza si volta indietro e, scrutando il discepolo amato che li segue, cede alla tentazione del confronto e chiede delle sue sorti (Cfr. Giovanni 21,20-21).

E un po’ ti vergogni.

Poi però succede che in quelle pressanti contingenze càpiti un evento particolare: una processione del Corpus Domini solenne, presieduta nientemeno che dall’Arcivescovo, e che si svolgerà proprio nel tuo quartiere.

La tentazione è quella di accampare scuse, pur legittime, e starsene a casa: perché solo il pensiero di dover tenere i pargoli al guinzaglio in una situazione liturgica affollata ti fa venir meno, ma poi senti la coscienza rimorderti e ti fai forza, anche se controvoglia.

Così, in una settimana in cui, per la stanchezza di ogni giornata colma d’impegni, mia moglie ed io abbiamo dovuto a malincuore declinare ogni iniziativa serale, quella processione, pur stanchi morti, non l’abbiamo disertata. Ma solo perché ci sarebbe stato Lui, perché una cosa ci è ben chiara: se a chiunque altro puoi dare buca, a Lui no, non ti conviene, ed il perché l’ha detto Lui stesso: perché senza di Lui, noialtri, non si può far nulla, non poco o quasi niente, ma proprio nulla (Cfr. Giovanni 15,5).

E allora quella sera c’eravamo tutti noi “Giova”, pargoli compresi: tutti in attesa di vedere passare Lui, per lanciarGli un saluto veloce, sicuri che Lui non avrebbe mancato di rivolgere il Suo sguardo anche su di noi e benedirci.

Ed effettivamente si è trattato proprio solo di un attimo, un passaggio veloce e subito ad inizio di serata, giacché la tentazione avrebbe potuto essere quella di dirsi che il più era stato fatto, il cartellino della presenza obliterato, e si sarebbe potuti tornare a casina, tanto più che con i bimbi avremmo potuto sentirci giustificati.

E invece no.

Ci siamo accodati, mano a mano sempre più persi tra la folla, sempre più lontani da Lui, ma mai distanti. Sempre più stanchi, questo sì, e distratti, soprattutto dai bimbi, che per un vero mistero, meno energie ti rimangono e più sembra che loro ne conservino.

E così camminare, cercando almeno di non perdersi tra di noi, ma senza neppure più tentare di seguire i canti o tantomeno le letture, solo camminare, un passo dietro l’altro, insieme ad una moltitudine di volti noti e meno noti, taluni veri e propri sconosciuti.

Camminare senza troppo ordine, ma mai senza una meta, che non è però un punto d’arrivo, bensì una Persona da seguire, una Presenza Viva e Vera, e che proprio perché Viva e Vera è insieme anche Via.

Poiché se sai che il sentiero è quello Buono, quello Giusto, non t’importa più di sapere dove esso ti condurrà, perché in qualsiasi luogo infine giungerai, sai che posto migliore non può esserci.

E allora capisci, mentre torni a casa stanco, ma di una fatica buona, non grave, che quella pace che ti ritrovi nel cuore è dono per aver, ancora una volta, soltanto obbedito al Suo comando: “Che t’importa? Tu seguimi” (Cfr. Giovanni 21,22).

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Cronache, Fede, Storie, Vita

È Domenica

gazzetta

30 Aprile 33

Dopo la prima edizione del Campionato del Creato vinta dal Regno delle Tenebre grazie alla clamorosa autorete dall’ex-campione dell’Umanità, Adamo: ora finalmente il riscatto!

L’interminabile scontro si è protratto sullo 0-0 con mutevoli rovesci di fronte, anche se il dominio della palla è sempre stato dei campioni in carica che, con la nota coppia di attaccanti Dolore e Morte, hanno vessato le schiere dell’Umanità costringendo la squadra a giocare tutta la partita in difesa e sperando solamente in sporadiche incursioni di contropiede, peraltro sempre vanificate dall’inconcludenza delle sue punte.

Il pressing incessante degli avversari ha messo a dura prova tutto il reparto difensivo dell’Umanità, il quale, non senza colpa, ha peccato troppe volte di superbia lasciando sguarnita la propria porta, salvata soltanto dai miracoli compiuti dal divino portiere Gesù il Cristo, conosciuto come “Figlio di Dio” per non aver mai subito una sola rete in tutta la vita.

Ormai esausti dal cardiopalma, sul finale di partita tutti gli spettatori hanno davvero trattenuto il fiato: l’outsider del Regno delle Tenebre, Satanasso, è riuscito a procurarsi un rigore quantomeno dubbio grazie alla complicità del maldestro intervento del sinistro terzino dell’Umanità, Giuda Iscariota.

La bordata del malefico campione ha investito in pieno il gioiellino di Nazaret inchiodandolo letteralmente ai pali.

Grazie al sacrificio dell’estremo difensore la porta dell’Umanità è rimasta inviolata, ma per il portierone ormai sembrava non esserci più nulla da fare: trascinato fuori dal campo esanime è stato deposto in una barella al di là dei bordi di gioco, proprio quando l’arbitro ha fischiato la fine dei tempi regolamentari.

Trascorsa la breve pausa del sabato, la partita è ripresa con i tempi supplementari, nei quali vigeva, per quest’unica edizione, la regola del “golden gol”.

Sorprendentemente le squadre sono rientrate in campo senza alcuna variazione tra le due formazioni: Gesù, pur mostrando le ferite dell’infortunio subito, era vivo e, cosa ancor più inaspettata, anziché riprendere il suo posto sotto la traversa si è portato nel cerchio di centrocampo, dove, ricevuto il breve passaggio iniziale da Maria Santissima, ha deflagrato un mirabolante tiro ad effetto che con potenza mai vista ha insaccato il pallone nell’angolino alto della porta avversaria sotto lo sguardo impietrito di tutti gli adepti del male!

All’immediato fischio di convalida del giudice di gara il boato è esploso all’unisono: Cristo è Risorto, la morte è sconfitta e l’uomo è davvero campione del mondo!

In serata, fuori da tutte le chiese, i cortei dei tifosi si sono protratti fin dopo la mezzanotte e d’ora in poi, ad ogni Pasqua, tutti in piazza a festeggiare!!!

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