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E se fosse che Benedetto XVI, in quell’ormai lontano 2011, ebbe un’esperienza mistica che gli rivelò che, al verificarsi di una determinata circostanza, avrebbe dovuto abdicare al ministero attivo per ritirarsi in contemplazione ad interim?

E se fosse che Benedetto XVI, nei giorni subito precedenti quell’ormai famoso 11 febbraio, riconobbe, nel verificarsi di un determinato evento, il segnale ricevuto per rendere pubblica la sua dimissione dal ministero attivo, e quindi, in devota obbedienza ad un ordine superiore, sfoderò quel fantomatico annuncio tenuto già pronto nel cassetto per tanto tempo?

E se fosse (e qui sfioriamo il delirio) che quel particolare evento dato come segno a Benedetto XVI fu un tentativo di definitiva “estromissione” attraverso un calice mortalmente amaro che avrebbe dovuto consumare durante una celebrazione Eucaristica?

E se fosse che in quella specifica contingenza egli fu avvertito di non accostarsi a quel calice amarissimo, e che riconobbe proprio in quella circostanza di scampato pericolo il segnale convenuto per la propria abdicazione al regno attivo?

Certo non sarà così, però se fosse si spiegherebbe tra l’altro come mai egli aveva già pronte da lungo tempo le proprie dimissioni, ma che per darne esecuzione attese il “momento propizio”.
Gesto, questo, che essendo stato comunque preso in piena libertà e coscienza realmente davanti a Dio, non ne causerebbe l’invalidità.

E se fosse, allora si comprenderebbe meglio il perché egli, pur abdicando al regno attivo, sia rimasto a tutti gli effetti pontefice, e potrebbe anche essere che il suo ritiro «nel deserto, verso il proprio rifugio» potrebbe non essere definitivo, ma allo scadere di un determinato periodo (diciamo: «per un tempo, due tempi e la metà di un tempo, lontano dal serpente») potrebbe ripresentarsi per giocare ancora un ruolo attivo in questa storia.

Essì, lo so cosa state pensando: risibili e surreali vaneggiamenti. Concesso.

Ma se fosse?

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Cronache, Fede, Storie, Vita

È Domenica

gazzetta

30 Aprile 33

Dopo la prima edizione del Campionato del Creato vinta dal Regno delle Tenebre grazie alla clamorosa autorete dall’ex-campione dell’Umanità, Adamo: ora finalmente il riscatto!

L’interminabile scontro si è protratto sullo 0-0 con mutevoli rovesci di fronte, anche se il dominio della palla è sempre stato dei campioni in carica che, con la nota coppia di attaccanti Dolore e Morte, hanno vessato le schiere dell’Umanità costringendo la squadra a giocare tutta la partita in difesa e sperando solamente in sporadiche incursioni di contropiede, peraltro sempre vanificate dall’inconcludenza delle sue punte.

Il pressing incessante degli avversari ha messo a dura prova tutto il reparto difensivo dell’Umanità, il quale, non senza colpa, ha peccato troppe volte di superbia lasciando sguarnita la propria porta, salvata soltanto dai miracoli compiuti dal divino portiere Gesù il Cristo, conosciuto come “Figlio di Dio” per non aver mai subito una sola rete in tutta la vita.

Ormai esausti dal cardiopalma, sul finale di partita tutti gli spettatori hanno davvero trattenuto il fiato: l’outsider del Regno delle Tenebre, Satanasso, è riuscito a procurarsi un rigore quantomeno dubbio grazie alla complicità del maldestro intervento del sinistro terzino dell’Umanità, Giuda Iscariota.

La bordata del malefico campione ha investito in pieno il gioiellino di Nazaret inchiodandolo letteralmente ai pali.

Grazie al sacrificio dell’estremo difensore la porta dell’Umanità è rimasta inviolata, ma per il portierone ormai sembrava non esserci più nulla da fare: trascinato fuori dal campo esanime è stato deposto in una barella al di là dei bordi di gioco, proprio quando l’arbitro ha fischiato la fine dei tempi regolamentari.

Trascorsa la breve pausa del sabato, la partita è ripresa con i tempi supplementari, nei quali vigeva, per quest’unica edizione, la regola del “golden gol”.

Sorprendentemente le squadre sono rientrate in campo senza alcuna variazione tra le due formazioni: Gesù, pur mostrando le ferite dell’infortunio subito, era vivo e, cosa ancor più inaspettata, anziché riprendere il suo posto sotto la traversa si è portato nel cerchio di centrocampo, dove, ricevuto il breve passaggio iniziale da Maria Santissima, ha deflagrato un mirabolante tiro ad effetto che con potenza mai vista ha insaccato il pallone nell’angolino alto della porta avversaria sotto lo sguardo impietrito di tutti gli adepti del male!

All’immediato fischio di convalida del giudice di gara il boato è esploso all’unisono: Cristo è Risorto, la morte è sconfitta e l’uomo è davvero campione del mondo!

In serata, fuori da tutte le chiese, i cortei dei tifosi si sono protratti fin dopo la mezzanotte e d’ora in poi, ad ogni Pasqua, tutti in piazza a festeggiare!!!

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I figli di Empedocle

Tra le diverse specie di creature che abitano il Creato ve ne sono alcune che sono legate indissolubilmente alla materia da cui traggono vita e nutrimento e di cui l’uomo moderno ha imparato a dimenticarne l’esistenza.

Questi esseri sono conosciuti, da coloro che ancora riescono a vedere al di là dell’apparenza delle cose, con il nome di elementali.

Si tratta di forme di vita intelligenti che vivono in armonia con l’elemento da cui hanno origine e che un tempo venivano chiamati gli spiriti del fuoco, della terra, dell’aria e dell’acqua.

Questa storia narra la curiosa vicenda sentimentale di una giovane ondina: diafano spirito, delicato e gentile, che popola i ruscelli boschivi ed i piccoli specchi d’acqua dolce.

Queste creature sono molto timide ed in genere si negano agli occhi dell’uomo, ma qualche volta capita che un paziente osservatore riesca a scorgere gli agili corpi nascondersi tra le increspature dei rivi o degli stagni, e ad un orecchio attento potrebbe capitare di sentirne i sommessi risolini quando la loro pelle argentea viene solleticata dai raggi del sole.

Le ondine sono composte dello stesso liquido di cui sono formati gli ambienti dove vivono ed in questi ultimi svolgono premurose tutte le mansioni necessarie alla cura del luogo ed alla perfetta armonia dei suoi abitanti con esso.

Tra le altre cose, sono le ondine che guidano i salmoni nella loro scalata al luogo natìo e sono ancora loro che ispirano il canto d’amore delle rane durante le tiepide notti primaverili.

Ora, la nostra ondina, viveva in un torrentello sommerso dal verde della foresta ed aveva la sua casa tra i sassi del fondo.

La parte di fiume a cui doveva manutendere scorreva in una radura erbosa e dava nutrimento alle radici di una vecchia latifoglia che viveva proprio al centro della rotonda silvestre.

L’ondina si prendeva gelosamente cura del suo habitat: aiutava l’acqua a levigare le pietre sul fondale per rendere più comodo il letto del fiume, faceva schiumare le rive per ossigenare l’acqua che i pesci respiravano e contribuiva, insomma, a custodire l’equilibrio del suo piccolo ecosistema.

Ma in una notte di pioggia quest’armonia fu turbata.

I temporali non erano cosa rara nella foresta, ma quello che si scatenò quella notte non fu più dimenticato: i tuoni sconquassavano il cielo ed i lampi illuminavano a giorno l’intero bosco.

L’ondina rasentava la superficie del suo ruscello per attutire l’impatto della pioggia sul tetto della casa dei suoi pesci; era una premura che si prendeva sempre durante i temporali ed era tanto impegnata nel suo compito che trasalì terrorizzata quando udì il boato prodotto da quel fulmine nel momento in cui colpì il vecchio acero al centro della radura.

Fu allora che l’ondina si innamorò.

Tra le fiamme che divoravano il grosso albero vide un lapillo, elementale del fuoco, e quando anche lui la vide fu l’amore: i loro sguardi s’incrociarono e da quell’istante i loro cuori furono l’uno dell’altro, per sempre.

Ma il destino a volte è crudele: un elementale del fuoco non può pensare di condividere il proprio futuro con un elementale dell’acqua, è come se un pesce s’innamorasse di un uccello o come se il giorno prendesse in sposa la notte.

Così il lapillo e l’ondina si sussurrarono addio, l’uno si spense nelle proprie ceneri e l’altra tornò al suo ruscello.

Il temporale passò. Là dove era bruciato il grande acero spuntò un nuovo fiore, le stagioni passarono ed il piccolo torrente continuò a scorrere tranquillo.

L’ondina però non dimenticava il suo sentimento, conservava il ricordo di quella notte nel suo cuore e viveva nella sconsolata solitudine del suo sogno irrealizzabile.

Al principio le sue compagne avevano cercato di dissuaderla dallo sperare in quell’amore, poi, visto che non ottenevano nessun cambiamento, la consolarono, ma fu inutile; allora iniziarono ad avere pena per lei e per la sua triste storia ed infine la lasciarono sola.

L’ondina ben sapeva che un fulmine non cade mai due volte nello stesso punto, tuttavia non riusciva a smettere di sperare, in ogni notte di pioggia, che l’oggetto dei suoi pensieri potesse tornare da lei, anche solo per un ultimo, fugace momento d’amore.

A volte, se lo si desidera veramente, dal profondo del cuore e con tutte le forze, i sogni possono avverarsi.

E forse fu proprio la tenacia di quel sentimento che compì l’impossibile: il lapillo tornò.

Accompagnato dal lampo ridiscese nella radura dove l’ondina, immancabile, lo attendeva da sempre.

Solerte bruciò fino alla riva del ruscello e tese la mano all’ondina; questa spumò oltre il confine del suo regno per reincontrare finalmente gli occhi del suo amante e nell’abbraccio di un istante le loro anime si fusero, consumando i loro corpi eterei in una nuvola di vapore.

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La Prospettiva

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”

(Giovanni 1,14)

Narra un’antica storia che il giorno in cui la Terra sorse, il Cielo si innamorò di lei.

Dall’alto della sua volta egli ne ammirava la fertilità, la solidità e la varietà di forme e di colori.

Presto anche la Terra iniziò a ricambiare il sentimento di cui era oggetto e così anch’essa s’innamorò del Cielo, della sua immensità, della sua purezza, della sua freschezza.

Ed il loro amore risaltava nei doni che reciprocamente si scambiavano: il Cielo bagnava la Terra con la sua pioggia e la Terra rendeva al cielo l’aria pulita dei suoi alberi.

Il cuore di entrambi, però, era velato di tristezza. Infatti, pur essendo così vicini l’uno all’altra, non potevano toccarsi ed il loro sogno d’amore restava incompiuto.

Si amarono tuttavia da lontano, per tanto tempo, fino al giorno in cui la Provvidenza, commossa dalla perseveranza di quel sentimento, decise di regalare al Cielo ed alla Terra un luogo dove si potessero finalmente incontrare.

Fu allora che nacque l’Orizzonte.

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La porta per il Cielo

E l’inverno ricoprì tutto con il suo manto bianco per permettere alla terra di rinfrancarsi dalle fatiche dell’anno passato. Così essa giacque nella pace silenziosa con la speranza che il freddo non durasse troppo, per non soffocare il germoglio che già riposava sotto la neve.

E quando giunse la primavera il paesaggio esplose in un rigoglioso brulicare di vita e tutto fu fiore, luce e fragranza. La terra crebbe i suoi semi migliori e fornì loro tutto il suo nutrimento, con la speranza che la primavera lasciasse presto posto all’estate, poiché non c’è frutto senza il calore di un raggio di sole.

E così l’estate sostituì la primavera e gli alberi si caricarono di sugoso colore ed i campi divennero d’oro. La terra ormai aveva esaurito tutte le sue risorse per nutrire i suoi figli e si augurava che giungesse presto l’autunno, poiché un’estate troppo lunga significa secchezza e desolazione, mentre l’autunno le avrebbe ridato l’energia per affrontare un altro lungo anno di maternità.

Ed infine l’estate passò il testimone alla stagione delle piogge e del vento, degli alberi spogli e delle foglie crepitanti, dei pascoli sterili e della fauna dimagrita. Il paesaggio si fece brullo ed appassito e mentre tutto intorno vestiva i colori accesi del decadimento, la terra tornava pingue con i resti dei suoi figli e ringraziava la Provvidenza per quella stagione di asperità e tristezza.

Poiché in questo mondo non si vive che per morire ed è solo passando la morte che si vivrà per sempre.

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L’invettiva

Fanno troppi figli.

E questo è anti-ecologico e non fa bene all’economia: la popolazione mondiale è già in sovrannumero ed in crescita, è necessario ridurla e tenerla sotto controllo, non far sì che aumenti.

Per mantenere tutti quei figli, poi, le loro femmine spesso lavorano, ma essendo gravide per la maggior parte della loro vita, rimangono a casa pagate dallo stato e mantenendo indebitamente posti che potrebbero essere occupati da donne volenterose di una carriera brillante, ben più meritevoli quindi, ma costrette alla disoccupazione per colpa di costoro.

Sono anti-democratici ed anti-liberali.

Si oppongono ai diritti fondamentali dell’uomo: sono contro l’aborto, contro l’eutanasia, contro il divorzio.

Contrastano l’emancipazione della donna, propugnando la “sottomissione”: spesso tengono le loro donne sotto il giogo della reclusione casalinga, schiave destinate alla riproduzione ed all’allevamento della loro prole.

E sono sessuofobi: praticano una monogamia stretta e si oppongono alla libertà sessuale tra tutti i generi e le specie.

Inoltre si oppongono alla contraccezione, e perciò favoriscono la diffusione delle malattie e la proliferazione di persone malate e portatrici di handicap. Infatti sostengono i soggetti malati ed ignorano, quando non contrastano apertamente, la diagnosi prenatale per selezionare i feti malati, di fatto impedendo la costruzione di una società sana, geneticamente controllata e che quindi non gravi sulla salute pubblica.

Si potrebbe affermare senza tema di smentita che favoriscono direttamente la diffusione di malattie, riunendosi ogni fine settimana in comunità sparse capillarmente su tutto il territorio, raggruppandosi in processioni a scadenze preordinate, ammassandosi perfino in manifestazioni internazionali per rispondere alle chiamate del loro leader, esponendosi l’un l’altro alla possibilità di contagio. Si pensi che alcuni di loro appartengono ad ordini che vanno proprio in paesi stranieri per entrare dichiaratamente in contatto con soggetti affetti da malattie anche gravissime, come l’ebola o la lebbra: “assistenza ai bisognosi”, la chiamano. Ma d’altronde cosa ci si può aspettare da gente che raggruppa i propri handicappati su treni appositamente riservati per condurli in particolari luoghi di culto, in gite organizzate che non fanno altro che mettere in contatto malati di ogni specie e nazionalità!

Sono sovversivi.

Si aggrappano a dogmi vetusti ed anti-umani, costruiti a tavolino per negare ogni piacere della vita. Ché se si va a vedere quei comandamenti a cui pretendono di ubbidire pedissiquamente emerge chiaro come il sole ch’essi sono masochisticamente devoti alla negazione delle più elementari libertà della carne e dello spirito.

Si riuniscono in “movimenti” all’interno dei quali indottrinano le giovani generazioni secondo i loro principi medievali. Alcuni di questi movimenti si occupano perfino di politica, per cercare di infiltrare loro appartenenti nel governo delle nazioni.

Pretendono di riferirsi a leggi che considerano superiori a quelle dello Stato: “diritto naturale” lo chiamano, ma è un pretesto per potersi rivoltare contro quelle regole sante ed evolute che contrastano con i loro cosiddetti valori, tanto che quando le norme del buon governo non sono in linea con il loro pensiero, costoro si rivoltano, organizzando manifestazioni fintamente pacifiche, e si fanno scudo d’una perniciosa disobbedienza che sbandierano sotto il nome di “obiezione di coscienza”!

Per questo e per tanti altri motivi che non è qui d’uopo esporre, questa gente deve essere ridotta all’inoffensività: si rende necessaria una presa di posizione forte per piegare questi individui socialmente pericolosi alle supreme idee del pensiero moderno.

Questi sedicenti “cristiani”, sono una setta deleteria che da troppo tempo appesta indisturbata la società occidentale: occorre mettere fine una volta per tutte alla loro proliferazione; occorre individuarli, emarginarli e, laddove non vogliano soggiacere alle leggi dell’oligarchia dominante, eliminarli con ogni mezzo!

Questa è l’urgenza per il benessere della società odierna e per quella futura: porre fine a questa arcaica comunità di rivoluzionari perché mai più disturbino il corretto evolversi di una società sana, prospera ed illuminata.

Il mondo contemporaneo deve riunirsi sotto il carico di questa pressante responsabilità per i popoli e per la Madre Terra: estirpare definitivamente tale losca comunità di individui che sono il vero cancro di ogni epoca.

Vanno eradicati dal mondo, perché non sono del mondo!

E poi puzzano.

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Species Theory

Le mie figlie avevano un coniglio.

Un piccolo cucciolo maschio, dal pelo batuffoloso e di colore bianco, come la neve.

A Sant’Ambrogio, infatti, le ho portate alla fiera degli “obej-obej” ed alla bancarella del venditore di animali mi hanno stretto d’assedio in maniera tale che alla fine non ho potuto che accontentarle e, come canta quel capelluto violinista: per due soldi, il coniglietto comprai.

Prima volta in assoluto che ho acconsentito ad avere un animale in casa, ed anche l’ultima, aggiungo, e vi spiego il perché.

In un primo tempo è andata bene: le bimbe erano tutte contente del loro cucciolo, se ne occupavano con responsabilità ed il piccolo coniglietto cresceva bene, felice come una Pasqua.

Fino a quando una sera, dopo aver confabulato fittamente tra loro, le mie due figlie sono venute a dirmi che si erano stancate di avere un coniglio come animale domestico, poiché, mi hanno spiegato con dovizia compunta, loro in realtà avrebbero voluto un gatto.

In retrospettiva ammetto che forse in quel momento ho sbagliato io: il fatto è che stavo guardando il derby e un po’ superficialmente ho risposto loro che non era un grosso problema, visto che per quanto ne sapevo io, gatto o coniglio, se cucinati bene, non riesci a distinguerli.

Ma si sa come sono i bambini: mi hanno preso alla lettera, e da quella sera hanno iniziato a trattare il coniglio come se fosse un gatto, anzi, per la precisione, una gattina.

Gli hanno cambiato il nome da Tamburino a Minù, gli hanno allacciato un vistoso fiocco rosa al collo, gli hanno insegnato a rincorrere un topolino meccanico, l’hanno costretto a fare i suoi bisognini in una scatola piena di sabbia e gli hanno cambiato la dieta: basta carote, solo pesce, latte e croccantini.

Lo dico con malcelato orgoglio paterno: sono state davvero brave. Poiché ad un certo punto anche il coniglio si è calato tanto nella parte della gattina che ha iniziato a giocare con i gomitoli di lana, a rifarsi le unghie sul bracciolo della poltrona, a strusciarsi contro le gambe di ogni visitatore che entrasse in casa. Ha persino imparato ad arruffare il pelo e a fare le fusa.

Le cose sono andate avanti così per un bel po’, e tutti sembravano contenti, perciò ho lasciato che fosse.

Poi però è successo un fatto.

Una sera Minù ha deciso che era pronto per un salto di qualità nell’interpretazione del suo ruolo: ha deciso di avere l’estro.
È uscito sul balcone, è saltato sulla ringhiera e, stando in equilibrio perfetto sulla balaustra, ha iniziato a zigare forte il suo richiamo d’amore.

È stato tanto convincente che ad un certo punto è arrivato un grosso gattone randagio, dal pelo scarmigliato ed orbo da un occhio, il quale, dopo aver girato un paio di volte attorno a quella strana gatta in calore, ha evidentemente deciso che poco gli importava che avesse le orecchie così lunghe: gli ha stretto la collottola tra le mascelle immobilizzandolo e l’ha preso da dietro con decisione. Più volte.
Quindi, finito di fare il suo comodo, con fare sollazzato s’è defilato nella notte.

La mia impressione è che a Minù non sia piaciuta molto quell’esperienza, poiché da quel momento in poi ha iniziato ad entrare in una specie di depressione: se ne stava acquattato tutto il tempo nella sua cassettina, senza bere né mangiare, fino a quando, vedendolo davvero deperito, ho deciso di portarlo dal veterinario.

Dopo averlo visitato a lungo, e dopo che gli ho spiegato come sono andate le cose, il medico mi ha detto che l’animale non si sarebbe più ripreso, e tanto valeva sopprimerlo, per evitare che soffrisse ulteriormente, visto che si sarebbe lasciato comunque morire.

Mi ha spiegato infatti che un coniglio, per giunta maschio, non può essere allevato come se fosse una gatta, perché esiste un dato naturale che non si può sopprimere, e che se ignorato causa scompensi gravissimi alla vittima di tale sopruso, tanto da renderla mortalmente infelice.

Un po’ perplesso gli ho chiesto che fine facevano allora tutti quei discorsi sul fatto che non importa di che specie nasci, ma quello che conta è di che specie scegli di essere.

“Balle!”, mi ha risposto mentre iniettava la dose letale al mio coniglio.

Sarà.

Comunque l’anno prossimo a Sant’Ambrogio le mie figlie le porto al cinema.

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