Storie

Che post del Caos

Dal nulla non si fa nulla e il caso non esiste.

Queste due granitiche certezze nella mia vita che giusto l’altro giorno hanno trovato ennesima conferma grazie alla figlia treenne che si è rivelata strumento d’illuminazione.

La pseudopodica figlioletta, la quale evidentemente ha ereditato i geni entropici della madre (che chi ha letto qualcuno dei miei libri sa essere l’incontrastata Regina del Caos), era seduta al tavolo, imprigionata nella sua stokke verde con cinturino di sicurezza, giusto nell’attesa che le capitasse a tiro qualche cosa da pasticciare, distruggere, strappare o rovesciare.

La mia amata consorte, con cuore di madre, stava accingendosi a preparare il desco ed ha appoggiato sul tavolo un barattolo di piselli.

Neanche a dirlo: la pargoletta prensile non riusciva a raggiungere l’agognato oggetto di devastazione, così si è aggrappata alla tovaglia e s’è trascinata a portata il barattolo con l’unico premeditato fine di rovesciarne l’intero contenuto sul tavolo.

Disastro: in una frazione di secondo, sotto i miei occhi sbarrati, un oceano di pallini verdi si è distribuito a caso rotolando velocemente su tutta la superficie del piano, mentre una lama di luce mi penetrava la mente soffocando ogni mia reazione furiosa nei confronti dell’indomita erede, della madre incauta e della sorte avversa, poiché in quell’istante di disordine improvviso una certezza ha afferrato il mio pensiero e mi ha condotto vorticosamente nei meandri di un’inutile astrazione.

Davvero il caso non esiste (e nel caso fosse esistito, tranquilli, perché ne avrei comunque sposata io la personificazione).

L’universo è regolato dall’imprescindibile legge di causa-effetto.

Ogni accadimento è lo sviluppo temporale di un altro avvenimento che l’ha causato.

Lo spettacolo che si dispiegava ai miei occhi non poteva essere attribuito al caso, poiché è l’uomo che ha coniato questo termine per definire ogni coincidenza che non riesce a prevedere, ma l’imprevedibilità di un avvenimento non dipende da uno sviluppo temporale che prescinde la legge di causa-effetto, dipende solo da uno sviluppo temporale che la conoscenza non riesce a misurare, ordinare, controllare e quindi prevedere.

L’uomo ha il controllo della realtà che lo circonda perché attraverso la misurazione delle diverse dimensioni fisiche riesce a prevedere gli effetti a cui queste, interagendo tra di loro, danno luogo.

La conoscenza umana si blocca nel momento in cui non ha più la possibilità di misurare il mondo fisico: in quel momento entra in gioco l’imprevedibilità.

L’uomo è in grado di misurare l’universo utilizzando l’unità di misura più piccola che conosce: la particella. Tutto ciò che è più grande di una particella è misurabile in termini di particelle stesse; tuttavia proprio queste ultime risultano imprevedibili, poiché per misurarle sarebbe necessario disporre di un’entità fisica ancora più piccola, che non si conosce.

In teoria, se si fosse in grado di misurare anche le particelle si potrebbero prevedere i legami di causa-effetto che ne regolano l’interazione, attraverso i quali si potrebbero prevedere i legami di causa-effetto per le unità immediatamente superiori, e così via: partendo dal microcosmo fino al macrocosmo.

Ecco che allora, riemergendo bocconi da quella sequenza repentina di pensieri peregrini ho contemplato il disastro compiuto dall’amata figliola individuandone la trama nascosta: poiché è vero che, di primo acchito, davanti al famigerato barattolo di piselli secchi riverso sul tavolo il mio occhio limitato è in grado di osservare soltanto che questi si sono sparpagliati a “caso” rotolando, scontrandosi e fermandosi una volta esaurita l’energia cinetica che li ha mossi. Ma in realtà, se avessi avuto a disposizione capacità di misurazione infinita e capacità di calcolo infinita avrei potuto prevedere l’esatto movimento di ogni singolo pisello prima ancora che il barattolo fosse rovesciato: avrei saputo infatti l’esatta posizione di ogni pisello nel barattolo, l’esatta ruvidità interna del barattolo, l’esatta rotazione del barattolo mentre si svuotava e quindi il movimento di ogni singolo pisello mentre si scontrava con gli altri, con l’atmosfera circostante, con la superficie del tavolo e così via.

In buona sostanza, avrei avuto la chiave per interpretare l’universo e controllarlo.

Capacità infinita di calcolo e di misurazione: che sia questo il segreto della Divina Onniscenza?

Perché tanto quanto il caso non esiste, le coincidenze sì, ed è proprio attraverso questa trama di relazioni tra causa ed effetto che l’Onnipotente svolge il Suo disegno di bene in ogni istante storico di tutto e di ciascuno fin dalla fondazione del tempo.

Epperò poi è lo sguardo interlocutorio di mia moglie che mi strappa ancora una volta alla contingenza del vivere, ed è proprio incrociando i suoi occhi perplessi che una nuova luce mi svela il senso vero di tutto questo vagabondare per inconcludenti elucubrazioni.

Poiché se il caso non esiste allora finalmente ho capito: mia moglie non è disordinata, è che semplicemente proietta la sua ricchezza interiore sugli oggetti che condividono il suo stesso spazio…

Certo tesoro: li raccolgo io i piselli dal tavolo.

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American Apocalypse

E va bene, il titolo è un pochino suggestivo, lo ammetto, ma d’altronde non si allontana poi di tanto dalla realtà, poiché davvero in questo momento negli USA è in atto una vera e propria guerra civile di tipo post-moderno, animata dallo scontro, nemmeno più tanto sotterraneo, tra i quegli “stati profondi” che detengono e si contendono il potere sulla nazione (ed oltre).

Le recenti elezioni presidenziali hanno portato alla luce alcuni elementi di questo “stato nello stato”, che nel promuovere la candidata democratica sconfitta sono venuti allo scoperto lasciando intravvedere come essi appartengano al mondo della finanza (Soros & Co.), agli ambienti para-militari (FBI, NSA, ma soprattutto CIA), alla schiera dei mezzi di informazione (tutti i media, CNN in testa), piattaforme di rete (tipo Facebook o Google), carta stampata, celebrità hollywoodiane e naturalmente le immancabili lobbies arcobaleno.

D’altra parte il neoeletto presidente Trump ha sicuramente coagulato attorno a sé la maggior parte dei dissidenti silenziosi del “sistema”, da alcuni dirigenti delle agenzie (FBI in particolare) ad alcuni di quei capi dell’apparato militare che sotto Obama già manifestavano segni di orticaria alle sue politiche guerrafondaie anti-russe, oltre, naturalmente, alla massa di cittadini americani che senz’altro l’hanno votato, mietuti a man bassa soprattutto in quella middle-class delusa ed impoverita da un sistema economico colluso e fraudolento, e quindi vogliosa di un riscatto dalla deleteria amministrazione precedente.

Tuttavia non è affatto pensabile che questo sia bastato a Trump per vincere contro una candidata supportata da tanti e tali poteri forti da asfaltare (sulla carta) ogni concorrente: bisogna infatti dare per assodato che anche il tycoon abbia avuto alle sue spalle i suoi sostenitori “pesanti”, i contorni della cui identità forse ora iniziano ad emergere.

E già lo scrivemmo in Keep calm and òcio: per quanto a contrastarlo ci sia uno schieramento composto da tizzoni d’inferno, attenti ad incensare il buon Donald prima di averne valutato attentamente tutti gli atti del suo governo, poiché tanto quanto il “mulattone” abbia le credenziali per candidarsi ad anticristo, il biondocrinito senz’altro non è il Messia, e c’è anche qualche probabilità che non si riveli nemmeno “l’uomo della Provvidenza”.

Staremo a vedere.

Per ora assistiamo con apprensione a quella che ha tutte le caratteristiche di una rivoluzione americana, i cui sviluppi avranno senz’altro ripercussioni a livello internazionale, e non necessariamente in termini positivi.

E se era prevedibile che chi ha investito tanto sulla candidata sconfitta alle elezioni non si sarebbe ritirato in buon ordine, già adesso risulta evidente lo svolgersi di una strategia pluristratificata tutta volta ad esasperare gli animi della nazione e ad un tempo a delegittimare su ogni piano il legittimo presidente, in perfetta linea con le consolidate abitudini democratiche statunitensi.

Il battàge mediatico, infatti, è tutto omologatamente anti-trumpista, ed anche qui in Europa, dopo un primissimo momento di sbandamento che ha visto qualche “ciucciacalzino”, se non proprio cambiare bandiera, almeno smorzare i toni, ora i tromboni del giornalettismo e della politica sono ritornati alla carica, forse rincuorati dalle prezzolate manifestazioni di piazza a marc(hett)a Soros, ma forse con le speranze rinvigorite anche da qualche messaggio subliminale proveniente da oltreoceano.

Come ad esempio quella stranissima frase di commiato di Barack e consorte al discorso d’addio: un “sarò sempre con voi” di messianica ridondanza che, a seconda di chi ascoltava, poteva sembrare una promessa o una minaccia.

Tanto che molti l’hanno preso in parola e così hanno presto organizzato una trincea per fermare il presunto abusivo della Casa Bianca, tirando in piedi quel movimento per una “100 giorni di resistenza a Trump” subito accolta dal congresso ed incominciata con una coloratissima “festa danzante gay” davanti alla casa del vice Pence.

Movimento continuato con un incrudirsi della campagna mediatica diffamatoria, con la patetica “pussyhat revolution” per le strade capitoline, con l’apertura di inchieste formali sui coinvolgimenti degli hacker russi nella campagna elettorale americana da parte delle agenzie nazionali di investigazione ed infine rilanciata ad oltranza ad Hollywood (emblematicamente inquietante l’affermazione di Michael Moore in una video intervista per la MCNBS, in cui proclama che “Obama è ancora il Presidente degli Stati Uniti”, mentre l’intervistatore ricalca per due volte asserendo: “Sì, lo è”).

E nelle strade degli USA i rivoltosi già menano le mani contro gli organizzatori di eventi pro-Trump fino a quando essi non vengono sospesi per motivi di ordine pubblico, il tutto mentre la polizia rimane a guardare, intervenendo soltanto appena prima che la situazione degeneri e apparentemente con riluttanza.

In effetti pare si stia concretizzando quell’ipotesi paventata da Putin già a metà del mese scorso, quando in conferenza stampa ebbe ad affermare che certe forze negli Stati Uniti vogliono minare la legittimità dell’elezione di Donald Trump; le stesse, pare, che come campo di prova hanno organizzato la primavera colorata in Ucraina.

Il presidente russo ha osservato che le élite che si oppongono a Trump, si pongono almeno due obiettivi: innanzitutto delegittimare il neoeletto presidente degli Stati Uniti e secondariamente legargli le mani per impedirgli di mantenere le promesse fatte durante la campagna elettorale, “L’élite uscente”, ha detto Putin, “dopo l’allenamento a Kiev è pronta a creare una Maidan statunitense pur di non permettere a Trump di governare l’America”.

Forse sarà per questo motivo che nella prima settimana di presidenza il buon Donald ha firmato decreti esecutivi letteralmente “come se non ci fosse un domani”.

Detto fuori dai denti: il rischio per lui va da un pretestuoso impeachment all’assassinio tout-court, ma come ha dichiarato il suo vice Mike Pence alla Marcia per la Vita, il tycoon ha coraggio e “spalle larghe”, il che potrebbe anche far pensare che le abbia “coperte”, le spalle.

Intanto in Ucraina, dove guardacaso hanno trascorso il capodanno il senatore McCain ed il suo fedele compare Graham, sono ripresi i bombardamenti degli indipendentisti finanziati dalla CIA per la “riconquista” del Donbass: naturalmente i media hanno subito dato la colpa a Putin, salvo poi essere palesemente smentiti dagli stessi osservatori internazionali presenti sul campo.

La questione però è se il via libera all’infrazione del cessate il fuoco è partito con o senza l’assenso della nuova amministrazione americana: poiché se è stata un’iniziativa dell’agenzia che per conto del clan Obama-Clinton ha finanziato la primavera Ucraina, allora significa che lo stato profondo è in grado di agire in completa autonomia rispetto alla presidenza (e questo potrebbe preludere in futuro né più, né meno che ad un bel colpo di stato), nel caso invece che ci sia stato l’ok della presidenza, allora significa che Trump vuole giocare la sua partita su più fronti (le alternative sono che il tycoon sia stupido oppure che ignori ciò che fa il suo stesso staff, e tra le due non so quale sia la peggiore).

Le ultime prese di posizione in politica estera sembrerebbero avvalorare l’ipotesi che il buon Donald non abbia proprio le idee chiare su che linea adottare: da una parte proclama la distensione con Putin, ma dall’altra manda il generale Flynn a dare un puntiglioso ultimatum all’Iran, come se questo non fosse uno storico quanto preziosissimo alleato della Russa in medioriente.

Da una parte dice peste e vituperi della CIA, ma nella prima settimana del suo mandato corre a visitare l’agenzia ed il suo direttorio elogiandone il lavoro e rassicurando l’appoggio della sua amministrazione.

Promette di “prosciugare la palude” dei grandi interessi di affaristi, lobbisti e politici a Washington, salvo poi riempire il suo nuovo governo con figure miliardarie di quella stessa “palude” e nominando finanzieri di Wall Street in posizioni di sovrintendenza dell’economia.

Ed anche il muso duro con la Cina lascia un po’ perplessi, perché se dal punto di vista economico non fa una grinza, da quello politico potrebbe rendere difficili le prospettive di distensione con la Russia, visto che, come per l’Iran, anche la Cina è un alleato di grande importanza nel quadro geopolitico dell’Asia.

Ora, questo comportamento come minimo discontinuo (per non dire contradditorio), unito alla campagna di delegittimazione dei “poteri forti” che gli sono contrari, certo non favorisce l’immagine del nuovo presidente, ma anzi, potrebbe offrire ai suoi avversari un fianco scoperto in cui affondare una lama che altrimenti rimarrebbe probabilmente spuntata.

Intanto i milionari della Silicon Valley fanno a gara per apparecchiarsi bunker anti-atomici di lusso in Nuova Zelanda: sarà solo un eccesso di prudenza, oppure hanno percepito qualcosa nell’aria che tira ai piani alti?

Perché in una visione profetica della storia non possiamo permetterci di ignorare la possibilità di assistere a quel passaggio dell’Apocalisse che, riferendosi alla “bestia”, afferma: «Vidi che era simile a una pantera, con le zampe di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e il suo grande potere. Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita. Allora la terra intera, presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia» (Apocalisse 13,2-3), così finisci col pensiero a quel “piccolo corno” dalla carnagione panterina, detronizzato, eppur considerato “ancora il Presidente degli Stati Uniti”, mentre dall’altra parte la Madonnina di Anguera ti butta lì un avvertimento: “Un falso si alzerà e l’altro falso arriverà” (Messaggio del 26/01/2017).

E chiedendoti chi sarà chi, ti ritrovi a rabbrividire.

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Rumors

E se fosse che Benedetto XVI, in quell’ormai lontano 2011, ebbe un’esperienza mistica che gli rivelò che, al verificarsi di una determinata circostanza, avrebbe dovuto abdicare al ministero attivo per ritirarsi in contemplazione ad interim?

E se fosse che Benedetto XVI, nei giorni subito precedenti quell’ormai famoso 11 febbraio, riconobbe, nel verificarsi di un determinato evento, il segnale ricevuto per rendere pubblica la sua dimissione dal ministero attivo, e quindi, in devota obbedienza ad un ordine superiore, sfoderò quel fantomatico annuncio tenuto già pronto nel cassetto per tanto tempo?

E se fosse (e qui sfioriamo il delirio) che quel particolare evento dato come segno a Benedetto XVI fu un tentativo di definitiva “estromissione” attraverso un calice mortalmente amaro che avrebbe dovuto consumare durante una celebrazione Eucaristica?

E se fosse che in quella specifica contingenza egli fu avvertito di non accostarsi a quel calice amarissimo, e che riconobbe proprio in quella circostanza di scampato pericolo il segnale convenuto per la propria abdicazione al regno attivo?

Certo non sarà così, però se fosse si spiegherebbe tra l’altro come mai egli aveva già pronte da lungo tempo le proprie dimissioni, ma che per darne esecuzione attese il “momento propizio”.
Gesto, questo, che essendo stato comunque preso in piena libertà e coscienza realmente davanti a Dio, non ne causerebbe l’invalidità.

E se fosse, allora si comprenderebbe meglio il perché egli, pur abdicando al regno attivo, sia rimasto a tutti gli effetti pontefice, e potrebbe anche essere che il suo ritiro «nel deserto, verso il proprio rifugio» potrebbe non essere definitivo, ma allo scadere di un determinato periodo (diciamo: «per un tempo, due tempi e la metà di un tempo, lontano dal serpente») potrebbe ripresentarsi per giocare ancora un ruolo attivo in questa storia.

Essì, lo so cosa state pensando: risibili e surreali vaneggiamenti. Concesso.

Ma se fosse?

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3577

Avevo tutto: soldi, fama, potere.

La gente mi idolatrava come se fossi stato un dio, il mio nome era venerato in tutto il mondo; ed io vivevo per loro, la mia esistenza stessa dipendeva da loro, tutti coloro che mi ascoltavano e mi amavano: loro mi davano tutto, ed ora non sono più nulla.

Maledico quella sera.

Avevo solo caldo e perciò non riuscivo a prendere sonno.

Mi accadeva spesso ed ormai il mio sonno e la mia veglia dipendevano dagli psicofarmaci.

Decisi di uscire a fare due passi, così andai in giardino.

Ero fuori da una decina di minuti quando vidi una figura scavalcare le mura della mia reggia.

Nessuno avrebbe potuto farlo così disinvoltamente senza far scattare almeno un mezzo migliaio di allarmi, ma lui in un balzo fu dentro e in due passi fu da me; mi stette di fronte sbavando, guardandomi con due occhi rossi come due braci ardenti.

Mi cadde la sigaretta di bocca, rimasi immobile, succube di quello sguardo da bestia.

Mi balzò addosso e mi diede “l’abbraccio”.

Da quel momento in poi mi ricordo solo una grande debolezza ed alla fine della suzione una luce; poi mi porse il braccio ed io bevvi, con la mente ottenebrata da una sete indicibile.

Mi ritrovarono il pomeriggio del giorno dopo: lì, bocconi sull’erba.

Dissi di essermi sentito male e loro ci cedettero.

Ero molto confuso: annullai le due performance che avrei dovuto tenere il giorno seguente, dormii sotto sonniferi e mi dimenticai di tutto.

Da allora iniziai a dimagrire.

Mi nutrivo di nascosto di hamburgers crudi, ne mangiavo a tonnellate, eppure ripresi lentamente la forma di un tempo.

Iniziai a spostare i miei bioritmi: dormivo di giorno e vivevo di notte.

Quelle poche volte che uscivo di giorno dovevo necessariamente mettermi degli occhiali scuri, giganteschi.

Il sesso aveva perso da tempo il mio interesse, tuttavia iniziai a farmi procurare dal mio fratellastro una ragazza diversa ogni notte e sapete cosa facevo loro? Le portavo fino all’orgasmo e mentre erano preda del godimento mordevo loro il collo e leccavo il sangue che ne usciva. Una volta riuscii a stento a controllare la mia sete che per poco quella povera ragazza non moriva dissanguata.

Ben presto mi resi conto di cosa stavo diventando; capirete che una personalità del mio calibro non avrebbe mai potuto mantenere a lungo segreta la sua vera identità, così mi decisi: inscenai la mia morte.

Entrai in un breve letargo, nulla di più facile, pagai bene i dottori che stilarono il rapporto sul mio decesso e mi dipartii il giorno prima del mio funerale.

Fu bellissimo, io ero là tra la folla immensa, ormai capace di controllare appieno i miei nuovi poteri: fu uno scherzo non farmi notare.

Sono passati quasi quarant’anni da allora, ma poco più di un battito d’ali per la mia esistenza immortale, eppure già non resisto più lontano dalla gente, lontano dalla mia musica, dai miei concerti, lontano dalla folla in delirio per il suo re.

Ma quale re! Senza di loro non sono più nulla.

Loro che continuano a venerarmi come se fossi ancora vivo.

Bella forza, sono ancora vivo! Eppure mai così morto.

Questa è la mia condanna: privato di tutto, costretto a vedere mia moglie e mia figlia scannarsi per i miei soldi; vedere in ogni dove i miei fans adorare il mio fantasma, la gloria che ero un tempo; costretto a nascondermi come un’ombra a chi ancora mi ama.

Nonostante questo ogni tanto abbasso la guardia e rinasco nel mostrarmi ancora una volta a qualche fortunato e allora subito questo grida: “Ho visto il re! Era lui!”, ma tutti lo chiamano visionario, pazzo, e non sanno che un giorno, forse, ritornerò.

Elvis Aaron Presley

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Cronache, Fede, Storie, Vita

È Domenica

gazzetta

30 Aprile 33

Dopo la prima edizione del Campionato del Creato vinta dal Regno delle Tenebre grazie alla clamorosa autorete dall’ex-campione dell’Umanità, Adamo: ora finalmente il riscatto!

L’interminabile scontro si è protratto sullo 0-0 con mutevoli rovesci di fronte, anche se il dominio della palla è sempre stato dei campioni in carica che, con la nota coppia di attaccanti Dolore e Morte, hanno vessato le schiere dell’Umanità costringendo la squadra a giocare tutta la partita in difesa e sperando solamente in sporadiche incursioni di contropiede, peraltro sempre vanificate dall’inconcludenza delle sue punte.

Il pressing incessante degli avversari ha messo a dura prova tutto il reparto difensivo dell’Umanità, il quale, non senza colpa, ha peccato troppe volte di superbia lasciando sguarnita la propria porta, salvata soltanto dai miracoli compiuti dal divino portiere Gesù il Cristo, conosciuto come “Figlio di Dio” per non aver mai subito una sola rete in tutta la vita.

Ormai esausti dal cardiopalma, sul finale di partita tutti gli spettatori hanno davvero trattenuto il fiato: l’outsider del Regno delle Tenebre, Satanasso, è riuscito a procurarsi un rigore quantomeno dubbio grazie alla complicità del maldestro intervento del sinistro terzino dell’Umanità, Giuda Iscariota.

La bordata del malefico campione ha investito in pieno il gioiellino di Nazaret inchiodandolo letteralmente ai pali.

Grazie al sacrificio dell’estremo difensore la porta dell’Umanità è rimasta inviolata, ma per il portierone ormai sembrava non esserci più nulla da fare: trascinato fuori dal campo esanime è stato deposto in una barella al di là dei bordi di gioco, proprio quando l’arbitro ha fischiato la fine dei tempi regolamentari.

Trascorsa la breve pausa del sabato, la partita è ripresa con i tempi supplementari, nei quali vigeva, per quest’unica edizione, la regola del “golden gol”.

Sorprendentemente le squadre sono rientrate in campo senza alcuna variazione tra le due formazioni: Gesù, pur mostrando le ferite dell’infortunio subito, era vivo e, cosa ancor più inaspettata, anziché riprendere il suo posto sotto la traversa si è portato nel cerchio di centrocampo, dove, ricevuto il breve passaggio iniziale da Maria Santissima, ha deflagrato un mirabolante tiro ad effetto che con potenza mai vista ha insaccato il pallone nell’angolino alto della porta avversaria sotto lo sguardo impietrito di tutti gli adepti del male!

All’immediato fischio di convalida del giudice di gara il boato è esploso all’unisono: Cristo è Risorto, la morte è sconfitta e l’uomo è davvero campione del mondo!

In serata, fuori da tutte le chiese, i cortei dei tifosi si sono protratti fin dopo la mezzanotte e d’ora in poi, ad ogni Pasqua, tutti in piazza a festeggiare!!!

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I figli di Empedocle

Tra le diverse specie di creature che abitano il Creato ve ne sono alcune che sono legate indissolubilmente alla materia da cui traggono vita e nutrimento e di cui l’uomo moderno ha imparato a dimenticarne l’esistenza.

Questi esseri sono conosciuti, da coloro che ancora riescono a vedere al di là dell’apparenza delle cose, con il nome di elementali.

Si tratta di forme di vita intelligenti che vivono in armonia con l’elemento da cui hanno origine e che un tempo venivano chiamati gli spiriti del fuoco, della terra, dell’aria e dell’acqua.

Questa storia narra la curiosa vicenda sentimentale di una giovane ondina: diafano spirito, delicato e gentile, che popola i ruscelli boschivi ed i piccoli specchi d’acqua dolce.

Queste creature sono molto timide ed in genere si negano agli occhi dell’uomo, ma qualche volta capita che un paziente osservatore riesca a scorgere gli agili corpi nascondersi tra le increspature dei rivi o degli stagni, e ad un orecchio attento potrebbe capitare di sentirne i sommessi risolini quando la loro pelle argentea viene solleticata dai raggi del sole.

Le ondine sono composte dello stesso liquido di cui sono formati gli ambienti dove vivono ed in questi ultimi svolgono premurose tutte le mansioni necessarie alla cura del luogo ed alla perfetta armonia dei suoi abitanti con esso.

Tra le altre cose, sono le ondine che guidano i salmoni nella loro scalata al luogo natìo e sono ancora loro che ispirano il canto d’amore delle rane durante le tiepide notti primaverili.

Ora, la nostra ondina, viveva in un torrentello sommerso dal verde della foresta ed aveva la sua casa tra i sassi del fondo.

La parte di fiume a cui doveva manutendere scorreva in una radura erbosa e dava nutrimento alle radici di una vecchia latifoglia che viveva proprio al centro della rotonda silvestre.

L’ondina si prendeva gelosamente cura del suo habitat: aiutava l’acqua a levigare le pietre sul fondale per rendere più comodo il letto del fiume, faceva schiumare le rive per ossigenare l’acqua che i pesci respiravano e contribuiva, insomma, a custodire l’equilibrio del suo piccolo ecosistema.

Ma in una notte di pioggia quest’armonia fu turbata.

I temporali non erano cosa rara nella foresta, ma quello che si scatenò quella notte non fu più dimenticato: i tuoni sconquassavano il cielo ed i lampi illuminavano a giorno l’intero bosco.

L’ondina rasentava la superficie del suo ruscello per attutire l’impatto della pioggia sul tetto della casa dei suoi pesci; era una premura che si prendeva sempre durante i temporali ed era tanto impegnata nel suo compito che trasalì terrorizzata quando udì il boato prodotto da quel fulmine nel momento in cui colpì il vecchio acero al centro della radura.

Fu allora che l’ondina si innamorò.

Tra le fiamme che divoravano il grosso albero vide un lapillo, elementale del fuoco, e quando anche lui la vide fu l’amore: i loro sguardi s’incrociarono e da quell’istante i loro cuori furono l’uno dell’altro, per sempre.

Ma il destino a volte è crudele: un elementale del fuoco non può pensare di condividere il proprio futuro con un elementale dell’acqua, è come se un pesce s’innamorasse di un uccello o come se il giorno prendesse in sposa la notte.

Così il lapillo e l’ondina si sussurrarono addio, l’uno si spense nelle proprie ceneri e l’altra tornò al suo ruscello.

Il temporale passò. Là dove era bruciato il grande acero spuntò un nuovo fiore, le stagioni passarono ed il piccolo torrente continuò a scorrere tranquillo.

L’ondina però non dimenticava il suo sentimento, conservava il ricordo di quella notte nel suo cuore e viveva nella sconsolata solitudine del suo sogno irrealizzabile.

Al principio le sue compagne avevano cercato di dissuaderla dallo sperare in quell’amore, poi, visto che non ottenevano nessun cambiamento, la consolarono, ma fu inutile; allora iniziarono ad avere pena per lei e per la sua triste storia ed infine la lasciarono sola.

L’ondina ben sapeva che un fulmine non cade mai due volte nello stesso punto, tuttavia non riusciva a smettere di sperare, in ogni notte di pioggia, che l’oggetto dei suoi pensieri potesse tornare da lei, anche solo per un ultimo, fugace momento d’amore.

A volte, se lo si desidera veramente, dal profondo del cuore e con tutte le forze, i sogni possono avverarsi.

E forse fu proprio la tenacia di quel sentimento che compì l’impossibile: il lapillo tornò.

Accompagnato dal lampo ridiscese nella radura dove l’ondina, immancabile, lo attendeva da sempre.

Solerte bruciò fino alla riva del ruscello e tese la mano all’ondina; questa spumò oltre il confine del suo regno per reincontrare finalmente gli occhi del suo amante e nell’abbraccio di un istante le loro anime si fusero, consumando i loro corpi eterei in una nuvola di vapore.

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La Prospettiva

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”

(Giovanni 1,14)

Narra un’antica storia che il giorno in cui la Terra sorse, il Cielo si innamorò di lei.

Dall’alto della sua volta egli ne ammirava la fertilità, la solidità e la varietà di forme e di colori.

Presto anche la Terra iniziò a ricambiare il sentimento di cui era oggetto e così anch’essa s’innamorò del Cielo, della sua immensità, della sua purezza, della sua freschezza.

Ed il loro amore risaltava nei doni che reciprocamente si scambiavano: il Cielo bagnava la Terra con la sua pioggia e la Terra rendeva al cielo l’aria pulita dei suoi alberi.

Il cuore di entrambi, però, era velato di tristezza. Infatti, pur essendo così vicini l’uno all’altra, non potevano toccarsi ed il loro sogno d’amore restava incompiuto.

Si amarono tuttavia da lontano, per tanto tempo, fino al giorno in cui la Provvidenza, commossa dalla perseveranza di quel sentimento, decise di regalare al Cielo ed alla Terra un luogo dove si potessero finalmente incontrare.

Fu allora che nacque l’Orizzonte.

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