Relazione

Il profumo della lavanda

Giovedì Santo: Missa in Cœna Domini.

E subito pensi alla lavanda dei piedi. E quindi agli ultimi della terra, ai piccoli del Regno, al Papa che lava i piedi a barboni ed immigrati, e via così per associazioni d’idee…

A me no.

A me viene da pensare a quella reazione degli Apostoli dopo che Gesù ha appena affermato l’indissolubilità del Matrimonio: questi valutano un momento l’enormità della cosa e poi rispondono al loro maestro che «se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi» (Matteo 19,10).

(Sorrido fra me e me notando come essi non facciano riferimento alla situazione dell’uomo e della donna, ma dell’uomo rispetto alla donna).

Ed il Figlio di Dio ribatte che «non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso» (Matteo 19,11).

Ecco: qui sta parlando di me.

Perché io sarei tra quelli che quindici anni fa hanno pensato di stare tra gli “eletti” cui è stato concesso di comprendere questa cosa qui.

E per inciso: le buone intenzioni c’erano tutte, eh, ma la consapevolezza, quella magari un po’ meno (ok: molto meno, quasi per niente).

Ma che c’entra questo con la lavanda dei piedi?

Bé, c’entra perché quel gesto narrato solo dall’evangelista Giovanni ha un significato simbolico che richiama fortemente il matrimonio: poiché è proprio sciogliendo i calzari dei suoi discepoli che il Cristo “sposa” la sua Chiesa, appena prima di “consumare” quelle stesse nozze sul patibolo della croce.

Quest’atto solenne del Cristo ha infatti un senso recondito che pone le sue radici nel libro di Rut (Rut 4, 7-8): il gesto simbolico dello sciogliere i calzari era quell’azione riservata allo sposo che, seguendo la Legge mosaica, prendeva in moglie la vedova di un congiunto subentrando al precedente marito e rivendicando per sé quel diritto che spettava solo al parente più prossimo del defunto.

Ecco che allora, tanto quanto la lavanda dei piedi è sì l’istituzione del Sacerdozio, essa richiama però anche (se non principalmente) il Sacramento del Matrimonio: ugualmente a come il sacerdote è chiamato a mettersi al servizio dell’umanità tutta, infatti, allo stesso modo gli sposi sono chiamati a mettersi al servizio l’uno dell’altro, a lavarsi i piedi a vicenda con umiltà ed amore ogni giorno, finché morte non li separi.

In questo gesto, in effetti, viene espresso appieno il senso del matrimonio, inteso come vicendevole servizio maturato nel reciproco sacrificio d’amore, esattamente come il significato primitivo del gesto del Cristo espleta: così come il Signore sposa la sua Chiesa nell’umile servizio, altrettanto lo sposo viene chiamato a compiere nei confornti della sua sposa e viceversa.

E perché il simbolismo di questo gesto non rimanga scontato, è Gesù stesso che si premura che esso venga ben compreso: nella domanda «Capite cosa ho fatto per voi?» c’è un implicito invito a comprendere il reale significato della croce.

Invito che io sento rivolgere a me stesso ogni volta che assisto alla riproposizione di quella scena nella Messa del Giovedì Santo: “E tu? Tu l’hai compresa finalmente quella Parola?”
“Eh, Signore, quasi… Diciamo che ci sto ancora lavorando. Ché tu lo sai: io son tocco di legno e con me devi avere pazienza, taaanta pazienza”.

Sorte credo condivisa la mia, tanto che nel Vangelo è Gesù stesso che a questo quesito risponde in due tempi: prima nel botta e risposta con Pietro, poi con il discorso con cui insegna ai discepoli. Ed il contenuto di questa spiegazione mette in evidenza la comunione ed il servizio, cuore della relazione cristiana, soprattutto quella sponsale.

Nel dibattito con Pietro la Chiesa è invitata ad entrare in comunione con Gesù fino ad immergersi nel mistero della croce con il sacrificio personale, e se in tal modo si supera il naturale rigetto, si parteciperà anche all’esercizio della regalità che attende il discepolo nel Regno del Padre.

Poiché è proprio nella disposizione al servizio reciproco, nel sacerdozio come all’interno del connubio matrimoniale, che si attua la perfetta fraternità guadagnata all’uomo dal Cristo sulla Croce, esempio ultimo dell’amore di Dio per la sua creatura ed esempio quindi da imitare.

Entrambi questi aspetti derivano dalla medesima origine: entrare in comunione con il sacrificio d’amore di Dio è l’eredità che Gesù lascia alla sua Chiesa, sia quella ordinata che quella domestica, perché chi serve il prossimo nell’amore di Cristo esercita la potenza di Dio.

Questo il motivo per cui chi accoglie la vocazione matrimoniale, a dispetto di quell’ottica tutta e solo umana in cui legittimamente la sua indissolubilità appare come un fardello insopportabile, è realmente un “eletto” chiamato ad una comprensione che va al di là della capacità di quella natura umana ferita dal peccato.

Ma in questa tensione, in tale sforzo, egli non è abbandonato a se stesso: lo soccorre la grazia del Sacramento. E al discepolo, sia esso sposo o sacerdote, viene lasciato il gesto della lavanda dei piedi proprio come monito, oltreché come rivelazione; esso è assunto a regola e modello, ma anche come principio e logica di ogni suo comportamento: «Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica», precisa infatti perentoriamente Gesù.

Giovanni non riporta nel suo Vangelo le beatitudini enunciate nei Sinottici, ma ne propone due originali e tipiche della sua narrazione: una beatitudine della “Fede”, che viene proposta ad ogni discepolo nel rimprovero fatto all’incredulo Tommaso (Giovanni 20, 29) e poi questa beatitudine della “Carità”, proposta a tutta la Chiesa come valore essenziale per la vita.

È precisamente questa la beatitudine di chi comprende la verità e la letizia sperimentabili nel servizio e nell’amore reciproco, la quale compendia anche la beatitudine della conoscenza di Dio: poiché è beato non chi solo crede nel Padre, ma chi crede in Lui e ne compie la volontà.

“L’hai capito adesso Andrea?”…

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Cartoni Animati Giapponesi

Eccerto che noialtri, che di questi tempi si scavalla il crinale degli “enta” per introdurci nell’immaginifico entourage degli “anta”, apparteniamo a quella generazione che, in quei fatidici anni ’80, infanti ebbri d’innocente entusiasmo, nell’ora pomeridiana ci accoccolavamo attorno al focolare del teleschermo, all’ombra familiare della nube di Cernobyl, trangugiando tegole e rotolini di grassi idrogenati annaffiati dall’indimenticato succo artificiale di colore fosforescente contenuto in quei piccoli tetrapak dall’amichevole nome di “Billy”, ed abbeveravamo l’anima nostra alle omologate ordalie degli animati beniamini di grossolana e nipponica fattura.

Che quelli sì che erano cartoni, mica come la Masha e la Peppa d’oggidì.

Quelle sì che erano storie d’avanguardia: che già ci prefiguravano quale sarebbe stato il nostro futuro, offuscato dai nuguli della polverina magica di Pollon (quella che «sembra talco, ma non è» e «serve a darti l’allegria»), e che già ci premonivano sull’avvento di orde di “Vegani” che avrebbero presto invaso il nostro pianeta e dalle quali solo Ufo Robot avrebbe potuto difenderci.

Cartoni animati i cui contenuti, visto l’andazzo della società contemporanea, non si possono non riconoscere come profetici, almeno a livello subliminale: ché la nostra generazione è proprio quella svezzata dalle inchiavardature spaziali di Goldrake, dall’ammiccante sensualità di Lamù, dall’algida androginia di Lady Oscar, dalla sottile promiscuità incestuosa di Georgie (per tacer poi degli ambigui triangoli amorosi di Haran Banjo, Reika e Beauty nell’alcova del gigantesco Daitarn 3).

Epperò le sigle erano un gran belle: strumentalmente accuratissime e di raffinato stile musicale, anche se i testi, invero, il più delle volte non brillavano per originalità.

Tranne in alcuni casi, come ad esempio la sigla di Ken il guerriero, che pare un’apologia biblica: provate ad ascoltarla sostituendo il nome del protagonista con quello di Gesù, e poi ditemi se non è vero che sembra un canto dei Gen Rosso.

Oppure (e concludo) come questa perla: il Gakeen, un robottone magnetico sui generis, un po’ Jeeg ed un po’ Mazinga, cartone stereotipato per la verità, ma la cui sigla italiana ancora oggi incanta per la sua chestertoniana chiarezza.

E cito: «Un bel ragazzo con la sua ragazza: profonda è questa solidarietà; la donna è più dolce, ma sa anche soffrire; l’uomo è più forte, ma sa anche morire, ma uniti fanno una creatura più forte che mai».
Parole notevoli per una canzone da bambini, che rievocano la bellezza delle ontologiche differenze tra maschio e femmina, della loro fertile complementarità: roba che al giorno d’oggi sarebbe censurata per i suoi “contenuti omofobi”.

E il ritornello rilancia: «Gakeen magnetico robot: si avvitano in cielo le braccia sue, si saldano in cielo le gambe sue, in cielo si forma il suo corpo ed ecco Gakeen».
Alludendo a come l’unione tra un uomo ed una donna debba rimanere subordinata alla sua origine celeste, poiché è preminentemente in Cielo che viene stabilita, ribadendo una volta di più come la famiglia naturale sia essenzialmente quella che si fonda sull’unione matrimoniale sacramentata.

E poi infine: «Ragazzo, se hai trovato la ragazza, ricorda che a lei devi fedeltà: la donna è più dolce, ma sa anche punire, e l’uomo, più forte, può pure soffrire, ma in due si può andare più in alto, più in alto che mai».
Cosa aggiungere a tale affermazione sull’indissolubilità dell’unione tra l’uomo e la donna, nella quale si evidenzia come il primato debba essere riconosciuto al servizio reciproco (pena un’inevitabile sofferenza) ed in cui solo nella corresponsione alla vocazione sponsale si realizza appieno quella relazione d’amore che rifrange il divino?

Pare un testo preso da uno dei libri della Miriano…

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