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Redenzione in Tre Atti

L’Antefatto

L’estate scorsa abbiamo affittato una casa in montagna ed il nostro mezzanello, con un gesto inconsulto dei soliti suoi, pronti-via, nella prima settimana di soggiorno è riuscito a rompere lo specchio dell’anta dell’armadio della camera da letto dove dormivamo noi genitori.

In quel frangente ci siamo arrabbiati moltissimo, sia per la dinamica dell’incidente, sia perché la spesa che avremmo dovuto sostenere in riparazione del danno sapevamo che sarebbe stata piuttosto salata, così abbiamo redarguito pesantemente il pargolo al momento, gli abbiamo dato una giusta punizione nel breve termine, ma abbiamo anche deciso di non lasciar cadere lì la cosa e, volendo farne un esempio anche per il figlio grande, abbiamo deciso che, quando a fine vacanza il proprietario della casa ci avesse addebitato lo specchio rotto, avremmo accollato il debito al piccolo colpevole, il quale ci avrebbe ripagato nel lungo termine con le sue future mancette.

E tale proposito abbiamo mantenuto nel tempo: quando al suo compleanno ha ricevuto dal parentado qualche soldino di carta, il sottoscritto ha messo il cappellino di Equitalia e si è presentato puntualmente a riscuotere parte del famoso debito.

Il tutto con lo scopo di aiutare il cinquenne a farsi un’idea concreta del valore dei soldi, della fatica e del tempo che ci si mette ad accumularne un po’, della facilità e della velocità con cui svaniscono dal portafogli, ma soprattutto per dargli un esempio di cosa significhi dover riparare ad un danno fatto.

Il Fatto

Domenica scorsa il nostro figlio maggiore si è accostato per la prima volta all’Eucaristia.

Come consuetudine, alla cerimonia è seguito il tradizionale ritrovo mangereccio con parenti e amici, con tanto di taglio di torta e scartamento di regali.

Tra quelli ricevuti ci sono state anche numerose buste, dal contenuto piuttosto sostanzioso per la verità, e così l’amato pargolo ha raggranellato un discreto gruzzoletto che, tutto esaltato, non vedeva l’ora di contabilizzare.

Sia io che mia moglie abbiamo fin da subito notato una certa avida bramosia nel suo atteggiamento, perciò mi sono apprestato ad escogitare un modo di contestualizzare un momento in cui cercare di fargli comprendere quale sia il giusto atteggiamento nei confronti del denaro.

In più occasioni gli ho accennato di come i soldi non siano un fine, ma soltanto un mezzo, di come sia giusto riconoscerne il valore, ma di come sia facile cadere nella tentazione di assolutizzarne il potere d’acquisto rischiando di farne un vero e proprio idolo.

Infine, l’altro pomeriggio, sua madre ed io abbiamo ritagliato un momento di tranquillità durante il quale metterci al tavolo a sfogliare le “buste della Comunione” per leggerne le frasi dei vari bigliettini e fargli calcolare il totale dei relativi “contenuti”.

Alla fine il giovane erede si è ritrovato con un vero piccolo patrimonio tra le mani, una cifra che mia moglie ed io abbiamo ritenuto troppo importante per lasciar cadere quel momento senza approfittare di quell’occasione per farlo responsabilizzare un po’ davanti alla “gestione del denaro”.

A tale scopo, allora, ho iniziato a parlargli, prendendo la cosa alla larga, ma partendo proprio dal motivo per il quale si ritrovava con quel cospicuo gruzzoletto.

Ostentando disinvoltura abbiamo cominciato a parlare di quello che era successo Domenica, delle circostanze e l’emozioni provate per la sua prima Comunione, quindi gli ho ricordato il contenuto della predica fatta dal sacerdote, il quale ha messo in evidenza come uno degli aspetti del fare Comunione, sia quello di essere in Unione-Con, nella fattispecie con Gesù.

Il prete ha spiegato ai bambini che quando si frequenta molto una persona si finisce per imitarla nei suoi atteggiamenti ed assomigliarle, facendo l’esempio di come, se si resta uniti a qualcuno che dice le parolacce o le bugie, si finisca prima o poi a dire le parolacce o le bugie; allo stesso modo, invece, se si coltiva l’amicizia con Gesù rimanendo in Unione-Con Lui, si ha l’occasione di imitarne il comportamento d’Amore, Giustizia e Verità, anche se questo costa un po’ di fatica.

A quel punto ho ricordato al mio bambino quale sia stato (oltre a tutto il resto) il comportamento del Figlio di Dio con l’uomo: quello del Primogenito che, vedendo i suoi fratelli nella necessità del riscatto, se ne è fatto carico, pagando (Lui che solo ne aveva le sostanze) per i nostri peccati.

Attento alle mie parole, mio figlio ha evidentemente intuito qualcosa del loro senso, e subito ha dichiarato che avrebbe devoluto parte del suo capitale per i poverelli.

Mia moglie ed io abbiamo sorriso davanti a quello slancio di altruismo ed abbiamo approvato apertamente il suo gesto, ma abbiamo anche puntualizzando che, siccome quei soldini erano molti, non gli avremmo permesso di spenderli tutti, bensì lo esortavamo a risparmiarne la maggior parte, per eventuali necessità future.

Però non era quello l’obiettivo che io personalmente desideravo raggiungere, così ho ripreso il discorso ricordando al mio bambino di quale fosse il senso proprio della parola riscatto (la cui radice etimologica significa “al posto di”) e cioè di quella situazione in cui si trova una persona che, per un debito che non può pagare, perde la sua libertà e finisce in schiavitù o in prigione: la sua sola speranza è nel pagamento del suo debito da parte del suo parente più prossimo (in genere un fratello) il quale, saldando in sua vece e di tasca propria, ne “riscatta” appunto la libertà.

Naturalmente non era la prima volta che gli parlavo di quelle cose, ma ora volevo ribadirle nella speranza che lui riuscisse a collegarle alle contingenze di quel momento.

Quindi gli ho manifestato il mio compiacimento per la sua intenzione di destinare parte del suo patrimonio a coloro che si trovano nel “bisogno”, ma gli ho fatto notare che, senza andare tanto lontano, qualcuno di molto vicino a lui si trovava nella “necessità” e, dopo aver atteso qualche istante per fargli fare mente locale senza però ottenere una risposta, l’ho incalzato aggiungendo che questo qualcuno si trovava proprio nella situazione di aver bisogno di essere riscattato da un debito che non era in grado di assolvere.

A quel punto il mio bambino si è illuminato, individuando nel suo fratello minore quel “bisognoso” che ancora doveva finire di pagare lo specchio rotto l’estate prima e, senza farselo dire due volte, ha subito preso un paio di banconote e le ha date al mezzanello, che nel frattempo avevamo richiamato al tavolo con noi.

Già ero molto fiero del mio ragazzo, ed ho sottolineato come il suo comportamento lo assimilava a Gesù mettendolo davvero in Unione-Con Lui, siccome però Dio Padre non gioca mai al ribasso coi Suoi figli, né si accontenta di traguardi discreti, ma li sprona sempre ad obiettivi altissimi (pur aiutandoli con la Sua Grazia nel raggiungerli), così anch’io per mio figlio ho voluto incoraggiarlo ad un ulteriore passetto.

Mostrandomi ben contento della sua donazione al mezzanello (ed esortando questo a mostrare riconoscenza per quel bel gesto del suo fratellone) ho ricapitolato in modo ostentato con mia moglie davanti ad entrambi i pargoli a quanto ammontava il debito residuo del piccolino con noi, e calcolando che mancava ancora una settantina di euro al saldo, ho proposto alla mia dolce metà di abbonare al piccolo debitore un venti euro, così da fare rimanere un resto in cifra tonda.

All’approvazione di sua madre, il nostro maggiore non ha esitato un istante di più e, moltiplicando esponenzialmente il mio orgoglio paterno per lui, ha subito preso una banconota “di quelle grosse” e l’ha passata al cinquenne, il quale l’ha girata immediatamente a noi genitori: grazie al riscatto del suo fratello maggiore, il suo debito contratto con la “giustizia” del padre era finalmente estinto e nel frangente del nostro piccolo consesso domestico, una volta di più la dinamica divina della Redenzione si compiva, incarnandosi nella nostra famiglia.

La Postfazione

Tuttavia il punto centrale di tutta questa vicenda, quel nocciolo della questione che ci tenevo ad illustrare raccontando tale episodio di vita vissuta (oltre a bullarmi con fierezza paterna in pubblico del mio figliolo) è in realtà un altro.

Dopo aver congedato festosamente la prole, infatti, ho confessato all’amata consorte la mia compiaciuta gioia per il bel siparietto a cui avevamo appena assistito, ma mia moglie, pur convenendo sulla bontà del gesto di nostro figlio, ha puntualizzato che lei avrebbe preferito fosse venuto spontaneamente da lui, senza che io l’imboccassi in quella maniera che lei trovava piuttosto esplicita.

E certo, anche a me sarebbe piaciuto che tutto fosse avvenuto senza alcun sollecito, ma bisogna tenere a mente ciò che invece tutti i genitori tendono a dimenticare, soprattutto con i loro figli, in particolare quando essi sono ancora relativamente piccoli, e cioè che, nonostante essi possano mantenere una certa innocenza, pure la loro natura è contrassegnata dal peccato, e per quanto più spontanei a gesti di altruismo, condividono con l’umanità adulta quell’inclinazione al male che frena in ognuno di noi il perseguimento del bene, anche se ad esso agognamo, rendendoci a volte così faticoso superare il nostro innato egoismo, ma guadagnandoci altresì un merito pieno nel resistere alla tentazione al male e compiere ciò che è buono.

Perché alla fin fine, la responsabilità vera del genitore, non è quella di crescere figli perfetti, ma di accoglierli nella loro connaturata imperfezione e metterli sulla perfetta Via, che è Cristo, accompagnandoli nel cammino fino a quando non sapranno incedere da soli, senza mai smettere di incoraggiarli a proseguire sul giusto sentiero.

Il tutto nella consapevolezza del loro essere altro-da-noi e perciò rispettandone la libera individualità, sapendo che essi potranno anche deviare dal tracciato loro indicato, perfino pervertire l’indirizzo ricevuto, cogliendo nel caso questa eventualità non con disperazione, chiedendosi in cosa si è sbagliato, bensì come opportunità di restare in paziente Unione-Con quel Padre Buono sulla soglia di casa, in fiduciosa ed orante attesa che Egli, che ne è il vero genitore, promuova in loro la conversione, perché possano compiere quell’unico destino a cui ciascuno (e noi per primi) siamo vocati.

Che è il ritorno a Lui.

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L’uomo dei muri

L’altra sera mia moglie ci aveva appena chiamato a tavola, i piccoli erano già seduti ai posti di combattimento mentre io e il grande li stavamo raggiungendo dopo esserci lavati le mani, quando sento il mezzanello prendere in giro la pargoletta chiamandola ripetutamente, ma storpiandone il nome.

Lei per un po’ ha risposto pazientemente al fratello ripetendo il suo nome correttamente, evidentemente non capendo che quello lo faceva apposta, infine, esasperata, si è rivolta a me chiedendomi con tono supplichevole di confermare al fratellino il suo nome corretto, perché io mettessi pubblicamente un sigillo definitivo alla questione.

Alla sua domanda su come lei si chiamasse, io ho risposto allora, ostentando una certa enfasi, declamando il suo nome, al che lei si è rivolta al fratellino con espressione soddisfatta esclamando: “Ecco, hai sentito? L’ha detto il papi che io sono Nadia!”.

La cosa è finita lì tra i due pargoli, anche perché nel frattempo la dolce metà aveva messo loro davanti i piatti con la cena, ed il loro appetito ha messo pace ad ogni controversia, ma il fraterno siparietto non ha lasciato indifferente il sottoscritto, il quale, durante la serata, è ritornato con il pensiero sulla vicenda, traendo ancora una volta la conclusione di quanto sia indispensabile la figura paterna per un figlio.

Poiché infatti la mia bambina ha chiesto direttamente a me, e non a sua madre, la conferma sulla sua identità, e questo perché il figlio riconosce istintivamente nella figura paterna quella autorità naturale che gli riverbera, prima ancora che ne abbia consapevolezza, l’immagine stessa di quel Dio la cui paternità egli percepisce iscritta nelle profondità del suo animo.

E come la mia bambina, invero, così anche l’uomo cerca conferma di sé rivolgendosi al Padre, perché intimamente conosce che solo Egli può indicargli quel nome che esplica chi egli sia e quale sia il suo destino, il quale, nonostante le intemperie del vivere sembrino smentirlo, è sempre un destino di bene.

E parimenti a come la madre sia per il figlio lo specchio più immediato dell’amore di Dio, così il padre è per i figli la prima immagine del Padre Celeste, e quanto Quello, egli è ai suoi occhi naturale autorità (che quando parla il papi, si obbedisce subito), riferimento verace (che quando il papi dice una cosa, quella è per forza vera), solida guida (che se il papi mi tiene per mano, sì che cammino tranquillo), baluardo poderoso (che se c’è il mostro sotto il letto, io chiamo il papi) e giusto giudice (che ce lo dico al papi, e poi vediamo chi c’ha ragione).

Perché i figli hanno bisogno di entrambi i genitori per quell’ontologica differenza che li contraddistingue nel loro essere così complementari l’uno all’altro, tant’è che senza la madre che insegna a costruire ponti, un figlio cresce menomato nella sua capacità di entrare in relazione con l’altro, così come senza il padre che pone muri attorno alla sua prole, questa non solo resterà scoperta ai pericoli esterni alla famiglia, ma crescerà anche disorientata per quella mancanza di limiti e di regole che sole possono definire al bambino quello spazio sicuro in cui davvero “diventare grande”, con la libera consapevolezza di quale sia la propria vera identità: quella di essere figlio, e figlio amato dal Padre.

Articolo pubblicato sulla rivista NOTIZIE PROVITA

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Sintomi da Ostracismo Selettivo (S.O.S.)

Episode I – Una falsa speranza

Ritiro i due piccoli dall’asilo e li riporto a casa.
Quindi, come da copione, li metto subito in pigiama (così da vivere nell’illusione che sia prossima l’ora in cui finalmente andranno a letto).
Mentre il mezzanello con conclamata reticenza fa finta di cambiarsi da solo, io svesto la piccolina, la quale, tutta allegra, irrompe con un’inaspettata domanda: “Papiii, domani Macco viene a casa mia?”
Io la guardo perplesso, e suo fratello evidentemente se ne accorge perché viene in mio soccorso precisando: “Marco è un suo amichetto dell’asilo”
Al che io rispondo alla mia dilettissima figliola: “Certo, amore mio: quando avrai 37 anni e sarai andata a vivere da sola il tuo amico Marco potrà venire a casa tua”…

Episode II – La minaccia fantasma

La moglie rientra a casa coi tre pargoli, dopo averli ritirati tutti da scuola ed averli fatti pascolare un’oretta all’oratorio, dove si sono convenientemente sfogati coi loro compagnetti.
Accolgo la combriccola sgambettante con malcelato entusiasmo e la mia venerata principessina mi corre incontro esclamando: “Papiii, ho giocato col mio amico Maccooo!!!”
Io subito mi rabbuio e, mentre le tolgo il giubbottino, sibilando tra i denti le domando: “Assì? E dimmi, tesoro, gli hai detto addio al tuo amichetto Marco?”
Al che mia figlia mi squadra stranita e senza troppa cognizione di causa, inquisisce: “Pecché?!?”
“Perché il tuo amichetto Marco, amore mio, sarà presto vittima di un tragico incidente”…

Episode III – L’impeto colpisce ancora

Pargoli rientrati dalla piscina, posiziono la piccoletta sul fasciatoio per cambiarla e mi sento annunciare a voce squillante: “Papiii, io voglio il mio amico Ale…”
Al che io le domando (sbuffando interiormente): “E chi è adesso questo Ale, un altro tuo compagno d’asilo?”, a cui lei risponde gestualmente scuotendo con energia su e giù la capoccetta bionda.
Quindi riprendo: “Evvabbé figlia mia, e prima l’amico Marco, ora l’amico Ale: guarda che non puoi trattare i tuoi compagni d’asilo come Kleenex usati però…”
La mia pargoletta, ovviamente, non comprende il senso della mia risposta, ma guidata dal suo infallibile intuito femminile fa spallucce e rilancia: “Papi, allora mi compri un gatto?”
E mentre sento che sua madre di là in salotto ridacchia sotto i baffi, ostentando una consolidata non-chalance rispondo alla mia bambina: “No tesoro, niente animali per casa (a parte i tuoi fratelli)”.

E niente: mia figlia non ha neanche tre anni e già sono in pieno isterismo da “padre della sposa”…

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Le sorprese di Dio

L’altro giorno ho portato la mia piccolina a fare un giro nel reparto giocattoli di un megastore, qui, vicino a casa nostra. Girando per gli scaffali ho intravisto un nuovo pupazzetto della serie SuperHeroMashers occhieggiarmi accattivante e, ça-va-sans-dire, l’ho comprato “per i miei due maschietti”.

Usciti dal superstore ho colto l’occasione di un bel cestino vicino per sconfezionare il mio sbarluccicante acquisto, così da poterlo dare alla mia bimba perché si intrattenesse nel viaggio di ritorno.

Giunto a casa ho pensato di aggiungere il nuovo giocattolo alla bustona in cui i miei pargoli tengono gli altri personaggi della serie, senza dire niente a nessuno, ma con l’idea di fare loro una sorpresa la prima volta che avessero deciso di giocarci.

Già immaginavo le loro faccette sbalordite nel momento in cui avrebbero scoperto il nuovo pupazzetto.

Tuttavia le circostanze hanno fatto sì che passasse il giorno su quell’episodio senza che ci fosse l’occasione di scoprire la new-entry, perciò, il pomeriggio seguente, quando mi sono trovato a casa da solo con il mezzanello, per incentivarlo ad andare a fare un sonnellino pomeridiano che, pur stanco, non aveva intenzione di fare, gli ho promesso una sorpresa per quando si sarebbe risvegliato, al che, convinto, si è lasciato mettere a letto per un’oretta e mezza.

Quando si è svegliato, come di consueto, mi ha raggiunto in salotto e per prima cosa si è guardato in giro per cercare la “sorpresa” promessagli, quindi, non vedendo nulla che potesse soddisfare questa sua aspettativa, si è messo accanto a me sul divano con una parvenza di delusione sul viso.

Intuendo i suoi pensieri io mi sono alzato e, senza dire nulla, sono andato a prendere la bustona dei SuperHeroMashers nella sua cameretta e l’ho depositata, con una vaga enfasi, sul tavolo del salotto, quindi mi sono rimesso sul divano con lui. Quasi come per non darmi soddisfazione, lui ha finto di non essersi nemmeno accorto del mio gesto, ed è rimasto raggomitolato sul divano conservando un aria leggermente imbronciata.

Io sapevo che lui si ricordava della promessa di una sorpresa fattagli prima del sonnellino, e sapevo anche che, com’era successo altre volte, si aspettava di trovarla sul tavolo al suo risveglio, e quindi comprendevo la sua delusione e persino il suo piccolo moto d’orgoglio nel non fare nessun accenno alla questione che, indubbiamente, pendeva sul suo cuoricino di bimbo.

Davanti a quella situazione d’impasse, prima che degenerasse in un eventuale capriccio, ho provvduto io a fare il primo passo, così ho proposto al mio bambino di mettersi a giocare con i giochi che avevo messo sul tavolo, tra cui, io lo sapevo, avrebbe trovato il nuovo pupazzetto. Al che lui ha guardato la busta, poi ha guardato me, quindi ha scosso la testa, rimanendo ostinatamente al suo posto.

Allora, per stimolare la sua curiosità, gli ho suggerito di domandarsi come mai il suo papà aveva tirato fuori dai suoi giochi proprio la busta dei SuperHeroMashers e l’aveva messa sul tavolo, ma lui, dopo aver guardato nuovamente il noto contenitore, mi ha guardato interrogandosi silenziosamente su quale potesse essere il significato di quella mia domanda, quindi si è rintanato in un’espressione ancor più marcatamente imbronciata.

Evidentemente si era lasciato interloquire per un attimo dalla mia richiesta, ma constatando con lo sguardo che sul tavolo parevano esserci soltanto i suoi vecchi giochi, aveva preferito non fidarsi della mia proposta, restando nel suo più rassicurante stato di delusione.

A quel punto, visto che per una questione di orgoglio la “sorpresa” rischiava di essere rovinata, ho voluto metterla esplicitamente sul piano della fiducia: così ho detto al mio cocciuto pargoletto di fidarsi del suo papà e di provare ad andare a giocare con i giocattoli che aveva preparato per lui sul tavolo.

Ed è stato proprio in quel momento, mentre il mio bambino ragionava indeciso sulle mie parole, giocandosi la sua libertà sull’affidamento ad esse, che mi sono ritrovato a contemplare, in quella situazione di ordinaria relazione generazionale, quelle medesime circostanze che vedono il Padre offrire ai propri figli la sovrabbondanza della Sua Grazia, attendendo con trepidazione soltanto che essi ne facciano richiesta e rimanendo purtroppo, il più delle volte, deluso testimone di come questi sprechino tali occasioni rifiutandosi di farne esplicita domanda per una questione di orgoglio o anche solo per mancanza di fiducia nei Suoi confronti.

Allo stesso modo in cui anche la Madre, spesso, ha denunciato apertamente come tante volte ella sia pronta a mediare inusitate grazie celesti ai suoi figli, ma che questi, non chiedendole, lasciano che vadano sprecate.

Quante volte, infatti, anche a me capita di comportarmi come il mio bambino e, davanti ad una circostanza di vita che se scrutata con fiducia nella Divina Provvidenza realmente potrebbe rivelarsi come un’opportunità di bene maggiore, invece per pavidità od orgoglio rifiuto a priori di discernere, lasciandomi così sfuggire vere occasioni di Grazia soltanto per finire poi a mormorare sull’equivocata assenza di quel Dio in cui presuntuosamente professo di credere?

E Lui invece è lì che, come me in quel frangente di vita, scalpita perché il suo amato figlioletto si spenda un poco nella sua libera scelta di fidarsi del suo papà e, alzando quel benedetto culo dal divano, si decida a scoprire quale inaspettata sorpresa è stata preparata specificamente per lui, perché declinando al suo orgoglio, la sua gioia sia piena.

Così, l’altro giorno, il mio bambino mi è stato maestro nel suo arrendersi al mio invito con un estremo moto di affidamento e scoprire finalmente in quella busta di pupazzetti il giocattolo nuovo, dimostrandomi una volta di più di quanto realmente Dio si riveli nella relazione tra generazioni.

Perché il figlio diventi padre, ed il padre diventi figlio.

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Premura senza premura

Oggi, nel tardo meriggio, mentre uscivo per andare a prendere i pargoli a scuola, sono passato per il cortile del condominio dove abitiamo, che a causa della canicola era deserto, ed ho incrociato una nonna che faceva prendere un po’ d’arietta alla nipotina appena nata, ancora ben nascosta nella sua carrozzina.

Passeggiava lenta, conducendo la carrozzella entro l’ampia zona d’ombra, quando ad un tratto si è fermata, ed armeggiando nella culletta, ha sussurrato alla nipotina: “Uh, ma questo sole è proprio noioso, aspetta che ti sposto la cappottina così: ecco, adesso non c’è più quel brutto raggio a darti fastidio…”.

Quindi ha ripreso a girare per il cortile, camminando senza fretta, con l’unico impegno di dedicare tutto il proprio tempo e le sue attenzioni alla sua piccola accudita.

Per me è stato proprio un attimo: in ritardo come sempre, avevo una gran fretta ed ho giusto attraversato il cortile avventandomi a passo celere verso il cancello d’uscita mentre, da buon Milanese Imbruttito, già mettevo mano al radiocomando dell’auto.

Ma mi è bastato gettare uno sguardo di lato per assistere a quella scena e mettere in moto pensieri che mi hanno accompagnato per tutto il tragitto verso la scuola dei miei figli.

Perché mi è sovvenuto alla mente il ricordo di quei momenti che hanno visto anche me alle prese con i miei bambini appena nati, e di quanto, in quei primi mesi della loro vita, davvero tutte le tue attenzioni sono rivolte a loro, e nella tua vita pur attraversata da tutti gli impegni quotidiani, riesci comunque a trovare ritagli di tempo esclusivo per loro, per accomodarli in ogni più piccolo dettaglio, poiché in quei primissimi frangenti della loro vita assapori in maniera del tutto particolare quanto essi siano realmente un tesoro preziosissimo, e come tale li tratti.

Finché poi loro crescono in fretta, e la vita torna invadente a reclamarti, ma soprattutto, dopo quelle primissime settimane di puro idillio, tu finisci per abituarti alla loro presenza, che inizi a dare per assodata, e l’attenzione per essi rientra in un range di normalità.

Ché funziona un po’ così, no? Come una specie d’innamoramento: appena nati i tuoi figli ti rapiscono letteralmente gli occhi ed il cuore, stai ore a contemplarli, e quasi fai a gara con tua moglie per prendertene cura.

Poi però questa prima fase (che in alcune circostanze rischia di rasentare la morbosità) va via via scemando, e quella relazione esclusiva con loro si ridimensiona ad un normale rapporto tra genitore e figlio.

Questo però assume una dimensione diversa tra nonno e nipote, poiché a differenza dei genitori, entrambi sono molto più liberi dall’assedio stringente della quotidianità: i nonni, normalmente, diventano tali quando hanno già raggiunto quella stagione della vita in cui il tempo torna generoso, come da bambini, e la giornata presenta tanti spazi vuoti che puoi riempire con una dedizione maggiore per le piccole cose.

Così ritorni ad innamorarti di quei piccoli fantolini, come quando fosti novello genitore, ma questa volta il tempo si dilata e la fase in cui trascorri ore a contemplarli con occhi adoranti dura molto più a lungo.

Tanto che proprio riscorrendo mentalmente (e con una puntina d’invidia) quella scena intravista in cortile, mi sono ritrovato a pensare a come anche quel Padre Celeste si comporti con i suoi figli un po’ come quella nonna, tanto piena di premure quanto priva di premura: anch’Egli verso ognuno dei suoi figli rimane soggiogato in una sorta d’imperituro innamoramento.

Anch’Egli, istante per istante, dedica a ciascuna di quelle Sue amatissime creature cure davvero esclusive, guardando ognuna di esse con occhi contemplativi, e pur rispettandone la libertà fino allo strazio del rifiuto, non smette un momento di spasimare per ognuna, come se fosse l’unica.

Poiché al Suo Cuore di Padre ognuno dei Suoi figli è realmente un tesoro preziosissimo.

Ed anch’Egli, come quella nonna premurosa, ogni figlio che a Lui si affida lo accompagna nel cammino fino al termine dei suoi giorni, riparandolo con la Sua Ombra.

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Creme

Figlia che in preda a coccolìte ti si arrampica addosso, mentre sei (nemmeno a dirlo), bello tranquillo sul tuo divano a digitare una delle pagine più sublimi di tutta la tua carriera di scrittore.

Epperò il suo ascendente su di te è tale che metti giù il tablet (intanto che il pensiero di quella verità trascendente che stavi per donare all’umanità svanisce implacabilmente dal tuo cervello per sempre) e la prendi in braccio, sorprendendoti nell’annusare un certo aroma di hobgoblin: come una specie di aura mistica che le aleggia intorno ai piccoli lombi, di consistenza quasi ectoplasmica, la quale ti guida nel prendere la ferma decisione di andarla a cambiare, prima che il rigor mortis per decesso da intossicazione ti colga completamente.

Perciò ti approssimi al fasciatoio e la svesti trattenendo il fiato, mentre lei ti guarda con un sogghigno malefico come se sapesse l’amara sorte a cui stai per andare incontro, mentre, col capo forzatamente reclinato all’indietro per istinto di conservazione, le slacci il pannolino in attesa di assistere al deturpante spettacolo di quell’escatologica rivelazione (in senso propriamente apocalittico) che già ti occhieggia liquefatta dai suoi bordi.

In apnea e ad occhi semichiusi, ti affidi allora ai tuoi poteri jedi nell’affrontare il lato oscuro della forza (o meglio, dello “sforzo”) trovandoti ineluttabilmente ad avere a che fare con le simpatiche salviettine umidoprofumose: quelle che mentre con una mano tieni le gambette della pargoletta, con l’altra togli il patello traboccante d’immonde nefandezze, con l’altra prendi il pannolino nuovo e con l’altra ancora cerchi di sfilarne una dal pacchetto per pulirle le chiappotte, te ne viene fuori una sciarpa intera che nemmeno il mago Silvan dalla sua manica i foulards colorati all’apice della sua brillante carriera.

Così, mentre sei lì che mitragli benedizioni agli amatissimi ingegneri di quel packaging pensato propriamente per farti impazzire, noti che il sederino della tua bambina parrebbe un pochino arrossato (e ci credo: visto il prodotto delle sue viscere tanto simile, per consistenza e colore, a quelle Paludi della Morte di tolkeniana memoria).

A quel punto ti si affaccia alla mente la cristallina visione di tua moglie che ti raccomanda di mettere la cremina lenitiva su quel piccolo posteriore rubizzo, che sennò (come ti ha più volte ammonito la diligente consorte) la pelle delicata della tua bambina diventerà spessa e ruvida, e allora sarà poi tua (e solo tua) la colpa se, una volta cresciuta, la sua silhouette sarà irrimediabilmente rovinata da quel lato B calloso e deforme, tanto che nessuno la vorrà prendere in moglie e nella migliore delle ipotesi finirà i suoi giorni da rancorosa zitella, mentre in quella peggiore si getterà nel fiume da una torre per la disperazione di un fondoschiena inguardabile che la condanna ad un’esistenza da reietta.

E tu sei lì, che valuti come l’eventualità che quella negligenza possa in futuro preservare la tua dilettissima figliola dal contatto con un qualsivoglia altro esemplare di genere maschile valga bene la pena di rischiare d’essere scoperto dalla tua amata sposa e quindi dover affrontare le inevitabili ritorsioni cui ti sottoporrà. Quando ad un tratto irrompe nel tuo cerebro assorto un pensiero illuminante, che ti dischiude al quesito di come avranno mai fatto tutte le generazioni femminili precedenti a sopravvivere senza avere le chiappette spalmate con creme ammorbidenti ed aver persino, non solo trovato marito, ma anche perpetuato la specie per millenni.

Perché a quanto ti risulta una cute un po’ arrossata non ha mai ammazzato nessuno, così come un biberon non sterilizzato, un body lavato senza Napisan, un bagnetto fatto con acqua che non sia necessariamente ad una temperatura costante di 37 gradi, o un frutto mangiato con la buccia senza essere stato preventivamente messo in ammollo per 24 ore nel bicarbonato.

Che a furia di avvolgerli nella bambagia di mille superflue attenzioni, questi figli, poi finisce che ti crescono di cristallo ed alla prima fragolina di bosco, punturina di zanzara o fiorellino annusato in un prato ti vanno in shock anafilattico.

Giacché il problema forse è di noi genitori, ormai assuefatti ad una mentalità preventiva che vorrebbe preservare i nostri amatissimi pargoli da ogni minimo fastidio, impedendo loro di graffiarsi per il timore che provino il più piccolo dolore, così che poi alla prima febbriciattola si corre subito al pronto soccorso ed al primo colpo di tosse si prende d’assedio il povero pediatra.

Perché inevitabilmente prima o poi essi saranno intersecati dalle intemperie della vita e allora è bene che a quel momento non ci arrivino del tutto impreparati, ma che abbiano anche loro nel loro zainetto d’esperienze, non dico proprio un’epatite presa per aver succhiato i sassi del parcogiochi, ma qualche gomito o ginocchio sbucciato sì, magari non un trauma cranico, ma che sappiano cosa sia un bernoccolo va anche bene, e se poi hanno la pelle del sedere non proprio liscia e vellutata come la buccia di una pesca non è detto che rimarranno traumatizzati a vita.

Che poi, a ben guardare, tutta questa attenzione a che ‘sti figli non sortiscano dalla cupola di vetro in cui li si vorrebbe tenere, denuncia soltanto il nostro essere genitori illusi di poter tenere tutto sempre sotto controllo: padroni di una realtà preconfezionata secondo i nostri schemi mentali che, in quanto creature e non Creatori, inevitabilmente non possono che essere fortemente limitati e difettosi, giacché la vita ci oltrepassa e la storia che attende noi ed i nostri bambini ci richiama ad affidarci a Colui che della storia, di ogni storia, in verità regge le sorti, sicuri che per loro, oltreché per noi, v’è un destino di bene che ci attende, ed ogni ostacolo del percorso non è lasciato lì ad arrestarci, ma perché sia di stimolo alla nostra ed alla loro crescita.

Ed alla luce di tale consapevolezza allora, che peso vuoi che abbia un culetto un po’ infiammato?

Ma poi niente: è che mi son rivisto nella mente lo sguardo torvo di mia moglie scrutarmi accigliata per il mio tentennamento, così alla fine la cremina sul sedere a mia figlia gliel’ho messa uguale.

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