Paternità

La mano di Dio

Ieri pomeriggio mi trovavo immerso, come un fungo del legno, nel mio consueto, domenicale, stato simbiotico col divano, quando ad un tratto mi ha raggiunto la mia pargoletta.

Di primo acchito mi è preso il terrore che, sulle orme materne, vedendomi divanato, volesse scalzarmi dal mio torporoso stato di letargica quiescenza per impegnarmi in qualche laboriosa, quanto inutile, tribolazione domestica (che chissà perché le mogli fanno così di solito: appena possono si sentono come investite di un ancestrale mandato divino a dissodarti da ogni principio di stato vegetativo).

E invece no: evidentemente in preda ad una reminiscenza di coccolite, la mia bambina mi si è arrampicata addosso e si è comodamente apparecchiata sul mio corpulento petto, dandomi in tal modo un pretesto inossidabile alle muliebri manie di reattività.

Saldamente agganciata al suo pupazzetto di Tigro e con il suo pollicino (tanto usurato da essere ormai ridotto ad un unico corpo calloso) in bocca, la mia patacchina se ne stava lì, spalmata su di me, in attesa di massicce dosi di grattini.

Figuriamoci: con me ha sfondato una porta aperta, ed infatti me la sono abbracciottata stretta ed ho iniziato a carezzarle il crapino, proprio come facevo quando era piccina (cioè: più piccina di adesso, intendo).

E lo confesso: mi sono scoperto gongolantemente compiaciuto nel tenere la testolina della mia bimba nella mia manona, coprendone letteralmente il capo. Ché con questo gesto ho avuto come la sensazione di “comprenderla”. E per il coccoloso sollazzo che ho intuito ne avesse anche lei, mi piace immaginare che pure la mia figlioletta si sia sentita in tal modo “compresa”.

Perciò mi sono lasciato interloquire da ‘sta cosa, intuendo forse come anche al Padre piaccia tale gesto, che anch’Egli so per certo pratica coi Suoi di figli, e mi sono dato così la spiegazione del motivo per cui Lui abbia ostinatamente tenuto la Sua mano sulla testa del sottoscritto per tutti i suoi quarant’anni suonati di vita, anche (e forse soprattutto) in quei frangenti in cui costui tentava di sottrarGlisi.

Ed ammaliato da cotanta sovrabbondanza di misericordia, ne sono rimasto una volta di più riconoscente.

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Come bambini

Mi ricordo che tempo fa, quando il mio mezzanello era ancora un duenne, partecipai alla consueta Messa feriale pomeridiana, qui vicino a casa, alla Certosa di Garegnano.

A celebrazione conclusa uscimmo e come al solito facemmo tappa al piccolo Eremo adiacente alla Chiesa per salutare Gesù Eucaristico osteso perpetuamente nell’apposito cubitacolo con finestrella.

Lì sostammo qualche minuto, e l’irrequieto pargolo, dopo aver tentato di mettere le dita in ogni presa di corrente disponibile, iniziò a sollazzarsi nel chiudere e riaprire ripetutamente la porticina dell’oblò dell’ostensorio, salutando ogni volta Nostro Signore con la squillante esclamazione: “Cucù Gesù!”.

Di primo acchito mi venne l’istinto di interrompere quell’attività apparentemente irrispettosa.

Ma poi sorrisi e lo lasciai fare, poiché fu proprio in quel momento che mi resi conto di come in realtà mio figlio mi stava insegnando che cosa volesse dire avere davvero una relazione personale con il Dio Vivente: ché alla vista del mio bambino che giocava a bubuséttete con Cristo finalmente capivo che lui sì, e molto meglio di me, stava realmente facendo adorazione.

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L’uomo dei no

Avete presente quella celeberrima canzone di Gianni Morandi che ascoltavamo a ripetizione quando eravamo piccini e che ci piaceva così tanto?

No, non «Fatti mandare dalla mamma».

Quella in cui c’erano papà e figlio che facevano una gita nel bosco in roulotte e che poi ad un certo punto veniva a piovere e cominciavano a tirar su tutti gli animali che capitavano loro a tiro?

Ecco, sì, proprio quella lì: «Me lo prendi papà?».

Io c’avevo il 45 giri e l’ho triturato nel mangiadischi da tanto che l’ho fatta suonare.

Riascoltandola oggi, però, da papà, mi suona un po’ diversamente rispetto a quando la sentivo da piccino (e forse menomale).

Premetto che naturalmente comprendo che il testo è figlio di quei tempi, quando sull’onda di una principiante presa di coscienza di stampo ecologista, pareva molto bello rivisitare in chiave moderna la vicenda biblica di Noé, anche esaltando questa figura paterna che salva dal maltempo tutti ‘sti animaletti lasciandosi commuovere dalla richiesta persistente del figlio a rifugiarli nella propria roulotte: come una specie di Woobinda “de noantri”.

Certo anche allora avrebbe dovuto dar da pensare il fatto che ‘sto papà non è che si limita ad ospitare tutta la fauna del bosco finché non spiova per poi lasciarla andare nuovamente libera, ma finisce invece per portarsela tutta a casa. Che poi, oltrettutto: non è che se li lasci nel bosco (che per inciso è il loro habitat naturale) sotto la pioggia gli animali si sciolgono, eh…

Ma non è questo il punto.

Ciò che in realtà mi chiedo è: riascoltando quel petulante fanciullo che reitera «Me lo prendi papà?», sono soltanto io quello a cui viene una gran voglia di rispondere con un sonoro e scenografico: “Col cacchio!!!”?

Perché a me fa un po’ specie questo papà che dice sempre di sì, senza nessun apparente discernimento, come se ogni richiesta del figlio, per quanto magari dettata da un’intenzione comprensibilmente commossa per quei teneri animaletti, non potesse lasciare spazio ad una risposta negativa, all’imposizione magari di un giusto limite, di un definitivo, motivato, divieto.

Non è per fare il “bastian contrario”, ma è che davanti alla figura di un padre dipinto come quello che dice sempre e solo sì alle richieste anche un po’ balzane dei suoi figli, a me sale un tantino il cimurro: un padre tutto misericordia e niente giustizia non fa affatto il bene del proprio figlio, poiché uno dei compiti precipui della figura paterna è insegnare alla prole anche il senso del limite, giacché non tutto ciò che è possibile fare è anche giusto farlo.

Sarò pure un po’ rigidone, magari, ma davanti all’immagine rappresentata in quella canzonetta non mi viene affatto da dire: “ma guarda che bravo papà”, perché ritengo invece doveroso per un padre esercitare con sapiente fermezza la propria naturale autorità e, nei casi in cui sia necessario, essere anche l’uomo dei «no».

Che se invece di andare a fare una gita in un bosco, padre e figlio fossero andati, chessò, a fare un safari cosa sarebbe successo?

“Oh, guarda, piove e quel povero leopardo è tutto intirizzito sul ramo di quell’albero, che pena mi fa…”

“Me lo prendi papà?”

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Il fratello mai nato

Estratto da “Papà senza controllo”

Cara mamma.

Quante volte mi hai raccontato di mio fratello maggiore, quel primo figlio che, per cause naturali, non hai mai avuto.

Quante volte hai rievocato l’aneddoto di quel dottore che, mostrandotelo fuori dal tuo ventre, te lo ha presentato come il tuo “fagiolino”, e col sorriso triste nascondi un dolore mai lenito davvero.

Solo ora, quando tu ormai sei nell’inverno della vita, percepisco il senso di quel tuo ricordo persistente, e non sai quanto vorrei esserti stato accanto in quei momenti, io che allora ero soltanto un pensiero nella mente di Dio, per darti un po’ di consolazione e rinfrancare le tue speranze di giovane donna che eri.

Solo ora, che sono a metà del guado del fiume della mia vita, e che ho vissuto l’esperienza di una genitorialità negata, riesco e voglio figurarmi accanto a te in quell’anfratto di buia esistenza e, per la fede che ci affratella, ti dico ora ciò che t’avrei detto, così come se ci fossi stato già.

E pur consapevole che le parole dell’uomo non possiedono la capacità di portare quella vera e profonda consolazione che solo la Parola di Dio ha il potere di dare, soprattutto in momenti della vita segnati dall’aspetto doloroso del Mistero, tuttavia ciò che mi muove è proprio il richiamo ad un’esperienza personale di un figlio perso e mai conosciuto, forse più un’idea di un figlio, ma già così compenetrante il cuore da causare un dolore tanto intenso quando viene strappata d’improvviso ed ineluttabilmente.

Comprendo ora la tua rabbia sommessa, il dolore e lo sgomento che sempre rende attoniti davanti all’inspiegabilità immediata delle realtà contingenti: tutto ciò non è nuovo ed incomprensibile per me, poiché l’ho condiviso, ecco perché mi permetto di entrare in un frangente così delicato, ma che in qualche modo ci accomuna.

Sappi che ciò che ti ha colto, nonostante tutte le apparenze, non è una disgrazia, ma per comprenderne il senso profondo è necessario guardarvi attraverso secondo l’ottica della croce: se Dio permette il male è solo e sempre in prospettiva di un bene futuro maggiore ed in ciò che ora ti affligge è già presente il germoglio della Pasqua che ti aspetta.

Di questo ne abbiamo garanzia in Cristo Crocifisso Risorto.

Inoltre è stata la Madonna ad affermare che: “i bimbi persi nel seno materno sono ora come piccoli angeli attorno al trono di Dio”, e se ci pensi bene questa non è solo una magra consolazione, ma davvero una grazia speciale che è stata concessa a tuo figlio!

Sai bene infatti che ogni bambino non è possesso del genitore, ma gli viene affidato da Dio affinché egli lo introduca e lo indirizzi al suo personale destino di salvezza, nel rispetto della sua libertà individuale; ecco: tuo figlio è già adesso nella gioia imperturbabile dell’abbraccio divino e tu come genitore non avresti mai potuto sperare per lui una sorte migliore, tutto il tuo amore infatti non può competere con l’infinita misericordia in cui ora egli è immerso!

Hai perso un figlio in terra, è vero, ma hai guadagnato un santo in Cielo: uno di quelli più cari al Signore poiché più simili a Lui per purezza, un piccolo santo che intercede incessantemente per te ed il suo futuro fratello presso il trono dell’Onnipotente, la cui misericordia non riesce a resistere ai “piccoli”!

Per lui, dunque, non puoi che essere felice, ma anche a te non rimane solo vuoto e dolore: tu pure hai ricevuto il raro privilegio di stare con Maria ai piedi della croce, di offrire con lei a Dio l’olocausto di tuo figlio in quello perfetto del Figlio suo.

Ciò non ti toglie il dolore, lo so, ma ti dà la pace se lo accogli nella consapevolezza che la tua esperienza non è più solo un’esperienza umana, ma la vera partecipazione all’esperienza divina: nell’accoglienza del dolore e nella sua offerta al Padre nel Figlio, tu vivi già la comunione con Dio!

Il vuoto che ora sembra dominarti è in realtà solo apparente, propriamente fisico se vuoi: tuo figlio è ben più reale e presente ora nella tua vita poiché non più limitato dalla carne, ma sommamente libero in Cristo risorto e assìso alla gloria di Dio.

Ciò è talmente vero e reale che d’ora in poi, ogni volta che ti accosterai a Gesù Eucaristia, tu entrerai in comunione anche con tuo figlio, il quale è già nella perfetta comunione con Cristo!

Sii perciò lieta ed abbandona la rabbia, essa è motivata dalla sensazione di aver subito un’ingiustizia, e se pur umanamente legittima (poiché il male è ontologicamente offensivo), porta solo incauti dubbi sulla divina volontà di bene e non fa che acuire il dolore, ma può e deve essere combattuta affinché sopisca: la rabbia contrae il cuore ed irrigidisce lo spirito, impedendo l’accesso alla Pace che Gesù ti dona nell’accoglienza della prova, intesa come quella “potatura” da parte di Colui che ti ama, perché tu possa portare più frutto.

Ricordati infine che io sono con te nella preghiera, ti sono vicino nella purificazione che stai vivendo, certo che il Signore abbia fatto soltanto delle “prove generali” in vista di quel dono di un nuovo figlio che già ti attende nel Suo progetto di amore per te.

E che sarò io.

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Oppure no?

Liberamente tratto da “Nel nome del Padre”

Oggi pomeriggio vado a Messa col duenne, il quale, naturalmente, non sta fermo un attimo, e perciò ci posizioniamo nelle panche in fondo, ben oltre la distanza di sicurezza dalle vecchiette delle prime file (le quali per un’inspiegabile legge di natura son tutte sorde, eppure sentono ogni minimo miagolio di bimbo a chilometri di distanza).

Fattostà che il pargolo inizia ad arrampicarsi sull’inginocchiatoio, tentando l’equilibrismo per raggiungere l’immancabile targhetta dello sponsor della panca.

Io sono in piedi, cercando di partecipare come meglio riesco alla sequenza liturgica, ma vedendo l’acrobazia dell’erede capisco che è solo una questione di tempo, dopodiché si sbilancerà rovinando a terra, e vedo già scorrermi davanti agli occhi la scena: per una a caso delle leggi di Murphy centrerà sicuramente qualche spigolo con la tempia, aprendosi la testa come un melone maturo e sparpagliando avanzi di cervello su tutto il pavimento della chiesa.

Il primo istinto, allora, è ovviamente quello di piombargli addosso e rapirlo nel mio abbraccio sicuro, incurante del suo divincolarsi, e rassegnarmi a non seguire più la celebrazione per via dell’anguilletta trattenuta addosso.

Poi però mi trattengo ed affidando il mio bimbo al suo angelo custode (che si guadagni anche lui la pagnotta), rimango a guardarlo, osservandone le movenze sempre più incerte, fino a quando, come da copione, perde l’equilibrio e rovina al suolo.

A quel punto soccorro il mio bambino (che in quanto di gomma, non s’é fatto nulla) e intanto penso tra me e me come anche Dio talvolta si trattenga dall’intervenire nelle vite dei suoi figli per lasciare che questi sperimentino anche l’inevitabile fallimento, poiché persino una prevedibile caduta può trasformarsi in un’opportunità di crescita. Oppure no?

Tornato a casa, trovo il grande che sta finendo i compiti.

Getto un’occhiata al tavolo sul quale sta lavorando e fingo di non vedere il disordine con cui pare aver accuratamente apparecchiato ogni superficie disponibile.

Con le viscere attorcigliate passo oltre, solo per inciampare in un tappo di pennarello.

A quel punto non riesco più a fare finta di nulla, è più forte di me la necessità di rimettere il cappuccio addosso al relativo pennarello, e resistendo in silenzio rovisto tra i vari colori annotando mentalmente che più d’uno è senza tappo e molti sono ormai asciutti.

Allora interpello il pargolo sulla negligenza con cui tratta le cose di scuola, quindi, dopo una breve reprimenda, raccolgo con un gesto plateale i pennarelli scarichi e li getto nella pattumiera davanti al suo sguardo contrito.

Ci guardiamo e intuisco cosa egli stia pensando: attende che rimpiazzi i colori esauriti con dei pennarelli nuovi.

Ma non sarà così (almeno non per qualche giorno), e mentre gli faccio segno di sbaraccare il tavolo lo avviso che i pennarelli secchi non verranno sostituiti fino a quando non mi dimostrerà di aver più cura della sua roba.

Perché anche il Padre talvolta lascia che l’uomo s’affossi nella crisi ch’egli stesso s’è procurato, affinché s’asciughi all’essenziale, e lo richiama in tal modo alle proprie responsabilità nel ricentrarsi a ciò che davvero conta. Oppure no?

Mentre poi il grande aiuta mia moglie ad apparecchiare la tavola, io provvedo a preparare l’ultima arrivata per la poppata, una frugoletta di nemmeno un mese e mezzo di vita che però già dimostra un certo caratterino.

La prendo in braccio e la adagio sul fasciatoio accingendomi a cambiarla, e lei, da tranquilla che era, inizia a frignare e a divincolarsi scoordinatamente.

Lei non lo sa, ma io la capisco: perché comprendo bene come le sembrasse di star così comoda nel calduccio dei suoi liquami; cambiandola, invece, io la disturbo: la spoglio, la smanaccio, la detergo e l’asciugo, e lei si sente scomodata e si ribella.

Io soprassiedo, poiché so che una volta pulita e con indosso il pannolino nuovo, starà meglio, ma non posso esimermi dal notare come anche l’uomo sia così: nella sua natura ferita dal peccato originale è istintivamente recalcitrante ad accogliere nella sua vita la volontà del Padre, tanto che preferirebbe rimanere nei liquami del suo peccato fingendo di starvi bene, piuttosto che lasciarsi scomodare dalle circostanze misteriose della vita.

Ma se solo si affidasse con abbandono filiale alla volontà divina sperimenterebbe quanto prima la Sua amorosa provvidenza e ne renderebbe grazie. Oppure no?

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