Cronache, Fede, Vita

Morte e Tasse

Che poi la cosa brutta è che uno alla fine si abitua un po’ a tutto.

Tipo che senti dell’ennesima strage in camioncino e la prima cosa che ti chiedi è per distrarti da che cosa questa volta hanno organizzato lo spettacolino di morte.

Perché ormai sei oltre lo scandalo, ma anche oltre la credulità: troppe le volte in cui il fantomatico Pierino Globale ha gridato “Al lupo! Al lupo!” per non pensare subito che sia un altro teatrino dei potentati per alimentare quella strategia della tensione con cui (fin da quel settembrino undecimo die) aggiogano le nazioni occidentali.

E ti dispiace solo per quei poveretti che hanno reso l’anima a Dio, ma per il resto non cambierai di una virgola il tuo modo di vivere né di pensare, perché ormai non ti si attacca più addosso niente.

Il che è piuttosto triste, perché forse è proprio questo lo scopo ultimo: renderti assuefatto all’angoscia e al terrore, cosicché ogni volta che ti mettono davanti a decisioni improponibili, quali esse siano, non ti senti nemmeno più tanto a disagio nel dovere scegliere il male minore.

A furia di spauracchi, pensi, alla fine nella melma ti ci ritrovi lo stesso, e allora vieni pervaso da questo disperante senso di ineluttabilità: ormai il mondo è colluso a tal punto con il suo indegno principe che ogni stortura pare davvero inevitabile, e finisci non solo per aspettarti il peggio, ma quando questo càpita, non ti scuote neanche più di tanto.

Proprio come la morte e le tasse: il male impera incontrastato e tu non sei che un misero pedone sulla scacchiera, e per quanto tu ti possa dibattere per tentare di  preservare almeno il tuo angolino di umanità, di vita, di famiglia, prima o poi verrai investito dalla piena e spazzato via.

Un po’ come con i Borg di trekkiana memoria: «ogni resistenza è inutile», è solo questione di tempo.

E invece no: ma proprio per un cacchio!

Per quanto spalmato di melma io me ne sbatto e la speranza non me la lascio rubare: perché la mia vita è stata intersecata da Uno che al male ha già schiacciato la testa sotto il tallone, che alla morte gli ha fatto cippirimerlo per conto di tutti e che pure per le tasse gli basta mandare uno dei suoi in riva al lago che gli salta in braccio il pesce con in bocca l’obolo (quando si dice la Provvidenza).

E quindi nulla è ineluttabile, nemmeno il male più strafottente, poiché quest’Uno ha promesso che sarebbe tornato ed io Gli credo, e così Lo aspetto, anche se si fa attendere.

E vorrei tanto rispondere a quelli che “nessuno conosce il giorno, né l’ora” (Cfr. Matteo 24,36) di stare attenti, perché accoccolandosi su di una comoda ignoranza alla fine ci si addormenta e poi il ladro ti sorprende nella notte (Matteo 24,43), e se è pur vero che Lui non ha segnato in calendario l’appuntamento, ci ha pur sempre (e più volte) ammonito di restare svegli e vigilanti, scrutando i segni della Sua venuta come si guarda al ramo del fico, che se butta i germogli l’estate è vicina (Marco 13,28).

Che poi ce lo ha anche detto che i tempi che precederanno il Suo ritorno non saranno contrassegnati dalla fede, ma dall’infedeltà; non dalla ricerca di Lui, ma dall’averLo abbandonato, non da serenità e pace, ma da guerra e tribolazione.

Per questo la mia speranza non può morire, ma anzi viene ancor più ravvivata in questo tempo di Avvento: poiché tutto va male, ma ben venga tutto ciò che concorre ad accellerare il ritorno di Cristo.

Giacché stiamo in terra come in una sala d’attesa ed è poi solo questa la tensione base e primaria del cristiano: alla fine ciò che realmente conta, e a cui tutto è funzionale, è l’incontro con Gesù.

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Fede, Relazione

Sì al sì, no al no

Oggi celebrazione della Divina Trinità.
E così càpita che ti ritrovi a Messa, seduto a fissare quel meraviglioso affresco che da dietro l’altare ti racconta del Crocifisso presente nell’Eucaristia e di quel Mistero insondabile che lo unisce al Padre ed allo Spirito.

In sottofondo ti culla la cantilena dell’interminabile predicozzo in sciapo parrocchiese, così cominci a ripensare a come quello stesso Mistero si rinfranga anche nell’identità dei coniugi all’interno del Sacramento matrimoniale, perché se è vero (come è Vero), che l’uomo è stato tratto dalla terra e la donna è stata tratta dalla carne dell’uomo ed i due nel Sacramento sono chiamati a ricongiungersi indissolubilmente in una sola carne, allora ti risulta più evidente che mai quanto essi realmente siano chiamati a ricalcare il medesimo Mistero divino.

Giacché uomo e donna sono sì creature di genere diverso, create secondo una diversa modalità, ma dall’Unico Creatore, e fatte per stare insieme e trovare completezza.

Questa è la Rivelazione di un’origine comune, un’origine che oltrettutto è contraddistinta da una dinamica di procedimento: l’uomo procede dalla terra e la donna procede dalla carne dell’uomo, così come poi da entrambi procede la loro prole, esattamente come nell’Unità Trinitaria il Figlio procede dal Padre e lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio.

Perciò è anche in questo senso che l’Altissimo creò l’umanità a Sua immagine: maschio e femmina la creò, in quella medesima dinamica che rifrange la relazione d’Amore intima al Dio che è Uno e Trino.

Il progetto divino sulla coppia è di conseguenza pensato come un rapporto di inscindibile Alleanza: la condivisione di una comune origine ed un medesimo destino, attraverso un percorso consumato nella ricchezza della diversità, e nella fecondità di differenze che non sono create per la contrapposizione, bensì per la complementarità.

Ecco perché allora il ripudio mosaico non può che rimanere in definitivo, inappellabile ed imperituro abominio a quel disegno originale di Dio, il quale si fa Verbo incarnato per restaurare quell’Alleanza scalfita dalla durezza del cuore dell’uomo che tenta invano di giustificare la sua creaturale debolezza istituendo a norma la propria ipocrisia.

Ecco perché, di conseguenza, l’azione luciferina è propriamente tesa a divorziare quella primitiva Alleanza fin dalla prima coppia, in spregio ed offesa a quell’immagine della relazione Trinitaria in cui essa è stata creata fin dal principio.

E la Parola cristallina del Figlio rivela esattamente quell’originario progetto divino sulla coppia e sulla famiglia che non lascia scampo ad alcuna interpretazione, ma secondo il Suo stesso monito si esprime col «sì al sì» e il «no al no».

Poiché il di più viene dal maligno.

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Fede

Il deserto degli eroi

Il deserto è propriamente il luogo dell’incontro con Dio.

Il silenzio e la solitudine che caratterizzano questo luogo, oltreché la naturale aridità che di fatto sollecita alla rinuncia dell’essenziale nutrimento, ne fanno il posto ideale per favorire il distacco dell’anima dalle cose del mondo e l’immersione meditativa nella ricerca del divino.

I padri della Chiesa lo sapevano molto bene e vi si ritiravano anche per tutta la vita, come lo hanno capito anche i claustrali, i quali anziché andare loro nel deserto lo hanno portato nei propri conventi, e come lo hanno riscoperto i trappisti, che vi si rifugiano ancora oggi.

In realtà, la società contemporanea, con la sua aria satura di suoni, rumori e parole vuote, la sua fitta rete di relazioni superficiali ed interessate, e la sua abbondanza di sensazioni a buon mercato, ha decisamente perso il valore del silenzio, della solitudine e della rinuncia.

Anzi, non comprendendone la ricchezza, essa addita la vita ritirata come una cosa insana, e mentre esalta la città come luogo eletto per la ricerca della felicità, disprezza il deserto come un luogo da nascondere e dimenticare, quando non si riesce a colonizzare.

Ed invece è proprio nel silenzio, nella solitudine e nella rinuncia che l’uomo si ridesta ad un nuovo, alboreo stato di vigilanza, una rinata tensione interiore che lo trasporta, nella preghiera e nella meditazione, verso una vera e più profonda ricerca dell’Assoluto.

È proprio in questo vuoto, in questo deserto, che Dio ha lo spazio per manifestarsi; è nella solitudine orante che il Signore trova l’attenzione necessaria ad instaurare un rapporto personale profondo; è nel silenzio attento che la Parola trova il cuore pronto ad ascoltarla.

Quel silenzio non inerte, ma contemplativo, che lascia spazio alla Parola di Dio, la quale, essendo Amore, non è gridata, ma sussurrata, e perciò necessita di quiete e vigilanza, poiché altrimenti viene presto sommersa dalle vuote parole del mondo e dalle sue distrazioni.

Un silenzio che talvolta è persino eroico, poiché, incompreso nella sua valenza essenziale oppure frainteso con inconsistenza d’argomenti o pavidità di cuore, viene vilipeso con disprezzo, allo stesso modo in cui fu pregiudicato il tacere del Redentore patente di fronte ai suoi persecutori.

E sia ben chiaro che il silenzio di Gesù, come d’altronde anche il silenzio di Dio, non è mai assenza e nemmeno mancanza di parole.

Al contrario, è propriamente durante il dramma del suo processo terreno che il silenzio del Cristo si fa più vigoroso nel suo clamore, poiché Egli non solo rimane muto per dignità, ma il suo tacere è anche, se non soprattutto, indice di fede, quella fiducia profonda nel Padre che motiva persino l’abbandono ad ogni difesa di se stessi: la sua difesa è riposta nelle mani di Dio.

Di quel medesimo silenzio è chiamato ad adornarsi il credente in quelle circostanze in cui il dibattito ormai patisce sterilità, o in quelle situazioni in cui il parlare non fa che maggior pubblicità al male, o ancora in quei contesti in cui imperversa il dubbio ed il tacere è balsamo perché non si alimenti ancor di più la confusione.

Ma l’uomo di oggi ha perso il senso prezioso del silenzio, anzi ritiene il tacere un disvalore, un’ammissione di colpa, di ignoranza o di stupidità.

In una società dominata, se non addirittura schiava dell’informazione, la parola assurge ad idolo, viene svuotata del suo senso profondo e viene svalutata a balbettio, a semplice suono, se non addirittura a mero rumore.

In ogni situazione è necessario riempire l’aria di parole, non importa che esse siano prive di significato, ed ogni silenzio si trasforma subito in imbarazzo.

Ecco allora che in questo assordante vociare privo di vera comunicazione, la voce silenziosa di Dio rimane inascoltata e su di Lui cade l’umana accusa di indifferenza alle sorti del mondo.

Questo è l’enorme equivoco dell’epoca contemporanea, significativamente nota come “L’era dell’informazione”, ma sia chiaro che, come Gesù davanti ai suoi giudici, così anche Dio non tace, bensì “custodisce il silenzio”, e con esso parla più che eloquentemente a chi abbia la volontà di mettersi in ascolto.

Poiché nel marasma della vuota parola ecco che solo un valoroso silenzio è in grado davvero di comunicare: è il silenzio del Cristo imputato, che comunica l’affidamento della propria difesa a Colui il quale è il solo Giusto Giudice.

Ma è anche il silenzio orante di Maria, che comunica l’attiva tessitura della storia tramite un’incessante intercessione che è umile affidamento a Colui che davvero compie la storia del Creato.

È il silenzio paziente di Giuseppe, che comunica intimità e comunione di prospettiva con Colui il quale fattivamente opera nella risoluzione dei dilemmi umani.

È il silenzio operoso dei santi, che comunica l’inarrestabile rivoluzione della Carità, quella carità che non fa rumore, ma che compie imprese credute impossibili: è il silenzio che lascia parlare i fatti, è il silenzio che lascia spazio all’intesa degli sguardi ed all’azione dei corpi, è il silenzio che scava nei cuori un abitacolo alla vera Pace, quella che quieta gli animi e che perciò conduce a termine ogni conflitto, è il silenzio della Sapienza, che comunica l’«Essenziale» e sfronda l’insensatezza delle vane parole.

È, ultimamente, il denso silenzio dei martiri, la cui definitiva testimonianza grida al mondo l’unica Verità, nella cui sofferenza l’anima dell’uomo viene redenta e condotta a piena salvezza.

Che verrà, poi, il tempo d’uopo per parlare.

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Fede

Profughi dell’anima

Ahia: mi sa che oggi me ne esco male.

Sarà che vengo da una Messa feriale stenta e biascicata, per partecipare alla quale fai le corse, perché lì incontri Gesù vivo e tutto intero, che viene proprio per te, perché sa che tu hai bisogno di Lui in questo tempo come non mai, perché se non ti fai la tua dose di Lui quotidiana, la giornata è persa e tu sei perduto, da tanto che sei messo male.

Che se non fossi certo che lì, e solo lì, c’è Lui, col cacchio che ci andresti a Messa, perché tutto il contorno è espletato come fosse una pratica amministrativa obbligatoria, una scocciatura che purtroppo “s’ha da fare”.

E meno male poi che c’è la Messa feriale, eh, perché quella della Domenica (che dovrebbe essere il centro della vita di fede), ti è diventata quasi una penitenza: un po’ che sei obbligato a portare i bimbi piccoli (e non aggiungo altro), un po’ che per poterti comunicare con Gesù Eucaristico ti tocca pagare il dazio di una predica interminabile, una mera lista di parole affastellate lì, una sull’altra, che quando va bene (e non spuntano fuori mezze eresie o interpretazioni evangeliche come minimo rocambolesche), sembra siano state accuratamente selezionate per non esprimere nessun concetto degno di nota.

E poi leggi che dai dati dell’Annuarium Statisticum c’è un rapido calo di vocazioni a livello globale, e si sente: che quando ti vuoi confessare devi fare domanda in carta bollata con un mese d’anticipo, perché il prete, poveretto, deve stare dietro alle pratiche amministrative della parrocchia, ai lavori dell’oratorio, alla preparazione del catechismo, dei corsi prematrimoniali, del corso biblico, delle benedizioni (ah, no, quelle non più, adesso c’è il pacchetto “Brico Io”: ti danno la boccettina con l’acqua benedetta, il foglietto con la preghierina, ti impongono le mani per darti il “mandato” e la benedizione di casa e famiglia te la fai da solo).

D’altronde se ci sono “meno preti per tutti”, cosa ci puoi fare?

Bé, un’opzione potrebbe essere che si ritorna a fare l’unica cosa che solo i sacerdoti possono fare: amministrare i Sacramenti, ad esempio.

Che poi tra l’altro sarebbe anche l’unica cosa davvero importante, anzi essenziale. Letteralmente.

E poi leggi del miracolo eucaristico in Polonia (quella terra tanto amata dal Signore da promettere a Santa Faustina Kowalska: «Nutro un amore speciale per la Polonia e se essa sarà obbediente alla Mia volontà, la esalterò in potenza e santità. Da essa giungerà la scintilla che preparerà il mondo alla Mia venuta finale», Diario, maggio 1938): una particola consacrata trasmutata in muscolo cardiaco.

Allora la prima cosa che ti viene in mente è che magari il Signore ti sta suggerendo di riassettare le priorità: che magari le periferie del mondo non hai da cercarle poi così lontano, ma sono proprio qua, dietro l’angolo, in quelli come me che sono tanto malmessi che se non fanno la Comunione ogni giorno se ne vanno a ramengo.

Veri profughi della fede, i quali sentono pungente il loro non essere di questo mondo, ma che gli tocca starci, quotidianamente impiastricciati nel secolo con le sempre più crescenti sue storture, impegnati in una lotta continua per non esserne sopraffatti ed adeguarsi ad esso.

Ch’è più comodo lasciarsi trasportare dalla corrente, invece che nuotarci contro, ma siccome sai che l’unica tua speranza è in quella Verità, punti i piedi e resti al tuo posto, pur consapevole che da solo non puoi farcela e perciò ti aggrappi a quel Santo Nutrimento senza il quale periresti, ogni giorno di più.

C’è che vorresti, in questa lotta continua, ogni tanto una consolazione: anche giusto non sentirti continuamente così confuso da dovertele ripetere da solo le tue certezze di fede, come un mantra per non smarrire la Via, che già sei bombardato da ogni dove di menzogne, costruite apposta per farti vivere nel terrore di un dubbio continuo, e ti piacerebbe almeno che ogni tanto, da qualcuno di quei deputati custodi della Parola di Vita, ti giungesse una conferma che non stai sbagliando tutto a sentirti affamato di Eucaristia, a snocciolare quel Rosario molto “roba da vecchiette”, ad avere la necessità di confessarti quasi ogni settimana perché quel pensiero impuro ti pesa tanto sul cuore (ma sarà poi ancora peccato avere pensieri impuri? O sono io che sono un fariseobigotto&bacchettone?).

E poi leggi che Gesù, mandandola in diaspora, ha dato un comando alla Sua Chiesa: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Marco 16, 15-16).

Che questa è la priorità vera di ogni tempo, e specialmente quello attuale: portare Gesù all’umanità, la quale sempre, prima che bisognosa di aiuto pratico, è bisognosa di salvezza, e questa è compiuta ultimamente solo nel Cristo, che è vivo nei Sacramenti, in Parola, Corpo e Sangue.

Questa la missione di cui solo la Chiesa è realmente depositaria, quell’unico compito apostolico, per preservare il quale Pietro & Co. hanno fatto eleggere apposta sette diaconi per sfamare le vedove.

Perché i dodici sentivano di avere un’altra priorità impellente: quella della Tradizione, nel suo senso etimologico di “tradere”, cioè “trasmettere”, e trasmettere precisamente Cristo all’uomo, sia nel tempo, conservando e tramandando fedelmente la Scrittura, sia nello spazio, attraverso la divulgazione e l’operosa testimonianza alle genti del “kèrigma”, l’annuncio evangelico.

Questa è la vera carità verso il prossimo bisognoso: portargli colui che è Carità, colui che solo può soddisfare il suo bisogno, realmente, profondamente e definitivamente in quei Sacramenti che solo gli Apostoli possono amministrare e nessun altro.

Tutto il resto, le buone opere, l’apporto di sviluppo e civiltà, il corretto progresso etico e morale, l’equilibrata gestione delle risorse politiche ed economiche, la promozione del senso ecologico e così via, è soltanto la conseguenza naturale di questo: contingenza pur necessaria e coerente, ma soltanto successiva alla comunicazione dell’unico bene supremo che è Gesù.

È, in sintesi, come Lui stesso insegna: a chi persegue il Regno di Dio, tutto il resto, di cui ha pur bisogno, verrà dato in sovrappiù, e ciò vale sia per l’individuo che per la Chiesa e l’intera società.

Poiché solo una è la priorità della pastorale ecclesiastica di ogni tempo: portare Cristo al mondo, nella storia.

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Cronache, Fede, Storie, Vita

È Domenica

gazzetta

30 Aprile 33

Dopo la prima edizione del Campionato del Creato vinta dal Regno delle Tenebre grazie alla clamorosa autorete dall’ex-campione dell’Umanità, Adamo: ora finalmente il riscatto!

L’interminabile scontro si è protratto sullo 0-0 con mutevoli rovesci di fronte, anche se il dominio della palla è sempre stato dei campioni in carica che, con la nota coppia di attaccanti Dolore e Morte, hanno vessato le schiere dell’Umanità costringendo la squadra a giocare tutta la partita in difesa e sperando solamente in sporadiche incursioni di contropiede, peraltro sempre vanificate dall’inconcludenza delle sue punte.

Il pressing incessante degli avversari ha messo a dura prova tutto il reparto difensivo dell’Umanità, il quale, non senza colpa, ha peccato troppe volte di superbia lasciando sguarnita la propria porta, salvata soltanto dai miracoli compiuti dal divino portiere Gesù il Cristo, conosciuto come “Figlio di Dio” per non aver mai subito una sola rete in tutta la vita.

Ormai esausti dal cardiopalma, sul finale di partita tutti gli spettatori hanno davvero trattenuto il fiato: l’outsider del Regno delle Tenebre, Satanasso, è riuscito a procurarsi un rigore quantomeno dubbio grazie alla complicità del maldestro intervento del sinistro terzino dell’Umanità, Giuda Iscariota.

La bordata del malefico campione ha investito in pieno il gioiellino di Nazaret inchiodandolo letteralmente ai pali.

Grazie al sacrificio dell’estremo difensore la porta dell’Umanità è rimasta inviolata, ma per il portierone ormai sembrava non esserci più nulla da fare: trascinato fuori dal campo esanime è stato deposto in una barella al di là dei bordi di gioco, proprio quando l’arbitro ha fischiato la fine dei tempi regolamentari.

Trascorsa la breve pausa del sabato, la partita è ripresa con i tempi supplementari, nei quali vigeva, per quest’unica edizione, la regola del “golden gol”.

Sorprendentemente le squadre sono rientrate in campo senza alcuna variazione tra le due formazioni: Gesù, pur mostrando le ferite dell’infortunio subito, era vivo e, cosa ancor più inaspettata, anziché riprendere il suo posto sotto la traversa si è portato nel cerchio di centrocampo, dove, ricevuto il breve passaggio iniziale da Maria Santissima, ha deflagrato un mirabolante tiro ad effetto che con potenza mai vista ha insaccato il pallone nell’angolino alto della porta avversaria sotto lo sguardo impietrito di tutti gli adepti del male!

All’immediato fischio di convalida del giudice di gara il boato è esploso all’unisono: Cristo è Risorto, la morte è sconfitta e l’uomo è davvero campione del mondo!

In serata, fuori da tutte le chiese, i cortei dei tifosi si sono protratti fin dopo la mezzanotte e d’ora in poi, ad ogni Pasqua, tutti in piazza a festeggiare!!!

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Fede

Come i niniviti

Sarà perché siamo sul finire della Quaresima.

Sarà perché tempi inquieti come quelli che corrono di solito preannunciano un orizzonte inquietante.

Sarà perché ultimamente (diciamo da un paio di secoli?) i richiami celesti alla penitenza si fanno sempre più insistenti.

Sarà perché ho come la sensazione che quest’anno ci troveremo a celebrare una Pasqua del tutto particolare, ma oggi mi sono ritrovato a pensare come gli abitanti di Ninive abbiano saputo scongiurare quel castigo imminente che il profeta Giona dava loro ormai per certo.

Furbi i niniviti: loro sì.

Perché sapendo quali fossero le armi con cui sconfiggere il male, le hanno sapute imbracciare nuovamente dopo averle a lungo abbandonate per darsi ai bagordoni.

Digiuno e preghiera: questi i mezzi tanto temuti dal nemico.

Sì, ma perché?

Perché il digiuno coniugato alla preghiera assume valore di “olocausto” come intercessione per la conversione del cuore: attraverso lo sviluppo della capacità di controllo dello spirito sul corpo per una necessità naturale come quella del cibo, il digiuno purifica dalla concupiscenza disordinata e fortifica l’animo nel combattimento contro la tentazione.

Unito all’orazione però, forma il cuore e diventa offerta gradita a Dio per la conversione propria e del prossimo.

Non a caso la Madonna nelle apparizioni moderne più importanti chiede alla cristianità proprio un radicale ritorno al digiuno ed alla preghiera, caduti pericolosamente in disuso ormai da tempo anche all’interno della Chiesa a scapito di una propensione all’attivismo sociale che rischia di essere svuotato del suo essenziale carattere evangelico: la spiritualità.

Le buone opere che non sono fondate sulla spiritualità, infatti, sono eviscerate della loro forza in Cristo e perciò perdono nel tempo la loro connotazione caritativa.

Ecco che allora Maria, come un novello Giona, ritorna in terra per richiamare al Figlio suo gli altri suoi figli dispersi e domanda loro digiuno e preghiera: questo perché se la vita di fede si basa su questi due pilastri fondamentali, l’attaccamento al Signore nei Sacramenti è garantito ed in questi da Lui si riceve la forza per resistere alla tentazione del mondo.

Le buone opere verranno così come necessaria conseguenza ed allora saranno davvero buone perché originate nella e dalla Carità di Cristo.

Preghiera e penitenza sono il binomio vincente con cui la Donna della Rivelazione annichilisce il dragone nel cuore dei suoi sempre nuovi figli che genera nel Figlio, e se l’orazione è il metodo nel quale crescere in confidenza ed intimità con Dio, il sacrificio è la misura con cui si priva il nemico della sua forza.

Perché solo due sono le armi di satana, il quale è menzognero nella tentazione ed omicida nella persecuzione, ma se il credente diventa capace di rinunciare al necessario, ad esempio attraverso il digiuno, ecco che il superfluo perde ogni attrattiva ed al maligno non resta che la violenza.

A quel punto però è la Madre stessa che scende in campo accanto a coloro che cercano rifugio sotto al suo manto e, mediatrice di ogni grazia celeste, non solo protegge e sostiene, ma soprattutto insegna a rimanere saldi nella fede anche ai piedi della croce, facendo comprendere la benedizione che è il patire con Cristo ed offrire al Padre ogni tribolazione.

Ok, attendere alla scuola della Madonna non è facile, ma è sicuramente formativo, poiché l’anima che si abbandona nelle sue mani viene presto plasmata a sua immagine e, nell’obbedienza perseverante, in breve si riveste di quel vestito di santità senza il quale non può partecipare all’eterno banchetto di nozze del Figlio adveniente.

Gli abitanti di Ninive hanno capito la lezione ed hanno fatto giusto il loro compito.

Forse conviene copiare da loro.

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Fede

Il Presepio in Croce

Natività

L’altro giorno me ne stavo in chiesa, stranamente un po’ in anticipo per la Messa, e nell’attesa che la funzione cominciasse mi sono ritrovato ad osservare gli addobbi d’Avvento, notando anche con una certa sorpresa come avessero già preparato tutto per il Natale.

Scenografia molto bella, in verità, perché la chiesa così decorata ridonava il senso di un’attesa davvero sentita di un avvenimento grande, tanto che tra i paramenti di rito ho notato che avevano digià preparato persino la mangiatoia.

Mangiatoia ancora vuota, ovviamente, disposta però proprio sotto una grossa croce, anch’essa priva di Crocifisso, quasi a lanciare un messaggio, anzi, più una muta allusione: come a far sì che contemplando quei simboli spogli tu fossi costretto ad immaginarti il protagonista, ancora assente, di entrambe le scene.

È stato allora che, ammirato per quell’insolito, ma calzante accostamento, ho iniziato a meditare sul senso di questa aspettativa, e così ad un tratto mi sono accorto che forse, a Natale, non sei tanto tu che attendi Lui, il Quale in fondo è già venuto ed è sempre presente nella Sua Risurrezione, e che realmente ti è prossimo in ogni Eucaristia, ma piuttosto sei tu, che nonostante tutto il cammino che credi di aver già percorso, devi ancora davvero convertire i tuoi passi nel ritornare a Lui.

Lui che sta lì, nella mangiatoia come sulla croce: con le braccia distese e lo sguardo fisso sul tuo cuore, ancora troppo distratto dal mondo.

Ed è proprio in quel modo che, pensando al Bambinello Crocifisso e Risorto, mi sono reso conto che in questo tempo d’Avvento è in realtà Lui che aspetta te: perché questo sia, finalmente in Cristo, il tuo natale a Lui.

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