Fede

Il giusto atteggiamento

Ieri pomeriggio ero a casa coi miei pargoli che giocavano in salotto: avevo tirato loro fuori il tappetone con la pista di Cars e così erano tutti impegnati a fare gare interminabili con le loro macchinine preferite.

Persino la piccoletta giocava coi fratelli: certo, aveva dovuto accontentarsi delle automobiline scartate da loro (tutte quelle dei personaggi femminili, naturalmente), però almeno riusciva ad interagire pacificamente con i due maschietti (anche se le sue macchinine anziché gareggiare andavano tutte in fila a fare la spesa).

Io mi trovavo al tavolo a scrivere e di tanto in tanto buttavo là l’occhio per controllare la situazione, quando ad un tratto ho alzato lo sguardo dal portatile per guardare l’orologione da parete che abbiamo in salotto e mi sono reso conto che era già arrivato il momento del cartone dei Superpigiamasks, così ho avvisato i pargoli ed ho acceso la televisione, proprio nel momento in cui iniziava la sigla di apertura.

I tre marmocchi, che fino a quell’istante erano stati impegnatissimi a trafficare coi loro giochi, appena hanno sentito le note del loro cartone preferito hanno immediatamente cessato tutto quello che stavano facendo e sono letteralmente scattati a spaparanzarsi sul divano, ognuno ordinatamente al suo posto ed in perfetto silenzio.

È stato davanti a quella scena che mi sono ritrovato a riflettere su come anche io, come ogni altro che si ritenga credente, dovrei avere lo stesso atteggiamento nei confronti del Signore: per quanto impegnato in qualsivoglia attività, pur importante, quando giunge il momento di dedicarsi al Signore (sia per una Messa, che per un Rosario o magari un’adorazione), dovrei saper mollare tutto e fiondarmi al Suo cospetto, riconoscendoGli così, fattivamente, la priorità sulla mia vita.

Allo stesso modo in cui fecero gli apostoli, che «subito lasciarono le reti e lo seguirono» (Marco 1,18).

Perché ho il sospetto che quello che mi hanno dimostrato i miei figlioli con il loro esempio sia proprio l’atteggiamento giusto con cui farsi nuovamente bambini e maturare così quella disposizione d’animo necessaria ad entrare nel Regno: solleciti e scattanti come bimbi in attesa dei Superpigiamini.

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Fede

Chiesa è femmina (?)

L’altra sera eravamo a tavola e la piccolina era in vena di buscarle.

Fin dall’inizio della cena, infatti, ha fatto storie per il cibo, giocava con le posate, faceva le bolle con l’acqua da bere ed ha persino rovesciato il bicchiere (che per fortuna era quasi vuoto): insomma ne infilava una dietro l’altra, rognando e frignando nelle pause.

Tant’è che se non fosse che ha solo tre anni mi sarebbe venuto il dubbio che potesse avere il “marchese” da quanto era insopportabile.

Ad un tratto, poi, si è messa a mangiare i maccheroni con le mani.

Mia moglie ed io l’abbiamo richiamata più di una volta, ma lei niente: come per sfidarci ha continuato senza fare una piega, al che io l’ho rimproverata ad alta voce, intimandole di smetterla e lei, per tutta risposta, mi ha guardato in faccia e mi ha ribattuto stizzita con un secco “No!”.

A quel punto io stavo già per diventare tutto verde e muscoloso, mentre il figlio maggiore a testa bassa sussurrava tra i denti un fraterno e preoccupato “oh-oh” ed il mezzanello mi guardava con gli occhi spalancati ed un sorrisetto sadico in attesa che sulla sorellina si scatenasse l’armageddon.

Siccome però mia figlia ed io siamo seduti ai capi opposti del tavolo e poiché, essendo un maschio, sono troppo pigro per alzarmi e fare il giro per raggiungerla, ho chiesto a mia moglie, per cortesia, di darle una “pacca” (che tradotto dal “giovanolese” significa dare una sberletta secca sulla mano).

L’amata consorte, arrabbiata quanto me per quell’atteggiamento irrispettoso, ha obbedito alla mia richiesta, ma il suo cuore di madre è riuscito a produrre soltanto una specie di buffetto sul braccio di nostra figlia, più simile ad una ruvida carezza che ad uno schiaffetto, tanto che la piccola ribelle non ha fatto neanche un plissè.

Io alla vista di quella scena di irrimediabile mollezza materna ho protestato verso la mia dolce metà chiedendole cosa fosse quell’aborto di sberla e se per caso avesse intenzione di rincarare la dose chessò, magari con un bacio oppure con dei grattini…

E niente: mia moglie s’è messa a ridere e con lei tutta la prole, il momento drammatico si è sciolto in burletta e la “questione educativa” è andata a farsi benedire.

Risultato dell’ilare siparietto è stato che nostra figlia ha continuato con rinnovato entusiasmo a mangiare i maccheroni con le mani, ed anzi, visto che con il suo comportamento di sfida aveva ottenuto le risate di tutta la famiglia, ha cominciato anche a giocherellarci colla pasta: infilandosi in bocca il maccherone per dritto e fischiandoci attraverso come se fosse una sorta di flauto (e sputacchiando saliva unta da tutte le parti).

E lì mi è toccato alzarmi e massacrarla di botte.

Ok, no, non è vero (figurati: la mia bambina!), ma ho comunque dovuto intervenire d’imperio per far rientrare nei cardini la situazione, esercitando con durezza la mia naturale autorità di pater familias.

Ecco: ho descritto questo banale episodio domestico perché ritengo sia esatto nell’illustrare, una volta di più come, davanti ad un comportamento sbagliato, un atteggiamento eccessivamente “accogliente” (potremmo dire eccessivamente materno), non faccia il vero bene di chi, quel comportamento sbagliato, dovrebbe invece correggerlo.

Ed io lo capisco che mia moglie, per il suo essere visceralmente mamma, nei confronti degli amatissimi frutti del suo grembo (sangue del suo sangue) non abbia nelle sue corde quella severità delle volte necessaria a correggerli con durezza, perfino a castigarli.

Ed è per questo che ci stanno i padri: essi, in quanto maschi, godono di quel sano distacco dalla carne intrisa di emotività e sentimentalismo, che consente loro di perseguire il vero bene dell’amato anche attraverso la dura correzione o persino il castigo.

L’atteggiamento “misericordioso” di mia moglie ha lasciato che a nostra figlia passasse un messaggio quantomeno equivoco: ossia che il suo sfrontato rifiuto di correggere un suo comportamento sbagliato (il mangiare con le mani), non fosse poi così grave, visto che non era incorsa in una vera punizione, ma anzi aveva suscitato le risate persino di chi l’aveva ammonita, tanto da sentirsi incoraggiata a rincarare la dose, peggiorando ancor di più la sua situazione.

Questo perché il gioco al ribasso è sempre perdente con quella creatura umana la cui natura è ferita dal peccato originale, tanto più quando viene attuato per mancanza di rigore, inteso come quella capacità virile di saper disciplinare anche con durezza la persona amata che indulge nell’errore.

E questa incapacità di vigore, oggigiorno, affligge anche e maggiormente quella Chiesa che è sì “madre”, ma che è pur sempre costituita, fin dalle origini, da apostoli e sacerdoti vocati ad essere “padri”.

In questa società contemporanea ormai deprivata da ogni figura paterna, la Chiesa rimaneva l’ultimo baluardo in cui si poteva ritrovare quella virtù maschile non rammollita dalle becere farneticazioni del femminismo.

Adesso, purtroppo, non più.

Eccedendo nel farsi “eunuchi per il Regno”, i pastori di anime sono finiti per rimanere castrati da quelle medesime logiche mondane del buonismo ad oltranza e del sentimentalismo femmineo (per non dire effemminato).

A furia di immischiarsi senza discernimento col mondo (pur non essendo invece, per origine e vocazione, del mondo) attualmente la Chiesa è passata dall’essere madre all’essere dapprima mamma, per poi finire, ultimamente, a ritrovarsi “mammona”.

E s’acuisce, per chi se ne sente ancora (e nonostante tutto) figlio, la nostalgia di quei sacerdoti veramente padri, che senza venir meno alla misericordia mettevano in atto la giustizia, accogliendo sì, ma a precise condizioni, che erano poi quelle necessarie al vero bene di colui che aveva bisogno d’essere accolto: ossia alla salvezza della sua anima.

Come quel santo sacerdote d’Ars, che nei confronti di chi andasse a confessarsi con peccati gravi o reiterati, aveva le palle di rimandare l’assoluzione ad una volta che si fosse espletata la penitenza, accomiatando il fedele con il preciso appuntamento di ritornare a ricevere il perdono di cuore una volta emendatosi fattivamente.

Ché il perdono di Dio è sì sollecito, ma non privo di condizioni: esso vuole il riconoscimento e l’accusa del peccato, il dichiarato pentimento ed il proponimento della conversione.

Ogni altra forma di perdono, perdono non è, ma inganno, poiché non persegue il vero bene dell’accolto, ma lascia l’errante nell’errore, con buona (falsa) pace della coscienza di chi scusa e di chi è scusato.

Gesù per primo, dando il mandato ai Suoi apostoli ad annunciare il Suo Vangelo (non quello loro, ma il Suo), è stato categorico nell’avvisare che chi avrebbe creduto sarebbe stato salvato, ma chi non avrebbe creduto sarebbe stato condannato.

Perché la natura ferita dell’uomo è tale che questo, spesso (e soprattutto quando è incrudito nel peccato) abbia bisogno anche dello spauracchio dell’inferno, di una bella sberla in faccia che gli apra gli occhi sulla realtà della dannazione eterna.

Questa è una Verità oggi talmente in disuso anche all’interno di quella madre Chiesa rivestita di tanto politicamente corretto, che s’è dovuta scomodare la Madre di Dio in persona a ribadire l’esistenza del demonio e dell’inferno, e a raccomandare il ritorno al sacrificio ed alla penitenza per la salvezza delle anime e la conversione dei peccatori.

Alla luce di tutto ciò, allora, il mio auspicio è il medesimo augurato ad ogni uomo: che i padri di famiglia tornino a fare i sacerdoti della chiesa domestica ed i sacerdoti tornino a fare i padri della famiglia umana, riscoprendo il buono ed il bello di quell’autorità naturale concessa da Dio ad ogni maschio, perché attraverso il retto esercizio di essa, conduca al suo vero bene ogni loro figlio, quel destino di salvezza cui ognuno è convocato ad attendere.

Perché è vero che la Chiesa è femminile, ma il Ministero è inequivocabilmente maschile.

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Fede

Il nocciolo della questione

Ma perché Gesù, che pure in quanto Dio avrebbe avuto il potere di farlo, non è sceso dal suo patibolo? Non avrebbe dimostrato più facilmente in questo modo la sua divinità?

Questa è la domanda a cui occorre rispondere, altrimenti si rischia di perdersi nelle belle disquisizioni sui “massimi sistemi” senza nemmeno scalfire la sostanza della questione di fede.

Se Gesù fosse sceso dalla croce avrebbe ineluttabilmente sigillato la distanza infinita tra Dio e l’uomo: se egli non fosse morto sul legno come un uomo, non avrebbe associato al destino umano il destino divino.

Il Cristo che non soccombe alla morte dell’uomo manifesta solamente che, a differenza del genere umano, Egli è immortale, e così, mentre a Lui è riservata la sorte imperitura degli dei, gli uomini continueranno come sempre ad estinguersi nell’oblio secondo l’immutabile sorte riservata alla caducità creaturale.

Il Dio incarnato che si lascia passare attraverso la sofferenza e la morte, invece, associa queste due realtà ineluttabili, che attraversano la vita di ogni uomo, alla propria divinità, facendone quindi una prerogativa di Dio, prima che dell’umanità, cosicché esse d’ora in poi non appartengano più soltanto alle creature, ma siano innanzitutto un contrassegno del Creatore, il quale, ordinando tali realtà alla Sua risurrezione, associa per sempre e per tutti il destino di ogni uomo non più al non-senso del dolore e della morte, bensì al significato pieno di una vita che, vissuta in comunione con Lui, è già trasfigurata nel divino, sia nel tempo che nell’eternità.

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Cronache, Fede, Vita

Morte e Tasse

Che poi la cosa brutta è che uno alla fine si abitua un po’ a tutto.

Tipo che senti dell’ennesima strage in camioncino e la prima cosa che ti chiedi è per distrarti da che cosa questa volta hanno organizzato lo spettacolino di morte.

Perché ormai sei oltre lo scandalo, ma anche oltre la credulità: troppe le volte in cui il fantomatico Pierino Globale ha gridato “Al lupo! Al lupo!” per non pensare subito che sia un altro teatrino dei potentati per alimentare quella strategia della tensione con cui (fin da quel settembrino undecimo die) aggiogano le nazioni occidentali.

E ti dispiace solo per quei poveretti che hanno reso l’anima a Dio, ma per il resto non cambierai di una virgola il tuo modo di vivere né di pensare, perché ormai non ti si attacca più addosso niente.

Il che è piuttosto triste, perché forse è proprio questo lo scopo ultimo: renderti assuefatto all’angoscia e al terrore, cosicché ogni volta che ti mettono davanti a decisioni improponibili, quali esse siano, non ti senti nemmeno più tanto a disagio nel dovere scegliere il male minore.

A furia di spauracchi, pensi, alla fine nella melma ti ci ritrovi lo stesso, e allora vieni pervaso da questo disperante senso di ineluttabilità: ormai il mondo è colluso a tal punto con il suo indegno principe che ogni stortura pare davvero inevitabile, e finisci non solo per aspettarti il peggio, ma quando questo càpita, non ti scuote neanche più di tanto.

Proprio come la morte e le tasse: il male impera incontrastato e tu non sei che un misero pedone sulla scacchiera, e per quanto tu ti possa dibattere per tentare di  preservare almeno il tuo angolino di umanità, di vita, di famiglia, prima o poi verrai investito dalla piena e spazzato via.

Un po’ come con i Borg di trekkiana memoria: «ogni resistenza è inutile», è solo questione di tempo.

E invece no: ma proprio per un cacchio!

Per quanto spalmato di melma io me ne sbatto e la speranza non me la lascio rubare: perché la mia vita è stata intersecata da Uno che al male ha già schiacciato la testa sotto il tallone, che alla morte gli ha fatto cippirimerlo per conto di tutti e che pure per le tasse gli basta mandare uno dei suoi in riva al lago che gli salta in braccio il pesce con in bocca l’obolo (quando si dice la Provvidenza).

E quindi nulla è ineluttabile, nemmeno il male più strafottente, poiché quest’Uno ha promesso che sarebbe tornato ed io Gli credo, e così Lo aspetto, anche se si fa attendere.

E vorrei tanto rispondere a quelli che “nessuno conosce il giorno, né l’ora” (Cfr. Matteo 24,36) di stare attenti, perché accoccolandosi su di una comoda ignoranza alla fine ci si addormenta e poi il ladro ti sorprende nella notte (Matteo 24,43), e se è pur vero che Lui non ha segnato in calendario l’appuntamento, ci ha pur sempre (e più volte) ammonito di restare svegli e vigilanti, scrutando i segni della Sua venuta come si guarda al ramo del fico, che se butta i germogli l’estate è vicina (Marco 13,28).

Che poi ce lo ha anche detto che i tempi che precederanno il Suo ritorno non saranno contrassegnati dalla fede, ma dall’infedeltà; non dalla ricerca di Lui, ma dall’averLo abbandonato, non da serenità e pace, ma da guerra e tribolazione.

Per questo la mia speranza non può morire, ma anzi viene ancor più ravvivata in questo tempo di Avvento: poiché tutto va male, ma ben venga tutto ciò che concorre ad accellerare il ritorno di Cristo.

Giacché stiamo in terra come in una sala d’attesa ed è poi solo questa la tensione base e primaria del cristiano: alla fine ciò che realmente conta, e a cui tutto è funzionale, è l’incontro con Gesù.

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Fede

Mercy discount

Alcune circostanze di stretta attualità mi fanno tornare in mente quell’episodio di tanti anni or sono che mi vide contemplare una scaramuccia famigliare tra mia suocera ed uno dei miei cognati, quando quest’ultimo era ancora un ragazzo e mia moglie ed io eravamo ancora soltanto fidanzati.

Non mi ricordo più a causa di quale grave sgarbo ricevuto, mia suocera era intesitissima con quel suo figliolo, tanto da piantargli un muso prolungato e persino non rivolgergli quasi parola per più giorni.

In quella situazione mi capitò di intersecare la casa della mia futura moglie ed ebbi modo di notare come, nonostante lo stato di profonda offesa della mia futura suocera, ella provvedesse comunque ad alzarsi presto alla mattina per preparare la “schiscetta” al figlio con cui era arrabbiata, salvo poi non rivolgergli nemmeno il saluto quando questi usciva di casa per andare al lavoro.

Mi ricordo perfettamente anche che alla vista di quel siparietto domestico, io commentai la cosa con la mia futura moglie, dichiarandole che se mi fossi trovato io al posto di sua madre, col cavolo che avrei preparato il pranzo al sacco per suo fratello: fossi stato arrabbiato con lui tanto da non rivolgergli la parola, certo non gli avrei fatto comunque trovare “la pappa pronta”.

Mia moglie, già denotando la sua viscerale inclinazione di futura mamma, prese allora le difese di mia suocera, affermando che per quanto quella fosse offesa con suo figlio, mio cognato rimaneva pur sempre il suo bambino, e come tale ella continuava a prendersene cura; al che io puntualizzai (e lo sostengo ancora oggi in circostanze analoghe nei confronti dei miei figli) che suo fratello non era più un bimbetto e se era stato abbastanza grande da offendere sua madre in maniera così grave da farle mettere il muso, era anche abbastanza grande per beccarsi le conseguenze di quella relazione incrinata, persino di prepararsi il pasto da solo, cosicché, facendo esperienza dell’incomodo dovuto alla mancanza di servizio da parte di sua madre, fosse stimolato a farsi un esamino di coscienza, magari che gli si accendesse una lampadina nel cervello e cercasse di fare pace con colei che aveva offeso.

E che questa non fosse affatto mancanza di carità, bensì vera misericordia, me lo confermava il fatto che persino il Genitore per eccellenza agisce allo stesso modo con i pur amatissimi suoi figli che l’offendono, anche gravemente, così come risulta evidente da quella parabola evangelica che descrive in maniera esemplare la dinamica della misericordia divina: ché il Padre buono mica va a cercarlo il figliol prodigo, ma lascia che questi eserciti la propria orgogliosa libertà fino al punto di avvoltolarsi nella melma coi porci, così che la miseria del suo stato lo scuota tanto da farlo rientrare in se stesso e spingerlo sulla via di un percorso di conversione che lo riconduca al Padre.

E se è vero che il Padre lo attende con trepidazione sulla soglia di casa ed appena lo vede gli corre incontro, è altrettanto vero che prima di ripristinarlo nella dignità di figlio gli concede l’occasione di confessare il proprio pentimento e chiedere la paterna pietà.

Perché per quanto l’Onnipotente sia lento all’ira e grande nell’amore, Egli mai abbassa l’asticella della Sua Giustizia, in quanto conosce le Sue creature e sa che con l’uomo, il gioco al ribasso, è sempre perdente.

Questo per il semplice fatto che la natura umana non è intonsa, ma è ferita dal peccato originale, e quindi conserva una forte inclinazione al male: l’abbassamento del rigore in maniera meno che proporzionata alla gravità della colpa verrà letto come un gesto di accondiscendenza al rilassamento nella lontananza piuttosto che come uno stimolo al riavvicinamento (come d’altronde insegna il proverbiale motto secondo cui: “offri una mano e ti prenderanno tutto il braccio”).

E chi è genitore, questo, ha modo di sperimentarlo ogni giorno nel proprio ruolo educativo: non c’è come depenalizzare una regola data ai propri figli per vedersela subito presa alla leggera e, più presto che tardi, trasgredita.

Nella nostra famiglia, per esempio, quando uno di nostri figli combina qualche cosa di particolarmente grave, mia moglie, pur ricevendo per prima la loro confessione, li redarguisce, ma non prende provvedimenti, bensì intima loro di venire da me a raccontare ciò che hanno fatto, affidando a me il compito ultimo di giudicarli.

Questo comportamento, oltre a rafforzare in mia moglie quel suo ruolo tipicamente materno di mediatrice ed aumentare agli occhi dei nostri figli la mia naturale autorità di padre, soprattutto dona al pargolo reo confesso una prima stima della gravità di ciò che ha commesso, visto che per giudicare la sua marachella e ad amministrargli l’eventuale punizione, non basta dirlo alla mamma (naturalmente più incline alla clemenza), ma occorre dirlo al papà (notoriamente più severo nel comminare i pur giusti castighi).

Se ad un certo punto, mia moglie ed io cessassimo di praticare questo sanissimo metodo educativo, quale messaggio passeremmo alla nostra prole?

Anche se noi dichiarassimo l’intento di una maggiore misericordia, in verità non faremmo il bene vero dei nostri figli, poiché essi, non vedendosi più costretti a far passare le loro peggiori birichinate al vaglio di un giudice più autorevole perderebbero velocemente il senso della loro reale gravità, e di fatto tutte le loro monellerie verrebbero livellate verso il basso, finendo per ridimensionare l’importanza di ogni infrazione, anche la più seria, col rischio, umanissimo, di far loro calare la vigilanza contro tutte le tentazioni, persino le più moleste.

Ecco perché, lo ripeto, quella del gioco al ribasso, con questa creatura umana che, anche se redenta, rimane fondamentalmente difettosa, è una strategia sempre perdente, anche quando adottata con le migliori intenzioni.

E se ciò è valido per qualsiasi ambito della vita, a maggior ragione è valido per le cose di Dio.

Tant’è che della verificabilità di questo assioma, ne ricevetti conferma anche da quell’episodio tra mio cognato e mia suocera, quando venni a sapere dalla mia futura moglie che alla fine, dopo qualche giorno di broncio, sua madre aveva ripreso a parlare a quel suo figlio che l’aveva così gravemente offesa, il quale peraltro era andato avanti a fare i suoi comodi senza nemmeno cercare di riappacificarsi con lei, poiché ella, non riuscendo più a sostenere il muso nei confronti dell’amatissimo frutto del suo ventre, iniziò a farsi degli scrupoli, concludendo d’essere stata troppo dura con lui e cedendo quindi nello scusarlo unilateralmente delle offese ricevute senza che egli facesse mostra di alcun pentimento e ricominciò a trattarlo come se nulla fosse successo.

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Fede, Relazione

Sì al sì, no al no

Oggi celebrazione della Divina Trinità.
E così càpita che ti ritrovi a Messa, seduto a fissare quel meraviglioso affresco che da dietro l’altare ti racconta del Crocifisso presente nell’Eucaristia e di quel Mistero insondabile che lo unisce al Padre ed allo Spirito.

In sottofondo ti culla la cantilena dell’interminabile predicozzo in sciapo parrocchiese, così cominci a ripensare a come quello stesso Mistero si rinfranga anche nell’identità dei coniugi all’interno del Sacramento matrimoniale, perché se è vero (come è Vero), che l’uomo è stato tratto dalla terra e la donna è stata tratta dalla carne dell’uomo ed i due nel Sacramento sono chiamati a ricongiungersi indissolubilmente in una sola carne, allora ti risulta più evidente che mai quanto essi realmente siano chiamati a ricalcare il medesimo Mistero divino.

Giacché uomo e donna sono sì creature di genere diverso, create secondo una diversa modalità, ma dall’Unico Creatore, e fatte per stare insieme e trovare completezza.

Questa è la Rivelazione di un’origine comune, un’origine che oltrettutto è contraddistinta da una dinamica di procedimento: l’uomo procede dalla terra e la donna procede dalla carne dell’uomo, così come poi da entrambi procede la loro prole, esattamente come nell’Unità Trinitaria il Figlio procede dal Padre e lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio.

Perciò è anche in questo senso che l’Altissimo creò l’umanità a Sua immagine: maschio e femmina la creò, in quella medesima dinamica che rifrange la relazione d’Amore intima al Dio che è Uno e Trino.

Il progetto divino sulla coppia è di conseguenza pensato come un rapporto di inscindibile Alleanza: la condivisione di una comune origine ed un medesimo destino, attraverso un percorso consumato nella ricchezza della diversità, e nella fecondità di differenze che non sono create per la contrapposizione, bensì per la complementarità.

Ecco perché allora il ripudio mosaico non può che rimanere in definitivo, inappellabile ed imperituro abominio a quel disegno originale di Dio, il quale si fa Verbo incarnato per restaurare quell’Alleanza scalfita dalla durezza del cuore dell’uomo che tenta invano di giustificare la sua creaturale debolezza istituendo a norma la propria ipocrisia.

Ecco perché, di conseguenza, l’azione luciferina è propriamente tesa a divorziare quella primitiva Alleanza fin dalla prima coppia, in spregio ed offesa a quell’immagine della relazione Trinitaria in cui essa è stata creata fin dal principio.

E la Parola cristallina del Figlio rivela esattamente quell’originario progetto divino sulla coppia e sulla famiglia che non lascia scampo ad alcuna interpretazione, ma secondo il Suo stesso monito si esprime col «sì al sì» e il «no al no».

Poiché il di più viene dal maligno.

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Fede

Il deserto degli eroi

Il deserto è propriamente il luogo dell’incontro con Dio.

Il silenzio e la solitudine che caratterizzano questo luogo, oltreché la naturale aridità che di fatto sollecita alla rinuncia dell’essenziale nutrimento, ne fanno il posto ideale per favorire il distacco dell’anima dalle cose del mondo e l’immersione meditativa nella ricerca del divino.

I padri della Chiesa lo sapevano molto bene e vi si ritiravano anche per tutta la vita, come lo hanno capito anche i claustrali, i quali anziché andare loro nel deserto lo hanno portato nei propri conventi, e come lo hanno riscoperto i trappisti, che vi si rifugiano ancora oggi.

In realtà, la società contemporanea, con la sua aria satura di suoni, rumori e parole vuote, la sua fitta rete di relazioni superficiali ed interessate, e la sua abbondanza di sensazioni a buon mercato, ha decisamente perso il valore del silenzio, della solitudine e della rinuncia.

Anzi, non comprendendone la ricchezza, essa addita la vita ritirata come una cosa insana, e mentre esalta la città come luogo eletto per la ricerca della felicità, disprezza il deserto come un luogo da nascondere e dimenticare, quando non si riesce a colonizzare.

Ed invece è proprio nel silenzio, nella solitudine e nella rinuncia che l’uomo si ridesta ad un nuovo, alboreo stato di vigilanza, una rinata tensione interiore che lo trasporta, nella preghiera e nella meditazione, verso una vera e più profonda ricerca dell’Assoluto.

È proprio in questo vuoto, in questo deserto, che Dio ha lo spazio per manifestarsi; è nella solitudine orante che il Signore trova l’attenzione necessaria ad instaurare un rapporto personale profondo; è nel silenzio attento che la Parola trova il cuore pronto ad ascoltarla.

Quel silenzio non inerte, ma contemplativo, che lascia spazio alla Parola di Dio, la quale, essendo Amore, non è gridata, ma sussurrata, e perciò necessita di quiete e vigilanza, poiché altrimenti viene presto sommersa dalle vuote parole del mondo e dalle sue distrazioni.

Un silenzio che talvolta è persino eroico, poiché, incompreso nella sua valenza essenziale oppure frainteso con inconsistenza d’argomenti o pavidità di cuore, viene vilipeso con disprezzo, allo stesso modo in cui fu pregiudicato il tacere del Redentore patente di fronte ai suoi persecutori.

E sia ben chiaro che il silenzio di Gesù, come d’altronde anche il silenzio di Dio, non è mai assenza e nemmeno mancanza di parole.

Al contrario, è propriamente durante il dramma del suo processo terreno che il silenzio del Cristo si fa più vigoroso nel suo clamore, poiché Egli non solo rimane muto per dignità, ma il suo tacere è anche, se non soprattutto, indice di fede, quella fiducia profonda nel Padre che motiva persino l’abbandono ad ogni difesa di se stessi: la sua difesa è riposta nelle mani di Dio.

Di quel medesimo silenzio è chiamato ad adornarsi il credente in quelle circostanze in cui il dibattito ormai patisce sterilità, o in quelle situazioni in cui il parlare non fa che maggior pubblicità al male, o ancora in quei contesti in cui imperversa il dubbio ed il tacere è balsamo perché non si alimenti ancor di più la confusione.

Ma l’uomo di oggi ha perso il senso prezioso del silenzio, anzi ritiene il tacere un disvalore, un’ammissione di colpa, di ignoranza o di stupidità.

In una società dominata, se non addirittura schiava dell’informazione, la parola assurge ad idolo, viene svuotata del suo senso profondo e viene svalutata a balbettio, a semplice suono, se non addirittura a mero rumore.

In ogni situazione è necessario riempire l’aria di parole, non importa che esse siano prive di significato, ed ogni silenzio si trasforma subito in imbarazzo.

Ecco allora che in questo assordante vociare privo di vera comunicazione, la voce silenziosa di Dio rimane inascoltata e su di Lui cade l’umana accusa di indifferenza alle sorti del mondo.

Questo è l’enorme equivoco dell’epoca contemporanea, significativamente nota come “L’era dell’informazione”, ma sia chiaro che, come Gesù davanti ai suoi giudici, così anche Dio non tace, bensì “custodisce il silenzio”, e con esso parla più che eloquentemente a chi abbia la volontà di mettersi in ascolto.

Poiché nel marasma della vuota parola ecco che solo un valoroso silenzio è in grado davvero di comunicare: è il silenzio del Cristo imputato, che comunica l’affidamento della propria difesa a Colui il quale è il solo Giusto Giudice.

Ma è anche il silenzio orante di Maria, che comunica l’attiva tessitura della storia tramite un’incessante intercessione che è umile affidamento a Colui che davvero compie la storia del Creato.

È il silenzio paziente di Giuseppe, che comunica intimità e comunione di prospettiva con Colui il quale fattivamente opera nella risoluzione dei dilemmi umani.

È il silenzio operoso dei santi, che comunica l’inarrestabile rivoluzione della Carità, quella carità che non fa rumore, ma che compie imprese credute impossibili: è il silenzio che lascia parlare i fatti, è il silenzio che lascia spazio all’intesa degli sguardi ed all’azione dei corpi, è il silenzio che scava nei cuori un abitacolo alla vera Pace, quella che quieta gli animi e che perciò conduce a termine ogni conflitto, è il silenzio della Sapienza, che comunica l’«Essenziale» e sfronda l’insensatezza delle vane parole.

È, ultimamente, il denso silenzio dei martiri, la cui definitiva testimonianza grida al mondo l’unica Verità, nella cui sofferenza l’anima dell’uomo viene redenta e condotta a piena salvezza.

Che verrà, poi, il tempo d’uopo per parlare.

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