Paternità

La vittoria di chi sa perdere

Mi torna in mente la maniera in cui quel nonno pacificava i conflitti: davanti ai nipoti impegnati in una disputa agonistica (ma già prima arbitro tra le contese dei due figli maschi) auspicava sempre il pareggio per non far torto a nessuno.

Il fatto è che, riuscendogli arduo fronteggiare lo scontento del perdente, cercava, davanti ad un qualsiasi confronto tra contendenti che appartenevano alla sua discendenza, di promuovere uno stato di parità, fosse esso un’uguaglianza secca di punteggio oppure un’uguaglianza di turni di vittoria.

E questa mentalità la applicava anche ad altri ambiti educativi, come ad esempio nella distribuzione delle risorse ai tre nipoti (nonché ai suoi tre figli prima d’esser nonno): si trattasse della somministrazione della merenda (non importa che il grande la consumasse in un boccone lamentando poi una fame residua, mentre il più piccolo l’avanzasse, già sazio dopo un paio di bocconi), oppure nell’elargizione delle mance in una somma uguale per tutti (non importa che il più piccolo non sapesse nemmeno dare valore ai soldi, mentre il più grande, di quei pochi spiccioli, non sapesse che farsene).

Solo che poi, con quel suo modo di far giustizia, finiva sempre per scontentare tutti.

Sotto il velo di una presunta pietà cristiana, infatti, egli mascherava in realtà la propria incapacità di sostenere la delusione e/o il malcontento dei suoi cari, tradendo in tal modo una certa inadeguatezza a gestire il dolore altrui (nella sua varietà di gradazioni e sfumature), ed in ultima istanza a confrontarsi con la morte.

Ma quel nonno non è altro che l’icona dell’uomo (e di conseguenza del padre) contemporaneo: stemperato dall’ideale utopico di una realtà aconflittuale, ha rinunciato ad ogni battaglia, abdicando al proprio ruolo naturale in favore di una mollezza invece caratteristica del femminile.

Rifugiandosi in un egualitarismo ipocrita che è senz’altro comodo e poco impegnativo, ma che nulla ha a che fare con quella giustizia la quale dà sì a tutti, però affatto in parti uguali, bensì a ciascuno secondo la propria necessità.

Accomodandosi in una condiscendenza a buon mercato, senz’altro più facile e meno faticosa, ma che invero tradisce la naturale autorità del ruolo maschile e paterno, in favore di una scimmiottatura di quel sentimentalismo emotivo proprio della natura femminile.

È il male di quest’occidente deprivato di un’autentica paternità, ma afflitto da un buonismo sentimentale sempre pronto a censurarsi per evitare qualsiasi tipo di presunta offesa all’altrui sensibilità, tutto teso ad assicurare un’artificiosa parità perché non sa più insegnare ad accogliere la sconfitta come opportunità di crescita.

Una società, la nostra, che a furia di lasciarsi femminilizzare in ogni ambito ed aspetto, si espone al mondo in tutta la sua debolezza, fragilità e vigliaccheria, e perciò finirà per essere predata da quelle culture che del conflitto non solo non hanno paura, ma ne hanno fatto il proprio idolo.

Da qui l’urgenza per l’uomo d’oggi di riscoprire la propria originaria vocazione ad essere padre, nel sapersi confrontare con la realtà, anche quella più dura, senza tirarsi indietro, soprattutto nell’educazione della propria prole: perché nella vita i pareggi sono molto rari, quasi quanto le vittorie, ed in fin dei conti è proprio nell’insegnare a perdere che si fa il vero bene dell’altro, poiché non solo questi imparerà a migliorarsi apprendendo dai propri errori, ma maturerà anche la capacità di saper morire.

Per poi risorgere.

 

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