Paternità

L’uomo dei muri

L’altra sera mia moglie ci aveva appena chiamato a tavola, i piccoli erano già seduti ai posti di combattimento mentre io e il grande li stavamo raggiungendo dopo esserci lavati le mani, quando sento il mezzanello prendere in giro la pargoletta chiamandola ripetutamente, ma storpiandone il nome.

Lei per un po’ ha risposto pazientemente al fratello ripetendo il suo nome correttamente, evidentemente non capendo che quello lo faceva apposta, infine, esasperata, si è rivolta a me chiedendomi con tono supplichevole di confermare al fratellino il suo nome corretto, perché io mettessi pubblicamente un sigillo definitivo alla questione.

Alla sua domanda su come lei si chiamasse, io ho risposto allora, ostentando una certa enfasi, declamando il suo nome, al che lei si è rivolta al fratellino con espressione soddisfatta esclamando: “Ecco, hai sentito? L’ha detto il papi che io sono Nadia!”.

La cosa è finita lì tra i due pargoli, anche perché nel frattempo la dolce metà aveva messo loro davanti i piatti con la cena, ed il loro appetito ha messo pace ad ogni controversia, ma il fraterno siparietto non ha lasciato indifferente il sottoscritto, il quale, durante la serata, è ritornato con il pensiero sulla vicenda, traendo ancora una volta la conclusione di quanto sia indispensabile la figura paterna per un figlio.

Poiché infatti la mia bambina ha chiesto direttamente a me, e non a sua madre, la conferma sulla sua identità, e questo perché il figlio riconosce istintivamente nella figura paterna quella autorità naturale che gli riverbera, prima ancora che ne abbia consapevolezza, l’immagine stessa di quel Dio la cui paternità egli percepisce iscritta nelle profondità del suo animo.

E come la mia bambina, invero, così anche l’uomo cerca conferma di sé rivolgendosi al Padre, perché intimamente conosce che solo Egli può indicargli quel nome che esplica chi egli sia e quale sia il suo destino, il quale, nonostante le intemperie del vivere sembrino smentirlo, è sempre un destino di bene.

E parimenti a come la madre sia per il figlio lo specchio più immediato dell’amore di Dio, così il padre è per i figli la prima immagine del Padre Celeste, e quanto Quello, egli è ai suoi occhi naturale autorità (che quando parla il papi, si obbedisce subito), riferimento verace (che quando il papi dice una cosa, quella è per forza vera), solida guida (che se il papi mi tiene per mano, sì che cammino tranquillo), baluardo poderoso (che se c’è il mostro sotto il letto, io chiamo il papi) e giusto giudice (che ce lo dico al papi, e poi vediamo chi c’ha ragione).

Perché i figli hanno bisogno di entrambi i genitori per quell’ontologica differenza che li contraddistingue nel loro essere così complementari l’uno all’altro, tant’è che senza la madre che insegna a costruire ponti, un figlio cresce menomato nella sua capacità di entrare in relazione con l’altro, così come senza il padre che pone muri attorno alla sua prole, questa non solo resterà scoperta ai pericoli esterni alla famiglia, ma crescerà anche disorientata per quella mancanza di limiti e di regole che sole possono definire al bambino quello spazio sicuro in cui davvero “diventare grande”, con la libera consapevolezza di quale sia la propria vera identità: quella di essere figlio, e figlio amato dal Padre.

Articolo pubblicato sulla rivista NOTIZIE PROVITA

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