Storie

American Apocalypse

E va bene, il titolo è un pochino suggestivo, lo ammetto, ma d’altronde non si allontana poi di tanto dalla realtà, poiché davvero in questo momento negli USA è in atto una vera e propria guerra civile di tipo post-moderno, animata dallo scontro, nemmeno più tanto sotterraneo, tra i quegli “stati profondi” che detengono e si contendono il potere sulla nazione (ed oltre).

Le recenti elezioni presidenziali hanno portato alla luce alcuni elementi di questo “stato nello stato”, che nel promuovere la candidata democratica sconfitta sono venuti allo scoperto lasciando intravvedere come essi appartengano al mondo della finanza (Soros & Co.), agli ambienti para-militari (FBI, NSA, ma soprattutto CIA), alla schiera dei mezzi di informazione (tutti i media, CNN in testa), piattaforme di rete (tipo Facebook o Google), carta stampata, celebrità hollywoodiane e naturalmente le immancabili lobbies arcobaleno.

D’altra parte il neoeletto presidente Trump ha sicuramente coagulato attorno a sé la maggior parte dei dissidenti silenziosi del “sistema”, da alcuni dirigenti delle agenzie (FBI in particolare) ad alcuni di quei capi dell’apparato militare che sotto Obama già manifestavano segni di orticaria alle sue politiche guerrafondaie anti-russe, oltre, naturalmente, alla massa di cittadini americani che senz’altro l’hanno votato, mietuti a man bassa soprattutto in quella middle-class delusa ed impoverita da un sistema economico colluso e fraudolento, e quindi vogliosa di un riscatto dalla deleteria amministrazione precedente.

Tuttavia non è affatto pensabile che questo sia bastato a Trump per vincere contro una candidata supportata da tanti e tali poteri forti da asfaltare (sulla carta) ogni concorrente: bisogna infatti dare per assodato che anche il tycoon abbia avuto alle sue spalle i suoi sostenitori “pesanti”, i contorni della cui identità forse ora iniziano ad emergere.

E già lo scrivemmo in Keep calm and òcio: per quanto a contrastarlo ci sia uno schieramento composto da tizzoni d’inferno, attenti ad incensare il buon Donald prima di averne valutato attentamente tutti gli atti del suo governo, poiché tanto quanto il “mulattone” abbia le credenziali per candidarsi ad anticristo, il biondocrinito senz’altro non è il Messia, e c’è anche qualche probabilità che non si riveli nemmeno “l’uomo della Provvidenza”.

Staremo a vedere.

Per ora assistiamo con apprensione a quella che ha tutte le caratteristiche di una rivoluzione americana, i cui sviluppi avranno senz’altro ripercussioni a livello internazionale, e non necessariamente in termini positivi.

E se era prevedibile che chi ha investito tanto sulla candidata sconfitta alle elezioni non si sarebbe ritirato in buon ordine, già adesso risulta evidente lo svolgersi di una strategia pluristratificata tutta volta ad esasperare gli animi della nazione e ad un tempo a delegittimare su ogni piano il legittimo presidente, in perfetta linea con le consolidate abitudini democratiche statunitensi.

Il battàge mediatico, infatti, è tutto omologatamente anti-trumpista, ed anche qui in Europa, dopo un primissimo momento di sbandamento che ha visto qualche “ciucciacalzino”, se non proprio cambiare bandiera, almeno smorzare i toni, ora i tromboni del giornalettismo e della politica sono ritornati alla carica, forse rincuorati dalle prezzolate manifestazioni di piazza a marc(hett)a Soros, ma forse con le speranze rinvigorite anche da qualche messaggio subliminale proveniente da oltreoceano.

Come ad esempio quella stranissima frase di commiato di Barack e consorte al discorso d’addio: un “sarò sempre con voi” di messianica ridondanza che, a seconda di chi ascoltava, poteva sembrare una promessa o una minaccia.

Tanto che molti l’hanno preso in parola e così hanno presto organizzato una trincea per fermare il presunto abusivo della Casa Bianca, tirando in piedi quel movimento per una “100 giorni di resistenza a Trump” subito accolta dal congresso ed incominciata con una coloratissima “festa danzante gay” davanti alla casa del vice Pence.

Movimento continuato con un incrudirsi della campagna mediatica diffamatoria, con la patetica “pussyhat revolution” per le strade capitoline, con l’apertura di inchieste formali sui coinvolgimenti degli hacker russi nella campagna elettorale americana da parte delle agenzie nazionali di investigazione ed infine rilanciata ad oltranza ad Hollywood (emblematicamente inquietante l’affermazione di Michael Moore in una video intervista per la MCNBS, in cui proclama che “Obama è ancora il Presidente degli Stati Uniti”, mentre l’intervistatore ricalca per due volte asserendo: “Sì, lo è”).

E nelle strade degli USA i rivoltosi già menano le mani contro gli organizzatori di eventi pro-Trump fino a quando essi non vengono sospesi per motivi di ordine pubblico, il tutto mentre la polizia rimane a guardare, intervenendo soltanto appena prima che la situazione degeneri e apparentemente con riluttanza.

In effetti pare si stia concretizzando quell’ipotesi paventata da Putin già a metà del mese scorso, quando in conferenza stampa ebbe ad affermare che certe forze negli Stati Uniti vogliono minare la legittimità dell’elezione di Donald Trump; le stesse, pare, che come campo di prova hanno organizzato la primavera colorata in Ucraina.

Il presidente russo ha osservato che le élite che si oppongono a Trump, si pongono almeno due obiettivi: innanzitutto delegittimare il neoeletto presidente degli Stati Uniti e secondariamente legargli le mani per impedirgli di mantenere le promesse fatte durante la campagna elettorale, “L’élite uscente”, ha detto Putin, “dopo l’allenamento a Kiev è pronta a creare una Maidan statunitense pur di non permettere a Trump di governare l’America”.

Forse sarà per questo motivo che nella prima settimana di presidenza il buon Donald ha firmato decreti esecutivi letteralmente “come se non ci fosse un domani”.

Detto fuori dai denti: il rischio per lui va da un pretestuoso impeachment all’assassinio tout-court, ma come ha dichiarato il suo vice Mike Pence alla Marcia per la Vita, il tycoon ha coraggio e “spalle larghe”, il che potrebbe anche far pensare che le abbia “coperte”, le spalle.

Intanto in Ucraina, dove guardacaso hanno trascorso il capodanno il senatore McCain ed il suo fedele compare Graham, sono ripresi i bombardamenti degli indipendentisti finanziati dalla CIA per la “riconquista” del Donbass: naturalmente i media hanno subito dato la colpa a Putin, salvo poi essere palesemente smentiti dagli stessi osservatori internazionali presenti sul campo.

La questione però è se il via libera all’infrazione del cessate il fuoco è partito con o senza l’assenso della nuova amministrazione americana: poiché se è stata un’iniziativa dell’agenzia che per conto del clan Obama-Clinton ha finanziato la primavera Ucraina, allora significa che lo stato profondo è in grado di agire in completa autonomia rispetto alla presidenza (e questo potrebbe preludere in futuro né più, né meno che ad un bel colpo di stato), nel caso invece che ci sia stato l’ok della presidenza, allora significa che Trump vuole giocare la sua partita su più fronti (le alternative sono che il tycoon sia stupido oppure che ignori ciò che fa il suo stesso staff, e tra le due non so quale sia la peggiore).

Le ultime prese di posizione in politica estera sembrerebbero avvalorare l’ipotesi che il buon Donald non abbia proprio le idee chiare su che linea adottare: da una parte proclama la distensione con Putin, ma dall’altra manda il generale Flynn a dare un puntiglioso ultimatum all’Iran, come se questo non fosse uno storico quanto preziosissimo alleato della Russa in medioriente.

Da una parte dice peste e vituperi della CIA, ma nella prima settimana del suo mandato corre a visitare l’agenzia ed il suo direttorio elogiandone il lavoro e rassicurando l’appoggio della sua amministrazione.

Promette di “prosciugare la palude” dei grandi interessi di affaristi, lobbisti e politici a Washington, salvo poi riempire il suo nuovo governo con figure miliardarie di quella stessa “palude” e nominando finanzieri di Wall Street in posizioni di sovrintendenza dell’economia.

Ed anche il muso duro con la Cina lascia un po’ perplessi, perché se dal punto di vista economico non fa una grinza, da quello politico potrebbe rendere difficili le prospettive di distensione con la Russia, visto che, come per l’Iran, anche la Cina è un alleato di grande importanza nel quadro geopolitico dell’Asia.

Ora, questo comportamento come minimo discontinuo (per non dire contradditorio), unito alla campagna di delegittimazione dei “poteri forti” che gli sono contrari, certo non favorisce l’immagine del nuovo presidente, ma anzi, potrebbe offrire ai suoi avversari un fianco scoperto in cui affondare una lama che altrimenti rimarrebbe probabilmente spuntata.

Intanto i milionari della Silicon Valley fanno a gara per apparecchiarsi bunker anti-atomici di lusso in Nuova Zelanda: sarà solo un eccesso di prudenza, oppure hanno percepito qualcosa nell’aria che tira ai piani alti?

Perché in una visione profetica della storia non possiamo permetterci di ignorare la possibilità di assistere a quel passaggio dell’Apocalisse che, riferendosi alla “bestia”, afferma: «Vidi che era simile a una pantera, con le zampe di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e il suo grande potere. Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita. Allora la terra intera, presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia» (Apocalisse 13,2-3), così finisci col pensiero a quel “piccolo corno” dalla carnagione panterina, detronizzato, eppur considerato “ancora il Presidente degli Stati Uniti”, mentre dall’altra parte la Madonnina di Anguera ti butta lì un avvertimento: “Un falso si alzerà e l’altro falso arriverà” (Messaggio del 26/01/2017).

E chiedendoti chi sarà chi, ti ritrovi a rabbrividire.

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