Cronache

Obama care(s)

Un off-topic veloce-veloce, poi torno a fare la Cassandra.

Giacché ho l’impressione (ma qui lo dico e qui lo nego) che il “mulattone” della Casa Bianca non abbia nessuna intenzione di mollare l’osso.

Perché il potere a Obama interessa, troppo per farsi docilmente da parte.

Già ne parlai tempo fa in Granbiscotto, prima che dall’ovetto kinder delle elezioni americane uscisse la sorpresona Trump, ma poi quella visita fatta dall’uscente presidente USA in Europa, mi ha lasciato ulteriormente perplesso, perché quello dava ai vari capi di stato direttive per il futuro politico dell’UE come un pupàro che muove le marionette in un teatrino, con la serena pacatezza di chi si sente saldato al trono con il superattack, e non come uno che ha già in mano la notifica dello sfratto.

E non è che si è fermato lì, eh, ma ha continuato a colpi di decreti di consolidamento, come il divieto di defund a Planned Parenthood, od il prolungamento delle sanzioni alla Russia, per dirne un paio, e poi rincarando con il corollario già cominciato in campagna elettorale: wikileaks che ha fatto da portale perché gli hacker russi potessero manipolare le elezioni americane (ma ti pare?), e le pretestuose proteste dei fattòni universitari (sovvenzionati da Soros un tanto al kilo) contro il “villain” Donald (anche lui, naturalmente, colluso coi russi), ed il recente giro di vite sulla censura in rete dei dissidenti con la scusa delle “fake news”, e che se in Siria han fatto una figura di palta la colpa è dei russi che bombardavano solo ospedali zeppi di bambini (perché si sa che Aleppo est era tutta un gigantesco reparto di pediatria infantile, no?), e poi Russia, Russia dappertutto, tanto che il discorso di fine anno di Obama si può riassumere in tre parole: “Ha stato Putin”.

Ma siccome per restare abusivamente in Casa Bianca ha bisogno di una crisi vera, bastante a dichiarare lo stato d’emergenza nazionale (o meglio ancora lo stato di guerra), il Nobel pacificatore ha cominciato con le provocazioni pesanti: fuori dal paese i diplomatici russi, nuove sanzioni, accuse infondate e sempre più esplicite di presunta ingerenza informatica ed una badilata di nuovi armamenti alla NATO, da ammassare, ovviamente, sui confini russi.

Però, quello che fa specie, è che tutti i media decantano “san Barack” come se non stesse per svanire nel nulla cosmico tra due settimane, ed al contempo grugniscono in coro contro Trump come se non fosse veramente lui il presidente eletto.

Il fatto è che in America è in atto una vera e propria guerra civile tra le fazioni dell’establishment, mentre la scollatura tra l’oligarchia al potere ed il popolo si fa sempre più profonda, e la tensione interna è tale che basta realmente poco per innescare la crisi: perché oltreoceano non è come qui da noi, dove si protesta a suon di gessetti colorati e strimpellate di imagine, là le casalinghe vanno a fare la spesa con la pistola nella borsa, e non ci mettono né uno-né due a tirarla fuori per usarla, ed usarla anche bene.

In questa prospettiva, allora, la sparatoria di Fort Lauderdale assume una luce nuova: forse non è il caso isolato di uno squinternato solitario, ma magari è la prova di un qualcosa di più grosso, prossimo e diffuso.

Perciò occhio ai quindici giorni che mancano all’inaugurazione della presidenza Trump, perché potrebbero non essere solo gli ultimi colpi di coda del serpente ferito a morte, ma il preambolo di un terzo abusivo mandato dell’anticristo nero.

Perché a “Obama interessa”

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