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E se fosse che Benedetto XVI, in quell’ormai lontano 2011, ebbe un’esperienza mistica che gli rivelò che, al verificarsi di una determinata circostanza, avrebbe dovuto abdicare al ministero attivo per ritirarsi in contemplazione ad interim?

E se fosse che Benedetto XVI, nei giorni subito precedenti quell’ormai famoso 11 febbraio, riconobbe, nel verificarsi di un determinato evento, il segnale ricevuto per rendere pubblica la sua dimissione dal ministero attivo, e quindi, in devota obbedienza ad un ordine superiore, sfoderò quel fantomatico annuncio tenuto già pronto nel cassetto per tanto tempo?

E se fosse (e qui sfioriamo il delirio) che quel particolare evento dato come segno a Benedetto XVI fu un tentativo di definitiva “estromissione” attraverso un calice mortalmente amaro che avrebbe dovuto consumare durante una celebrazione Eucaristica?

E se fosse che in quella specifica contingenza egli fu avvertito di non accostarsi a quel calice amarissimo, e che riconobbe proprio in quella circostanza di scampato pericolo il segnale convenuto per la propria abdicazione al regno attivo?

Certo non sarà così, però se fosse si spiegherebbe tra l’altro come mai egli aveva già pronte da lungo tempo le proprie dimissioni, ma che per darne esecuzione attese il “momento propizio”.
Gesto, questo, che essendo stato comunque preso in piena libertà e coscienza realmente davanti a Dio, non ne causerebbe l’invalidità.

E se fosse, allora si comprenderebbe meglio il perché egli, pur abdicando al regno attivo, sia rimasto a tutti gli effetti pontefice, e potrebbe anche essere che il suo ritiro «nel deserto, verso il proprio rifugio» potrebbe non essere definitivo, ma allo scadere di un determinato periodo (diciamo: «per un tempo, due tempi e la metà di un tempo, lontano dal serpente») potrebbe ripresentarsi per giocare ancora un ruolo attivo in questa storia.

Essì, lo so cosa state pensando: risibili e surreali vaneggiamenti. Concesso.

Ma se fosse?

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