Libri

Del panda e di altri animali

La sindrome del panda - Miniatura

di Maddalena Negri

Se leggi la storia di Andrea, la prima cosa che pensi è: “Che sfiga!”.

Solo se approfondisci un po’ e non ti arrendi alla superficialità comprendi invece che si tratta della sfida appassionante di un Dio che ti chiama ad assomigliarGli nell’amore, e che, alle volte, chiede il sacrificio più grande: lasciar andare chi ami, confidando che è nelle Sue mani, sempre più salde delle tue.

Se poi Andrea lo senti parlare, capisci perché a Jonathan (il suo figlio maggiore n.d.r.) piace scoprire il bosco con papà.

E se ti metti a leggere uno dei suoi libri, capisci perché, come amava ripetere il mio direttore spirituale, «un santo tristo è un triste santo».

Poiché se c’è un ingrediente fondamentale ed imprescindibile di ogni libro di Andrea, ma in particolare dell’ultimo, è l’autoironia.

No: La sindrome del panda non è un libro di barzellette, né parla di facezie.

È un libro sarcastico, caustico, ardente, spiritoso, saggio e spirituale. Senza nessun “ma”.

Perché l’uomo, inteso come essere umano è, di suo, contraddittorio, per cui aggiungere “ma” sarebbe solo tautologico, perciò inutile.

Al sottotitolo provocatorio (“manuale di maschilismo reazionario” n.d.r), segue un contenuto altamente istruttivo, che parla di quelle cose “ovvie”, che invece sono messe fortemente in discussione oggi giorno; che però tornerebbero ad essere ovvie se solo ci soffermassimo a guardarci intorno a noi e dentro noi stessi, se prestassimo attenzione ai dettagli e comprendessimo come è proprio nell’ordinario che si apre il nostro spazio verso lo straordinario.

Perché se l’essere umano è contraddittorio, l’uomo e la donna, in una relazione di sana complementarietà, capace di vedere la bellezza della reciproca diversità, possono, con la Grazia, incamminarsi verso il compimento di quel sogno divino che il peccato dei progenitori ha frantumato.

Certo, c’è oggi una cultura diffusa figlia di un femminismo deleterio che ha lasciato un’impronta nefasta, non senza la complicità di quel maschio “divanauro” il quale, per un egoistico quieto vivere, non ha fatto che aprire quella porta che minacciava di essere sfondata.

Ma i ruoli non sono intercambiabili.

Ecco perché il primo atto per ritornare sui propri passi e sotterrare l’ascia di guerra tra i maschi e le femmine, è che gli uomini ricomincino ad accogliere come vocazione profonda del proprio essere uomini una paternità che è culmine della maturità e nulla toglie alla propria dignità, anzi: ne sancisce il punto più alto.

Ecco perché c’è bisogno di un colpo di reni di maschilismo, che è un atto di responsabilità da parte di un uomo consapevole dei propri talenti i quali, se messi al servizio della comunità, sono doni preziosi di cui tutti possono fruire per il loro arricchimento personale.

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