Cronache

Star Kekk

Avevano detto che l’avrebbero fatto.

Al che già ai tempi c’è stata una levata di scudi unanime da parte dei fan, che assolutamente non volevano, adducendo come motivazione che non c’azzecca niente, né con la serie, né con il soggetto originale di Roddenberry, né più in generale con il genere fantascientifico stesso.

Ma alla fine l’hanno fatto lo stesso.

Così ieri sera ero in poltrona al cinema, munito di secchiellone di popcorn e bicchierone di coca-cola (che per la cronaca erano la mia cena) in attesa di gustarmi il terzo film della nuova serie di Star Trek (quella sulle origini della celebre compagine di spaziali), quando pronti-via, in una delle scene iniziali, si palesa l’arcano.

Dopo tre anni di viaggi interstellari, l’Enterprise attracca in una megabase planetaria della Federazione per un breve congedo del proprio equipaggio, il quale sbarca tutto bello contento di poter rivedere i propri cari.

Tra questi l’inquadratura si sofferma su uno dei protagonisti della plancia di comando, il pilota asiatico Hikaru Sulu, il quale può finalmente riabbracciare la figlioletta e, colpo di scena, il suo compagno.

Il. Suo. Compagno. Uomo.

Avevano detto che l’avrebbero fatto e l’hanno fatto davvero.

E niente: il tenente Sulu è un prendìnculo.

Ed ecco che i popcorn assumono il gusto del cartone, la coca si sgasa all’istante, il film è decisamente sotto il livello dei due precedenti e a fine serata esci dal cinema con una sola domanda in testa: “Chissà di chi è veramente figlia quella bambina”.

Pensare che persino l’attore che interpretò il personaggio di Sulu nella serie originale, George Takei (che pure è omosessuale), ha disapprovato la scelta degli sceneggiatori definendola «infelice».

Vabbé: prendiamo atto che neanche la fantascienza ormai si salva più dalla propaganda pederasta.

Però checcacchio: sono l’1% della popolazione mondiale, ma come ti giri ti giri sembra che ci siano solo ricchioni, ricchioni ovunque.

Adesso pure nello spazio.

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