Storie

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Avevo tutto: soldi, fama, potere.

La gente mi idolatrava come se fossi stato un dio, il mio nome era venerato in tutto il mondo; ed io vivevo per loro, la mia esistenza stessa dipendeva da loro, tutti coloro che mi ascoltavano e mi amavano: loro mi davano tutto, ed ora non sono più nulla.

Maledico quella sera.

Avevo solo caldo e perciò non riuscivo a prendere sonno.

Mi accadeva spesso ed ormai il mio sonno e la mia veglia dipendevano dagli psicofarmaci.

Decisi di uscire a fare due passi, così andai in giardino.

Ero fuori da una decina di minuti quando vidi una figura scavalcare le mura della mia reggia.

Nessuno avrebbe potuto farlo così disinvoltamente senza far scattare almeno un mezzo migliaio di allarmi, ma lui in un balzo fu dentro e in due passi fu da me; mi stette di fronte sbavando, guardandomi con due occhi rossi come due braci ardenti.

Mi cadde la sigaretta di bocca, rimasi immobile, succube di quello sguardo da bestia.

Mi balzò addosso e mi diede “l’abbraccio”.

Da quel momento in poi mi ricordo solo una grande debolezza ed alla fine della suzione una luce; poi mi porse il braccio ed io bevvi, con la mente ottenebrata da una sete indicibile.

Mi ritrovarono il pomeriggio del giorno dopo: lì, bocconi sull’erba.

Dissi di essermi sentito male e loro ci cedettero.

Ero molto confuso: annullai le due performance che avrei dovuto tenere il giorno seguente, dormii sotto sonniferi e mi dimenticai di tutto.

Da allora iniziai a dimagrire.

Mi nutrivo di nascosto di hamburgers crudi, ne mangiavo a tonnellate, eppure ripresi lentamente la forma di un tempo.

Iniziai a spostare i miei bioritmi: dormivo di giorno e vivevo di notte.

Quelle poche volte che uscivo di giorno dovevo necessariamente mettermi degli occhiali scuri, giganteschi.

Il sesso aveva perso da tempo il mio interesse, tuttavia iniziai a farmi procurare dal mio fratellastro una ragazza diversa ogni notte e sapete cosa facevo loro? Le portavo fino all’orgasmo e mentre erano preda del godimento mordevo loro il collo e leccavo il sangue che ne usciva. Una volta riuscii a stento a controllare la mia sete che per poco quella povera ragazza non moriva dissanguata.

Ben presto mi resi conto di cosa stavo diventando; capirete che una personalità del mio calibro non avrebbe mai potuto mantenere a lungo segreta la sua vera identità, così mi decisi: inscenai la mia morte.

Entrai in un breve letargo, nulla di più facile, pagai bene i dottori che stilarono il rapporto sul mio decesso e mi dipartii il giorno prima del mio funerale.

Fu bellissimo, io ero là tra la folla immensa, ormai capace di controllare appieno i miei nuovi poteri: fu uno scherzo non farmi notare.

Sono passati quasi quarant’anni da allora, ma poco più di un battito d’ali per la mia esistenza immortale, eppure già non resisto più lontano dalla gente, lontano dalla mia musica, dai miei concerti, lontano dalla folla in delirio per il suo re.

Ma quale re! Senza di loro non sono più nulla.

Loro che continuano a venerarmi come se fossi ancora vivo.

Bella forza, sono ancora vivo! Eppure mai così morto.

Questa è la mia condanna: privato di tutto, costretto a vedere mia moglie e mia figlia scannarsi per i miei soldi; vedere in ogni dove i miei fans adorare il mio fantasma, la gloria che ero un tempo; costretto a nascondermi come un’ombra a chi ancora mi ama.

Nonostante questo ogni tanto abbasso la guardia e rinasco nel mostrarmi ancora una volta a qualche fortunato e allora subito questo grida: “Ho visto il re! Era lui!”, ma tutti lo chiamano visionario, pazzo, e non sanno che un giorno, forse, ritornerò.

Elvis Aaron Presley

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