Vita

La casuistica di Dio

Ok, va bene: parliamone.

Io quando mi sono sposato ero ancora all’inizio di un cammino di conversione che mi ha visto arrivare da molto lontano (e lo sa bene chi ha letto il mio secondo libro, per esempio), quindi la mia fede era tutt’altro che granitica allora (non che ora sia così solida, eh: che qui se mi perdo un’Eucarestia la bestia che sono ritorna subito fuori).

Non parliamo poi della consapevolezza: mia moglie ed io ci siamo sposati organizzando le nozze nel giro di un mese, perché già aspettavamo un bambino, e pur avendolo concepito fuori dal matrimonio desideravamo almeno che nascesse dentro al Sacramento.

Tuttavia sfido chiunque ad affermare di essere arrivato al giorno del fatidico “sì” davanti all’altare con una piena consapevolezza di cosa stesse facendo.

Perché non ce n’é: per quanto tu abbia fatto eventuali prove di più o meno lunga convivenza, in realtà capisci cosa vuol dire essere sposato SOLO a partire dalle ventiquattro ore successive al momento del grande passo (quando hai smaltito tutti i bagordi della festa ed il tuo cervello riceve finalmente del sangue con più ossigeno che alcol).

Così come, per quanto tu possa prepararti in via preventiva, capisci cosa significa essere papà solamente dopo aver avuto il primo figlio (e lo sa bene chi ha letto il mio terzo libro, per esempio).

E questa è un’ovvietà manifesta: perché non c’è convivenza che ti dia realmente il polso di ciò che significa vivere il matrimonio, in quanto, per definizione, convivere NON è come essere sposati.

Poiché la differenza la fa proprio il Sacramento (e lo sa bene chi ha letto il mio quarto libro, per esempio).

Quel Sacramento che è realmente sigillo della Divina Trinità sull’unione tra i due coniugi, i quali non sono abbandonati alla loro ontologica insufficienza d’amarsi l’un l’altro, ma vengono soccorsi permanentemente dall’azione santificante di Colui che, essendo Amore, è il Solo che può colmare le contingenti, quotidiane, ineluttabili mancanze d’amore che altrimenti slegano i due coniugi nell’umana fallibilità del loro patto.

Poiché il matrimonio è vincolo stretto tra tre contraenti (i due sposi che rispondono alla vocazione di Dio) i quali sono tutti e tre corresponsabili di quell’unione, solo che mentre le due controparti umane sono, per la loro natura segnata dal peccato, definitivamente scrause, il terzo è Perfetto ed Onnipotente e, a meno che non venga rifiutato con libera e determinata volontà, tiene in piedi tutta la baracca donando quella che viene chiamata, dagli addetti ai lavori, “Grazia di Stato”.

Mia moglie ed io, di questa cosa qua, ne facciamo esperienza pressoché quotidiana, ma, in maniera stringente, ne abbiamo esperito l’efficacia realmente essenziale quando, a quasi un anno e mezzo dalla sua nascita, il nostro primo figlio Matteo (proprio quello per cui ci eravamo sposati) morì di quella malattia genetica che avrebbe poi contrassegnato indelebilmente la nostra vita e quella di altri due nostri bambini.

Dopo quel primo luttuoso evento, infatti, il nostro matrimonio ebbe più volte modo di sgretolarsi miseramente, e con ottime ragioni, quelle stesse per cui il mondo non solo non ci avrebbe condannato, ma in varie circostanze ci avrebbe sollecitato a lasciar perdere.

Se mia moglie ed io fossimo stati solamente conviventi, ci saremmo lasciati in tempo zero (io forse avrei mollato il colpo anche prima).

E questo è, e rimane, un fatto.

Nel nostro caso, il fatto di essere sposati sacramentalmente ha costituito la salvezza per entrambi: non solo (e realmente) come con-sorti, ma anche (e per quanto mi riguarda forse ancor di più) come persone, per le nostre singole anime.

Perché se la mia amatissima moglie ed io non avessimo potuto attingere a quella Grazia di Stato che, per divino contratto, ci viene ancora adesso messa a disposizione istante per istante solo in virtù di quel Sacramento che ci consolida in una sola carne, oggi Tobia, Jonathan, Mattia, Christian e Nadia non ci sarebbero proprio.

Ed io sarei perduto.

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