Cronache

È quasi mezzanotte

Le notizie si susseguono con cadenza giornaliera.

Certo, non sui mezzi del mainstream: quelli si guardano bene dal dirlo.

Bisogna cercarle con attenzione, trovarne i collegamenti e metterle insieme a comporre un quadro generale.

Ultimamente, però, è sempre più facile unire i puntini che formano il disegno, tanto che persino un chiunque chicchessia come il sottoscritto è in grado di intuirne la forma finale.

Un po’ come quando stai facendo un puzzle: all’inizio cerchi i pezzi della cornice, che sono i più distinguibili, quindi procedi con quelli dell’interno, che è il passaggio più difficile, ma mano a mano che procedi nella composizione i tasselli si trovano con più facilità, la figura d’insieme prende forma, ed individuare i pezzi mancanti diventa sempre meno complicato.

Ma forse ci sta anche che dopo un po’ ci fai l’occhio.

E così quando leggi che in Macedonia è scoppiata la rivoluzione “colorata” non ti stupisci più, e ti risulta perfettamente logico del perché UE ed USA intendano installare in quel paese un governo filo-occidentale: in tal modo la Serbia rimarrebbe isolata e la Russia si troverebbe a non avere più aree di influenza nei balcani.

D’altronde le manovre di accerchiamento della NATO nei confronti della Russia sono da mesi all’ordine del giorno: con l’ultima base Aegis in Romania gli Stati Uniti hanno praticamente completato l’istallazione di basi di difesa missilistica a ridosso del confine russo, e quando Putin ha chiesto ad Obama di parlarne, Mr. President ha rifiutato (dicono) in modo sprezzante.

Nel frattempo le navi statunitensi e della NATO si ammassano al largo dei mari russi ed i contatti tra la milizia occidentale e quella russa hanno ormai cadenza come minimo settimanale, anche se per ora sembrerebbe soltanto una fase di studio e di reciproca vigilanza.

È di ieri, ad esempio, la notizia che un aereo-spia di bandiera svedese (il Gulfstream IV) si è avvicinato ai confini della regione di Kaliningrad: ai bei tempi della Guerra Fredda, un’azione del genere sarebbe stata intollerabile per l’allora Unione Sovietica.

Non oggi per Putin, però, che dimostra invero una pazienza quasi profetica nel non dare seguito alle continue provocazioni degli Stati Uniti, le quali sono davvero in crescita esponenziale.

È sempre di ieri la dichiarazione di Victoria Nuland secondo cui gli USA sono disponibili ad un ulteriore inasprimento delle sanzioni contro la Russia, per dirne una, mentre cresce in Europa la contrarietà a mantenere ancora quelle attualmente in vigore.

Tuttavia la UE è soggiogata alla politica USA, tanto che proprio su pressione di Washington, la Germania si è decisa a rimaneggiare la lista nazionale dei buoni e dei cattivi (cosa che non faceva da dieci anni), spostando la Russia dalla lista degli stati considerati “partners” a quella dei “rivali”; azione che ha davvero pochissimo senso se non quello di una subordinazione ad un ordine venuto da ovest, poiché i rapporti commerciali tra i due stati sono storicamente floridi e paiono mantenersi tali anche attualmente, alla faccia di tali presunte classificazioni.

Ma le provocazioni pretestuose non finiscono qui, anzi paiono moltiplicarsi: dopo che il Pentagono ha messo nero su bianco nei suoi documenti d’impostazione strategica che per gli USA e gli alleati del Patto Atlantico la prima minaccia è la Russia, il Dipartimento di Stato presieduto da John Kerry ha dichiarato che adesso è finalmente stata individuata la principale fonte del terrorismo internazionale (quello contro cui l’America, da quindici anni a questa parte, è impegnata formalmente in un’azione bellica globale): essa sarebbe, guarda un po’, l’Iran, la nazione con cui la Russia ha intensificato sempre di più i rapporti almeno da marzo di quest’anno, quello stesso paese con cui, tra l’altro, la Cina mantiene un’alleanza storica. Cina che ultimamente ha aumentato su tutti i fronti le relazioni proprio con la Russia.

Viene da chiedersi se e fino a quando le provocazioni occidentali a Putin ed al suo paese verranno tollerate.

Perché per ora il presidente russo sembra come quell’orso enorme che, consapevole della propria forza, sopporta pazientemente le continue punzecchiature di uno sciame di vespe agguerrite, ben sapendo che nel momento in cui cedesse alle provocazioni si scatenerebbe un conflitto in grado di annientare l’intero pianeta.

Ma tale consapevolezza sembra non esserci da parte occidentale, non si sa bene se per deliberata indifferenza o per un errore di valutazione delle forze in gioco, fattostà che l’unico che in questo braccio di ferro sta dimostrando seria responsabilità è proprio Putin.

Il quale stoicamente resiste persino alle pressioni interne del proprio entourage militare, il quale parrebbe forzare per una risposta bellica entro la primavera del 2017, preferibilmente nel mese di maggio.

La situazione è realmente inquietante, ed oramai non ci si può più permettere di restare accomodati sugli allori della presunta sicurezza che, siccome tutti sanno che un conflitto atomico equivarrebbe all’annichilimento totale, non potrà mai avere realmente luogo, poiché evidentemente al signor “PremioNobelPerLaPace” non interessa.

Viene in mente quell’orologio virtuale che segna l’ora della fine del mondo: quel “Doomsday Clock” nato nel 1947 nell’Università di Chicago le cui lancette sono state spostate nel corso degli anni più e più volte a seconda della vicinanza di un reale pericolo di annientamento globale, e che fino al gennaio di quest’anno segnavano le 23:57.

Qui urge vigilare, formandosi ed informando, e nel contempo vegliare, preferibilmente in orazione, non solo per scongiurare una guerra che sarebbe quella definitiva, ma soprattutto e principalmente per essere pronti a vincere quell’unica battaglia in cui davvero occorre trionfare, quella per la salvezza della propria anima.

Ma già, che sciocco: quasi dimenticavo.

Come non detto, gente: domani iniziano gli Europei di calcio…

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