Paternità

Creme

Figlia che in preda a coccolìte ti si arrampica addosso, mentre sei (nemmeno a dirlo), bello tranquillo sul tuo divano a digitare una delle pagine più sublimi di tutta la tua carriera di scrittore.

Epperò il suo ascendente su di te è tale che metti giù il tablet (intanto che il pensiero di quella verità trascendente che stavi per donare all’umanità svanisce implacabilmente dal tuo cervello per sempre) e la prendi in braccio, sorprendendoti nell’annusare un certo aroma di hobgoblin: come una specie di aura mistica che le aleggia intorno ai piccoli lombi, di consistenza quasi ectoplasmica, la quale ti guida nel prendere la ferma decisione di andarla a cambiare, prima che il rigor mortis per decesso da intossicazione ti colga completamente.

Perciò ti approssimi al fasciatoio e la svesti trattenendo il fiato, mentre lei ti guarda con un sogghigno malefico come se sapesse l’amara sorte a cui stai per andare incontro, mentre, col capo forzatamente reclinato all’indietro per istinto di conservazione, le slacci il pannolino in attesa di assistere al deturpante spettacolo di quell’escatologica rivelazione (in senso propriamente apocalittico) che già ti occhieggia liquefatta dai suoi bordi.

In apnea e ad occhi semichiusi, ti affidi allora ai tuoi poteri jedi nell’affrontare il lato oscuro della forza (o meglio, dello “sforzo”) trovandoti ineluttabilmente ad avere a che fare con le simpatiche salviettine umidoprofumose: quelle che mentre con una mano tieni le gambette della pargoletta, con l’altra togli il patello traboccante d’immonde nefandezze, con l’altra prendi il pannolino nuovo e con l’altra ancora cerchi di sfilarne una dal pacchetto per pulirle le chiappotte, te ne viene fuori una sciarpa intera che nemmeno il mago Silvan dalla sua manica i foulards colorati all’apice della sua brillante carriera.

Così, mentre sei lì che mitragli benedizioni agli amatissimi ingegneri di quel packaging pensato propriamente per farti impazzire, noti che il sederino della tua bambina parrebbe un pochino arrossato (e ci credo: visto il prodotto delle sue viscere tanto simile, per consistenza e colore, a quelle Paludi della Morte di tolkeniana memoria).

A quel punto ti si affaccia alla mente la cristallina visione di tua moglie che ti raccomanda di mettere la cremina lenitiva su quel piccolo posteriore rubizzo, che sennò (come ti ha più volte ammonito la diligente consorte) la pelle delicata della tua bambina diventerà spessa e ruvida, e allora sarà poi tua (e solo tua) la colpa se, una volta cresciuta, la sua silhouette sarà irrimediabilmente rovinata da quel lato B calloso e deforme, tanto che nessuno la vorrà prendere in moglie e nella migliore delle ipotesi finirà i suoi giorni da rancorosa zitella, mentre in quella peggiore si getterà nel fiume da una torre per la disperazione di un fondoschiena inguardabile che la condanna ad un’esistenza da reietta.

E tu sei lì, che valuti come l’eventualità che quella negligenza possa in futuro preservare la tua dilettissima figliola dal contatto con un qualsivoglia altro esemplare di genere maschile valga bene la pena di rischiare d’essere scoperto dalla tua amata sposa e quindi dover affrontare le inevitabili ritorsioni cui ti sottoporrà. Quando ad un tratto irrompe nel tuo cerebro assorto un pensiero illuminante, che ti dischiude al quesito di come avranno mai fatto tutte le generazioni femminili precedenti a sopravvivere senza avere le chiappette spalmate con creme ammorbidenti ed aver persino, non solo trovato marito, ma anche perpetuato la specie per millenni.

Perché a quanto ti risulta una cute un po’ arrossata non ha mai ammazzato nessuno, così come un biberon non sterilizzato, un body lavato senza Napisan, un bagnetto fatto con acqua che non sia necessariamente ad una temperatura costante di 37 gradi, o un frutto mangiato con la buccia senza essere stato preventivamente messo in ammollo per 24 ore nel bicarbonato.

Che a furia di avvolgerli nella bambagia di mille superflue attenzioni, questi figli, poi finisce che ti crescono di cristallo ed alla prima fragolina di bosco, punturina di zanzara o fiorellino annusato in un prato ti vanno in shock anafilattico.

Giacché il problema forse è di noi genitori, ormai assuefatti ad una mentalità preventiva che vorrebbe preservare i nostri amatissimi pargoli da ogni minimo fastidio, impedendo loro di graffiarsi per il timore che provino il più piccolo dolore, così che poi alla prima febbriciattola si corre subito al pronto soccorso ed al primo colpo di tosse si prende d’assedio il povero pediatra.

Perché inevitabilmente prima o poi essi saranno intersecati dalle intemperie della vita e allora è bene che a quel momento non ci arrivino del tutto impreparati, ma che abbiano anche loro nel loro zainetto d’esperienze, non dico proprio un’epatite presa per aver succhiato i sassi del parcogiochi, ma qualche gomito o ginocchio sbucciato sì, magari non un trauma cranico, ma che sappiano cosa sia un bernoccolo va anche bene, e se poi hanno la pelle del sedere non proprio liscia e vellutata come la buccia di una pesca non è detto che rimarranno traumatizzati a vita.

Che poi, a ben guardare, tutta questa attenzione a che ‘sti figli non sortiscano dalla cupola di vetro in cui li si vorrebbe tenere, denuncia soltanto il nostro essere genitori illusi di poter tenere tutto sempre sotto controllo: padroni di una realtà preconfezionata secondo i nostri schemi mentali che, in quanto creature e non Creatori, inevitabilmente non possono che essere fortemente limitati e difettosi, giacché la vita ci oltrepassa e la storia che attende noi ed i nostri bambini ci richiama ad affidarci a Colui che della storia, di ogni storia, in verità regge le sorti, sicuri che per loro, oltreché per noi, v’è un destino di bene che ci attende, ed ogni ostacolo del percorso non è lasciato lì ad arrestarci, ma perché sia di stimolo alla nostra ed alla loro crescita.

Ed alla luce di tale consapevolezza allora, che peso vuoi che abbia un culetto un po’ infiammato?

Ma poi niente: è che mi son rivisto nella mente lo sguardo torvo di mia moglie scrutarmi accigliata per il mio tentennamento, così alla fine la cremina sul sedere a mia figlia gliel’ho messa uguale.

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