Fede

Il deserto degli eroi

Il deserto è propriamente il luogo dell’incontro con Dio.

Il silenzio e la solitudine che caratterizzano questo luogo, oltreché la naturale aridità che di fatto sollecita alla rinuncia dell’essenziale nutrimento, ne fanno il posto ideale per favorire il distacco dell’anima dalle cose del mondo e l’immersione meditativa nella ricerca del divino.

I padri della Chiesa lo sapevano molto bene e vi si ritiravano anche per tutta la vita, come lo hanno capito anche i claustrali, i quali anziché andare loro nel deserto lo hanno portato nei propri conventi, e come lo hanno riscoperto i trappisti, che vi si rifugiano ancora oggi.

In realtà, la società contemporanea, con la sua aria satura di suoni, rumori e parole vuote, la sua fitta rete di relazioni superficiali ed interessate, e la sua abbondanza di sensazioni a buon mercato, ha decisamente perso il valore del silenzio, della solitudine e della rinuncia.

Anzi, non comprendendone la ricchezza, essa addita la vita ritirata come una cosa insana, e mentre esalta la città come luogo eletto per la ricerca della felicità, disprezza il deserto come un luogo da nascondere e dimenticare, quando non si riesce a colonizzare.

Ed invece è proprio nel silenzio, nella solitudine e nella rinuncia che l’uomo si ridesta ad un nuovo, alboreo stato di vigilanza, una rinata tensione interiore che lo trasporta, nella preghiera e nella meditazione, verso una vera e più profonda ricerca dell’Assoluto.

È proprio in questo vuoto, in questo deserto, che Dio ha lo spazio per manifestarsi; è nella solitudine orante che il Signore trova l’attenzione necessaria ad instaurare un rapporto personale profondo; è nel silenzio attento che la Parola trova il cuore pronto ad ascoltarla.

Quel silenzio non inerte, ma contemplativo, che lascia spazio alla Parola di Dio, la quale, essendo Amore, non è gridata, ma sussurrata, e perciò necessita di quiete e vigilanza, poiché altrimenti viene presto sommersa dalle vuote parole del mondo e dalle sue distrazioni.

Un silenzio che talvolta è persino eroico, poiché, incompreso nella sua valenza essenziale oppure frainteso con inconsistenza d’argomenti o pavidità di cuore, viene vilipeso con disprezzo, allo stesso modo in cui fu pregiudicato il tacere del Redentore patente di fronte ai suoi persecutori.

E sia ben chiaro che il silenzio di Gesù, come d’altronde anche il silenzio di Dio, non è mai assenza e nemmeno mancanza di parole.

Al contrario, è propriamente durante il dramma del suo processo terreno che il silenzio del Cristo si fa più vigoroso nel suo clamore, poiché Egli non solo rimane muto per dignità, ma il suo tacere è anche, se non soprattutto, indice di fede, quella fiducia profonda nel Padre che motiva persino l’abbandono ad ogni difesa di se stessi: la sua difesa è riposta nelle mani di Dio.

Di quel medesimo silenzio è chiamato ad adornarsi il credente in quelle circostanze in cui il dibattito ormai patisce sterilità, o in quelle situazioni in cui il parlare non fa che maggior pubblicità al male, o ancora in quei contesti in cui imperversa il dubbio ed il tacere è balsamo perché non si alimenti ancor di più la confusione.

Ma l’uomo di oggi ha perso il senso prezioso del silenzio, anzi ritiene il tacere un disvalore, un’ammissione di colpa, di ignoranza o di stupidità.

In una società dominata, se non addirittura schiava dell’informazione, la parola assurge ad idolo, viene svuotata del suo senso profondo e viene svalutata a balbettio, a semplice suono, se non addirittura a mero rumore.

In ogni situazione è necessario riempire l’aria di parole, non importa che esse siano prive di significato, ed ogni silenzio si trasforma subito in imbarazzo.

Ecco allora che in questo assordante vociare privo di vera comunicazione, la voce silenziosa di Dio rimane inascoltata e su di Lui cade l’umana accusa di indifferenza alle sorti del mondo.

Questo è l’enorme equivoco dell’epoca contemporanea, significativamente nota come “L’era dell’informazione”, ma sia chiaro che, come Gesù davanti ai suoi giudici, così anche Dio non tace, bensì “custodisce il silenzio”, e con esso parla più che eloquentemente a chi abbia la volontà di mettersi in ascolto.

Poiché nel marasma della vuota parola ecco che solo un valoroso silenzio è in grado davvero di comunicare: è il silenzio del Cristo imputato, che comunica l’affidamento della propria difesa a Colui il quale è il solo Giusto Giudice.

Ma è anche il silenzio orante di Maria, che comunica l’attiva tessitura della storia tramite un’incessante intercessione che è umile affidamento a Colui che davvero compie la storia del Creato.

È il silenzio paziente di Giuseppe, che comunica intimità e comunione di prospettiva con Colui il quale fattivamente opera nella risoluzione dei dilemmi umani.

È il silenzio operoso dei santi, che comunica l’inarrestabile rivoluzione della Carità, quella carità che non fa rumore, ma che compie imprese credute impossibili: è il silenzio che lascia parlare i fatti, è il silenzio che lascia spazio all’intesa degli sguardi ed all’azione dei corpi, è il silenzio che scava nei cuori un abitacolo alla vera Pace, quella che quieta gli animi e che perciò conduce a termine ogni conflitto, è il silenzio della Sapienza, che comunica l’«Essenziale» e sfronda l’insensatezza delle vane parole.

È, ultimamente, il denso silenzio dei martiri, la cui definitiva testimonianza grida al mondo l’unica Verità, nella cui sofferenza l’anima dell’uomo viene redenta e condotta a piena salvezza.

Che verrà, poi, il tempo d’uopo per parlare.

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