Fede

L’escatologia del quotidiano

Come ogni altra volta che mi capita, anche stasera, mentre stavo cambiando la mia piccolina, con una sorta di automatismo ormai consolidato, le ho controllato i piedini: facendole un po’ di solletico ho osservato se li muoveva, come e quanto, quindi ho osservato le sue piccole dita, se riusciva a contrarle e a distenderle.

Per me è normale routine, lo faccio anche con il mezzanello: ogni tanto gli chiedo di saltare a piedi uniti, di stare su un piede solo, e quando gli taglio le unghie controllo intanto anche la motilità di manine e piedini.

È per via della malattia, sapete, quella di cui mia moglie ed io siamo portatori sani, e che ha afflitto tre dei nostri figli, portandosi i primi due in Cielo e manifestandosi tardivamente sul terzo, il quale oggi, seppure abbia recuperato alla grande, presenta comunque un’invalidità importante sia ai piedi che alle mani.

Ed uno potrebbe pensare a quanta angoscia sia vivere così, sapendo che, nonostante le probabilità siano molto basse, resta comunque la possibilità che la malattia si manifesti un giorno o l’altro, con quei sintomi di progressiva immobilità agli arti che per la passata esperienza ho imparato a riconoscere molto bene.

Invece no: nessuna ansia, nemmeno a pensarci su.

Questo perché, anche razionalmente, la mia condizione di genitore non è affatto diversa da quella di qualunque altro papà: a chiunque (ed al figlio di chiunque) può infatti sopravvenire in qualsiasi momento un evento infausto, imprevisto ed imprevedibile.

Anzi, io per lo meno ho la consapevolezza che possa accadere, quindi in un certo senso mi sento un po’ più preparato a tale eventualità, al contrario di chi invece, presumendo di stare bene, di fronte ad un qualsiasi problema importante di salute, rischia di accusare molto più duramente il colpo.

Inoltre la particolare esperienza vissuta con la nostra prole mi ha insegnato a vivere con maggiore pienezza l’immantinente: è lo stimolo a vivere la vita (in particolare quella di sposo e di genitore) accogliendo ogni singolo giorno alla volta, con tutto ciò che porta con sé, prendendo ogni circostanza per quello che è in realtà: un dono.

Ciò non significa affatto essere impermeabili alle fatiche quotidiane, che pur ci sono (e spesso tanto numerose e tanto continue da essere estenuanti), è tuttavia sostenerle con serenità nella consapevolezza che non solo fanno parte del pacchetto, ma che pure queste possono essere occasione di crescita in una prospettiva di bene maggiore.

È come se tutto concorresse a farti vivere in una dimensione realmente escatologica.

Il che aiuta molto a non lasciarsi impantanare in quella illusione mortale del controllo, che sempre e con tanta facilità blandisce l’animo umano, sempre teso a supporsi padrone di sé e della propria vita, favorendoti invece nel vivere l’affidamento continuo ad una Provvidenza di cui hai guadagnato consapevolezza per esperienza diretta, constatando nella tua carne viva come davvero persino i capelli sul tuo capo sono contati e nemmeno uno andrà perso.

È così che allora, anche osservare la tua piccolina distesa sul fasciatoio che reagisce con accesa sollecitudine muovendo vivacemente le dita dei suoi piedini quando le fai il solletico, acquista un gusto unico, che non è solo sollievo per il suo stato di buona salute, ma invero gioia piena.

E della quale, sentitamente, rendere grazie.

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