Paternità

Una fame da puffo

L’altro giorno, mentre i due maschi erano con la mamma in piscina, sono rimasto a casa da solo con la mia pargoletta, così abbiamo giocato coi puffi.

O meglio: la mia bimba ha accondisceso a farmi giocare coi puffi insieme a lei.

Perciò ci siamo messi dapprima a comporre tutto il villaggio di funghi, quindi abbiamo passato in rassegna uno per uno tutti i pupazzetti blu, piazzandoli ciascuno davanti alla sua casetta fungo (mentre io, da buon ragioniere, facevo un inventario mentale per controllare che ci fossero ancora tutti, visto quello che li ho pagati).

Una volta disposto tutto il puffoso spiegamento, ingenuamente mi aspettavo che, come con i suoi fratelli maschi, il gioco si evolvesse presto in un’accozzata e chiassosa rissa tra puffi, puffi neri e Gargamella.

Non avevo messo in conto però che questa volta avevo a che fare con una femminuccia: una che sì, sta crescendo con due maschiacci davanti e che quindi condivide con loro strumenti ludici tipicamente maschili, ma che quando gioca con le macchinine sceglie sempre quella rosa, e quando maneggia voluminosi supereroi di plastica, predilige sempre quello con le fattezze di Superman, perché è l’unico col mantello di stoffa che si può avvolgere come un vestitino e strofinare delicatamente sulla guancia per saggiarne la morbidezza.

Ed una volta di più, pure coi puffi, la mia piccolina mi ha sbalordito.

Perché mentre io stavo ancora preparando il campo di battaglia, raggruppando i due opposti schieramenti, lei ha preso dalla scatola il tavolo del laboratorio di Gargamella con relativo panchetto, lo ha apparecchiato con il catino di Puffo Contadino con dentro la mela col verme di Puffo Golosone, vi ha disposto accanto uno degli alambicchi di Grande Puffo, previamente riempito con l’acqua raccolta dal secchio del pozzo dei puffi (con tanto di sciacquìo riprodotto con la bocca) ed infine ha preso il Puffo Allevatore dal suo carretto trainato dalla chiocciolina gigante (l’unico puffo che ha una postura seduta) e dopo averlo messo a tavola ha iniziato a dargli da mangiare e da bere.

Ecco: io alla vista di quella scena mi sono commosso, va bene?!?

Perché non solo ho avuto l’ennesima conferma di quanto maschio e femmina siano connaturalmente diversi al di là delle evidenze anatomiche (ché questo l’avevo già notato al cambio del primo pannolino), ma soprattutto perché ho compreso quanto marcata sia quell’inclinazione femminile a prendersi cura dell’altro, e per quella visceralità, che contraddistingue il ginogeo, a nutrire preminentemente nella carne i propri cari.

Vedendo la mia piccolina imboccare quel puffo compostamente seduto al tavolo mi sono ritrovato con la mente percorsa da tutti quei passaggi che scandiscono la vita di relazione tra una madre ed il proprio figlio: da quando nel suo ventre gli passa le sostanze di cui lei stessa si alimenta a quando attaccato al suo seno lo nutre a latte e coccole, e via via passando dalle pappette omogeneizzate ai primi solidi dello svezzamento, lungo tutti i pranzi e le cene preparate ognuna con il medesimo, immutato amore, per finire poi con quei pantagruelici deschi della nonna, che nonostante le tue raccomandazioni di un pasto frugale, venivi sempre via da casa sua cinque kili più pesante.

Perché questa è la declinazione primitiva dell’amore nella natura femminile: il nutrire nella carne la propria carne.

Così come l’inclinazione maschile verso la propria prole declina invece spontaneamente nel nutrirne la mente con la trasmissione della conoscenza del mondo e di come esso funzioni: poiché se la madre è colei che nutre il corpo, il padre è colui che dischiude ai figli le porte della conoscenza, deputato ad accompagnarceli fino alla soglia, ma poi a fermarsi lì ed incoraggiarli ad andare oltre da soli, perché crescano autonomamente (anche nella rassicurante consapevolezza che il cordone ombelicale materno si allungherà indefinitamente per sostentarli col suo indefesso amore ovunque essi andranno).

Ed è proprio gustandomi la scena imbastita dalla mia bambina che sfama il suo puffetto che mi si alluccicano gli occhi nel pensare quanto madre e padre siano indispensabili per i propri figli, e di quanto i loro ruoli non siano assolutamente intercambiabili.

Di quanto mamma e papà siano fondamentali anche, e soprattutto, in quella vocazione che chiama entrambi al nutrimento più importante, letteralmente essenziale, che è di soddisfare l’appetito ingordo dello spirito dei loro figli con quegli unici alimenti che solo possono trasmettere loro col loro stesso esempio nel frequentarli più spesso che possono, auspicabilmente ogni giorno.

Ossia la Preghiera e i Sacramenti.

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